Cronache e impressioni dal 23° Trieste Film Festival

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Per il secondo anno consecutivo Francesco Selvi si è tuffato nel Trieste Film Festival per conto di Rapporto Confidenziale. Quello che segue è il resoconto della sua 23esima edizione, personale itinerario fra i film all’interno di un festival che negli anni ha saputo costruirsi un’identità ben precisa, costituendo – di fatto – un avamposto della visione sulle cinematografie dell’Europa centro orientale (dell’Est) davvero unico nel panorama italiano ed europeo. Un’attenzione costante al presente ma pure al passato, con retrospettive e "recuperi", mai fuori tempo massimo. L’integrazione al suo interno del Premio Corso Salani e del meeting internazionale di coproduzione When East Meets West lo rendono, quest’anno ancora più dei precedenti, un appuntamento davvero prezioso per cinefili e professionisti.



TRIESTE FILM FESTIVAL
19-25 gennaio 2012
triestefilmfestival.it

 

cover image: Elena Tubaro


Immagine di Pablo Morano

 

Cronache e impressioni dal 23° Trieste Film Festival
by Francesco Selvi

Il finestrino diventava cornice per paesaggi rigogliosi, sobri, geometrici, verdi, gialli, cremosi di nebbia, grigi, grigini, di ogni tonalità del grigio. Poi, man mano che ci si avvicinava a Trieste, l’audio del vagone si è abbassava sempre più, sino a tramutarsi in un timido fruscio; le persone non conversavano più, quasi la saliva si fosse asciugata come il terreno incorniciato dal finestrino, l’arido Carso. Eravamo praticamente in corsa verso il grigio piombo, fantasmi silenziosi e diligenti. Ci siamo rianimati solamente all’arrivo in stazione, quando ognuno si è ricordato il perché di questo approdo e si è accorto, anche se solo per un attimo, della presenza degli altri viaggiatori. Poi le strade si sono intorcigliate in un subbuglio di bagagli, zainetti e trilli di telefono ed ognuno per la sua strada col proprio carico di storie, miniera per mille e più film che forse non verranno mai girati.

Basta, passiamo al presente, che ne dici? Io da parte mia arrivo con sacca militare alle spalle, un eskimo che paio dover andare al polo, barba lunga e occhio spiritello. L’anno scorso mi aveva accolto la famigerata bora, quest’anno invece inizio copiosamente a sudare attanagliato dal sole, fin quando l’eskimo non diventa quasi una seconda pelle. Arranco fino all’albergo dove il proprietario mi appioppa un argomento molto in voga, anche nelle migliori famiglie: la crisi! ho i bordoni, come dice Pinocchio nel capitolo XII, ed io ancora non ho capito dove Collodi comprasse il crack, caccio due tre sparate a zero e così mi libero… di questa crisi se ne parla troppo, o forse semplicemente ne ho fatto il pieno… certo è che ha riempito la bocca di un po’ tutti gli pseudo-opinionisti da bar fra un Crodino e una Becks, via coi lamenti da far impietosire la migliore Diamanda Galas.

Diamo il via alle danze, Teatro Miela, sabato 21 gennaio 2012, ore 16, aspetto con ansia il primo film della mia maratona in una fila che emana un afrore misto speck, formaggio e vino bianco. Mi siedo chiaramente dietro all’unico giocatore di basket mancato della sala, un bustargone alto 2 metri che non arrivo a capire come faccia a non ribaltarsi – lassù deve tirare un bel vento, ed è un problema.

Il primo film in concorso è Adikos Kosmos (Unfair World / Mondo ingiusto) del greco Filippos Tsitos (Germania-Grecia/2011). A proposito di crisi devono passarsela piuttosto male per riuscire ad essere così ironici e comici nel trattare un tema così tragico. Sotiris, poliziotto dalla faccia sorniona e dalle abitudini alcooliche piuttosto impegnative, si occupa di interrogatori ed ha un senso della giustizia tutto suo… come un medium capisce quando il cuore di chi gli sta davanti è buono e puro e così, dell’ordine costituito, diciamo che se ne sbatte. Ascolta persone su persone accusate, dispensando alibi e suggerendo scappatoie per sottrarsi al braccio duro della legge… possiamo dire che il nostro è il braccio dolce della legge, tipo frollino alla panna per la prima colazione intinto nel latte appena munto di mucca. Una volta chiuse, le pratiche degli interrogatori vengono lanciate da Sotiris sopra all’armadio alle sue spalle, olè, così come si potrebbe lanciare un mozzicone di sigaretta o come ci si lascia alle spalle qualcosa di inutile e spiacevole. Nel frattempo Dora è costretta ad attuare ogni piano, più o meno diabolico, per resistere in questa vita. Fa la donna delle pulizie e, per ottenere vantaggi, fa pulizie anche fra le mutande del capo. In poche parole la durezza della vita l’ha resa scorretta. Abita nella stessa palazzina di Sotiris, si riposa nello stesso parco dove si riposa il poliziotto, in pratica le loro strade sono vicinissime e parallele. Tutto questo fino a quando Sotiris non la salva da una guardia di un supermercato all’interno del quale l’avevano sorpresa a rubare delle fettine di carne. Il nostro, come si diceva, ha un senso della giustizia tutto suo. Ennesimo caso di interrogatorio, stavolta l’inquisito non ha alibi, ma Sotiris è sicuro della sua innocenza: ma come provarlo? Per esempio comprando informazioni. E i soldi? Lo aiuterà il compagno di ufficio, stanco della vita da poliziotto e prossimo alla pensione. I soldi saranno prelevati dai risparmi della moglie del collega di Sotiris, sentenziando così la fine del sogno della donna: comprare un camper! Ma le cose con l’informatore non vanno come dovrebbero ed a Sotiris scivola il dito sul grilletto. Nel panico, insieme al collega, portano via il corpo del morto senza accorgersi che la busta coi soldi rimane dentro allo stabile… lo stesso in cui Dora fa le pulizie, ovvero ci si rivede! Da qui in poi l’eventualità che li ha accostati farà conoscere sempre meglio i due fino a farli innamorare. Ma i soldi? Dora è sicura di non averli in realtà trovati e di non averli con sé? Nella Grecia di oggi è difficile attribuire colpe, visto che di questo tratta il film, il senso della giustizia. Cosa è giusto? Cosa non lo è? Non riuscire a sbarcare minimamente il lunario è giusto? Non avere futuro è giusto? E se il futuro prossimo, diciamo l’ora di pranzo, può essere risolto con un piccolissimo furto siamo di fronte a una colpa? Tutte domande che mi sono posto durante la visione di questo film divertentissimo, dall’andamento sornione con forti riferimenti al cinema di Aki Kaurismäki, con una comicità tutta giocata sulla ripetizione di azioni e situazioni, interpretata da un attore straordinario nel personificare l’ambiguità di una giustizia che si muove in un mondo completamente ingiusto, per l’appunto Adikos Kosmos! Miglior regia e miglior attore protagonista al festival di San Sebastian. Sotiris vince alla grande anche il premio simpatia: incontrato in osteria il giorno dopo è capace di risate da far cadere un mulo e crepare le orecchie!

