L’Âge Atomique (Atomic Age) > Héléna Klotz

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L’Âge Atomique (Atomic Age)
Berlinale 62 | sezione Panorama
regia: Héléna Klotz (Francia/2011)

recensione di Alessio Galbiati

Victor e Rainer, due ragazzi poco meno che ventenni, giungo in treno a Parigi per una notte di divertimenti. Immediatamente si tuffano in un club, Victor si innamora non corrisposto di una giovane donna, Reiner respinge le avances di un coetaneo. Dialoghi fitti fra il frastuono che si dissolve per lasciare spazio a parole ingenuamente massimaliste. Il rifiuto sconvolge Victor che piangente si rifugia sul Pont Alexandre III, rinfrancato dal romanticismo fatalista di Reiner tornerà nuovamente voglioso d’una serata speciale. Appena fuori dal club i due vengono insultati da un coetaneo figlio-di-papà che con la sua silente cricca cerca, e trova, la rissa. La notte prosegue errante per le strade di una Parigi cupa e popolata da anime inquiete. Stanchi di tutto Victor e Rainer finiranno il proprio peregrinaggio nel fosco di un bosco nel cuore della Ville Lumière.

I film francesi, che dilemma, che rompicapo. (Quasi) Sempre troppo pretenziosi, godardiani/nouvellevagueiani. In questo, diretto dalla figlia della coppia di cineasti Nicolas Klotz / Elisabeth Perceval (in concorso all’ultimo Locarno con l’enigmatico Low Life – del quale un giorno capiterà pure di dar conto), addirittura si provano a rendere plausibili poesie recitate a memoria come dialoghi… I due protagonisti (uno dei quali, Eliott Paquet, è l’esatto morphing fra Louis Garrel e Julian Casablancas) vivono una notte brava per una Parigi poeticamente minacciosa, ma assolutamente inoffensiva, fra discoteche, treni, anonimi marciapiedi ed un bosco (?!) nel cuore della città. Il film è strano, strampalato, spesso irritante e puerìle, davvero troppo francese, nel senso più deletèrio (e fastidioso) che il termine possa avere in ambito cinematografico. Però, c’è sempre un però diceva Arkadin/Welles, la sospensione onirica nella quale il film è immerso pongono ogni spigolo in una prospettiva piuttosto interessante, soprattutto grazie ad un suono ed una recitazione becketianamente stranianti, elementi in grado di porre l’intero film in una dimensione fluttuante, poeticamente stonata, distonica. Come a dire che i difetti del film sono i suoi stessi pregi.

La storia, sceneggiata dalla regista insieme alla madre, la cineasta Elisabeth Perceval, riecheggia la prima parte del sopracitato Low Life: storie di adolescenti inquieti che si aggirano per una Parigi sempre notturna. Ma le similitudini si fermano qui. Héléna Klotz si avvale di un cast di attori non professionisti dai volti che paiono essere nati unicamente per fare cinema, belli e maledetti, giovani ma già segnati dalla vita, capaci di dare forma alle non meglio definite inquietudini adolescenziali. I due personaggi sono dunque simbolo dell’età irrequieta, sono entrambi alla ricerca di una propria identità, prima di tutto sessuale (Victor ama le donne, Rainer ama Victor, ma entrambi non sono corrisposti) e di una comprensione della propria condizione emotiva. È un continuo oscillare fra momenti di euforia e repentine depressioni, tutto alla velocità atomica dell’adolescenza.

Il film si svolge interamente di notte, e sempre al buio, ottimamente fotografato con una Canon 1D da Hélène Louvart, con l’ausilio di una seconda camera (Julien Samani), utilizzando una gamma cromatica che rende Parigi un buco nero rischiarato da punti luminosi troppo distanti dai personaggi e dall’azione. Su tutte si segnala una splendida immagine della Tour Eiffel, un faro nella notte con la sua luce che circolare la sovrasta – forse l’immagine simbolo più efficace dell’intera pellicola.

