A última vez que vi Macau > João Pedro Rodrigues e João Rui Guerra da Mata

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A ÚLTIMA VEZ QUE VI MACAU
The Last Time I Saw Macao | João Pedro Rodrigues e João Rui Guerra da Mata | Por-Fra/2012

di Alessio Galbiati
da Rapporto Confidenziale 36

 

«Il barocco è l’arte di un tempo che ha perduto il suo centro»
Guy Debord

 

«Il cinema portoghese è morto». Con queste parole Olivier Père, direttore artistico (uscente) del Festival di Locarno, ha introdotto lo straordinario ibrido cinematografico diretto da João Pedro Rodrigues e João Rui Guerra da Mata, in concorso alla 65ª edizione del festival svizzero. È morta la sua industria, già da qualche tempo ridotta al lumicino ma definitivamente affossata dal taglio dei finanziamenti statali alla produzione cinematografica, voluti dal primo ministro Pedro Passos Coelho. La politica del governo presieduto dal leader del PSD (Partito Social Democratico), formazione di destra appartenente al Partito Popolare Europeo, è ispirata ad un feroce populismo apertamente ostile ad ogni misura a sostegno delle arti, un populismo proto-fascista talmente esasperato da aver promesso, e mantenuto, la cancellazione del ministero della cultura e congelato il sostegno finanziario all’Ica (Centro nazionale del cinema locale), portando l’ente ad una totale paralisi. Il cinema portoghese è stato una delle prime vittime della crisi economico-finanziaria che si è abbattuta sull’Europa di questi anni. È morta la sua industria, ma non la forza di un cinema nazionale realizzato da artisti unici, portatori di una visione tanto singolare quanto universale della potenza del linguaggio cinematografico. Al fianco di grandi Maestri, su tutti l’eterno Manoel De Oliveira, si è affacciata alla ribalta internazionale una schiera di giovani autori che di frequente realizza il proprio cinema lontano dai confini nazionali, esplorando, come fossero schegge scagliate da una deflagrazione, i territori del passato coloniale portoghese. Miguel Gomes, per esempio, in Tabu (uno dei film più interessanti del 2012), rievoca un’immaginaria quanto verosimile ex colonia africana, Gabriel Abrantes, giovanissimo autore già di “casa” nei maggiori festival internazionali, ha costruito (sta costruendo) la propria filmografia all’interno di set allestiti in Paesi un tempo colonie. Più in generale il cinema portoghese ha posto l’oggetto delle proprie narrazioni fuori dai suoi confini, in esilio dal proprio territorio, ricongiunto e in dialogo con il proprio passato all’interno delle mutazioni, storiche e antropologiche, dell’epoca della globalizzazione. Questa capacità, sorprendentemente comune a un gran numero di artisti/registi (tra i quali è possibile annoverare João Nicolau, Gonçalo Tocha, João Salaviza e molti altri ancora), rende questa cinematografia estremamente vitale agli occhi del mondo perché ibrida(ta) e meticcia, particolare ma universale, nello spazio (geografico) e nel tempo (storico).

A última vez que vi Macau rientra appieno in questa new wave lusitana, ma è, prima di ogni altra cosa, un film straordinario, probabilmente un capolavoro. Un’opera che non ti si toglie di dosso, che continua a vivere nella testa dello spettatore.
Funziona come un enigma, «Aenigma est quaestio obscura, quae difficile intelligitur nisi aperiatur» (Isidòro di Siviglia, Etymologiae, I.xxxvii.26), perché come una questione oscura è costruito, pezzo per pezzo, dai suoi autori. Una di quelle opere che ti dispiace da morire che pochi riusciranno a vedere, perché contiene in sé un modo innovativo e coraggioso di strutturare un racconto, per immagini in movimento, distante dalla norma, assai vicino ad alcune delle opere più ardite di Chris Marker, in particolar modo al mai abbastanza celebrato Sans soleil (1983).

