CriticsBlob # Jagten (Il sospetto) > Thomas Vinterberg

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Arriva nelle sale italiane, distribuito da Bim dal 22 novembre, Il sospetto (titolo originale danese: Jagten, internazionale: The Hunt – ma perché cambiare il titolo?!), il nuovo film del cazzutissimo e DOGMAtico Thomas Vinterberg. Presentato a Cannes 2012, 14 anni dopo il capolavoro Festen, segna il ritorno del regista danese ad una visibilità consona al proprio talento. Un film certo più vendibile, tant’è che è arrivato nel mirino dei nostri "illuminati" distributori, anche se forse ciò accada per via del fatto che proprio a Cannes è stata premiata l’interpretazione di Mads Mikkelsen – uno con la faccia da cinema come pochi, vedi alla voce Valhalla Rising (by Nicolas Winding Refn). Si parla ancora di pedofilia, come in Festen, ma rovesciando l’assunto, raccontandoci la storia di un uomo ingiustamente accusato. Una riflessione sulle paranoie del nostro tempo, sulla mostruosità dei nostri giorni. Viviamo in un mondo orribile canta Franco Battiato.

 

Ricognizione della critica attorno al film, fra Italia, UK e States.

 

 

Il sospetto (Jagten / The Hunt) di Thomas Vinterberg (Danimarca/2012)
con: Mads Mikkelsen, Thomas Bo Larsen, Annika Wedderkopp, Lasse Fogelstrøm, Susse Wold, Anne Louise Hassing, Alexandra Rapaport, Lars Ranthe, Ole Dupont

Dopo un difficile divorzio, il quarantenne Lucas ha una nuova fidanzata, un nuovo lavoro e sta rimettendo in sesto il complicato rapporto con il figlio adolescente Marcus. All’improvviso però le cose volgono al peggio. Una bugia comincia a diffondersi come un virus invisibile nella comunità in cui vive. Sotto shock, Markus si ritrova accusato di pedofilia, un crimine che non ha commesso, e, travolto da una sorta di isteria collettiva, deve combattere un’aspra battaglia per riappropriarsi della propria vita e della propria dignità.

 

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Intervista a Thomas Vinterberg, a cura di Domenico La Porta per Cineuropa: «In Il sospetto abbiamo un gruppo di adulti che si divertono e si comportano come vogliono, come dei bambini. Immaginiamo che i bambini siano puri o almeno è quello che si credeva un tempo. Oggi le cose sono cambiate. La gente ha paura e anche gli adulti hanno perso la loro innocenza. Sono venuto a Cannes nel 1998 per dirlo e oggi ci torno con l’antitesi, ma temo che la verità sia da qualche parte tra questi due estremi. […] Amo il mio paese. Conto di restarci e sono molto fiero dell’industria cinematografica danese, che è solida, ma appartengo a una tradizione di racconti cupi che non vengono solo dalla Danimarca, ma da tutta la Scandinavia. Il popolo danese è generalmente felice, ma le storie nere mi attirano anche se rappresentano una parte soltanto della mia società».

 

Luca Zanovello per Through The Black Hole: «Jagten (La caccia) affronta il tema della pedofilia attraverso le vicende di Lucas (Mads Mikkelsen, Casino Royale, Scontro Tra Titani), maestro di asilo di un micropaesino nel nulla danese. Fidato tutore e rispettato cittadino prima, perseguitato e torturato poi, da quando la piccola Klara confida alla direttrice dell’istituto di essere stata molestata dal suo insegnante preferito. Verità non è, ma ai paesani pare tutto plausibile, una bambina così innocente non può essersi inventata tutto; comincia così la “caccia” (all’uomo) del titolo, speculare a quella che Lucas operava negli ampi boschi circostanti, e altrettanto barbara. […] Con o senza dogmi, Vinterberg è un regista incredibilmente abile ed attento alla dimensione emotiva, sa colpire lì, senza retorica e con picchi di crudeltà che diventano iconici; così come la xenofobica canzoncina di Festen valse più di mille colpi di coltello, in Jagten un paio di manifestazioni di odio nei confronti di Lucas colpiscono e scomodano più di una maratona di film horror. La parabola discendente della vita di Lucas – parallela a quella dei suoi persecutori, impropri giustizieri – è il ritratto di un microcosmo comunitario pronto a impugnare le torce infiammate dalla paura, dal sospetto e dalla paranoia. Cose che solo il passo cinico e gelido della camera di Vinterberg potrebbe raccontare così vividamente».

 

Mariuccia Ciotta per Il Manifesto: «A proposito di format, l’ex Dogma della scuderia Lars von Trier presenta il suo, La caccia (concorso) di Thomas Vinterberg, la «promessa» danese di Festen (1998) che molti anni e film dopo torna sul luogo del delitto, l’abuso sessuale in famiglia. Il film segue l’andamento di quelle serie «educative» centrate sulle disfunzioni sociali, «disturbanti» come un popcorn andato di traverso. In un villaggio tra boschi e colline, un giovane maestro di asilo, Lucas (Mads Mikkelsen) è ingiustamente accusato di molestie sessuali da un angioletto vendicatore, una bambina che si sente respinta. La comunità machista, tutti grandi, grossi e cacciatori (Bambi non perdona) si schiera contro l’amico, le donne aizzano al linciaggio, Lucas è braccato. Gli ammazzano il cane, lo scacciano dal supermercato e dalla chiesa, senza prove. Vinterberg denuncia il pericolo del «sentire comune», il contagio dei «buoni», capaci dei peggiori crimini. E fa bene. Ma non c’è una scintilla in questo telefilm inesorabilmente didascalico che inanella frasi e immagini stra-fatte».

