
Quando ero bambino
vivevo inconsapevole
per raggiungere la memoria che oggi ho di allora.
Comprendo adesso
cosa io fossi un tempo.
La mia vita ora procede nutrita di finzione
ma in questa prigione,
mio solo libro
leggo il sorriso di qualcun altro
di colui che io ero allora.
– Fernando Pessoa
Giorni fa ho ritrovato un foglio appallottolato nel cestino della carta. L’ho steso con cura e poi l’ho letto. Era la recensione di un film del quale non si faceva il titolo, sollevava parecchi dubbi sulla pellicola ma pareva scritta da qualcuno che non voleva calcare troppo la mano. Poi s’interrompeva d’improvviso, senza ragione. Continuo a domandarmi se l’autore abbia cambiato idea, magari a seguito di una seconda visione, oppure se abbia pensato fosse meglio seguire il solito adagio corporativo del cinema, se non puoi parlarne bene, taci. Cercherò qui di completare il lavoro iniziato dall’anonimo recensore.
Favolacce, dei fratelli D’Innocenzo.
Posso ben immaginare, senza alcuna fatica, quante siano le difficoltà da superare per riuscire a realizzare un film. A maggior ragione una pellicola che racconta di bambini suicidi. Ancor di più se c’è di mezzo Rai Cinema; ed in effetti i due autori hanno scritto il film a 19 anni ma lo hanno realizzato a 31. Questo potrebbe spiegare il motivo per il quale la voce di un adulto completi la storia iniziata da un bambino, mescolando realtà e finzione.
La visione di Favolacce è paragonabile ad una cena fatta di tante pietanze diverse, ma cucinate in piccole quantità e senza sale. La tavola è imbandita, sei comodo, ma come dire poca soddisfazione.
Non amo il gioco dei rimandi, nel quale ognuno cerca di tirare in ballo registi e film lontani culturalmente, temporalmente e produttivamente, nel tentativo di dare forza alle proprie considerazioni sull’opera. Come se un film potesse trarre ispirazione solo da altri film e per giunta solo da quelli che chi scrive ha visto. Una favola.
Però tracciare dei collegamenti con altre opere, spesso aiuta a comprendere perché alcune cose sembrino non funzionare.

Anni fa lessi un libro, A Crack Up at the Race Riots, di Harmony Korine. Al suo interno erano presenti una serie di biglietti di addio, scritti da giovanissimi suicidi. Spesso contenevano le motivazioni del gesto, un saluto ai genitori, varie recriminazioni, accuse e tutto quanto possa passare per la testa di chiunque provi a scrivere le proprie ultime parole. E ricordo limpidamente che mentre le leggevo mi parevano vitali, autentiche, sentite e credibili. In Favolacce non ho trovato nulla di tutto ciò. Niente appare motivato in maniera profonda, fosse anche attraverso un unico piccolo sussulto, uno scarto dal percorso segnato. Giovani e vecchi avanzano paralleli, entrambi remissivi e “macchinati dall’ebetismo della loro psicosi”.
I vecchi si ripetono e i giovani non hanno nulla da dire, diceva un tale. La noia è reciproca.
Il tema c’è, esiste. Il punto è che ad oggi appare un po’ datato. Il non-luogo non è certo una nuova meta turistica da scoprire e la famiglia è deflagrata da tempo. Non è più una novità che i genitori, in molti casi, abbiamo cessato di essere tali, per diventare figli di taglia più grande.
Anni fa vidi un film, Lady Violence di Alexandros Avranas, premiato a Venezia nel 2013. Gli argomenti erano la famiglia, la violenza e il suicidio giovanile, in un contesto tutto sommato normale e piccolo borghese. Le scene erano immerse in una luce abbacinante ma familiare, esattamente come in Favolacce; salotti addobbati a festa e l’infanzia che si fa luogo della memoria di ogni adulto. Ma quel film veniva dopo le gloriose stagioni di Yorgos Lanthimos che aveva già dato il meglio di sé con Kinetta, Kynodontas ed Alpeis, pure questo passato per Venezia. Così Miss Violence mi parve una copia sbiadita, arrivata in ritardo e senza nemmeno possedere la capacità di far trasparire i significati degli eventi in controluce, senza quel desiderio morboso di voler spiegare tutto, togliendo ogni mistero alla storia. Infine, il colpo di scena come unico orizzonte.
