The Loneliest Planet > Julia Loktev

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Il presente articolo è stato pubblicato in Rapporto Confidenziale numero 35, speciale Locarno 64 – p.116-117

The Loneliest Planet
Julia Loktev
USA/Germania – 2011 – 35mm – inglese – colore – 113’
Prima mondiale a Locarno 64 (Concorso internazionale)

di Alessio Galbiati

Nica e Alex sono due giovani fidanzati americani giunti in Georgia per un viaggio prematrimoniale fra le montagne del Caucaso, terra d’origine di Nica. A fare loro da guida per i sentieri ed il territorio incontaminato è Dato, un uomo del posto schivo e solitario, silenzioso ma capace. La piccola spedizione si muove a piedi in mezzo ad un territorio sconfinato, i tre chiacchierano fra loro, ammazzano il tempo e riempiono gli interminabili silenzi di una terra vasta che pare infinita. Nica e Alex giocano e scherzano fra loro, si amano e si divertono, sembrano affiatati fino a che qualcosa non cambierà la situazione, facendo vacillare tutte le certezze della coppia.

Tutto sfugge in “The Loneliest Planet”, quel che appare in fondo non è: le immagini da documentario National Geographic, impeccabili ed ammalianti, ci conducono in una vacanza prematrimoniale di due giovani americani. Per quasi tutta la prima parte lo spettatore è in attesa di un evento traumatico, un salto sulla sedia che non arriva mai e, quando arriva, nemmeno te ne accorgi. Solo nei minuti a seguire si comprende che la storia è di colpo mutata in un dramma di coppia, una riflessione attorno al tema della fiducia, forse sul significato profondo del matrimonio, una meditazione per immagini in movimento sul rapporto uomo-donna.

La fotografia si compone di tinte forti, i rossi capelli di Nica, interpretata da una bella e vitale Hani Furstenberg, si stagliano come una macchia di colore nelle infinite tonalità di verde dei monti del Caucaso, landa lussureggiante ed infinita, che inghiotte le microscopiche figure dei tre. Il film contiene una serie di campi lunghi in cui la piccola spedizione fatica appena ad essere vista dallo spettatore, tanto il territorio nel quale sono immersi è vasto e avvolgente, e proprio la vermiglia acconciatura di Nica indica la loro presenza. Quasi a segnalare visivamente la centralità della donna nella storia raccontata da Julia Loktev che, già nella bellissima sequenza di apertura, pone al centro dell’inquadratura il corpo nudo e candido della Furstenberg, nell’atto di lavarsi con un secchio di acqua calda.

L’evento traumatico fa crollare la fiducia fra i due, Nica comprenderà che l’uomo che ama non è la persona che immaginava, perché di fronte ad un imprevisto ha tradito il legame che pensava li legasse in maniera profonda. Da quel momento il viaggio muterà radicalmente, i due non riusciranno più a comunicare, lei risentita, lui agghiacciato dal suo stesso comportamento. A questo punto del viaggio emergerà la figura della guida georgiana, uomo antico nei principi e nei valori, con alle spalle un abbandono cocente e dentro una solitudine infinita, che – senza troppi fronzoli o imbarazzi – inizierà a corteggiare la donna alla ricerca di una prossimità emotiva e sessuale, insinuandosi nei dubbi e nella confusione che si sono impossessati di lei.

Gael García Bernal dal momento del trauma è come se scomparisse dal film, inghiottito dalla debolezza del suo personaggio, annichilito dalla sua inettitudine, sovrastato dalla mascolinità della guida, così esatta nello spazio e nel tempo in cui si trovano. A voler essere maligni l’interpretazione di Bernal nell’intera pellicola pare simile a quella di un cartonato, il suo mutismo, la sua costante espressione basita, lo rendono monodimensionale, schiacciato sullo schermo come una figurina posticcia, egli pare ad una distanza siderale dal resto del racconto, già lontano dalla sua Nica.

