Taxidermia > György Pálfi

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Elementare Watson

La frase è alquanto sbarazzina e semplicistica anche se detta dal noto detective. Ma poteva esser detta all’altro Watson? Ebbene si, il geniaccio pioniere di strutture elicoidali, a chiocciola come le scalinate delle chiese? Non era poi così semplice, almeno non da tutti: non come sedersi sulla tazza del water e intanto che si rilascia parte di sé svelare una parola crociata bartezzaghesca, non come fare un ovino al tegamino, non come dire ti amo irresponsabilmente, non come fare una famiglia per poi disfarla, insomma proprio non era facile! Arrivare a cotanta magia geometrica, arzigogolo architettobiologico, ghirigoro fosfatoproteico, bisognava di sicuro avere una testa sulle spalle ben fornita di nozioni, di neuroni equipaggiatissimi come giovani marmotte nella imbecille libera uscita domenicale nel bosco! Elementare Watson poteva dirlo soltanto una persona, il compagno di ventura verso la meta di Stoccolma, Crick. La nostra magica coppia aveva il piglio irriverente di un gruppo punk, l’iconoclastia di chi non riconosce gerarchie e autorità. Uno ornitologo, l’altro fisico che costruiva radar antimine. Il caso volle portare queste due brillanti testoline verso il DNA, che all’epoca era argomento di diversi esperimenti e chimera per molti crucci scientifici. Si stabiliva come si trasmettono le informazioni genetiche fra due esseri viventi, mica roba da poco, diamine! A questo punto ci si dovrebbe chiedere come fecero i due a scoprire e architettare nientemeno che la struttura dell’acido desossiribonucleico…e qui si aprono voragini oscure! Come si è detto Watson e Crick non erano gli unici a cogitare sull’argomento, c’era pure il gruppo di Wilkins, dove da poco era arrivata a dar man forte una ragazza tenace, scontrosa, altezzosa, arrogante, praticamente un genio di nome Rosalind Franklin. Ma a volte avere una tale mente tra i piedi può essere imbarazzante, anche fastidioso, soprattutto se si ripropone l’antitesi uomo-donna vecchia come il mondo. Wilkins non poteva proprio mandar giù l’idea di avere una testolina così brillante fra i piedi, pensare poi che cotanta caveza fosse di una donna gli procurava dolorosissimi grappoli emorroidali!Brutta bestia l’invidia, dicevano i nonnini miei e in effetti è proprio così. Ogni lavoro di equipe era negato, ogni confronto, ogni scambio….roso dall’astio Wilkins le avrebbe voluto mettere non un bastone fra le ruote ma un palo della cuccagna tutto intero! Così quando i due pischelli che tutti un po’ schernivano arrivarono al laboratorio di Wilkins, quest’ultimo senza nulla chiedere alla Franklin mostrò delle fotografie ai raggi x scattate proprio dalla sua collaboratrice…ora, ciò ce si vedeva era uno schizzo in stile Capogrossi, un simbolo d’arte concettuale, un ideogramma che racchiudeva la vita…un’elica a doppio filamento meglio noto come DNA. Approfittando del dissidio fra Wilkins e Franklin i nostri presero, diciamo a prestito, i vari elementi, i dati sperimentali, i risultati dei vari esperimenti (loro non ne fecero neanche uno!) e iniziarono il bricolage. Ora, non so se voi siete amanti del fai da te, io personalmente lo odio e gli oppongo il ‘fallo te’, puntando il dito sullo sfortunato che vi è vicino; insomma, con spirito che neanche un Mucciaccia sotto anfetamine i nostri iniziarono la costruzione con fil di ferro e pezzi di cartone fino al fatidico ‘fatto?fatto!!!’. Beh, come poterli chiamare se non arrunzoni, arrabattoni, pseudocialtroni? Non esageriamo, forse semplicemente molto poco corretti! Ma se il dna stesso nasce sotto un’aura dedita al politically uncorrect è forse normale che ci siano mappe genetiche inclinate al disastro?

