La critica tassidermista e gli aghi nel pagliaio

J.W.P. Jenks and his taxidermy students at Brown University, 1875. John Hay Library and Brown University Archives.

Ogni filo della produzione di un regista si lega in una trama invisibile dando luogo a una ragnatela di senso dentro alla quale possiamo muoverci, rimanere impigliati, imbozzolati e magari divorati. La tragedia della politique des auteurs è quella d’aver imbrigliato per oltre mezzo secolo, ma la fine non pare all’orizzonte, la critica cinematografica in un surrettizio lavorìo psicanalitico (psicocritico) attorno ai film. Tutto nelle opere si tiene perché deve tenersi e l’effetto nefasto è che il film diviene luogo d’astrazione matematica entro il quale svolgere meccaniche equazioni. Dunque abbiamo una critica deterministica, quasi scientifica nell’interpretazione, guidata dall’ambizione di tenere a sé nel breve spazio d’una recensione, o ancor più scopertamente in un saggio monografico, il dentro e il fuori dell’opera, la storia del suo realizzatore e assai di frequente storia e storiografia del proprio tempo. In sostanza quel che manca, sempre e comunque, è il dubbio.
Ma può la critica articolare dubbi e non produrre certezze? Sì, se il suo obiettivo è quello di “ricondurre alla vita o almeno [per] tentare di scongiurare il maleficio della separazione” (Jean Starobinski).
Il “maleficio della separazione” si manifesta in modi molteplici e si amplifica per la (ir)responsabilità all’attitudine normativa della critica corrente, fino al paradosso della riduzione dell’opera a voti, stellette o pellette (e del migliore film della stagione, dell’anno e del decennio, del secolo e, perché no, del millennio…). Con le lucide parole di Guido Davico Bonino: “la critica non è un tribunale, che commina una pena, e neppure un’aula scolastica, in cui si trascrive un voto su un registro” (Tiro libero, Nino Aragno Editore 2010).
Tale separazione toglie la vita all’opera: il critico agisce su di essa come il tassidermista che, operando su d’una carcassa d’animale, ne svuoterà gli organi interni per ricomporlo in un’immagine statica che ricorderà quel che era l’animale in vita, ma definitivamente privato della sua essenza.
Le pagine di critica cinematografica (perlopiù) espongono una galleria di trofei di caccia che illude il lettore di stare guardando l’animale; l’osservatore attento vedrà invece una collezione di cadaveri maleficamente separati dal proprio corpo.
Con Jean Starobinski: “Comprendere vuol dire che tutti i significati restano sospesi finché non si è finito di comprendere se stessi…”
Non è un lavoro semplice, è come cercare aghi in un pagliaio.

Alessio Galbiati

 



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