Quando le luci si (ri)accendono mi guardo attorno. Le facce sono le più disparate e mi chiedo chi fra questi arriva sì e no alla fine del mese, chi sarebbe disposto a rubare… mi rimane la sensazione di una fotografia scattata all’Italia di domani, nemmeno di dopodomani… in questi casi che fare se non bersi addosso qualcosa? E allora via con la maratona ‘un fegato per la vita': come per l’Italia la catastrofe aleggia ed è annunciatissima!

Si torna in sala per la visione dei corti, qualcosa più azzeccato ed altri meno, molti ricadono su una tristezza strabordante, altri invece sul classico colpo di scena finale, ma quasi tutti sono portatori sani di una forte vitalismo. L’ombra del comunismo è passata, ora ci si lecca le ferite pronti per un’altra cortina, stavolta ricoperta di glitter e squillante balocchi e balocchetti, per grandi e piccini. Notevole un corto in particolare, Apele Tac (Silent River / Fiume silenzioso) di Anca Miruna Lazarescu (Germania-Romania/2011). La fuga verso la libertà è lastricata di morte, ma da questa nasce nuova vita.

Non mi fermo un istante, tempo di un bitterino e via, secondo lungometraggio, Izlet (A Trip / Un viaggio) dello sloveno Nejc Gazvoda (Slovenia/2011). Il regista è un ragazzo di 26 anni che presentando il film si scusa per come gli italiani sono etichettati nella pellicola. Vabbè, effettivamente siamo un ottimo bersaglio, facile facile da prendere. Tre ragazzi, tre amici, tre caratteri diversi e tre personalità problematiche, tutti gli ingredienti per un road movie emozionale per squallidi teenager brufolosi inneggianti alle scorribande di tizianone tocca-ferro… non fosse… beh, se i presupposti non facevano pensare a nulla di buono, il regista sloveno mi ha costretto a ricredermi. L’adolescenza… oddio, mi sento Crepet, ci crepo al solo pensiero… è un’età che tutti sanno essere assolutamente difficile, miniera di paure e complessi, insicurezze e vuoti. Ma proprio quest’età può cementare amicizie, generare l’appartenenza a un gruppo ed essere occasione per sollevarci da una solitudine che ci angoscia. Tre ragazzi si ritrovano insieme, dopo qualche anno dalla fine della scuola, per un viaggio. Gregor, Ziva e Andrej sono amici per la pelle, ma non tutti i segreti fra loro sono stati svelati. Con l’andare avanti del viaggio Gregor darà sfogo ad una violenza alla quale progressivamente smetterà di fare caso, dato che in Afghanistan, dove è di base come militare, è abituato a cose tanto indicibili quanto banali nella loro quotidiana reiterazione. Ziva è ipersensibile e viziata, pronta a partire per andare a studiare all’estero. Andrej odia tutto e tutti e forse se stesso più di tutto, covando un mai sopito astio verso la propria omosessualità. I contrasti diventano sempre più stridenti fino a deflagrare, rischiando di mettere a repentaglio l’amicizia dei tre. Fra cose più o meno banali riusciamo a divertirci vedendo questo film straparlato, girato per la maggior parte del tempo in automobile, imperniato su presupposti inflazionatissimi dal cinema, ma girato col cuore. Un’istantanea glaciale su che significa essere ragazzi nella Slovenia di oggi, e più in generale una riflessione su come la vita mano a mano riesce a togliere, sogni e progetti, giorno per giorno, a questi adolescenti che rimarranno tali per sempre più tempo, condannati all’eterno giovanilismo ed alla perdita di ogni riferimento. Quello dei tre ragazzi è un viaggio verso la vita adulta, immerso negli incontaminati paesaggi sloveni egregiamente fotografati da Marko Brdar. Izlet ha fatto incetta di premi all’ultimo Festival cinematografico sloveno (FSF) di Portorož-Portorose.

Uh, che calamento palpebrale, ci vuole ‘nu caffettiello, anche perché è sabato e poi vorrei andare a shackerare il malleolo da qualche parte. Vedo ragazze gaudenti, mi avvicino, chiedo dove potrei scatenare la mia mole tremebonda al ritmo di buona elettronica. Mi indicano un posto, quindici minuti a piedi… mi sento già il sosia di tonymanero e pregusto ma ora, rauss!, si rientra in sala.

È tempo di una docufiction di Jordan Todorov su Stephen C. Apostolof (aka A. C. Stephen), il famigerato regista di film erotici che ha svezzato le mutande di miriadi di teenager americani, provocando tendiniti e moltitudini di ragazzini che si spacciavano da tennisti dal medico, ma lui, il medico, conosceva il mestiere, stanando il finto tennista dai calamari sotto agli occhi e dalle palline striminzite come pistacchi secchi! Sarà stata l’ora tarda, sarà che il buio mi ha ottenebrato i coni e risvegliato i bastoncelli, sarà che quando uno invecchia ha bisogno di più sonno, sarà che… insomma… il film l’ho visto a tratti e strappi. Mi ricordo solo che sia in sogno che dal vero vedevo seni enormi di biondone vestite con due stracci intente a ballare danze esoteriche haitiane, intente a mangiare banane o a fare quel numero coi cordoncini e le nappe attaccate ai capezzoli che mi lascia sempre basito. Devo avere anche tentato nel sogno di raggiungere questo seno così tondo da sembrarmi una boa a cui aggrapparsi, rimedio ad ogni marachella schettinesca, mi ci sarei aggrappato con concordia…a meno che non mi avessero svegliato gli applausi tributati al film. Decido che salterò Orgy of the Dead (regia di A.C. Stephen, USA/1965), pur se sceneggiato dal lord del b-movie Ed Wood. C’era anche in giro una diceria che voleva A.C.Stephen ed Ed Wood come la stessa persona, sarebbe stato bello ma sento che il culo ha bisogno di muoversi e così mi avvio verso il locale di elettronica…

Ora, non so cosa voi intendiate per elettronica, sicuramente la definizione è assai vaga ed ampia, ma arrivato di fronte al locale mi sono ritrovato ad ascoltare dell’orribile Goa, della serie vaderetrosatana! Chiedo a due ragazzi dove posso trovare del sixties sound, mi dicono che un posto ci sarebbe… attaccato al castello, me lo dicono indicandomelo e ridendo, i marrani, pensando che mai avrei potuto farcela… ma invece arrivo al The Grip, col fiatone ma arrivo. Dentro sembra di essere in una piccola swinging London, mi adeguo e mi sparacchio un bel martinicocktail, attaccando con le danze. Peccato non aver dietro, come mi ha insegnato mia madre, un sacchetto con del talco nella tasca interna della giacca, si scivola che è un piacere e il corpo diventa una trottola gigante e basculante… sempre che un poliziotto non vi fermi e, arguto, non vi faccia passare la serata in questura con la presunta cocaina! in fondo già Pollon era maestra in questo: “sembra talco ma non è, serve a darti l’allegria!”. Capito te la biondina?! Torno in albergo tardi, tanto tardi da essere così rincoglionito da essermi perso… ora, non so se siete mai stati a Trieste, perdersi è un privilegio di coglioni e ubriachi… spero di aver fatto parte della seconda categoria.