 

 

Mike D’Angelo per AV Club: «Director Thomas Vinterberg is no stranger to this sort of emotional hysteria, having made his name with The Celebration, which pivots on a similar accusation made by an adult child years after the fact. And after a decade of ill-conceived experiments like It’s All About Love and Dear Wendy, it’s good to see him back in quasi-Dogme mode, focusing on intimate behavioral details in a heightened but fundamentally naturalistic setting. But while The Hunt is very well made, it’s also exactly what you’d expect, given its subject matter. There’s no suggestion that Mikkelson might be guilty, nor any other complication – he’s a pure, noble victim, and the film merely observes sorrowfully as his life falls apart, with special emphasis on the destruction of his closest friendship. Also, while false accusations of sexual abuse no doubt still happen, the lynch-mob mentality depicted here feels several decades out of date – I’m not sure that something like the McMartin Preschool witch hunt (which unfolded from 1983-1990) could gain that degree of traction today. The Hunt is a “problem picture” in which the problem feels neither urgent nor especially new. It’s as if Vinterberg had made a powerful movie earnestly warning us about the potential health risks of smoking cigarettes».

 

David Rooney per Hollywood Reporter: «The film is fundamentally about the speed at which lies, gossip and innuendo can become cemented as fact in public opinion, and about the disturbing power of suggestion on young minds. But it’s also about the fragile nature of trust in communities and among friends, particularly men. It shows how easily masculine bonds stretching back years can be broken and how willingly a band of brothers can betray one of its own.
Lucas (Mikkelsen) is a beloved member of one such group of small-town deer-hunting buddies, whose rowdy get-togethers are fueled by booze and bonhomie. Bouncing back from the loss of his teaching job and a messy divorce, he is just starting to get on his feet again. He has a new job at a local kindergarten, begins a promising relationship with a foreign co-worker (Alexandra Rapaport), and after having limited access to his adolescent son Marcus (Lasse Fogelstrom), it now appears likely the boy will be moving back in with him.
Mikkelsen imbues Lucas in his earliest scenes with such warmth and compassion, particularly around the adoring kids at work, that it’s heart-wrenching to hear the alarm bells going off when the drama’s nightmarish chain of events is set in motion».

 

 

Thomas Vinterberg interview by Anna Tatarska per Slant Magazine: «I’d push it further than just conservative. I think we’re fearful of being in this very dark and grim place. Love between grownups and children can no longer be in any way physical, especially not in public spaces. Times of freedom are long gone, and in a way they have to be, because that’s a way of keeping things under control. Becoming a sexual abuser is gradually becoming more and more difficult. But we’ve lost something here: touching, physical contact. It’s important and we can’t do it anymore. My daughter, when she was about five, would sometimes kiss me on the mouth. And if we were on a public bus, that wouldn’t feel comfortable to me. Of course, I’m not neglecting the fact that children are being abused; this is real and serious. But I find this situation terribly sad. […] I think we almost fall in love with this righteous, stubborn man. He’s very just, but the tension within him is like a balloon; it gradually grows, gets bigger, and finally explodes. And somehow I can see myself in him. When I was five years old, my family was rather poor, and we’d always use public transportation. One time I was on a bus with my sister and my father, who’s an academic worker. And suddenly this big fat guy storms in and commands my sister to free the seat she’s taken: "Move! I want to sit here!" he spewed. My father, who’s not a fighter, a very composed person—and a film critic, by the way—started making those sadistic, clever comments, a little bit too loud, so the man could obviously hear him. Being a child, I didn’t fully understand his behavior; so I went there, sat behind this guy, the anger growing inside me, and suddenly I find myself knocking on his shoulder, saying right to his face, "You’re stupid!" So he knocks me down, I faint, police arrive, and the next thing I remember is slowly regaining consciousness and seeing my father and this guy, not even fighting, but clinging onto each other as in a weird dance. My little sister is crawling around them, searching for my dad’s glasses. This little boy that I was behaved thoughtlessly, but very righteously as well. And maybe that feeling echoes in Lucas’s character. […] I consider them all good. I find that they’re all innocent, sweet, and pure people who have this splinter in the eye that takes away their innocence. What I consider really sad about this film, and what touches me about it, is that somehow it became a reflection on loss of innocence in the world. I grew up in the ’70s, and back then, in my childhood imagination, people were naked and good. It was possible to be physically naked around each other without being put to prison. Everything was orange, and with time, things have become more blue. For good reasons obviously: We now know that children are being abused, so there’s a good reason for all this. But we have lost something along the way, something that I find very dear.

 

Peter Bradshaw per The Guardian: «The Hunt has hints of Peckinpah’s Straw Dogs and Von Trier’s Dogville in its portrayal of group hysteria, with its remorseless anti-logic. But of course it returns to the themes of Festen: how family and community, supposedly the bulwarks against chaos and unhappiness, can turn in on themselves. Mikkelsen’s performance is entirely convincing and all too plausible; and with him at its centre, The Hunt becomes an unbearably tense drama-thriller. A scene in a supermarket is gripping, and so is Lucas’s appearance at the Christmas Eve church service, which can really only be watched through your fingers. […] That hunt, and the weaponry used, call to mind Chekhov’s dictum about what must happen to a gun which is produced in the first act: but actually, what happens is much more interesting and complex; Lucas’s final encounter with his accuser, and the final moments of the film, really are gripping. The film is perhaps open to some plausibility niggles: would not Lucas have engaged a lawyer, or been advised to do so, at some stage? Well perhaps not. Someone in his situation might simply be too stunned to defend his interests, or he could suspect that any such action would be an admission of guilt».

 

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Fonti: Cineuropa | Through The Black Hole | Il Manifesto | AV Club | Hollywood Reporter | Slant Magazine | The Guardian

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