L’uomo che verrà > Giorgio Diritti

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Il presente articolo è stato pubblicato su Rapporto Confidenziale, numero29 (novembre 2010), pag.28-29

L’uomo che verrà
un film di Giorgio Diritti (Italia/2009)
articolo di Luciano Orlandini

La storia è spesso un’utile costruzione a posteriori non percepibile ‘in fieri’. In altri termini, se si vuole rendere il senso profondo della storia, la sua “poesia”, bisogna rilevarne l’apparente inconsistenza per la cultura studiata. La ricostruzione precisa di cultura e territorio (lavoro, letture, dialetto, topografia, relazioni, economia, ecc.), che lascio alla lungimiranza dello storico, pur da seguire nel cinema storico (immagino il lavoro di ricostruzione preciso e faticoso dietro la lavorazione del film) deve anche restituire il senso della vita quotidiana fatta di eventi impercettibili come il lavoro nei campi, le donne in cucina indaffarate a preparare un pranzo con i pochi alimenti offerti da una terra coltivata quasi di nascosto o perché razziati da truppe della SS e della Wehrmacht. Se poi la storia assume la prospettiva degli occhi di una bimba di otto anni, diventa ancora più impalpabile, leggera come un soffio di vento o dolce come una madre e una figlia accucciate nell’oscurità del loro letto mentre all’orizzonte bagliori di guerra illuminano il cielo. Al contrario la distanza dagli eventi, uno sguardo sul tempo trascorso, la somma di tante condizioni, sofferenze e soprattutto gli effetti sull’animo di una nazione, di intere nazioni, definiscono con nitidezza l’essenza dell’accaduto, la sua utile ed efficace ricostruzione. L’eccidio di Monte Sole non è soltanto un evento storico da ricordare, ma è anche un simbolo, una tragedia, e raccontarla come ha fatto Diritti significa ricordare non solo questa, ma anche tutte le altri stragi e nefandezze perpetrate contro i deboli di tutte le guerre di ogni epoca. Per quasi un’ora il film si sofferma a descrivere la grama giornata di lavoro dei contadini e le incredibili incongruenze che alimentano una sopravvivenza di frontiera in un periodo storico tra i più bui dell’umanità: la vita che deve andare avanti nonostante il pericolo costante delle pattuglie tedesche e la semplicità con cui donne e bambini condividono i rischi quasi senza rendersene conto («Vai, alle donne non fanno niente»). Ritengo che Diritti sia riuscito a restituire lo spirito di un’epoca con la puntuale “ricostruzione” di due situazioni emotive fondamentali: fiducia/speranza e paura/coraggio. La fiducia, che s’intreccia con la fede, risponde all’illusione che esistano regole rispettate da tutti e soprattutto dal Potere, la speranza risponde all’idea che prima o poi il tempo farà giustizia oppure appianerà ogni cosa. Ma il Potere non è un monolite inattaccabile e perfetto, non è sempre intermediario e mediatore degli interessi di ogni classe sociale e soprattutto, con una guerra in corso, può trasformarsi in forza bruta che scaturisce dal bisogno di ottenere obbedienza nel breve termine. L’obbedienza in effetti si ottiene anche e soprattutto (in tempo di guerra ma non solo) con l’applicazione di una sanzione che mette in moto la paura. La paura delle sanzioni e soprattutto delle ritorsioni è capace di bloccare e impedire qualsiasi volontà di azione e/o reazione La sopravvivenza dei governi democratici è garantita in buona parte anche dalla tendenza dei cittadini ad obbedire, i quali ovviamente condividono più o meno la necessità di rispettare le regole e le sanzioni comminate dal loro mancato rispetto. Il capitano delle SS, rispondendo al parroco («Tutti noi siamo quello che ci hanno insegnato ad essere. È questione di educazione»), definisce bene il presupposto tipico di una forma corrotta che si è arrogata il diritto di garantire un certo modo di vivere: l’educazione. Educazione ovviamente intesa non come rispetto dei diritti altrui ma come ordine, pulizia, regola assoluta della forza e della prepotenza, come logaritmo inattaccabile e pertanto garanzia di ogni azione, frutto di un insegnamento dogmatico. Educazione voluta da un Potere che è soprattutto Macht (potenza) nel senso definito da Weber, per cui il soggetto forte impone la propria volontà al soggetto debole (1). Quando la legittimazione del potere diventa Macht, allontanandosi dall’ Herrschaft (potere legittimo riconosciuto anche dal soggetto debole), cadono o possono cadere i presupposti che alimentano il consenso tra cui, appunto, la paura delle sanzioni. Lo sviluppo di queste condizioni risulta ben ricostruito nelle sequenze del film e la tragedia che incombe, quando arriva, non è altro che il risultato logico, prevedibile, di un miscuglio instabile. Per la “Storia” rastrellare e uccidere povera gente vessata è atto nefando e vergognoso, ma non per un Potere che segue regole economico-sociali spesso in contraddizione con l’etica. Ogni Potere tende a giustificare i propri eccessi e a riplasmarsi al fine di rimuoverli, assumendo nuove forme amorfe di “educazione”. La fiducia pertanto non salva dal pericolo, anzi porta irrimediabilmente verso la catastrofe. La guerra non ha regole di ingaggio, non si propone di seguire un’etica. Diritti è riuscito a inondare ogni sequenza con queste emozioni, nel mostrare uno spaccato della dura vita di povera gente che si esprime ancora in dialetto. Martina è l’unica a non parlarlo, sia perché i suoi pensieri (lasciati immaginare allo spettatore attraverso il suo sguardo e i suoi movimenti per le case e per la campagna) vengono rivelati come provvisoria voce off, che si trasforma nella voce in della maestra intenta a leggere a Lena il tema di Martina, ovviamente in italiano, sia perché è muta. La prospettiva pertanto non è completamente “dalla parte dei contadini”: nessuna voce fuori campo dialettale racconta a posteriori quel periodo storico, mentre lo sguardo della bimba valuta e giudica le azioni dei partigiani: il suo è uno sguardo sofferente che non vorrebbe vedere, non vorrebbe vivere quei momenti e subire quelle esperienze. Gli eventi più drammatici da lei vissuti (il partigiano ferito curato da Beniamina e da Lena, l’uccisione del tedesco da parte dei partigiani, l’uccisione della puerpera) sono mostrati da un’asettica distanza o disturbati da “ostacoli” vari (un muro di pietra, le dita delle mani di Martina che coprono gli occhi), in quanto lo sguardo della piccola non può sostenere tanta atrocità (ha già sofferto per la perdita di un precedente fratellino che l’ha portata al mutismo) e anche per il fatto che Diritti è riuscito a trasmettere gli elementi indessicali del dramma non all’interno del dramma stesso (revolver, mitra e bombe nel momento delle morti violente ad esempio) ma nell’animo della bambina trasformandoli in simboli. In altri termini l’indice, che rivela un presupposto, si rivela attraverso lo sguardo e il comportamento di Martina, ad esempio per mezzo di una sorta di fuga provvisoria. Anche quando rimane coinvolta nella tragedia della chiesa, e si ritrova in mezzo ai cadaveri di tanta povera gente fatta saltare in aria dalle granate, Martina può solo fuggire (come ha sempre fatto). Fugge dai ragazzini che la sfottono per la sua gonna troppo lunga (povertà), fugge dopo aver visto l’esecuzione del tedesco (la pistola puntata alla testa), fugge dopo aver visto cadere a terra sua madre (la fuga davanti a un tedesco armato), fugge da quel luogo di sofferenza (la chiesa con i morti) e fugge dalla casa di chi l’ha accolta perché piena di tedeschi . La corsa (soprattutto quelle bellissime soggettive che trasformano la corsa in un volo radente) è uno stilema preciso e traumatico del film, è l’urlo di Martina davanti a tanto orrore. L’indice è l’effetto di una tragedia imminente, è come se il fumo non fosse l’effetto di un fuoco accesso ma solo un fumo simbolico estrapolato dal contesto. La tragedia è già accaduta, lo sappiamo, ma è anche sempre in accadimento e deve ancora accadere. Là dove invece non è possibile scorgere lo sguardo di Martina (perché non presente) la distanza si attenua, si dissolve e il dramma irrompe nei primi piani degli sguardi delle vittime riprese poco prima di cadere a terra: così durante l’esecuzione nel cimitero e davanti al casolare. Martina non è presente e il dramma adesso è mostrato direttamente ai nostri occhi in tutta la sua tragicità. Lo sguardo a volte si rifiuta di vedere restringendo il campo (il PP di Beniamina a altre vittime che cadono), altre nel trovare espedienti per non mostrare la strage (il tedesco che si rifiuta di sparare su donne e bambini). L’attimo della morte, prima ancora dei suoi effetti (i corpi esanimi delle vittime) esplode nella luce che inonda l’inquadratura trasformandosi in una dissolvenza di pura luminosità, quella luce accecante che sottolinea l’orrore e che i nostri occhi non possono sopportare. È come vedere il sole che irrompe per un attimo tra i boschi oscuri e le case grigie di Monte Sole. È come vedere sorgere il sole dalle fosse comuni che non smettono mai di venire alla luce, ieri come oggi.

