É na terra não é na lua (It’s the Earth not the Moon) > Gonçalo Tocha

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articolo pubblicato in Rapporto Confidenziale numero35 – Speciale Locarno 64. Pagg. 48-55

Portogallo – 2011 – DV – portoghese – colore – 180’
64. Festival internazionale del film di Locarno | Concorso Cineasti del presente | Prima mondiale

di Roberto Rippa

Un filmmaker e il suo fonico di fiducia giungono sull’isola di Corvo, la più piccola isola dell’arcipelago delle Azzorre, nel 2007.
Situata nel mezzo dell’Oceano Atlantico, Corvo è un blocco di roccia di 6 chilometri per 9 su cui convivono il cratere di un vulcano e una popolazione di 440 abitanti.
Gradualmente, la coppia viene accettata dagli isolani alla stregua di nuovi abitanti, due persone che vanno ad aggiungersi a una civiltà vecchia 500 anni la cui storia è difficilmente ricostruibile a causa dell’assenza pressoché totale di registri o memorie scritte.
Prodotto in maniera indipendente e girato nell’arco di quattro anni, tra arrivi, partenze e ritorni, “É na terra não é na lua” si sviluppa come un diario di viaggio e risulta come una composizione di esperienze e scoperte che segue la vita contemporanea di una civiltà isolata nel mezzo dell’Oceano.

Per la sua opera prima “Balaou” del 2007, Gonçalo Tocha aveva affrontato un viaggio in chiave di omaggio alla madre scomparsa pochi mesi prima. Un viaggio che da interiore si trasformava in concreta avventura e da esperienza profondamente personale in universale.
Anche in quella occasione, destinazione era stata un’isola, nella fattispecie quella di São Miguel, luogo di origine della madre. Un luogo da cui sarebbe ripartito con nuove consapevolezze sulla vita e sulla sua caducità.
In “É na terra não é na lua” il moto di avvio è diverso. Tocha è affascinato dalle isole, che definisce come “barche ferme nell’Oceano”, e quella di Corvo di fascino ne ha molto. Prima di tutto perché è la più piccola e la meno conosciuta tra quelle componenti l’arcipelago delle Azzorre e poi perché vi risiede una civiltà vecchia di 500 anni di cui – complice anche l’incendio dell’unico archivio – non esistono grandi testimonianze se non, soprattutto, quelle impresse nella memoria delle persone. Da qui l’ambizione di costruire un archivio storico visivo a sopperire l’assenza di uno scritto.
Il film si apre sulle immagini di una donna che prende le misure per confezionare per il regista il tipico berretto in lana usato in passato dagli abitanti del luogo. È un piccolo momento, giusto una pennellata di colore, che però chiarisce sin da subito l’intento. Quella donna di cappelli non ne confeziona più da tempo, l’isola non è turistica e di passaggio ce n’è poco, giusto quello creato dagli scarsi visitatori che vi si fermano per tre ore, il tempo per la nave che li ha portati lì di ripartire verso altre destinazioni.
L’occhio di Gonçalo Tocha è sempre curioso. Si posa su ogni dettaglio, anche quello apparentemente più insignificante, che poi nell’economia del racconto insignificante non è mai. Accompagnato dal fido fonico Dídio Pestana, con cui condivide anche un duo musicale, riprende i luoghi, la gente, le usanze, le attività quotidiane, gli animali, la traboccante natura, le feste. Lo fa con un approccio che è sì antropologico in senso culturale, ma soprattutto libero (come afferma lui stesso, non è obbligato a fare film e quindi, se decide di girarne uno, lo fa come gli pare), candido e privo di preconcetto e sempre capace di cogliere e restituire la poesia senza mai fare a meno di una sottile ironia.
La lunga permanenza sull’isola, svoltasi in tre differenti momenti della durata di diverse settimane, fa sì che la sua videocamera finisca con il risultare quasi invisibile agli occhi degli abitanti, come doveva esserla sembrata quella di Albert Maysles quando riprendeva Edith e Little Edie Beale in “Grey Gardens” quasi quarant’anni fa.
È uno dei tanti aspetti che contribuiscono a rendere fortunatamente poco catalogabile il cinema di Tocha che è sì documentario nel senso che documenta, ma lo è in un senso molto personale, che utilizza la realtà e la libertà nel filmarla per comporre un poema che ha sempre un sapore epico, tanto quanto nella sua opera precedente.
“É na terra não é na lua”, film estremamente personale ma sempre unanimanente condivisibile, è un’opera su un luogo che a tratti riesce a trascendere dal luogo stesso per trasformarsi in riflessione sul tema della comunità. È un film profondo e commovente, spesso molto divertente e sempre complesso e coinvolgente, capace di regalare un’occasione di meraviglia, riflessione e conoscenza, e che lascia la sensazione di vicinanza al luogo e alle persone che lo abitano.