A última vez que vi Macau è un film che sfugge alle classificazioni: è un film di finzione – un noir con venature fantascientifiche – girato come un documentario? Oppure è un documentario che si struttura attraverso una trama di finzione? Oppure, ancora, è un film di finzione destrutturato, pieno di inserti documentari e girato dal vero?
Sicuramente è un oggetto cinematografico eccentrico perché unico, fra le opere più sorprendenti degli ultimi anni. Un ibrido fra molte cose fra loro differenti e allo stesso tempo un’opera che ne contiene molte altre, capace di mescolare fra loro, appena accennandoli, una gran varietà di temi e suggestioni, ma pure in grado di essere una lucida riflessione sul cinema e il suo rapporto fantasmatico con la realtà, rimanendo dannatamente fedele al connubio artistico e alla poetica dei suoi realizzatori.

A última vez que vi Macau è un omaggio al cinema, alla passione cinefila dei suoi autori che, già dal titolo, strizzano l’occhio al melodramma MGM del 1954 diretto da Richard Brooks, The Last Time I Saw Paris. Ma è con la sequenza d’apertura che compiono una citazione esplicita della pellicola mitica che ha reso celebre l’ex colonia portoghese. All’interno di un’immagine/simbolo (solo la prima delle molte presenti nel film), sensualmente fiammeggiante ed esteticamente raffinata, la transessuale Candy (Cindy Scrash) canta in playback con la voce di Jane Russell, lip-syncing dicono gli anglofoni, il tema portante del classico RKO del 1952 diretto da Joseph von Sternberg, Macao (L’avventuriero di Macao). Sono le note e le parole della canzone You Kill Me a condurre lo spettatore all’interno di un mistero entro il quale spariranno tutti i corpi, proprio a partire da quello di Candy, che diverrà solo una voce, un fantasma da ritrovare.

Ma il film vero e proprio incomincia un attimo dopo, con la voce fuori campo (scopriremo durante la visione che tutto ciò che in quest’opera accade sarà solo e unicamente fuori campo – fuori scena) di João Rui Guerra da Mata recitante le seguenti parole:

«Dopo 30 anni mi ritrovo a Macao, dove non tornavo dai tempi della mia infanzia. Più o meno una settimana fa, a Lisbona, ho ricevuto un’e-mail da un’amica che non sentivo da molto tempo. Sapevo che Candy era partita per l’Oriente, forse per il gusto dell’esotico, o alla ricerca di una vita più facile. Fatto sta che ne avevo perso le tracce. Nell’e-mail mi diceva che ancora una volta aveva incontrato gli uomini sbagliati, ma stavolta le conseguenze erano molto serie: un carissimo amico era stato assassinato durante un’innocua partita a flash ball e lei temeva di essere la prossima vittima. Io ero la sola persona di cui potesse ancora fidarsi. Mi pregava di andare a Macao dove, secondo le sue stesse parole, stavano succedendo cose “strane e inquietanti”. Affaticato dalle molte ore di volo, mi dirigo verso Macao a bordo di un aliscafo che mi riporterà indietro nel tempo, ai giorni più felici della mia vita».

 

 

Queste le parole che ci conducono all’interno di un noir sulle tracce di una persona scomparsa, Candy (Cindy Scrash), transessuale di origini portoghesi fagocitata dai misteri di una città sospesa fra passato e presente. Di lei sappiamo che è entrata casualmente in possesso di alcune informazioni che potrebbero minacciare una non meglio definita organizzazione criminale alle prese con una guerra fra fazioni. Protagonisti di questa caccia all’uomo sono proprio i due stessi registi che, unicamente attraverso le proprie voci, organizzate fra loro in maniera contrappuntistica (un contrappunto di soliloqui che ricorda molto cinema à la Godard), o in alcuni casi con un piede o una mano, ma mai a figura intera, muovono l’intera storia. Il film procede come un’indagine: una successione di eventi assai simile a un noir: una scia di sangue che conduce a un finale apocalittico che chiuderà la storia all’interno d’una visione “spirituale” dell’esistenza, una fine non conclusa, aperta ad un possibile nuovo inizio.

