Meek’s Cutoff > Kelly Reichardt

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Il presente articolo è stato pubblicato su Rapporto Confidenziale, numero29 (novembre 2010), pagg.42-43
all’interno dello speciale Mr.Arkadin goes to Venezia 67


Meek’s Cutoff
Kelly Reichardt | USA | 2010 | 35mm | colore | 104

1845, alba dell’Oregon Trail, ovvero una delle fondamentali strade di migrazione degli Stati Uniti che dal Missouri portava all’Oregon Country, una strada di migrazione lunga metà continente ancora non cartografata né esplorata. Tre famiglie assoldano un ambiguo personaggio, Stephen Meek, per essere condotti alla loro terra promessa attraverso desolati deserti. Il viaggio non ha mai fine ed i componenti della carovana progressivamente perdono fiducia nella loro guida. Un giorno si imbatteranno in un nativo, lo cattureranno e si domanderanno se non sarà forse proprio lui, così diverso da loro, a condurli oltre questo eterno vagare nel nulla. A questo punto il gruppo, che si è diviso su posizioni inconciliabili, si troverà spaccato a dover compiere una scelta definitiva.

Kelly Reichardt è fra le registe più interessanti che gli Stati Uniti abbiano prodotto negli ultimi quindici anni. Rigorosa ed asciutta, attenta all’uomo inserito in un paesaggio naturale e dotata di uno sguardo attento alle mutazioni degli esseri umani in condizioni estreme.
Sceneggiato da Jonathan Raymond, che con Kelly Reichardt aveva già collaborato altre due volte, nel 2008 con “Wendy and Lucy” e nel 2006 con “Old Joy”, “Meek’s Cutoff” è un western straordinariamente moderno, pur nella temporalità storicamente definita, grazie all’assoluta atemporalità della messa in scena ma soprattutto per le scelte registiche, tutte assai neutre e volte a restituire silenzi ed attese di un viaggio senza vie di uscita entro gli sterminati ed abbacinanti paesaggi dell’Oregon (il film è girato nella remote località di Burns e Hines), ottimamente catturati dall’esordiente direttore della fotografia Harry Savides.
L’intera prima parte del film si compone di piani sequenza che descrivono il viaggio di queste tre disperate famiglie guidate dalla fede nella Bibbia e dalla mal riposta fiducia in un cowboy mercenario assai poco rassicurante e dai modi piuttosto inquietanti: piani sequenza che con il passare dei minuti producono una sensazione claustrofobica entro paesaggi sterminati. Con la comparsa dello straniero il film acquista una nuova fisionomia delineandosi quale riflessione sul ‘diverso’ da sé, indagando le motivazioni della necessità della fiducia nell’essere umano che non si conosce e comprende – questa posizione si concretizza in Michelle Williams che con la forza di un’interpretazione maiuscola impersona il dubbio in un contesto fatto di spietate certezze.
Decisamente interessante la scelta del formato di proiezione, 1:33, un 4/3 che si pone in totale controtendenza, non solo e non soltanto con gli standard attuali, ma pure con la storia del cinema western tout court che ha sempre cercato l’adesione dell’immagine alla vastità orizzontale dei paesaggi della frontiera.
Una pellicola che da spettatore mi ha ricordato, sgombrando il campo da riferimenti classicheggianti e fordiani, il “Dead Man” di Jim Jarmusch per il vagare senza meta dei suoi protagonisti e per la vicinanza dei protagonisti con il “diverso”. È un film, quello di Kelly Reichardt, che rappresenta in un certo qual modo la prosecuzione di un’indagine (avviata già da tempo e da molti cineasti americani, e non) nella/della storia dimenticata degli Stati Uniti e che ci ricorda di come quell’epoca remota possa ancora parlare al nostro tempo, ammonendoci di come il razzismo e la xenofobia siano ferocemente annidati nel DNA stesso della civiltà occidentale. Il tutto senza arrivare ad alcuna conclusione, senza scorciatoie narrative (Cutoff), con un finale aperto che lascia i personaggi alle prese con i propri dilemmi e lo spettatore con la certezza di avere assistito ad un film eccellente.

(Alessio Galbiati)

Meek’s Cutoff
regia: Kelly Reichardt; sceneggiatura: Jonathan Raymond; fotografia: Harry Savides; montaggio: Chris Blauvelt; scenografia: David Doernberg; costumi: Victoria Farrell; musiche: Jeff Grace; casting: Laura Rosenthal; produttori: Elizabeth Cuthrell, Neil Kopp, Anish Savjani; produttori esecutivi: Todd Haynes, Phil Morrison, Andrew Pope, Laura Rosenthal, Mike S. Ryan, Rajen Savjani, Steven Tuttleman; interpreti principali: Michelle Williams (Emily Tetherow), Paul Dano (Thomas Gately), Bruce Greenwood (Stephen Meek), Shirley Hendersen (Glory White), Neal Huff (William White), Zoe Kazan (Millie Gately), Will Patton (Soloman Tetherow), Rod Rondeaux (nativo americano), Tommy Nelson (Jimmy White); case di produzione: Evenstar Films, Film Science, Harmony Productions, Primitive Nerd; lingua: inglese; paese: USA; anno: 2010; durata: 104’

Kelly Reichardt (Miami, 1964) è una sceneggiatrice e regista statunitense fra le più apprezzate dell’ultimo decennio di cinema indipendente americano. Formatasi al Massachusetts College of Art, periodo durante il quale ha realizzato i suoi primi cortometraggi in Super8, si è successivamente trasferita a New York incrociando il percorso artistico di Todd Hayens, con il quale ha più volte collaborato. Ha esordito dietro la macchina da presa nel 1994 con “River of Grass” ottenendo una nomination al Sundance. Il suo secondo film “Old Joy”, del 2006, ha vinto il premio della giuria al Sarasota Film Festival, il Tiger Award a Rotterdam ed il prestigioso premio della Los Angeles Film Critics, nella categoria Independent/Experimental Film and Video Award. Anche con il film del 2008, “Wendy and Lucy” ha fatto incetta di premi e nomination prestigiose. “Meek’s Cutoff” è il suo ultimo film. Ha diretto tre cortometraggi: “Ode” (1999), “Then a Year” (2001) e “Travis” (2004). Attualmente è Visiting Assistant Professor of Film and Electronic Arts al Bard College di Annandale on Hudson, NY.

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