Watson e Crick ci avevano pensato? All’irresponsabilità del DNA stesso nel decidere di non autodistruggersi ad uopo? No, la natura è bizzarra e le sue rappresentazioni lo sono ancora di più. Che succede quando un uomo con la mappa genetica, diciamo per esser benevoli debosciata, riesce lo stesso a perpetrare il proprio diritto di procreazione? Beh, succede che sul mondo cade un altro piccolo strato di nero, come lo zuccero a velo sulla torta paradiso della Gianna, la fornaia di fiducia che sporgendosi dal bancone offre mercanzia per miriadi di baguettes. Il nero avanza insomma!

E in quest’ottica non vi è film più nero di Taxidermia. Si parte con il nonno, soldato nella seconda guerra mondiale ma soprattutto gran visir della deboscia e della depravazione, sognante coiti a raffica con ragazzine o vecchie ciccione, poco importa…perchè soprattutto è importante fomentare la voglia malaticcia che è in lui, nella propria mappa genomica per l’appunto. Con un montaggio mozzafiato Gyorgy Palfi ci fa conoscere la mente deviata del soldato Morosgovanyi, attraverso un uso sapiente della macchina che a volte arriva al virtuosismo, come nella scena della vasca da bagno, che diventa mano a mano culla, tavola autoptica per il maiale scannato e tanto altro o come nella scena delle azioni che compie il militare ogni giorno, illuminante su quanto sia idiota la vita militare. Lo stomaco viene più e più volte solleticato, ma la visione non è mai gratuita e sempre divertita, sublimamente grottesca. Il nostro soldato riesce finalmente ad avere un rapporto da cui nasce il figlioletto. Questo prosegue caparbiamente la devianza della stirpe divenendo un orrendo ciccione campione di abbuffata. Questa seconda fase del film è una summa di tutto il vomito caduto nella cinematografia mondiale…mi ha tanto fatto venire in mente i ritorni a casa a gattoni alla ricerca di un water o di un lavandino o un vaso o perchè no?un sacchetto della Coop, quelli biodegradabili. Anche in questa fase del film si arrivano a toccare immagini di rara bellezza, le sole capaci di farci sopportare una visione globale per stomaci forti! Il dna della stirpe ha una vera e propria virata verso il degrado con l’ultimo discendente, con cui si chiude il film. Egli è un ragazzo secco, emaciato, con lo sguardo spiritato, tipo un Pierre Clementi dopo due martellate in testa e qualche litro di vodka avariata. Ha un negozio di animali tassidermizzati, e cioè per dirla come il compare Gino, quello che va a caccia e tiene le beccacce in salotto, impagliati!. La precisione chirurgica con cui modella gli animali è già sintomo di devianza; oltre al negozio l’impagliatore deve anche badare al padre, l’ex campione di abbuffata ormai ridotto a sorta di Jabba the hut orribile obbligato all’immobilità sulla poltrona del salotto. Il nostro viene maltrattato dal padre, nonostante le cure che gli riserva, e sente sempre di più il peso della vita impostagli, in definitiva, dal proprio corredino genetico. Con impeto salvifico alcune volte si tenta di risalire dall’abisso oscuro per vedere un poco di luce; in un vero e proprio cortocircuito il nostro impagliatore tenterà di virare verso il sublime la propria storia di solitudine e insanità. Dopo aver ucciso e tassidermizzato il padre, il nostro farà lo stesso con il proprio corpo, uccidendosi e impagliandosi nella posa del David di Michelangelo. Ribellione contro i propri cromosomi quando non si può accettare il destino scritto per noi, ribaltare la tenebra in luce!

Elementare Watson? Elementare un cazzo!

Francesco Selvi

Taxidermia
(Ungheria-Austria-Francia, 2006)
Regia: György Pálfi
Soggetto: Lajos Parti Nagy
Sceneggiatura: György Pálfi, Zsófia Ruttkay
Musiche originali: Albert Márkos, Amon Tobin
Fotografia: Gergely Pohárnok
Montaggio: Réka Lemhényi
Scenografia: Adrien Asztalos
Direzione artistica: Veronika Merlin
Costumi: Julia Patkos
Interpreti principali: Csaba Czene, Gergely Trócsányi, Marc Bischoff, István Gyuricza, Piroska Molnár, Gábor Máté, Géza Hegedüs D., Zoltán Koppány, Erwin Leder, Adél Stanczel
91′

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