(1) cfr. Weber “Economia e Società” (1922) postumo, Donzelli, Roma 2003


L’uomo che verrà

regia, soggetto: Giorgio Diritti; sceneggiatura: Giorgio Diritti, Tania Pedroni, Giovanni Galavotti; fotografia: Roberto Cimatti; montaggio: Giorgio Diritti, Paolo Marzoni; musiche: Marco Biscarini, Daniele Furlati; scenografia: Giancarlo Basili; costumi: Lia Francesca Morandini; interpreti principali: Maya Sansa, Alba Rohrwacher, Claudio Casadio, Greta Zuccheri Montanari, Maria Grazia Naldi, Stefano “Vito” Bicocchi, Eleonora Mazzoni, Orfeo Orlando, Diego Pagotto, Bernardo Bolognesi, Stefano Croci, Zoello Gilli, Timo Jacobs, Germano Maccioni, Raffaele Zabban; produttore: Simone Bachini, Giorgio Diritti; casa di produzione: Aranciafilm, Rai Cinema; distribuzione: Mikado Film; lingua: emiliano, italiano, tedesco; paese: Italia; anno: 2009; durata: 117′

Giorgio Diritti presenta
L’uomo che verrà
intervengono: Simone Bachini, Tania Pedrini, Marco Biscardini, Emanuela Martini
Milano, 21 gennaio 2010

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