Un discorso a parte lo meritano le musiche (Ulysse Klotz, fratello/figlio?) ed il suono (Matthieu Perrot, Emmanuel Soland e Armelle Mahé) che mi sono parsi l’aspetto senz’altro più convincente dell’intera operazione. La sequenza del club riesce a fondere fra loro tutta una serie di elementi differenti: il rimbombo dell’elettronica, i dialoghi doppiati che sovrastano ogni suono diegetico, finanche alcuni suoni degli oggetti, sospiri e boccate di sigaretta. Il risultato è un impasto sonoro magmatico nel quale ogni elemento del film è immerso, un labirinto sonoro capace di dare forma all’habitat drammatico.

L’Âge Atomique è un cane che si morde la coda entro un principio di reversibilità circolare che è poi lo stesso con il quale il film si chiude: un finale che non conclude alcunché, che torna (letteralmente) sui propri passi, metafora dell’età inquieta che è l’ (atomica) adolescenza.

Dalla 62esima Berlinale Héléna Klotz torna a casa con il premio FIPRESCI (Fédération Internationale de la Presse Cinématographique) per la sezione Panorama.

Postilla: Allucinante il fatto che nei titoli di coda (ancora la coda), lunghissimi per un’opera del genere (fatto che significa due cose: grande cura alla messa in scena ed ai dettagli, ma pure possibilità/abilità nell’aver assemblato una squadra così numerosa), alcuni nomi compaiano come stagisti (fonico stagista, montatore stagista, ecc)… ma io dico, sarà mica il modo… cosa sarebbero, figli di un dio minore?!

Alessio Galbiati

 

 



L’Âge Atomique (Atomic Age)

Regia: Héléna Klotz
Sceneggiatura: Héléna Klotz with con la collaborazione di Elisabeth Perceval
Fotografia: Hélène Louvart (A.F.C.)
Montaggio: Cristobal Fernandez, Marion Monnier
Seconda camera: Julien Samani
Musiche: Ulysse Klotz
Suono: Matthieu Perrot
Sound editor: Emmanuel Soland
Sound mixer: Armelle Mahé
Assistente alla regia: Ludovic Giraud
Costumi: Sarah Da Silva
Production manager: Eve Robin
PostProduction manager: François Nabos
Produttore: Alexandre Perrier
Interpreti principali: Eliott Paquet (Victor), Rainer Dominik Wojcik (Rainer), Niels Schneider (Théo), Mathilde Bisson (Cecilia), Clémence Boisnard (Rose), Luc Chessel (Il ragazzo del club), Arnaud Rebotini (Il fanfarone)
Produzione: KIDAM (Parigi) in collaborazione con Arte Francia
Vendite estere: Rendez-vous Pictures (Parigi)
Lingua: Francese
Paese: Francia
Anno: 2011
Durata: 67′


Héléna Klotz è nata a Parigi il 6 dicembre 1979, città nella quale tutt’ora vive. Ha iniziato la sua carriera in ambito teatrale come assistente alla regia e sound editor per Bruno Bayen. Successivamente ha lavorato come casting director per il cinema con registi quali Nicolas Klotz e Elisabeth Perceval, Laurend Achart, Katell Quillévéré e Eva Ionesco. Nel 2003 ha diretto il suo primo cortometraggio Le léopard ne se déplace jamais sans ses tâches, selezionato a Locarno e vincitore ai festival di Aix en Provence, Côté Court, Créteil, Dignes-les-Bains. Dal 2009 ha realizzato parecchi videoclip musicali ed a lavorare al montaggio di un documentario dedicato alla musica Turzi. L’Âge Atomique è il suo primo lungometraggio, pensato come primo elemento di una trilogia dedicata all’adolescenza. Attualmente è impegnata nella realizzazione del secondo film, presso la casa di produzione parigina KIDAM. Fra le altre cose collabora per la sezione video dell’edizione online dei Cahiers du Cinéma.

Filmografia
2011 – L’Âge Atomique (Atomic Age) | cortometraggio, 67′
2007 – Gennevilliers 07/08 | documentario, 45′
2006 – Les Amants cinéma | documentario, 66′
2003 – Le Léopard ne se déplace jamais sans ses taches | cortometraggio, 35′

 

 

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