Il giorno dopo, al Miela, il primo film è alle 11 di mattina e, per fortuna, ero in sala. Dreszcze (Shivers / Brividi) di Woicjech Marczewski (Polonia/1981) è un film meraviglioso. Il migliore visto a Trieste 2012, c’è tutto quello che mi piace del cinema dell’est: taglio grottesco, aperture liriche, il regime che aleggia, ampio spazio alla fantasia, tutto!!! Siamo nei primi anni ’50 in un piccolo paesino della Polonia, Tomek è un ragazzino di circa 12 anni, la sua famiglia lo ama ed il padre tenta di allargare gli orizzonti del figlio, oltre il grigio ferreo che sta loro intorno, stimolandolo alla lettura. Il film mi ha subito fatto venire in mente la parola grigio, tutto è grigio nel mondo attorno a Tomek, tutto è tetro e nemmeno i bambini scampano a questo, giocando lungo la ferrovia dove giornali svolazzano verso un agognato altrove che pare più un miraggio che una realtà autentica… oddio, se non mi vien stavolta un crampo dello scrivano non mi viene più, lo stereo fa viaggiare Sun Ra i cui poliritmi mi costringono ad una vera e propria corsa metacarpale, Gasp!, come se le dita ballassero un tip-tap sulla tastiera. Tomek però sogna a occhi aperti ripetendosi tra sé «Madagascar» e collezionando immagini esotiche con cui ricostruisce una geografia emozionale più consona al bimbo che è. Fra marachelle e litigi con il fratello la vita di Tomek prosegue in maniera serena, fino a quando il padre, ex membro dell’esercito nazionale, non viene arrestato e mandato in un campo di prigionia. La stessa sorte capiterà a diversi vicini di casa di Tomek, che si rifugia sempre più fra i suoi pensieri esotici, mentre a scuola comincia una vera e propria manipolazione del perfetto bambino comunista, con parate pseudo militari veramente gagliarde, come nella scena dove il maestro, un fervente comunista coi fiocchi, fa marciare i bambini che cantano avanti popolo in italiano incontro ad una processione cattolica. L’irregimentazione degli scolari si fa sempre più dura (ma anche molto comica, alcune parti della vita scolastica mi hanno ricordato Amarcord, con quei professori severi per quanto ridicoli), e iniziano a crescere i primi sospetti: chi va in chiesa? tuo padre crede più in Dio o in Marx? Tomek si estrania sempre più fino a quando la madre, rimasta sola a tirare su i figli e i bimbi dei vicini imprigionati, non si suicida. Tomek, a scuola, viene per entrare a far parte di un campo di formazione della gioventù (comunista) e parte alla volta del carcere/campo scuola. Qui i bambini non solo vanno indottrinati al Comunismo, ma vanno anche imbevuti nella diffidenza verso tutto e tutti: tutti potrebbero essere spie, tutti potrebbero essere credenti, tutti potrebbero avere simpatie esterofile. Ma pure tutti potrebbero, facendo il nome giusto alla persona giusta, ottenere vantaggi: un posto migliore in cui dormire, un cibo migliore da mangiare. Tomek sogna il diluvio e stavolta i giornali non volano più ma fluttuano nell’acqua che tutto ricopre, marcendo ogni cosa, coprendo le meraviglie della vita e investendo tutto con una forza distruttiva da cui niente si salva… Ma Tomek ha anche buoni motivi per stare al campo: l’educatrice è assai seducente e lui se ne innamora, fino al punto di darle il francobollo del Madagascar che tiene sempre con sé, unico scampato al raid in casa da parte della polizia comunista. Avendo come faro la bella superiore il nostro diventa sempre più permeabile ai dettami di regime, al punto che il padre, una volta libero, stenta a riconoscerlo. Perché in fondo le persone hanno bisogno di un credo, di una luce da seguire, sia essa rossa o nera o verde o bianca lattiginosa. Ne è dimostrazione il fatto che Tomek entrando di soppiatto nella biblioteca, che come ogni buon regime vuole è un luogo da abolire, vede un ritratto di Marx, lo sposta curioso e al di sotto aleggia l’ombra del crocifisso che vi era prima posto prima… dalla padella alla brace! I ragazzi sono costretti a ripetere sempre una frase simbolo dei rapporti fra le persone nel regime, stai in guardia! Fino a quando il campo verrà fatto sgombrare per il ritorno a casa e Tomek, ormai un’altra persona, attaccherà il francobollo nel finestrino del camion.
Dreszcze (Shivers / Brividi) di Woicjech Marczewski è un potente affresco di un’epoca che non andrebbe dimenticata, dimostrazione di come l’individuo per prima cosa va disintegrato come tale per diventare un numero, uno fra i tanti che formano così una massa, branco di pecore il cui belare tutte insieme diviene forza storica e vira tante volte in tragedia. Meglio la solitudine, che tante volte ci fa odorare la morte ma almeno non compromette il nostro io ad un ripugnante bisogno di comunanza e di ricerca del branco, per farsi forza, per riuscire in qualche modo a far fruttare la mediocrità! I detti arrivano da lontano e si mantengono nel tempo perché niente può togliergli quella patina di verità che li corazza… e come si diceva? meglio soli che…

