Sommarlek (Un’estate d’amore) > Ingmar Bergman

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Sommarlek (Un’estate d’amore)
regia di Ingmar Bergman (Svezia/1968)
recensione a cura di Leonardo Persia


Il ripetersi serializzato di situazioni analoghe nelle opere di Bergman, consente di leggere Un’estate d’amore alla luce di un film passato (Prigione) e di uno futuro (L’ora del lupo). Al pari di Prigione, è disseminato di luci irreali,  rumori, segnali olfattivi e visivi. Gli inservienti del teatro sentono uno strano odore, le ballerine sono nervose, il siparista, anche per via di un sogno bizzarro, è convinto che di lì a poco “succederà qualcosa”.

Il trillo che chiama alle prove squarcia il primo piano silenzioso di Marie (Maj Britt Nilsson), la protagonista che, da quel momento, dopo che le è stato recapitato il diario del fidanzato Heinrik, morto tredici anni prima, rivivrà in flashback l’interludio d’amore del titolo originale, brevissima stagione estiva esistenziale, fatta di illusione e giovinezza, un paradiso caldo, da cui sarà presto cacciata, con il quadro che si incupisce, pioggia, freddo e freddo interiore.

Rintocchi di campane, fischio del traghetto, sibilare del vento, sirena di nave in lontananza, richiamo di gabbiani, cuculi, cornacchie e civette, trillo della sveglia, rubinetto sgocciolante, battito di cuore palpitante. Una sinfonia di suoni interiore, che materializza apparizioni inquietanti, una donna vestita a lutto che sembra guidare la protagonista nell’Ade, dopo che quest’ultima è stata traghettata nel luogo dell’amore Inferno, la casa bianca sul mare, adesso contornata da uno spoglio paesaggio autunnale.

Lì aveva incontrato Henrik (Birger Malmsten) , giovane accompagnato da un cane bianco, guardiano dell’aldilà, orfano (o quasi) come lei. Senza madre, mai conosciuta, padre fuoricampo odiato e, soprattutto, matrigna, “strega con i baffi”: male personificato (ha un cancro al seno che non la scalfisce), androgino che gioca a scacchi con un pastore beone e satanico che dice di aver interesse professionale nei confronti della donna, in quanto incarnazione della morte.

Marie dipendeva invece dalle profferte di uno zio incattivito, Erland (Georg Funkquist), già perdutamente innamorato della madre, corteggiatore implacabile e lussurioso. Sotto gli occhi della moglie Elizabeth,  rievoca, ubriaco e sofferente, la vecchia passione non corrisposta per la madre di Marie, consueta pietas bergmaniana riservata al cattivo.

Il mondo è un inferno, governato dal demonio e il film ne registra la presenza attraverso tali paurose epifanie, i suoni minacciosi, il paesaggio foriero di segnali di morte e sconfitta, i dialoghi inquieti, i personaggi spaventosi o spaventati. La bellezza dell’estate, del sentimento d’amore tra i ragazzi, l’amplesso che sfuma in un tramonto sul mare, negli alberi e nel canto degli uccelli, transizione armonica di incanto, sciabordio di acque ipnotico, fragoleti fioriti, sopprime a malapena il respiro ammorbante del diavolo, soffio perpetuo dell’isola e del copione.

Il male invaderà completamente l’atmosfera. Heinrik muore per un ardito tuffo di fine estate suggellato da un bacio che sembra (ed è) un addio straziante. La disperazione si impadronisce di Marie, che insulta Dio, si lascia circuire dallo zio, sguardo da avvoltoio sul corpo straziato di Heinrik in agonia, gli occhi spalancati per l’ultima volta prima di spirare.

L’attraversamento del bianco corridoio d’ospedale da parte della sventurata, svuotata, con alle spalle l’ombra scura da demonio del putrido amante, segna l’inabissarsi nella parte infera dell’esistenza, ribadita dalla discesa delle scale dal teatro, dopo la prova, con l’attonito primo piano a procedere che muove un ipnotico carrello all’indietro, hitchcockiano. Prima di essere consegnata alle fauci del parente, sotto una pioggia scrosciante d’autunno, altra dimensione, uguale a quella che, in auto, dopo la disgrazia, aveva disegnato sul suo volto un’intermittenza di luce e buio, la contesa della sua anima tra Dio e il diavolo.

L’ora del lupo si insinua in questa fuga dalla realtà, edificazione di un muro insenziente, cortina di odio nei confronti di sé stessa prima che degli altri. Il teatro, lo spettacolo, come nel film del ’68, diventa luogo di spettri e di alienazione, la vita come trucco e inganno, il set cinematografico tetro di Prigione. “Un teatro vuoto di notte fa effetto, diventa un luogo spettrale. Gnomi con la gobba e un’enorme testa ti spiano da ogni angolo. Si trovano qui da sempre. E più il teatro è vecchio, più sono numerosi. I loro occhi sono fosforescenti”.

Rifugio nella razionalità maligna, gelo del cuore, tragico incantesimo. Come in una fiaba, arriva il mago Copelius a tentare di svegliare la bella addormentata. Magia versus ragione, il match de Il volto e de Il rito, e pure l’apparizione del clown della morte, da Il settimo sigillo a Vanità e affanni, a pungolare il personaggio inaridito, sfidandolo al gioco degli scacchi e dell’essere. Occasione irripetibile, prima che egli muoia definitivamente.