Macao è per João Rui Guerra da Mata un luogo d’affezione, uno spazio della propria memoria. Egli ha infatti vissuto la propria infanzia nell’isola a sud della Cina quando questa era ancora una colonia portoghese. Figlio di un ufficiale navale della Marina portoghese, ha trascorso la sua infanzia a Macao negli anni ’70, non facendovi ritorno per trent’anni. Ed è per questo che all’interno del film si mescolano i suoi ricordi e la memoria del cambiamento urbanistico si concretizza anche attraverso la giustapposizione di immagini fotografiche della sua infanzia con riprese dal taglio documentaristico della Macao di oggi. «Quattro secoli di presenza portoghese e nessuno parla portoghese», dirà nel film. Macao dal 1999 è tornata alla Cina dopo secoli di dominazione portoghese, lo divenne nel 1557, 442 anni di dominazione coloniale dissolti in un attimo a cavallo fra due millenni. Macao diventa quindi il luogo dal quale osservare il mondo cambiare, trasmutare in qualcosa di ancora sconosciuto, sospeso, proprio come il film, fra dimensioni differenti.

L’anima asiatica che scorre nel cinema di João Pedro Rodrigues, China, China (2007) e Alvorada Vermelha (2011), è riconducibile al sodalizio umano e artistico con João Rui Guerra da Mata, co-regista delle opere in questione, e collaboratore di sempre del cinema d’uno dei più interessanti autori portoghesi. Ed è sorprendente vedere quanto le due dimensioni personali riescano a fondersi in una cristallizzazione cinematografica tanto stratificata e complessa, quanto coerente con la poetica della filmografia diretta unicamente da Rodrigues. Autore di un cinema dell’ambiguità e del doppio, sospeso fra omaggio cinefilo e rinnovamento del linguaggio, caratteristiche che troviamo tutte insieme presenti in questo onirico viaggio fra spazio e tempo, memoria e oblio, nell’isola di Macao.

Nulla nel lungometraggio di Rodrigues e da Mata è mai banale. L’intera vicenda si svolge fuori campo attraverso la traccia sonora, mentre le immagini sono un mosaico di dettagli minimi o scorci urbani della città di Macao che solo raramente coincidono in maniera diretta con l’audio. Una sequenza su tutte rende con chiarezza la struttura e l’impostazione del lavoro: la macchina da presa, staticamente puntata su di un palazzo ricoperto da teli turchesi, rimane immobile a puntare l’edificio, sentiamo un dialogo fitto, come di due persone che stanno litigando, a un certo punto uno sparo. Dentro all’inquadratura non è accaduto nulla, però sappiamo che qualcosa è successo, qualcuno è morto, qualcun altro ha ucciso. La messa in scena è costruita attraverso un’abile oscillazione fra il piano visivo e quello sonoro, con una predilezione per quest’ultimo, vero tessuto connettivo di quest’eccentrico arabesco che sa di barocco. Scriveva Guy Debord: «Il barocco è l’arte di un tempo che ha perduto il suo centro». Curioso notare come il termine ‘barocco’ sia un aggettivo francese, ‘baroque’, derivato dal portoghese ‘barroco’, ovvero ‘irregolare’, in riferimento alla forma non perfettamente regolare di una perla.

A última vez que vi Macau è un enorme lavoro artigiano durato 15 mesi, nato come un documentario con un budget di 5’000 € e trasformatosi in un sogno ad occhi aperti composto da migliaia di inquadrature e immagini (materiale documentario sulla città di Macao: scorci urbani, dettagli architettonici e paesaggistici, animali, sequenze del brulicare incessante della città, eccetera) tenute insieme da una traccia sonora, in gran parte ricostruita in fase di post-produzione, capace di far progredire una storia altrimenti inintelligibile. Insomma, un miracolo, un vero e proprio miracolo cinematografico e uno dei migliori film del 2012.