Per l’appunto solo soletto me ne vado a pranzo, gironzolo incredulo di come a Trieste la domenica i ristoranti siano per la maggior parte chiusi, mentre nella mia ridente Romagna la domenica è giornata di rigonfiamenti delle buzze, stomaci espansi pronti all’esplosione in mille e mille effluvi di gas nauseabondi misti ad acqua di colonia e a odor di brillantina, l’allegria briccona del buontempone che di niente si preoccupa, seguente la filosofia dell’è meglio mangiarci sopra, distillante rutti e manate sul culo della povera cameriera che ormai accoglie tali simpatiche attenzioni come una inevitabile tassa da pagare, e senza mai protestare ché la domenica tutto è allegria e anche una mano in fondo che vuoi che sia… ne dovrai passare di mani e bauscie e occhiate trivie, ragazza mia… qui, invece, tutto è calma, quasi mortorio, quasi nulla aperto e di tale contrasto rimango a bocca aperta, come dire, smandibolato! ma la mia paura è di rimanere anche a bocca asciutta, io che avevo deciso di dedicare questa mia annuale venuta alla memoria di Nereo Rocco… ebbene sì, il coach aleggia, in ogni bar, in ogni birreria o grapperia l’omone burbero lo sento vicino… par di vederlo, con l’inevitabile stesa di bicchieri vuoti davanti a lui, centellinare a mezza bocca parole sempre sagge e sbiascicate. Pare lo sport di maggior voga, qui a Trieste, quello di ingrossare il proprio fegato fino a una bella steatosi, rilasciando parole al guinzaglio, per poi aprirsi man mano da questa chiusura, praticamente a livello comportamentale siamo alla tattica calcistica del catenaccio, teorizzata e praticata appunto dal nostro beniamino del bicchierino: Nero Rocco!Solo un triestino poteva essere il teorico del catenaccio! Vedo un’insegna accesa, mi ci fiondo e con stupore mi ritrovo nella stessa identica osteria dell’anno scorso, con la simpatica tedescona tutta modi bruschi e strizzate d’occhio! Mangiare soli è strano, anche se mi ha sempre affascinato; non so se vi è mai successo di vedere quei signori soli, silenziosi, in eterna attesa di qualcuno o qualcosa o forse semplicemente in un silenzio che ad oggi è comportamento sempre più disarmante?! beh, io ne sono sempre rimasto affascinato, perché vedo dietro a queste persone un mistero… non so quanto fossi misterioso io, spero che qualcuno abbia trovato interessante questa faccia…è bello sapere di essere utile alla fantasia degli altri.

Mi rimetto in moto bello tronfio alle volte del cinema Ariston, scoprendo che questo è assai distante dal Teatro Miela, unica nota se vogliamo negativa di questa ed. del festival; non tanto per la camminata, che dopo tanto tempo seduti ci sta tutta, quanto per le visioni sovrapposte o con poco tempo fra una e l’altra e quindi con inevitabile impossibilità di seguire talvolta il materiale… pazienza!

La camminata è stata ampiamente ripagata comunque dall’arrivo in questo cimena che scopro allegramente esser già in Slovenia, almeno per vodafone. Dico cimena non errando, come già stavate pensando, ma perché tanto mi ha ricordato i cinema dove andavo da piccolo, quando ancora irrimediabilmente li chiamavo cimena. L’Ariston è, come posso dire senza esagerare, ehm, una vera meraviglia! Nel foyer vi è una sfilza di foto ci cimena dai nomi buffi, il miglior il cimena alabarda, con tanto di foto dei bigliettari all’opera e dei proiezionisti, sorta di memorandum di tutto il cinema che costellava le piazze e le strade di Trieste. L’Ariston è un sopravvissuto, a fianco del palco su cui è lo schermo c’è ancora un pianoforte con cui si musicavano i film muti… meraviglia! e di meraviglie il pomeriggio non sarà affatto avaro, dato che nella giornata di oggi scopro un’autore sensazionale, misconosciuto al di fuori della Polonia, Grzegorz Krolikiewicz. Il festival dedica quest’anno una retrospettiva a quest’autore curata da Federico Rossin. Il critico sale in cattedra e ci inizia a sparare forte tutti i motivi per cui dobbiamo conoscere il regista, ci crede molto e a tratti moltissimo, io sono entusiasta e vorrei lanciargli le mutande, sarò la tua groupie!

Parte Wieczne Pretensje (Endless Claims / Obiezioni permanenti), anno 1974; Franek è un giocatore incallito, perde e a volte vince ma in definitiva è un fallito che si barcamena nella dura realtà della Polonia degli anni ’70. Diventa amico e poi assistente di Risyo, violento ex-manager caduto in disgrazia per frode e riciclatosi come poliziesco ispettore nelle fabbriche di carne. Risyo ha un’indole violenta, con quella faccia che lo fa somigliare a ‘nu porco perennemente ingrugnito, con quel capello lungo un po’ ingellato un po’ unto, la pancia prominente, praticamente il ritratto di alcuni nostri politici che sin dal primo sguardo si capisce (lombrosianamente) esser corrotti. Franek non fa altro che combinare un casino dietro l’altro: è la dimostrazione vivente dell’impossibilità di ridurre la vita a semplice pratica produttiva. Più che nella storia, l’interesse di questo film risiede nell’utilizzo della macchina da presa e nelle scelte registiche: Krolikiewicz era sicuro che anche il cinema, come le altre arti, dovesse tentare di stare al passo coi tempi, e riteneva quindi che l’immagine, così come la storia, dovesse essere frammentata, disgregata: dovesse cioè soggiacere al principio di indeterminazione ed alla meccanica quantistica, togliersi dalla necessità di raccontare una storia in maniera classica per, invece, tentare di giungere ad un risultato in cui mai nulla è sicuro: un reale che non è mai del tutto conoscibile. Lo spettatore quindi si trova sempre di fronte a un’immagine accompagnata da un suono fuori sincro o, addirittura, riguardante altro, con la tecnica del fuori campo. Lo spettatore si trova quindi di fronte ad immagini ma ne deve anche immaginare altre, quasi un film parallelo, che si svolge tutto nella testa di chi guarda. Insomma, si richiede uno sforzo attivo allo spettatore in questo cinema intimamente liberatorio (e liberato), che fa deflagrare le nostre convinzioni e ci catapulta in una realtà finalmente disgregata e schizofrenica, così come in fondo è la nostra (realtà). Per questo suo modo assolutamente moderno e rivolto sempre (anche oggi) verso il futuro, il regista ha sofferto l’ostilità delle istituzioni, da parte del regime comunista, prima, poi della classe dirigente capitalista. Questo perché, pur se il cinema di Krolikiewicz è sempre stato un atto d’amore per la Polonia, mai è risultato un cinema ascrivibile alle dinamiche della propaganda. Il suo è un cinema assolutamente liberatorio (e liberato), un urlo anarchico contro il peso dell’ideologia e dei conformismi. La macchina da presa fa esplodere i volti con l’uso insistito di grandangoli, schiaccia le prospettive con il teleobiettivo, sempre con angolazioni di ripresa inusuali/impossibili.