Favolacce, con la sua voce off, anticipa gli eventi, scopre le immagini ancora prima che lo spettatore abbia il tempo di ambientarsi.
Ho trovato questo, c’era scritto quest’altro, è successa una cosa, ho fatto così, fine.
Ma a chi giova la voce fuori campo? Che funzione ha? Siamo al cinema e non in libreria. Perché si è scelto di far ricorso a questa malsana pratica di giocare d’anticipo e spiegare gli eventi?
“If you want to tell stories, be a writer, not a filmmaker”. Diceva Greenaway.
Non è un caso che i feticisti della parola siano tra quelli ad aver maggiormente apprezzato il film.
Indubbiamente i due fratelli hanno provato a mettersi dalla parte dei più giovani; e chi non ha mai pensato al suicidio come estremo atto di vendetta verso il mondo degli adulti? Magari a seguito di una punizione particolarmente indigesta o di un qualche divieto ritenuto ingiusto. Quel suicidio che evita, a chi lo compie, di varcare la soglia che conduce alla vita oltre l’infanzia, colma di frustrazioni e disillusioni.
Ma francamente anche questo passaggio mi appare forzato e poco convincente, un po’ come Homer Simpson che urla al pubblico di un concerto: “Non fidatevi di nessuno sopra i 30 anni!”.
Altro aspetto che mi ha lasciato perplesso, è il fatto che in questo mondo popolato da adulti sboccati e caciaroni, i più giovani sembrino invece piccoli lord emaciati e forbiti. Il contrasto a mio avviso rende tutto parecchio slegato. E così accade che un dolce bimbetto domandi ad un donnone in dolce attesa “Scusi, quanto costa?” e riceva come risposta un “Ma de che aho, ‘tten a moriì ammazzato!”.
Il linguaggio biascicato, smozzicato e a tratti poco intelligibile, rende difficile la comprensione di molti dialoghi. Ma come spesso accade, ciò che non funziona lo si giustifica come una precisa scelta stilistica. Immagino fosse funzionale a separare dialetticamente i due mondi. E questo dimostra ancora una volta la fiducia maggiore riposta nella parola rispetto all’immagine.
Per me si tratta di un peccato mortale.
Riassumendo, ciò che non mi ha convinto del film è la mancanza di coraggio nell’affondare il colpo. Così, da qualunque lato io provi a cercare i punti a favore del film, ritrovo tutti i limiti di una messinscena che non riesce ad incidere mai sul serio.
Non è abbastanza realistica (dichiaratamente) da risultare cruda e disturbante; penso ad esempio alla capacità di Minervini di raccontare il disagio di certe periferie malate e di famiglie abbandonate a sé stesse.
Non riesce a raggiungere i toni alterati di una fiaba nera; loro stessi citano Burton, che quando è ispirato riesce a creare dei terribili mondi di plastica, parecchio affilati.
Non si avvicina nemmeno al teatro dei burattini di Lanthimos, spietato e fine conoscitore del linguaggio visivo, tanto da rinunciare spesso alla parola.
E infine, ma soprattutto, se si prova ad imboccare la strada che porta a Yates e Carver il rischio di perdersi in mezzo a quel vuoto che attende la catastrofe, è alto. Amare il nulla fino ad annullarsi, resta probabilmente la cosa più difficile. Un po’ di sana ferocia belluina non avrebbe di certo guastato.
Ma forse il vero problema è che stiamo smarrendo del tutto il nostro immaginario. Così rincorriamo quello degli altri, ed è ovvio che arriviamo in ritardo e col fiatone.
Io credo che Favolacce sia nato con ambizioni internazionali. Sognando di portare in Europa il cinema italiano, dove da anni se ne producono di vispi e coraggiosi, ma strizzando l’occhio alla narrativa americana, capace di racconti in apparenza poco stratificati ma che aprono improvvisi buchi neri, profondi e laceranti. Se sia o meno una buona idea, rimane una questione di gusti personali. La domanda che mi pongo è se abbia senso o meno adattare all’Italia qualcosa che qui non nasce, sulle note di un “Tu vuo’ fa’ l’american beauty” che mi lascia perplesso tanto quanto i film nostrani sui supereroi.