“Si può scrutare nella propria vita una volta sola. Le difese che uno costruisce intorno a sé crollano, ritrovandosi spogli e gelidi.  Si può vedere il nostro vero essere, ma una sola volta. In quel momento non si ha il coraggio né di vivere né di morire.” Marie si trova nell’impasse dell’ora liminare: “Hai paura di toglierti il trucco e hai paura di tenertelo, hai paura di andar via e hai paura di restare”. Anche perché accondiscendere alla voce esterna è cedere ad essa, la morte non rimossa, la Morte vera.

Qui il film si fa ambiguo, metaforico, un Bildungsroman della crudeltà, replica di riti pagani della notte dei tempi. Già in Prigione si era intuito che la protagonista era nient’altro che una vittima sacrificale il cui compito, attraverso la propria morte, era quello di disilludere chi le stava intorno, soprattutto chi l’amava; di sviluppare anticorpi necessari per debellare il virus del vivere. Ne L’ora del lupo assistevamo all’olocausto di un giovane soppiantato dai suoi fantasmi, accesso al fuoco divorante per tramite delle stesse icone (compresa l’androginia), solo più horror, di Un’estate d’amore. Anche lì un diario dell’uomo letto dalla donna superstite, usurpatrice d’immagine.

E se Heinrik fosse stato prescelto, destino che lui sente da subito, per permettere a Marie di potersi concedere allo zio, al male, alla morte, a una vita normale, rigettando i bagliori alieni di una vita che Bergman sa che gli umani spaventasti reputano impossibile, solo letteratura? Il diario da cui escono i volti rispettivi e incorporei degli amanti, il cartoon di una ribellione assurda, pendant della comica di Prigione, esilarante trattato sulla morte e il diavolo dominatori del mondo?

“Senti quanta pace. All’improvviso, che silenzio. Forse siamo su un altro pianeta. Sì, siamo degli intrusi. Degli intrusi”. Il compito del diavolo è includerci. Spezzarci in una falsa integrità. “Tienimi stretta, Heinrik. Ho paura di cadere in mille pezzi!” aveva invocato Marie, dopo aver giocato con Heinrik a una promessa di matrimonio. “E se no che mi porti via zio Herald!”: nel caso in cui non fosse stata fedele a lui tutta la vita.

Probabilmente Marie aveva scelto e scatenato un pre-testo (la morte di Heinrik) per non vivere, come Alma con Johan ne L’ora del lupo, come Thomas con Birgitta in  Prigione (tutti detentori di uno scritto della loro vittima personale). Qualcuno da sacrificare, per un ideale più grande e sublimato. L’arte, la scrittura. L’edificazione religiosa de La fontana della vergine, per esempio. Una specie di strana fissazione dell’ immortalità, coazione a ripetere infinita di uno stato mediocre e distanziato dell’essere.

“Io non morirò mai. Sarò sempre più vecchia ma non morirò mai” aveva detto la ragazza a Henrik che, invece, conosceva già il proprio destino. La matrigna sapeva quanto fosse menzognera  la sentenza del prete:“Chi vuole possedere la vita la perde”. La perdita appartiene a chi non ha e non vuol avere alcunché, elemento intonato al resto delle cose. “Com’è tutto difficile… e dipende sempre da qualcos’altro” la risposta di Henrik alla domanda di Marie: “Hai mai baciato una ragazza?”. Poi lei aveva acceso una sigaretta, offrendogliela, scena bergmaniana di patto col diavolo.

Il risveglio finale della ragazza assume i tratti di una resurrezione opaca, nuova promessa d’amore a un uomo più normale, concreto, che riportandola sulla terra le tolga ogni velleità di sentimento. Il bacio sulle punte è un abbraccio al compromesso, principio di realtà, addio al piacere.

E’ forse indicativo che delle stagioni simboliche perlustrate dal film, Bergman abbia escluso proprio l’inverno, relegandola al fuoricampo posto dinanzi al cammino di Marie e David, classica coppia bergmaniana ricostituita dopo un passato duro alle spalle. Vanno verso il futuro, con la consapevolezza che il meglio è passato, l’estate non tornerà, l’amore vero è stato solo un interludio. Convinzione senza la quale non potrebbero vivere.

 
Leonardo Persia

 

 


Sommarlek (Un’estate d’amore)

Regia, soggetto, sceneggiatura: Ingmar Bergman
Sceneggiatura: Ingmar Bergman, Herbert Grevenius
Fotografia: Gunnar Fischer
Montaggio: Oscar Rosander
Scenografia: Nils Svenwall
Trucco: Carl M. Lundh
Produttore: Allan Ekelund
Interpreti: Maj-Britt Nilsson (Marie), Birger Malmsten (Henrik), Alf Kjellin (David Nyström), Annalisa Ericson (Kaj), Georg Funkquist (zio Erland), Stig Olin (Maestro di balletto)
Casa di produzione: Svensk Filmindustri
Paese: Svezia
Anno: 1951
Durata: 96′

 

 

speciale INGMAR BERGMAN

 

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