Il film si compone di quattordici capitoli e dura tre ore.
Ne durasse tre di più, a raddoppiare sarebbe solo il piacere.

“É na terra não é na lua” ha ottenuto a Locarno la menzione speciale della giuria della sezione Cineasti del presente e ha vinto la competizione internazionale al 9. DocLisboa – Festival Internacional de Cinema.

Roberto Rippa

É na terra não é na lua (It’s the Earth not the Moon)
Regia, fotografia, voce, produzione: Gonçalo Tocha • Montaggio: Gonçalo Tocha, Rui Ribeiro, Catherine Villeret • Suono, musiche, voce: Didio Pestana • Post-produzione video: Sérgio Aragão • Colore: Ignacio Ribera • Mix suono: André Neto • Supporto alla post-produzione: Tobis Portuguesa, barca13 • Supporto alla lavorazione: Nucivo-FLUL, Associação Festa Redonda • Lingua: portoghese • Paese: Portogallo • Anno: 2007-2011 • Durata: 180’
www.naterranaonalua.com

Il retroscena

Si sta avvicinando la fine del festival, stiamo lasciandoci alle spalle lo spazio delle sale in cui si proiettano i film delle sezioni “Cineasti del presente” e “Giornate degli autori” alla volta della Piazza Grande per la proiezione serale. Lungo la strada, sulla passerella che tra un paio di giorni sparirà per rivelare nuovamente lo sterrato che in questo momento ricopre in parte, sono sedute due persone impegnate in un’attività non immediatamente comprensibile. Passando loro accanto è evidente che stanno piegando e sigillando con la ceralacca dei foglietti, quelli che si riveleranno essere il testo di accompagnamento alla visione del film: alcune informazioni da cartella stampa e una mappa dell’isola di Corvo. Un’immagine da autentico cinema indipendente.
Irresistibile.
Inevitabile, il giorno dopo, andare a vedere il film, ultima opera in concorso nella sezione Cineasti del presente. La sala non è gremita, un film di tre ore al nono giorno di festival può avere spaventato diversi
potenziali spettatori. La proiezione si svolge in una sala che si vuota progressivamente. Non per lo scarso gradimento – come si potrà evincere più tardi, ascoltando i commenti positivi di alcuni tra i presenti – bensì per la sua durata, che rischia di sovrapporre la proiezione con quella serale in Piazza (per la cronaca: l’attesissimo “Saya Zamurai” di Matsumoto). Alla fine del film, salta anche l’incontro con il pubblico, che viene invitato a chiacchierare personalmente con il regista presente in sala.
Io a metà film sono già uscito per telefonare all’addetta stampa per chiedere un’intervista da realizzare immediatamente a fine proiezione. Il regista è nervoso, pensa che la gente che ha abbandonato la sala nel corso del film lo abbia fatto perché non lo stava apprezzando. Poco efficace spiegare in quel momento che in un festival si verificano eventi che possono essere dettati da una miriade di fattori ben distinti dal gradimento.
Tre giorni dopo, il film riceverà la menzione speciale da parte della giuria, riconoscimento all’opera sicuramente più meritevole di premio secondo chi scrive.
Una regolare corrispondenza con il regista ci permette di avere l’autorizzazione ad offrire ai visitatori del sito di RC il suo primo lungometraggio “Balaou” in versione integrale, di sapere in anteprima che il film sarà presentato a Lisbona, alla Viennale e a Toronto e che, soprattutto, ci sarà una proiezione speciale il 24 settembre dedicata agli abitanti di Corvo, proprio sull’isola.
Tocha, che dimostra di essere eclettico ed estremamente spiritoso anche nelle sue attività collaterali (ha un doppia identità come cantante confidenziale – “O cantor romantico abandonado” come si definisce lui stesso – e musicista in unione con l’autore delle sue colonne sonore nonché fonico dei suoi film Dídio Pestana. È stato anche fondatore di un importante cineclub di Lisbona), non si rivela poliedrico solo nella diversificazione delle sue attività, ma anche molto libero nel suo fare cinema. Libero a livello di scelta dei temi e del linguaggio per affrontarli.
In due soli lungometraggi, ha già trovato uno stile personale e originale fatto certamente di un approccio curioso e privo di preconcetti, ma anche della consapevolezza di una libertà espressiva derivante dal suo sentire di non essere obbligato a fare cinema.
Questa sua seconda opera, scoperta tra le molte presenti a Locarno, è stata senza ombra di dubbio una tra le più interessanti tra quelle viste negli ultimi tempi e non solo nel corso del festival. Un’autentica mosca bianca in un cinema sempre più derivativo e basato su codici risaputi e sicuri.