Ma c’è in particolare una scena dove tutto sembra franare. Succede quando Elio Germano rimane particolarmente scottato dalla domanda di uno dei figli, che chiede conto degli evidenti problemi di coppia tra i genitori. La reazione è furente, tanto che parcheggia l’automobile in una stazione di servizio, tira giù il figlio dal sedile posteriore e lo trascina verso un prato buio, mentre l’altra figlia urla per lo spavento. Raggiunto il luogo del pestaggio, lo colpisce violentemente; FUORI CAMPO.
Ma si può?
Nel tragitto lungo il quale Germano riporta il figlio in auto, mi viene in mente una sola frase e spero che il giovane la pronunci a pieni polmoni: “A cornuto! Manco er sangue m’hai fatto usci’!”.
Ma ovviamente non succede.
La musica poi l’ho trovata parecchio invasiva, così dove non arriva la parola a spiegare, ecco le note a riempire e sottolineare.
Ma in definitiva è soprattutto questo “Facciamolo ma senza esagerare” che mi ha fatto storcere il naso.
Mi rimarrà il dubbio se la responsabilità di questa mancanza di coraggio sia da attribuire ai due fratelli oppure alla produzione. Ma a me è parso palese che nel momento di spingere sull’acceleratore si sia tirato il freno a mano. E non basta il finale a mitigare questa sensazione. Un gran peccato, perché a dire il vero, l’epilogo è quello che mi ha colpito maggiormente.
La scoperta della morte, da parte del primitivo Elio Germano, ha il sapore dell’evoluzione da scimmia a uomo. Un salto evolutivo doloroso e soverchiante. Muto, finalmente! Un momento di cinema, come le scene seguenti, dove silenziosamente il dolore passa in rassegna le anime perse dei genitori. Svegliatisi di soprassalto, fuori tempo massimo.
Cosa si prova a perdere un figlio che non si è mai saputo amare? Il tema c’era, il film solo a tratti.
Non sono nulla, una pura fantasia.
Cosa aspettarsi da me stesso e dalle cose di questo mondo?
E se non ho avuto amore…
E se non ho avuto amore?
Oh mio Dio, io non ho amore!
Oh mio Dio , io, non ho amore.
– Fernando Pessoa
Michele Salvezza
FAVOLACCE
Regia, sceneggiatura: Fratelli D’Innocenzo (Damiano D’Innocenzo, Fabio D’Innocenzo) • Fotografia: Paolo Carnera • Montaggio: Esmeralda Calabria • Casting: Gabriella Giannattasio, Davide Zurolo • Production Design: Paolo Bonfini, Emita Frigato, Paola Peraro • Costumi: Massimo Cantini Parrini • Suono: Marc Thill • Effetti speciali: Fabio Traversari • Produttori: Agostino Saccà, Giuseppe Saccà • Coproduttori: Giovanni Cova, Gabriella de Gara, Paolo Del Brocco, Michela Pini, Tiziana Soudani • Produttore creativo: Alessandro De Rita • Line producer: Giorgio Gasparini • Produttore esecutivo: Salvatore Pecoraro • Effetti speciali: Ghost SFX • Interpreti principali: Elio Germano (Bruno Placido), Barbara Chichiarelli (Dalila Placido), Lino Musella (Professor Bernardini), Gabriel Montesi (Amelio Guerrini), Max Malatesta (Pietro Rosa), Tommaso Di Cola (Dennis Placido), Giulietta Rebeggiani (Alessia Placido), Justin Korovkin (Geremia Guerrini), Giulia Melillo (Viola Rosa), Laura Borgioli (Ada Tartaglia), Giulia Galiani, Barbara Ronchi, Ileana D’Ambra (Vilma Tommasi), Cristina Pellegrino, Aldo Ottobrino, Sara Bertelà, Massimiliano Tortora (voce narrante) • Produzione: Pepito Produzioni, Rai Cinema, Vision Distribution • Coproduzione: Amka Films Productions, RSI-Radiotelevisione Svizzera • In associazione con: QMI • Con il supporto di: Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (MiBACT) • Rapporto: 2.39:1 • Paese: Italia, Svizzera • Anno: 2020 • Durata: 98′
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La recensione è molto sentita, ma io credo che non si sia capita la trama del film:
I bambini non si sono suicidati. Hanno solo seguito il consiglio di un adulto e si sono messi nei guai.
Sono loro i protagonisti, ragazzini che vivono nell’ignoranza dei loro genitori, senza punti di riferimento, le uniche cose che rimangono da fare sono gli esperimenti pericolosi del loro insegnante pazzo.
