Più noia che scandalo. “The House That Jack Built” di Lars von Trier

“Mi viene sempre da pensare: scansati e fammi vedere il film.” La celebre rasoiata inferta da Dino Risi a Nanni Moretti e al suo cinema si affaccia di frequente tra i pensieri durante la visione di The House That Jack Built. Lars von Trier invade l’intera opera, da lui scritta e diretta, con il proprio straripante ego e ci lascia attoniti nel contemplare un monumento cinematografico al disturbo narcisistico di personalità. L’orrore non sta nella violenza macabra e crudele messa in scena dal personaggio di Jack (Matt Dillon), si manifesta invece nell’abisso della psiche del suo realizzatore, per la quale il mondo intero e le sua storia non sono altro che comparse che concorrono alla definizione di una superomistica grandezza egomaniacale spaventevolmente vacua. Film schematico e superficiale, in grado di banalizzare qualsiasi argomento filosofico e/o artistico gli capiti tra le mani, l’ultimo von Trier stupisce per il suo puerile infantilismo. Se nella prima mezz’ora la visione risulta piacevole, strutturata attorno al manifestarsi delle nevrosi di un serial killer e bene incasellata in una logica cinematografica coinvolgente, nelle restanti due ore le nevrosi del regista prendono il sopravvento sull’opera (“scansati e fammi vedere il film”) avvitandola su sé stessa e finendo per annoiare.
The House That Jack Built è troppo smaccatamente metabiografico per interessare davvero, troppo legato all’incidente che nel 2011 capitò al regista durante la conferenza stampa di Melancholia (“What can I say? I understand Hitler. He did some wrong things, absolutely, but I can see him sitting there in his bunker at the end… I sympathise with him, yes, a little bit.”), pare infatti niente più che una stravagante risposta alle perplessità che le sue goffe dichiarazioni produssero. Certo ci vuole coraggio a tornare sul luogo del delitto (Cannes) con un’operazione del genere, coraggio e una dose di follia che al regista danese certo non mancano. Credo sia però lecito domandarsi cosa sopravviva del talento d’uno dei più influenti cineasti contemporanei anche e soprattutto alla luce del fatto che all’interno The House That Jack Built non troviamo autocitazioni, ma frammenti dell’intera filmografia di von Trier, veri e propri “pezzi” di film che risultano freddi e inanimati tanto quanto i corpi che Jack mette in scena dopo ogni omicidio.
Misoginia compiaciuta, didascalismo, autocitazionismo, autobiografismo strabordante, egomaniacalità, ripetitività ossessiva, esegesi di sé, eccetera. Questo c’è nell’ultimo film scritto e diretto da Lars von Trier, questo e poco altro. Un viaggio all’inferno con più noia che scandalo. •

Alessio Galbiati

 

 

THE HOUSE THAT JACK BUILT
Regia: Lars von Trier • Soggetto: Jenle Hallund, Lars von Trier • Sceneggiatura: Lars von Trier • Fotografia: Manuel Alberto Claro • Montaggio: Molly Marlene Stensgaard • Effetti speciali: Peter Hjorth • Scenografia: Simone Grau Roney • Costumi: Manon Rasmussen • Trucco: Dennis Knudsen • Produttore: Louise Vesth • Interpreti principali: Matt Dillon, Uma Thurman, Riley Keough, Bruno Ganz, Siobhan Fallon Hogan, Sofie Gråbøl, Jeremy Davies, Ed Speleers, David Bailie • Produzione: Zentropa Entertainments, CNC – Centre National du Cinéma et de l’Image, Copenhagen Film Fund, Eurimages, Film i Väst, Film und Medien Stiftung NRW, Nordisk Film- & TV-Fond in cooperazione con Concorde Filmverleih, Danmarks Radio (DR), Les Films du Losange, MEDIA Programme of the European Union, Nordisk Film Distribution, Potemkine, Sveriges Television (SVT) con il supporto di Danish Film Institute, Swedish Film Institute • Rapporto: 2.39:1, 1.37:1 (archivio) • Camera: Arri Alexa Mini • Paese: Danimarca, Svezia, Francia, Germania • Anno: 2018 • Durata: 153′

 



L'articolo che hai appena letto gratuitamente a noi è costato tempo e denaro. SOSTIENI RAPPORTO CONFIDENZIALE e diventa parte del progetto!





Condividi i tuoi pensieri

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.