Quando si riaccendono le luci sono euforico, guardo il programma chiedendomi come mai entri così tanta gente dato che durante il film appena concluso eravamo veramente in pochi. Leggo e capisco. Siamo agli italiani della sezione Zone di cinema, quindi largo a parenti amici cognati morose amanti idraulicidifiducia. Sarò breve, per una volta sintetico.

Pasolini, l’incontro di Pasqualino Suppa (Italia/2011) narra di Toff… ehm, di Pasolini, raccontato da Davide Toffolo che usa il noto poeta friulano per parlare unicamente di sé stesso e promuovere i suoi dischi, quelli dei Tre Allegri Ragazzi Morti. A questo punto perché non chiamare direttamente il filmetto Toffolo? Nuovi italiani, cartoline dall’Italia (di Massimo Garlatti Costa, Italia/2011) è un progetto grazie al quale sentirsi più buoni e ascoltare un extracomunitario che parla di sé, per fortuna per soli 3 minuti. Kleine Berlin: la piccola Berlino di Trieste (di Cristina Milovan e Deborah Viviani, Italia/2011) gioca col ricordo e tutti giù di lacrime nel sentir parlare dei bombardamenti di Trieste. La penna di Hemingway di Renzo Carbonera (Italia/2011) si muove su una storia veramente esile riesumando il poro Ernesto e dando al tutto quella patina da Sentieri che sembra ormai lo stile unicopossibileauspicabile per il cinema italiano. Nonna si deve asciugare (di Alfredo Covelli, Italia/2011) è una piccola commedia nera che ci strappa due risate due.

Mi spiace esser sempre critico e antipatico, ma dopo aver visto i corti polacchi, rumeni e bulgari rimango spiazzato, negativamente colpito da quelli italici, una sensazione della quale però intravedo una possibile spiegazione. Là, in quei paesi attanagliati dal freddo, i fantasmi di un regime spietato viaggiano ancora nelle teste, sono ancora sotto agli occhi di tutti grazie ai monumenti ultraretorici sovietici, grazie alle storie violente e piene di tristezza dei nonni. Ma qui? cosa spinge i nostri baldi giovini ad avvicinarsi al cinema? il bisogno di dirsi registi e quindi di avere qualche chance in più con la squinzia di turno? il bisogno di riuscire a prender parte a feste in prestigiose piscine? cosa spinge questi malati di aperitivi? Dedico a tutti gli autori di nulla un bel gulag, non con cattiveria, non è semplicemente cinismo… almeno dopo chissà che non ci sia qualcosa da dire, una spinta, una rabbia che muove… e non preoccupatevi, una volta a settimana vi manderei una cassa di bitter e qualche stuzzichino, sarebbe troppo duro togliervi tutto il vostro mondo d’un botto!

All’uscita è freddo, Trieste è meravigliosa rinchiusa com’è in una leggera coltre di nebbia, mi inoltro sui colli a piedi, per perdermi fra viottoli e scalinate con l’ombra del castello sempre sulla testa, a far da guardia a pensieri e aterosclerosi.

Ritorno in città, nella sua parte appena un attimo sopra il livello del mare, un attimo prima del secondo film della retrospettiva: Na wylot (Through and Through / Fino in fondo), del 1972. Primo lungometraggio di Krolikiewicz e già visto in Italia, all’epoca, al (da) sempre valido festival di Pesaro, narra della storia di due innamorati che sbarcano il lunario alla bell’e meglio in una Polonia mai così crudele, senza alcuna opportunità, ritratta in tutto il proprio marciume. Malisz è inetto, incapace, aleatorio. Passa la giornata ubriacandosi senza saper come poter entrare a far parte del tessuto sociale del suo tempo. I due compiranno un omicidio facendo fuori una coppia di anziani per rubar loro dei soldi. Tutto questo raccontato come sopra detto, destrutturando la storia, presentando stralci, richiamando altro ad ogni sequenza. In tal modo siamo portati lontano dal verismo, dal naturalismo ed ogni etica va a sfruffole, raffigurandoci solo la miseria esistenziale dei due. Finale meraviglioso con le scene del processo, intessuto solo dai loro allucinati monologhi amorosi. Infine i due saranno condannati a morte, colpevoli, ancor più che di omicidio, della propria incapacità di vivere secondo i ritmi e i dettami della società vigente.

Per oggi ho visto abbastanza, mi perdo nelle stradine e buona sera.

Il giorno dopo, lunedì 23 gennaio, comincio al Miela dove mi aspettano una serie di corti sempre di Krolikiewicz, che non fanno altro che ribadire la mia voglia di dirvi sempre di più che è veramente bene conoscerlo, questo grande cineasta. Poi, e finalmente: pranzo. Decido che è la volta buona per schiantarla con questa Jota, minestra con crauti fagioli e würstel, praticamente una zuppa spintissima che mette a dura prova tutto l’apparato digerente. In tali casi la grappa finale è d’obbligo, come il Depakin per gli epilettici. Si torna all’Ariston, di fronte al quale c’è un bellissimo mini parchetto con giostre che dà su dei cantieri, in fondo anche i bimbi dovran pure abituarsi!

Sempre Krolikiewicz, e questa volta la visione è ancora più potente che le precedenti. Fort 13 (Polonia/1983), tratto da una storia vera, narra la sopravvivenza di due ufficiali russi che, imprigionati nelle segrete di un forte austriaco nella I Guerra Mondiale, rimangono rinchiusi nel forte a causa di una esplosione che li sotterra letteralmente vivi. Grazie alle candele, al cibo in scatola ed alle scorte d’acqua i due riescono a sopravvivere, ma con una grande differenza fra loro. Il tenente si mantiene saldo e trova una sempre più profonda consolazione scrivendo un diario, pregando e ricordando i momenti cruciali della propria esistenza mentre, il capitano, perde ogni staffa, inconsolabile nei confronti di una realtà che si fa ogni giorno più monotona ed opprimente, fino a trovare un’unica consolazione nell’alcool ed infine suicidandosi. Il tenente invece accetta il proprio destino con misericordia, riuscendo a trovare una propria armonia anche con i topi che abitano le gallerie e che infine sembrano riconoscerlo ed accettarlo come uno di loro. Fino al giorno in cui un operaio addetto alla demolizione del forte libera il tenente ridando luce ai suoi occhi ed anche ai nostri, decretando la fine di questa visione nera, profondamente oscura, in cui la luce sopraggiunge solo grazie ai ricordi ed al sogno. La luce finale è quindi come un’esplosione che inonda il tenente dopo ad un percorso iniziatico che è passato dal dolore al perdono, dal sacrificio e all’amore per ogni creatura. Film religiosissimo sul senso profondo della vita e su come affrontarla attraverso il credo, disciplina salvifica che ci dona, per l’appunto, luce! A parte la mia difficoltà nella visione di così tanti topi (ne ho il terrore!), ho trovato il film meraviglioso: da vedere e rivedere perché, come ogni buon film, è una cipolla stratificata e mentre la si sbuccia si rischia veramente di lacrimare. Emozionante!

