Mac DeMarco at The Coronet Theatre

Il Coronet è un cubo piastrellato di un blu verdognolo, poggiato quasi per caso su Elephant & Castle, Londra. Un edificio che non riesce a svettare, imporsi, che si lascia andare ai fumi del traffico incessante, raccogliendo su di sé un condensato di indifferenza sgraziata e sporco urbano. L’interno è composto da cunicoli intricati e angusti, legno alle pareti, a terra una moquette appiccicaticcia, fino ad arrivare ad una grande sala da concerti fredda, buia, dal tetto altissimo. Agli angoli della sala lunghe linee che ricordano le canne di un organo gotico, cemento come pavimento a definirne una sorta di stato di elegante decomposizione.
Mac DeMarco suonerà lì col suo gruppo per tre serate da tutto esaurito. Il suo pubblico londinese è composto da ragazzini poco inclini all’ascolto. Il concerto non ha bisogno di grande attenzione, come ripete lui stesso diverse volte è più uno show, una sceneggiata a metà tra l’incubo pop e i Monty Python, di un becero buttato a caso.
Pur non inventando nulla e non proponendo niente di nuovo, Mac DeMarco è uno dei pochi musicisti che negli ultimi anni ha saputo definire una propria cifra stilistica, al punto che ascoltare un suo pezzo, meglio un suo disco, significa, da quel momento in poi, riconoscere un’attitudine melanconica e scanzonata, tragicomica, farsi accarezzare con consapevolezza dalla mano di un dio minore.
Salad Days e This Old Dog sono lavori che propongono dei suoni che, spintisi oltre il lo-fi forzato dei primi due EP, riescono a concentrare un’intensità che restituisce le tonalità contrastanti del quotidiano. Chamber of Reflection, One More Love Song, Moonlight on the River, sono piccoli capolavori che mescolano una dolcezza gelatinosa all’ansia indifferente dei giorni ripetuti di uno studente fuorisede, di una ragazza alla pari, di un ciclista da domicili senza mancia.
Il lavoro di DeMarco ruota attorno alla scoloratura dei toni musicali, ogni accordo è offerto per proliferare ed eccedere, rasentando la cacofonia, per finire a formare una pasta pop che tiene insieme il serio ed il faceto: un umore scandito da strutture semplici e ripetute. Le melodie sono ipnotiche, ripescano nell’immaginario delle grandi bevute con gli amici, delle feste, dei ritorni solitari a casa. Un sentimento di vicinanza, comunanza, di una declinazione tascabile e rassicurante, che consola e culla, nella musica di Mac DeMarco non c’è nulla di osato, eppure qualcosa resta impresso. Sarà la sua voce calda e amichevole, a volte melensa, in ogni caso si trasmette un’empatia semplice, diretta.
Se abitualmente questo sentimento ammiccante alla simpatia della pochezza accende l’horror vacui della mia pretenziosità, in Mac DeMarco c’è qualcosa che riesce a catturarmi, un’amarezza di fondo, riflessiva, un’intensità che sembra sincera, un senso della perdita nella descrizione della gioia, una fragilità espressa nella parola al suo contrario, che mi ricorda i lavori solisti di Mark Kozelek.
Il concerto, andato avanti due ore, è durato in sé un’ora scarsa. DeMarco e la sua band hanno bevuto, mangiato, raccontato barzellette idiote, eseguito cover di pezzi improbabili, In Da Club di 50Cent per esempio, perso tempo in mille interazioni col pubblico, fatto suonare ad un ragazzo normalissimo la batteria.
In mezzo a questo marasma di fesserie, si sentiva pienamente nella folla di quei ragazzini londinesi col mondo ancora in mano, pronti a dare il peggio, l’esorcismo sciocco della ripetizione dei giorni dei primi frustanti anni di università, nell’anticonformismo conformista di scemenze vistose. Una ciocca di capelli colorati di verde, uno spintone di troppo, il lancio di un sacchetto di nuggets sul palco. Tutte rappresentazioni dell’impero della cultura trash, che si è affermata nella pretesa leggerezza dell’idiozia cosciente, ma che è inconsapevole del male che fa.
Resta la difficoltà di concentrarsi ed ascoltare un pezzo di grande densità emozionale, se prima e dopo vengono venti minuti di caos programmato, e non c’è sensazione peggiore di sentirsi costretto nella calca a sforzarsi di divertirsi.
In ogni caso, resto convinto che Chamber of Reflection sia uno dei più bei pezzi pop di tutti i tempi, una sinfonia di 3:50 malinconica, nostalgica, Jacques Ibert suonato dai Beatles. /

Alessio Librizzi

 



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