L’isola di Corvo

Non è facile giungere sull’isola di Corvo. E’ uno dei punti più isolati d’Europa e uno tra i più inaccessibili, collocato com’è nell’estremità Ovest delle Azzorre, in Portogallo, nel mezzo dell’Oceano Atlantico. Sin dall’inizio della sua colonizzazione da parte dell’uomo e fino alla fine del XX secolo, l’isola ha vissuto in modo totalmente autosufficiente. Una comunità agricola chiusa e influenzata da rituali e codici ancestrali, ma aperta sul mare.
Molti i racconti storici sulle loro relazioni economiche e sociali con i naviganti e i pirati che hanno navigato intorno alle loro coste. Lo stato del Portogallo era distante, il mondo per Corvo era il commercio marittimo al cui centro si trovava. Sono stato a Corvo nel 2007, nel pieno corso di una strategia di investimento dell’Unione Europea per le aree periferiche. Forse non c’è più spazio per un film che aspira a ritrarre una comunità dagli specifici rituali e costumi, preservati dall’usura del tempo. La fascinazione per Corvo risiede nel poter mostrare un curioso ritratto, magari anche attraverso l’eccesso, di un modo di vivere occidentale immerso in un sorprendente panorama naturale.
(Gonçalo Tocha)

Per saperne di più sull’isola di Corvo: www.cm-corvo.pt

Foto: Giulio Tonincelli

Gonçalo Tocha. Fondatore di NuCiVo (Núcleo de Cinema e Video da Associação de Estudantes da Faculdade de Letras da Universidade de Lisboa – Cine-Club of the Humanities in Lisbon), è stato responsabile tra il 1999 e il 2006 di una grande parte dell’attività: dalla programmazione all’organizzazione di workshop su produzione e realizzazione di video, soprattutto nel campo del reportage (animazione e documentari).
È stato anche organizzatore del workshop sul video documentario “Oficina do Olhar” (2004/2006), membro del cineclub ABC di Lisbona, co-regista di videoclip per la band di Fado Deolinda e membro del progetto “Dostoprimetchajlnosti” nell’ambito del quale ha realizzato il suo primo video “The Politics of Destruction” (Berlino, 2002). Nel 2006 è stato invitato dal festival Mediawave (Gyor, Ungheria) a realizzare il suo secondo video “Bye, Bye My Blackbird”. “Balaou” (Doc, 2007, 77’), omaggio a sua madre scomparsa pochi mesi prima, ha rappresentato il suo debutto nel lungometraggio. Il film ha vinto due premi al festival Indie Lisboa ’07 e ha circolato in molti festival nel mondo (Vancouver Film Festival, Viennale, BAFICI – Buenos Aires, New Zealand). Nel 2008 ha realizzato anche un cortometraggio sul deserto della Mauritania, “The Yellow Fever”, girato in 35mm.
Ha un’attività anche come musicista e DJ. Ha formato numerose band, tra cui il duo Tocha Pestana con il fonico Dídio Pestana. Sotto pseudonimo, ha da tempo un progetto solista come cantante romantico e ha composto musiche per cinema e teatro.

Dídio Pestana. Dal 1996, ha studiato musica jazz e classica e ha frequentato numerosi workshop e master (tra cui quelli con Marek Cholonewsky, Annette Vande Gome, Aaron Goldberg Trio) sia in chitarra che composizione. Ha studiato pianoforte con Mercêdes Veiga presso la scuola di jazz Hot Club de Portugal. Sempre dal 1996, ha fondato numerose band rock, folk e sperimentali come Lupanar, Desdobrável, Tocha Pestana. A partire dal 2000, lavora come compositore per pièce teatrali, installazioni artistiche e video. Nel 2004, ha lavorato con l’artista Jana Matejkova per due installazioni artistiche come musicista e sound designer. L’anno successivo, ha composto con Gonçalo Tocha la colonna sonora per “Da Pele à Pedra” (Doc/2005) di Pedro Sena Nunes. È stato compositore, tecnico del suono e sound designer per il film “Bye, Bye My Blackbird” (2006) e per “Balaou” (Doc, 2007), entrambi di Gonçalo Tocha. Fondatore del progetto Gneisenau64, per cui ha lavorato come compositore, sound designer, tecnico del suono e regista, nel corso del biennio 2008-2009. ha lavorato come tecnico del suono e mixer per “Aldeia da Ponte” (regia di Mário Gomes, Doc, 2009), come tecnico del suono per “Das Kalte Abi” (2009) di Marc Burgstaller.
Attualmente sta lavorando con l’artista Reynold Reynolds.

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Guarda l’intervista al regista Gonçalo Tocha su RC

Foto: Festival del film Locarno / Pedrazzini

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