A Trieste i chilometri si macinano come il caffè nel vecchio macinino dei nonni, caffè sudatissimi dopo pranzi ultracalorici. Vado al Miela e trafelato mi siedo per gli ultimi due film che decreteranno la mia dipartita dalla città e dal festival. Il primo è Kret (The Mole / La talpa) di Rafael Lewandowski (Polonia-Francia/2011). Pavel, un giovane polacco sulla trentina, ha una vita felice, una bella moglie, un bambino vivace, un bel rapporto col padre. Con quest’ultimo, Zygmunt, ha un’attività commerciale di importazione di abiti usati dalla Francia. I due sono affiatatissimi e rinverdiscono il rapporto padre-figlio ogni giorno dovendo lavorare insieme. Gli affari vanno bene, padre e figlio scherzano e ridono, parlano e si confrontano, sono amici oltre che parenti. Soprattutto si fidano l’uno dell’altro. La moglie di Pavel si destreggia come può fra il tentativo di finire gli studi universitari, il ruolo di madre, ed un processo in cui è parte lesa. Infatti il padre della ragazza è una delle vittime della repressione avvenuta negli anni ottanta in una miniera nella quale Zygmunt, il padre di Pavel, lavorava e nella quale era anche sindacalista di Solidarność. Egli infatti ha sempre lottato contro il totalitarismo, prendendo le difese degli operai, divenendo così un eroe della lotta contro il comunismo. Tutto però cambia quando Pavel, di ritorno da un viaggio d’affari, vede la foto del padre in prima pagina con la scritta traditore a fianco. Da qui i rapporti con Zygmunt si faranno sempre più difficili, correndo su due binari distinti: l’amore paterno e la diffidenza sollevata dal caso. Il padre comincerà ad avere atteggiamenti sempre più ambigui rispetto alla questione, quindi Pavel dovrà scoprire la verità da solo, pagando tutte le conseguenze (soprattutto a livello affettivo). Aleggia lungo tutto l’arco del film un clima di palpabile diffidenza, dato che i conti col passato non sono ancora chiusi e quindi nessuno si può realmente fidare degli altri: come fare a conoscere del tutto una persona? fidarsi è bene, non fidarsi è meglio? Il passato, quando doloroso, deve essere chiuso, imballato per bene senza aver possibilità d’uscita, altrimenti si rischia che brutte sorprese rovinino il nostro presente! Lewandowski incornicia una storia esemplare, con la giusta tensione, che ci fa inorridire per quanto la nostra vita e la nostra felicità dipendano sempre, e non solo, da un sopravvalutato presente, ma anche dai brandelli del passato ancora capaci di intervenire a distanza di anni.

Altro bel film, subitosubito, roba da non potersi nemmeno alzare. Elena del russo Andrej Zvjangicev (Russia/2011), premio speciale della giuria al festival di Cannes, è la storia di Elena, signora russa sui cinquanta, che in tarda età si è unita a Vladimir, un uomo benestante e freddo. Entrambi hanno altre unioni precedenti da cui sono nati dei figli. Il figlio di Elena è un rozzo ed ignorante scansafatiche che non lavora, non fa nulla, beve e fuma come un turco aspettando che la madre porti soldi per riuscire a mandare avanti la baracca e far studiare il figlio, per il quale altrimenti si prospetta l’entrata nell’esercito. La casa del figlio è un completo casino, musica e gente che comunica urlando e facendo chiasso, mentre la casa di Vladimir è avvolta dal silenzio, un quadro di Hopper mancato per il solo divario temporale che li separa, sempre inquadrata con riprese fisse che ne dilatano ancor di più il vuoto pneumatico. In fondo la differenza di ceto si enuncia in mille modi, uno dei quali il rumore! Se il concerto rock è una bolgia dove il pubblico rumoreggia, l’esecuzione di una sinfonia classica non deve mai essere disturbata sino alla fine, perché l’orecchio della fu aristocrazia è mille e mille volte più delicato di quello del popolo cencioso. Chi per esempio potrebbe pensare ad una rivolta silenziosa? Il rumore accompagna sempre i cambiamenti, chi soffre rumoreggia, forse anche solo per cattive maniere… insomma, la casa di Vladimir è una vera e propria tomba, organizzata da tempi e rituali reiterati tutti i giorni dalla coppia che in realtà sembra non aver molto da dirsi né da spartire. La calma efferata con la quale Vladimir decide di non dare i soldi al nipote di Elena decreta l’inizio delle architettazioni cerebrali della donna. Ennesimo giorno uguale agli altri, Vladimir va in palestra e poi in piscina, luoghi dove tentare di non far crollare la prestanza giovanile che sempre s’addice e ben s’accompagna all’agiatezza ed al successo. Ma il corpo è umano, anche se la mente sembra a volte scordarselo! e così un bell’infarto manda il nostro ricco e silenzioso signore in ospedale. Qui riceve la visita della figlia, che vive di rendita coi soldi del padre, sempre pronta a scovare nuovi modi per scialacquare soldi che mai ha dovuto guadagnare, viveur edonista (come tanti che gironzolano allegramente anche dalle mie parti). Il loro è un rapporto che si basa sui soldi, anche se Vladimir vorrebbe stabilire un comune rapporto affettivo; comunque, a loro modo, si comprendono, perché il denaro aggiusta molte cose, amen. Morale della favola: Vladimir, comprendendo che ormai la fragilità ha raggiunto anche lui, stilla il testamento, in cui decide che sarà lei, la figlia, l’unica erede della sua fortuna. Ma quando Vladimir comunica tale decisione alla moglie, Elena capisce che il piano da lei architettato è maturo per esser messo in pratica. La Russia di oggi vive di divari sociali, enormi abissi che creano invidie, cattiverie, tentativi di scalate di classe senza porre limite ai metodi, così come diceva Machiavelli. Proprio nel fulcro del fu comunismo nuovi ricchi avanzano e dettano l’unica legge possibile, quella del potere dei soldi, e gli altri, ahimè, si organizzano e si muovono di conseguenza. Una volta capito che l’uguaglianza è un miraggio, meglio farsi avanti ognuno coi propri mezzi, siano essi violenti, subdoli, efferati. L’importante è riuscire, sopraelevarsi, sbracciarsi in questa massa umana maleodorante e pulciosa, roboante e bavosa. Così è, anche se non vi pare.

Il (mio) Trieste Film Festival è finito, ma ne vado in pace.