«Come sarebbe il mondo senza il cinema portoghese?» era il provocatorio titolo di una tavola rotonda andata in scena lo scorso luglio al Festival de Vila do Conde per fare il punto, tra addetti ai lavori, sullo stato di crisi in cui versa l’industria cinematografica di uno dei Paesi europei più inguaiati dalla crisi del debito. La mia risposta alla domanda sarebbe che il mondo, probabilmente, non è né più né meno di quello che è, ma potrebbe essere senz’altro migliore se avesse l’occasione di vedere questa cinematografia morta, ma in forma smagliante. •

Alessio Galbiati

 

 

A última vez que vi Macau
Titolo internazionale: The Last Time I Saw Macao
Regia, sceneggiatura, fotografia: João Pedro Rodrigues, João Rui Guerra da Mata • Montaggio: Raphaël Lefèvre, João Pedro Rodrigues, João Rui Guerra da Mata • Assistente alla regia: Leonor Noivo • Suono: Nuno Carvalho, Carlos Conceição, Leonor Noivo • Montaggio suono: Nuno Carvalho • Sound mix: Mélissa Petitjean • Consulenza scientifica: Filomena Silvano • Musical number crew: Rui Poças (fotografia), João Rui Guerra da Mata (aip art direction) • Assistente di produzione: Yakult Lin, Leonor Noivo, Rodrigo Candeias, Jane Roger • Production manager: Lydie Bárbara • Produttori: João Figueiras, Daniel Chabannes de Sars, Corentin Dong-jin Sénéchal • Interpreti: Cindy Scrash (Candy), João Rui Guerra da Mata, João Pedro Rodrigues • Guest: Maria João Guerra da Mata, Lydie Bárbara, Raphaël Lefèvre, Nuno Carvalho • Voci: Hoi Kem Foo, Rita Chan, Janete Chan, Chan Tong Wong, Ko Chung Tin, Eduardo Chan, Mingyu Wu, Lian Wu • Produzione: Blackmaria (Lisbona), Epicentre Films (Parigi) • Co-produzione: Le Fresnoy, Studio National des Arts Contemporains • Con il sostegno finanziario: ICA RTP, Centre National de la Cinématographie et de l’image Animée • Con il supporto di: Centre National des Arts Plastiques (image/mouvement), du Ministère de la Culture et de la Communication • Rapporto: 16:9 • Formato di ripresa: HD • Formato di proiezione: DCP • Suono: Dolby Digital 5.1 • Lingua: portoghese, mandarino • Paese: Portogallo, Francia • Anno: 2012 • Durata: 85’

www.blackmaria.pt

 

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João Pedro Rodrigues
(Lisbona, 1966) Incominciati gli studi in Biologia all’Università di Lisbona per diventare ornitologo, ha presto abbandonato per studiare cinema e diplomarsi alla Scuola di Cinema di Lisbona.
Nel 1988 dirige O pastor (The Shepherd), cortometraggio di diploma e opera d’esordio. Il suo secondo corto, Parabéns! (Happy Birthday!) ottiene un ottimo consenso internazionale, a partire dalla Menzione speciale alla Mostra di Venezia del 1997. Nel periodo 1997-99 ha diretto Esta é a minha casa (This Is My Home) e Viagem à expo (Journey To The Expo), documentario in due parti. Nel 2000, il suo primo lungometraggio, O fantasma, presentato in concorso internazionale alla Mostra di Venezia e vincitore dei festival di EntreVues, Belfort e del New Festival a New York. Nel 2005, il suo secondo lungometraggio, Odete, viene premiato alla Quinzaine di Cannes. Nel 2007 il suo terzo cortometraggio, China, China, co-diretto con João Rui Guerra da Mata, viene anch’esso premiato alla Quinzaine, ma pure a EntreVues e Belfort. Nel 2009, il terzo lungometraggio, Morrer como um homem (To Die Like A Man), viene selezionato in concorso nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes, dopo essere stato selezionato nel 2007 nel programma Cinéfondation dell’atelier del festival francese. Nel 2011 il suo quarto cortometraggio è il documentario Alvorada vermelha (Red Dawn), co-diretto con João Rui Guerra da Mata, presentato all’IndieLisboa e a Locarno. João Pedro Rodrigues ha recitato nel cortometraggio Le Jour où le fils de Raïner s’est noyé di Aurélien Vernhes-Lermusiaux. Nel 2012, è l’attore protagonista del documentario d’esordio (come singolo) di João Rui Guerra da Mata. Sempre nel 2012 dirige il cortometraggio Manhã de Santo António (Morning Of Saint Anthony’s Day). The Harvard Film Archive (2010), BAMcinématek – The Next Director (2010), TIFF Bell Lightbox – The New Auteurs (2011) e molte altre realtà cinefile internazionali hanno proposto retrospettive del suo cinema.
Attualmente lavora al suo nuovo lungometraggio, O ornitólogo (The Ornithologist). Dal titolo una sorta di ritorno alle origini.