Dunque un film che parla di una donna, dei suoi dubbi nei confronti dell’uomo che ama e con il quale intende sposarsi, ma pure un film su due giovani occidentali, privi di alcuna preoccupazione economica, benestanti e felici, in vacanza spensierata in qualche angolo sperduto del mondo, che si troveranno a fare i conti con un fucile spianato di fronte ai propri occhi. L’evento traumatico che cambierà il corso della vicenda narrata è anche un confronto fra civiltà, che metterà a nudo la distanza che separa due culture inconciliabili, ma soprattutto l’incapacità della coppia americana di comprendere che un altro sistema di valori possa entrare in collisione col proprio. Questa seconda linea di senso, ulteriore rispetto al rapporto uomo-donna, è assai prossima al precedente lungometraggio diretto da Julia Loktev. “Day Night Day Night” era infatti la storia di una donna che, con uno zaino in spalla carico di esplosivo, si appresta a compiere un attentato terroristico a Times Square. Entrambi i film sono accomunati dalla messa in scena di concezioni della vita umana assai differenti dal modo occidentale di intenderla, due riflessioni assai distanti fra loro ma che pongono al centro della storia uno degli aspetti più dibattuti in questi anni dai media e dalla politica americani (ma non solo): il valore stesso della vita. Se in “Day Night Day Night” è la stessa protagonista a farlo, in “The Loneliest Planet” sarà un incontro fortuito a porre la questione. Da questa scintilla Nica e Alex comprenderanno che qualcosa non va, non solo e non tanto nel rapporto fra loro ma, forse, nel loro stesso modo di concepire sé stessi ed il mondo che li circonda. Loktev pare suggerirci che lo stupido uomo bianco, che gira il mondo con lo zaino in spalla, lo stesso che periodicamente compare sugli articoli di cronaca nera dei media internazionali, non ha capito niente delle differenti concezioni della vita umana che coabitano sul pianeta. “The Loneliest Planet” afferma che la vita umana non è un valore universalmente condiviso allo stesso modo su questo pianeta, in questo tempo.

Il film gira a vuoto sgretolandosi su se stesso, gli spazi infiniti delle montagne del Caucaso lasciano il campo ad un’esperienza disorientante e spiazzante in cui davanti alla macchina da presa non c’è quello che vediamo. Per tutto il corso della proiezione si susseguono pensieri, e l’intero dispositivo filmico pare uno specchietto per le allodole costruito al fine di produrre domande, più che risposte. Non è un caso che la parte conclusiva del film si svolga di notte, entro un nero che inghiotte ogni cosa e che contrasta con la nitidezza del resto della pellicola.

La ‘solitudine’ del titolo non è quindi legata unicamente al dato paesaggistico, ma condizione esistenziale di tutti e tre i protagonisti.

AG

 


The Loneliest Planet

Regia, sceneggiatura: Julia Loktev • Soggetto: da un racconto breve di Tom Bissell “God Lives in St. Petersburg” • Fotografia: Inti Briones • Montaggio: Michael Taylor, Julia Loktev • Operatore: Daniel Leibold, Inti Briones • Musiche: Richard Skelton • Suono: Martín Hernandez • Production Designer: Rabiah Troncelliti • Line producer: Jana Sardlishvili • Produttori: Jay Van Hoy, Lars Knudsen, Helge Albers, Marie Therese Guirgis • Produttori esecutivi: Dallas M. Brennan, Rabinder Sira, Chris Gilligan, Shelby Alan Brown, Gregory Hockro, Hunter Gray • Interpreti: Hani Furstenberg, Gael García Bernal, Bidzina Gujabidze • Case di produzione: Parts and Labor, Flying Moon Filmproduktion, Wild Invention • Coproduzione: Zdf Das Kleine Fernsehspiel, Arte • Lingua: inglese, georgiano • Paese: USA, Germania • Anno: 2011 • Durata: 113’

Julia Loktev (Russia, 1969) vive negli Stati Uniti dall’età di nove anni. Ha studiato cinema presso New York University. Nel 1998 ha scritto, diretto e montato il suo primo documentario, “Moment of Impact”, presentato a Locarno e vincitore, tra gli altri, del Premio per la migliore regia al Sundance, il Gran premio al Cinéma du réel di Parigi e il Premio per il migliore documentario a Karlovy Vary. “Day Night Day Night” (2006), il suo esordio nel lungometraggio le è valso il Prix Regards Jeunes alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes. Julia Loktev è anche video artista: le sue installazioni sono state esposte in musei d’arte di tutto il mondo, tra cui il Tate Modern. Nel 2009 ottiene il prestigioso Guggenheim Fellowship. “The Loneliest Planet” è il suo secondo lungometraggio di finzione.

 


 

Hani Furstenberg e Julia Loktev a Locarno 64 / © Giulio Tonincelli  – www.giuliotonincelli.com

 


Hani Furstenberg a Locarno 64 / © Giulio Tonincelli  – www.giuliotonincelli.com

 

Il presente articolo è stato pubblicato in Rapporto Confidenziale numero 35, speciale Locarno 64 – p.116-117

 

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