Questo piccolo testo è stato scribacchiato sulle note di Sun Ra, Albert Ayler, Caterina Caselli, Righeira, Glenn Gould e Gioventù Sonica, è un presidio medico-chirurgico, leggere attentamente le istruzioni prima dell’uso.

Francesco Selvi

 

| | | CREDITI | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | |

Adikos Kosmos (Unfair World / Mondo ingiusto)
Grecia-Germania, 2011, HD, col., 118′
regia: Filippos Tsitos ▪ sceneggiatura: Filippos Tsitos, Dora Masklavanou ▪ fotografia: Polidefkis Kyrlidis ▪ montaggio: Dimitris Peponis ▪ musica: Josepha Van Der Schoot ▪ suono: Vaggelis Zelkas ▪ scenografia: Spiros Laskaris ▪ costumi: Christina Chantzaridou ▪ interpreti: Antonis Kafetzopoulos, Theodora Tzimou, Christos Stergioglou ▪ produzione:Wrong Men ▪ distribuzione internazionale: Films Boutique.

«Adikos Kosmos racconta in modo tragicomico come le persone diventano ingiuste verso gli altri a causa della propria infelicità. Che sia per debolezza, come Sotiris, o per bisogno, come Dora, i personaggi vengono presi nella stessa trappola: vivono un’esistenza che non li appaga, vorrebbero un’altra vita, ma non hanno idea di come dovrebbe essere. La percezione di giustizia di qualcuno è ingiustizia per qualcun altro. Il risultato è che tutti hanno ragione e torto allo stesso tempo.» (Filippos Tsitos)

Izlet (A Trip / Un viaggio)
Slovenia/2011 – 35mm – colore – 85′
regia: Nejc Gazvoda ▪ sceneggiatura: Nejc Gazvoda ▪ fotografia: Marko Brdar ▪ montaggio: Janez Lapajne ▪ musica: New Wave Syria ▪ suono: Julij Zornik ▪ scenografia: Nejc Gazvoda, Simon Repnik, Sandra Rzen ▪ costumi: Nadja Bedjanic ▪ interpreti: Jure Heningman, Nina Rakovec, Luka Cimpric ▪ produzione: PERFO Production ▪ coproduzione: Invida, Mc Krka con il sostegno di: Filmski Sklad Republike Slovenije.

Dad made dirty movies (Papà faceva film sporchi)
Bulgaria-Germania/2011 – 2011 – DigiBeta – colore – 57′
regia: Jordan Todorov ▪ sceneggiatura:Jordan Todorov ▪ fotografia: Boris Missirkov, Georgi Bogdanov ▪ montaggio: Kevork Aslanyan ▪ animazione: Svilen Dimitrov ▪ suono: Mihail Dichev ▪ produzione:Agitprop ▪ coproduzione: Filmtank, ZDF in collaborazione con: ARTE ▪ distribuzione internazionale: Autlook Filmsales.
Dreszcze (Shivers / Brividi)
Polonia/1981 – 35mm – colore – 102′
regia: Wojciech Marczewski ▪ sceneggiatura: Wojciech Marczewski ▪ fotografia: Jerzy Zielinski ▪ montaggio: Irena Chorinska ▪ musica: Andrzej Trzaskowski ▪ suono: Mariusz Kuczinsky ▪ scenografia: Andrzej Kowalczyk ▪ costumi: Alicja Wasilewska ▪ interpreti: Tomasz Hudziec, Teresa Marczewska, Marek Kondract ▪ produzione: Tor Film Produktion.

Wieczne Pretensje (Endless Claims / Obiezioni permanenti)
Polonia/1974 – 35mm – colore – 70′
regia, sceneggiatura: Grzegorz Krolikiewicz ▪ fotografia: Bogdan Dziworski ▪ musica: Henryk Kuzniak ▪ suono: Aleksander Golebiowski ▪ scenografia: Zbigniew Warpechowski ▪ costumi: Adam Lyszchek ▪ interpreti: Bogusz Bilewski, Franciszek Trzeciak, Lucyna Winnicka ▪ produzione: Zespol filmowy panorama, Wytworna Fylmow Fabularnich.

Pasolini, l’incontro (Pasolini: The Encounter)
Italia/2011 – BetaCam – colore – 34′
regia: Pasqualino Suppa ▪ sceneggiatura: Pasqualino Suppa, Davide Toffolo ▪ fotografia: Pasqualino Suppa, Nicola Pittarello ▪ montaggio: Nicola Pittarello ▪ musica: Tre Allegri Ragazzi Morti ▪ effetti speciali: Michele Bernardi ▪ produzione: La Tempesta SNC ▪ coproduzione: a.c. Orpheo.

«L’idea del film è nata assistendo alle prove dello spettacolo di Davide Toffolo e i Tre Allegri Ragazzi Morti. Riflettendo sulla figura di Pasolini, mi interrogavo sul fatto di come tale figura fosse davvero stata ‘cannibalizzata’ e saccheggiata da una enorme schiera di autori, autorini, e autorucoli … Sono nato a Pordenone a pochi km dai luoghi pasoliniani, è qui più che in altre parti d’Italia, che la figura di Pasolini fa davvero parte del DNA culturale, un Pasolini asciutto e spoglio di retoriche e politicismi, come ben si addice al carattere friulano … Era mio interesse non fare un trattato filologico sul Pasolini pensiero, ma rappresentare come oggi sia ancora attuale il suo messaggio e quanto questo possa essere declinato in forme popolari nel senso più genuino del termine.» (Pasqualino Suppa)

Nuovi italiani, cartoline dall’Italia (New Italians, Postcards from Italy)
Italia/2011 – HD – colore – 5′
regia, sceneggiatura: Massimo Garlatti Costa ▪ ricerche:Gianluigi Patruno ▪ montaggio: Goliardo Marini ▪ musica: John Etheridge ▪ suono: Ines Cecatti ▪ produzione: Raja Film.

Kleine Berlin: la piccola Berlino di Trieste (Keine Berlin: Trieste’s Secret Berlin)
Italia/2011 – Betacam SP – colore, bianco e nero – 20′
regia: Cristina Milovan, Deborah Viviani ▪ soggetto: Deborah Viviani ▪ sceneggiatura: Lorenzo Sciuca, Enzo Rostirolla ▪ fotografia: Francesco Perini ▪ montaggio: Carmelo Settembrino, Cristina Milovan ▪ musica: Marco Podda ▪ suono: Marco Laurenti ▪ produzione: Blooperslab – giovani produzioni video.