Fimografia
1988 | O pastor (The Shepherd) • 1997 | Parabéns! (Happy Birthday!) • 1997 | Esta é a minha casa (This Is My Home) • 1999 | Viagem à expo (Journey To The Expo) • 2000 | O fantasma • 2005 | Odete • 2007 | China, China | co-diretto con J.R.G. da Mata • 2009 | Morrer como um homem (To Die Like A Man) • 2011 | Alvorada vermelha (Red Dawn) | co-diretto con J.R.G. da Mata • 2012 | Manhã de Santo António (Morning Of Saint Anthony’s Day) • 2012 | A última vez que vi Macau (The Last Time I Saw Macao) | co-diretto con J.R.G. da Mata

 

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João Rui Guerra da Mata
(Lourenço Marques, Mozambico) Ha incominciato a lavorare nel cinema proprio con João Pedro Rodrigues a partire dal 1995. Insegna Art Direction e Production Design al Lisbon Film School (ESTC) dal 2004 al 2011.
Come Art Director e Production Designer ha partecipato ad un gran numero di corti e lungometraggi. Nel 1997 da Mata compare come attore nel cortometraggio d’esordio di Rodrigues, Parabéns! (Happy Birthday!), e come assistente alla regia, sempre per Rodrigues, in Esta é a minha casa (This Is My Home) e Viagem à expo (Journey To The Expo). Da questo momento da Mata lavorerà in ogni opera di Rodrigues in qualità di direttore artistico e production designer, talvolta di sceneggiatore. Nel 2007 co-dirigono il cortometraggio China, China, da un’idea di João Rui e sceneggiato insieme; recitato principalmente in mandarino, rappresenta il loro primo approccio cinematografico alla Cina. Nel 2012, oltre alla co-regia di A última vez que vi Macau (The Last Time I Saw Macao), dirige il suo primo cortometraggio, O que arde cura (As The Flames Rose), presentato in anteprima IndieLisboa.

Filmografia
2007 | China, China | co-diretto con J.P. Rodrigues • 2011 | Alvorada vermelha (Red Dawn) | co-diretto con J.P. Rodrigues • 2012 | A última vez que vi Macau (The Last Time I Saw Macao) | co-diretto con J.P. Rodrigues • 2012 | O que arde cura (As The Flames Rose)

 

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NON SIAMO CHE OMBRE. INTERVISTA A JOÃO PEDRO RODRIGUES E JOÃO RUI GUERRA DA MATA
a cura di Alessio Galbiati e Roberto Rippa

WE ARE JUST SHADOWS. INTERVIEW WITH JOÃO PEDRO RODRIGUES & JOÃO RUI GUERRA DA MATA
by Alessio Galbiati and Roberto Rippa

in Rapporto Confidenziale 36

 

 

Rapporto Confidenziale
numero36 (ottobre/novembre 2012)

ISSN: 2235-1329

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