E’ il titolo stesso che ce lo spiega: ‘Favolacce’, siamo di fronte ad una favoletta morale, come le favole dei fratelli Grimm;
La domanda tematica da porsi non è: “Cosa si prova a perdere un figlio che non si è mai saputo amare?”
ma “Cosa ti può capitare se cresci in un luogo senza sogni né speranze?”
Il suo pensiero è altrettanto sentito ma presuppone una totale mancanza di libero arbitrio da parte dei bambini. Sul titolo, sono i registi stessi a spiegarne la genesi: “l’emblematico titolo, spiegano i gemelli, nasce dalla sintesi di due parole apparentemente discordanti: «favole» e «parolacce»”. Per fortuna ci hanno risparmiato almeno gli intenti morali, che nemmeno a me interessano molto. Un film io cerco di non valutarlo attraverso sentenze e giudizi morali sui personaggi, che poi altro non sarebbero che proiezioni del tutto personali e quindi dannosamente soggettive. Dunque nel finale più una morale ci starebbe bene una bestemmia. Io continuo a pensare che il problema sia vivere senza amore, che tu sia genitore o figlio, maestro o allievo, dato e ricevuto.
Condivido la recensione dall’inizio alla fine!
Capisco che questo tipo di film possa risultare degno di nota se si è abituati al cinema italiano, ma consiglierei davvero a tutti gli entusiasti che lo vogliono portato agli Oscar di allargare un po’ i propri orizzonti cinematografici.
Tipica recensione al “l’intellettuale” italico: tanta “erudizione” – tanto arbitraria quanto auto-glorificante – e poca comprensione, lasciamo perdere un’analisi vera. Tanta aria fritta e basta.
Ma il peccato principale – sia della recensione stessa che dei commentatori – è che il pezzo e recensito non come un film ma come fosse un libro. Questo è una pura e semplice incompetenza.
La trama è importante. Ma il film non è la trama: altrimenti quasi tutti films di grandissimi Ridley and Tony Scott sarebbero da buttare….
Il film è la fotografia, gli attori, la regia, la musica, i costumi, l’ambientazione… Pochi “critici” li menzionano. Probabilmente perché, come ho detto, non abbiano delle competenze per farlo. A parte una leccata di rito alla celebrità di turno, prendono la via facile, come alle medie: leggi il librino e scrivi una relazioncina. Da bari, appunto, “intellettuali”.
Per l’inciso, trovo il film un capolavoro quasi assoluto, specie negli aspetti che piacciano meno al recensore, come per esempio il lavoro geniale fuori campo… vabbè faccio una citazione anche io: come ha detto un dottore Romano a un presuntuoso paziente che si faceva “la diagnosi”, “ma va, vattene a fa’ l’architetto!”
Recensione fin troppo generosa. Filmaccio da quattro soldi, interamente dovuto a compiacenti produttori di cui non conosceremo mai le reali motivazioni. Piacione e compiaciuto. Soprattutto: completamente “sgrammaticato”. Una delle peggiori cose che si siano mai viste nella storia del cinema, dai fratelli Lumière a oggi. Al rogo, al rogo!
Sgrammaticato nello “specifico filmico”. Atroce, inguardabile: al rogo!
Trovo sempre interessante chi usa la parola “intellettuale” a mo’ di offesa. Detto questo, credo lei abbia travisato parecchie delle cose che ho scritto. Si è preso poi la briga di fare la recensione alla mia recensione, per affermare che il film sia un capolavoro (quasi) assoluto e geniale, senza addurre alcuna motivazione. In conclusione, le confesso che ogni volta che mi avvio a scrivere di un film mi domando se sia utile o meno farlo; invece, dal tempo che ha speso lei a commentare il mio scritto, deduco che non si faccia questo tipo di domande e che dia poco valore al suo tempo libero.
Intellettuale? Ma fattemi un piacere! Essere un’intellettuale e’ una cosa più meravigliosa e più difficile al mondo. Appunto, la più difficile. Qui si tratta di ben altro: la parola “intellettuale” messa tra virgolette. Cioè, si tratta non di una cosa più meravigliosa e più difficile al mondo, ma di una cosa tra i più facili, più diffuse e più patetiche del mondo: pseudo-intellettualismo pretenzioso. Parlo della recensione – non del film. Trovo sintomatico anche il commento di colui che sia più d’accordo con essa: “al rogo!”. Un neo-troglodita che segua il suo neo-sciamano…