«Kleine Berlin: la Piccola Berlino di Trieste è innanzitutto un viaggio denso di emozioni e forti sensazioni, grazie proprio al racconto delle testimonianze raccolte in questo lungo e intenso percorso. Fare una co-regia non è sempre facile, ma in questo caso è stato proprio questo il nostro punto di forza che ci ha permesso di avere un continuo scambio di idee e scelte per arrivare a un prodotto finale completo di sfumature diverse. Per noi questo film non significa solo il ricordo di una parte della storia della città di Trieste ma soprattutto è stato un forte arricchimento a livello personale, un punto di partenza importante per i nostri lavori futuri.» (Cristina Milovan, Deborah Viviani)

La penna di Hemingway (The Hemingway’s Pen)
Italia/2011 – 35mm – colore – 17′
regia: Renzo Carbonera ▪ sceneggiatura: Renzo Carbonera, Pietro Spirito ▪ fotografia: Luca Coassin ▪ montaggio: Giulia Brazzale, Luca Immesi ▪ musica: Adriano Del Sal, Mauro Zanatta ▪ suono: Francesco Morosini ▪ scenografia: Tiziana de Mario ▪ costumi: Laura di Marco ▪ interpreti: Christiane Filangieri, Sergio Rubini, Cosimo Cinieri ▪ produzione: Associazione Maremetraggio ▪ coproduzione: Sissy entertainment, Esperimento Cinema con il sostegno di: città di Lignano Sabbiadoro, fondo audiovisivo FVG, FVG film commission.

«È interessante mettere a confronto una donna con due uomini così simili tra loro, e così diversi da lei. Due uomini che rappresentano l’ultimo legame, sebbene indiretto e doloroso, con la famiglia e il luogo di origine. Ma ancora più interessante è la metamorfosi di Claudia, la sua rigidità e sicurezza apparente che diventa fragilità, intima e reale, con le scoperte che fa e di cui la penna si fa tramite. ‘Le cose ci rendono dipendenti e fragili’, con questo fatalismo la protagonista si pone di fronte al suo fallimento. Un altro tema portante riguarda infatti l’incapacità di resistere alla seduzione degli oggetti.» (Renzo Carbonera)

Nonna si deve asciugare (Granny, Time to Dry Up)
Italia/2011 – Digibeta – colore – 15′
regia: Alfredo Covelli ▪ sceneggiatura: Alfredo Covelli ▪ fotografia: Ferran Paredes Rubio ▪ montaggio: Mirco Garrone ▪ musica: Havir Gregolet ▪ suono: Francesco Morosini ▪ scenografia: Anton Spaccapan ▪ interpreti: Emanuele Salce, Raffaella Lebboroni, Rossana Mortara ▪ produzione: Arch Production srl ▪ coproduzione: Trandsmedia, consorzio tutela vini Collio e Carso, Premio Pollio cinema con il sostegno di: fondo audiovisivo FVG.

Na wylot (Through and Through / Fino in fondo)
Polonia/1972 – 35mm – bianco e nero – 70′
regia: Grzegorz Krolikiewicz ▪ sceneggiatura:Grzegorz Krolikiewicz ▪ fotografia: Bogdan Dziworski ▪ operatore: Zdzislaw Kaczmarek ▪ montaggio: Zofia Dwornik ▪ musica: Henryk Kuzniak ▪ suono: Jerzy Wronski ▪ scenografia: Zbigniew Warpechowski ▪ costumi: Hanna Morawiecka ▪ interpreti: Anna Nieborowska, Franciszek Trzeciak, Lucyna Winnicka ▪ produzione: Zespol filmowy Silesia, Wytworna Fylmow Fabularnich.

Fort 13 (Fort 13 / Forte 13)
Polonia/1983 – 35mm – 16mm – colore – 98′
regia: Grzegorz Krolikiewicz ▪ sceneggiatura: Grzegorz Krolikiewicz, Krzisztof Osada ▪ fotografia: Stefan Pindelski ▪ montaggio: Halina Nawrocka ▪ musica: Henryk Kuzniak ▪ suono: Andrzej Hanzl, Marta Bogucka ▪ scenografia: Jerzy Groszang, Leszek Leszczyk ▪ costumi: Krzysztof Tyszkiewicz ▪ interpreti: Leon Niemczyk, Janusz Krawczyk, Grazyna Szapolowska ▪ produzione: Zespol filmowy Aneks, Wytworna fylmow Fabularnich

Kret (The Mole / La talpa)
Polonia-Francia/2011 – 35mm – colore – 108′
regia: Rafael Lewandowski ▪ sceneggiatura: Rafael Lewandowski, Iwo Kardel ▪ fotografia: Piotr Rosolowski ▪ montaggio: Agnieszka Glinska ▪ musica: Jerome Rebotier ▪ suono: Tomasz Wieczorek, Agata Chodyra, Melissa Petitjea ▪ scenografia: Jerzy Talik ▪ costumi: Agata Culak ▪ interpreti: Boris Szyk, Marian Dziedziel, Magdalena Czerwinska ▪ produzione: Metro Film SP Z.o.o. ▪ Coproduzione: Kuiv production, IF Silesia film, Non Stop Film Service, Le Fresnoy, Vertigo, Trafik con il sostegno di: Polish Film Institute ▪ distribuzione internazionale: Wide Management.

«Sono affascinato dalla recente storia polacca e ho dedicato il mio lavoro di regista ai cambiamenti che hanno interessato il paese … Kret indaga la complessità psicologica che sta dietro il problema che hanno molti polacchi ovvero la difficoltà di giungere a un livello di verità e di giustizia ufficiale a proposito del passato… Sono convinto che non saremo nelle condizioni di costruire il futuro finché non avremo risolto questo problema.» (Rafael Lewandowski)

Elena
Russia/2011 – 35mm – colore – 109′
regia: Andrej Zvjangicev ▪ sceneggiatura: Olen Negin, Andrej Zvjangicev ▪ fotografia: Mikhail Krichman ▪ montaggio: Anna Mass ▪ suono: Andrej Dergacev, Stas Kreckov ▪ scenografia: Andrej Ponkratov, Maksim Korsakov ▪ costumi: Anna Bartuli, Nastia Visnevskaja, Tatjana Cerniakova ▪ interpreti: Andrej Smirnov, Nadesda Markina, Elena Ljadova ▪ produzione: Non Stop production ▪ distribuzione internazionale: Pyramide International.

«Elena mi ha permesso di approfondire un’idea centrale al giorno d’oggi: la sopravvivenza del più forte, la sopravvivenza a ogni costo. Il film è un dramma contemporaneo che cerca di sottoporre allo spettatore le domande eterne sulla vita e sulla morte. Nel suo profondo, ogni essere umano è disperatamente solo. La solitudine è l’inizio, la fine e la sottile linea rossa che attraversa la vita di noi tutti.» (Andrej Zvjagincev)

 

 

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