Hüseyin Karabey [Intervista]

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Intervista a Hüseyin Karabey

da Rapporto Confidenziale numero37

Hüseyin Karabey (Istanbul, 1970) si laurea in cinema nel 2001 presso la Marmara Üniversitesi, dopo avere studiato economia. Lo stile del suo cinema è dettato dal suo coinvolgimento nel movimento democrati­co dagli anni ‘90 e dal suo retroterra come documentarista. I temi sociali e politici trattati nel suo cinema hanno acceso l’interesse su di lui a livello internazionale. Il suo primo lungometraggio, Gitmek – “Benim Marlon ve Brandom” (To Go – “My Marlon and Brando”), è stato selezionato al 73mo Rotterdam Film Festival e ha avuto la sua prima nordamericana al Tribeca Film Festival, dove gli è valso il premio come migliore regista. A oggi, il film è stato presentato a 36 festival in tutto il mondo, ottenendo numerosi premi (premio speciale della giuria all’Ankara International Film Festival, premio FIPRESCI al Jerusalem Film Festival e allo Yerevan International Film Festival, in Armenia, l’Asian Film Award al Tokyo Internatio­nal Film Festival).
Ha terminato il suo secondo lungometraggio
Sesime Gel (Come To My Voice), che verrà presentato il prossimo anno.

Roberto Rippa: Nel 1999, hai realizzato un documenta­rio molto potente: Boran. Tratta di attivisti politici che sono scomparsi nel nulla nel corso degli anni ‘90 e delle loro madri che non hanno mai smesso di cercarli. È dedicato alle madri di Plaza de Mayo e anche alla tua. Già in questo film mescoli real­tà e finzione, proprio come farai, pur se in maniera più estesa, in Gitmek. Cosa ti ha fatto decidere di usare questa specifica modalità di narrazione?

Hüseyin Karabey: A dire il vero, avevo girato diversi docu­mentari prima di Boran, trattando soprattutto della violazione dei diritti umani in Turchia. In quelle occasioni avevo scoperto che il pubblico, nella maggior parte dei casi, comprende ciò che stai mo­strando ma fatica a cogliere le emozioni. All’interno del linguaggio del documentario, stenta a capire le emozioni delle vittime. È in quel momento che ho scoperto i film di Jean Rouch. Vederli, ha cambiato il mio concetto di fare cinema. Ho scoperto che talvolta i documentari sono più finzione della finzione. Quindi mi sono detto: «Hüseyin, dovresti usare ogni singolo stile per raccontare la tua storia, non importa se attraverso il documentario, la finzio­ne o anche l’animazione». Ritengo che, se nella realtà la verità è nascosta, allora hai bisogno di usare degli espedienti per renderla visibile.

Episodio Sonsuz Bir Gün dal film F Tipi Film (2012)

RR: Il tuo film successivo, Sessiz ÖlümSilent Death, trat­ta un tema molto discusso nella cosiddetta “fortezza Europa”: quello delle carceri. Purtroppo non sono riuscito a vedere il film, ma ho letto che hai intervistato molti detenuti per motivi politici e ex detenuti in molti Paesi d’Europa, Italia compresa. Puoi raccontarmi qualcosa di più su questo lavoro?

HK: Nel 1999, il governo turco ha deciso di cambiare il suo sistema carcerario per allinearlo allo standard europeo. A quel tempo il Ministro della giustizia dichiarò che avrebbe portato lo standard europeo nelle carceri turche. I Turchi sognano l’Unione europea, dunque questa non era altro propaganda di Stato di basso livello. Ho dunque deciso di andare a verificare quale fosse questo standard europeo, recandomi in cinque diversi Paesi, Stati Uniti compresi, per vedere le carceri private del Texas.
Ho visto cose orribili, chiaramente. Ho avuto la possibilità di parlare con ex detenuti politici legati a IRA, RAF, ETA, ecce­tera… che sono stati prigionieri in celle di isolamento per venti e più anni.
Sfortunatamente le carceri sono state aperte con una terribile operazione condotta dallo Stato e dall’esercito. Più di trenta per­sone sono morte durante il trasferimento nelle nuove strutture e, nei successivi tre anni, più di cento persone sono morte a seguito di uno sciopero della fame. Altre trecento per le ferite conseguenti alla nutrizione forzata.
Dopo dodici anni il problema è ancora presente nelle carceri turche. Centomila persone sono in carcere, trentamila di queste sono prigionieri politici, soprattutto Curdi. Nove registi, io com­preso, hanno realizzato un film collettivo sul tema. Verrà distri­buito la prossima settimana in Turchia e contemporaneamente in alcune nazioni europee (il film, che si compone di nove episodi di dieci minuti l’uno, si intitola F Tipi Film ed è diretto, oltre che da Hüseyin Karabey, da Ezel Akay, Sırrı Süreyya Önder, Barış Pirha­san, Aydın Bulut, İlksen Başarır, Reis Çelik, Vedat Özdemir e Me­hmet İlker Altınay; NdR.).

RR: Gitmek – “Benim Marlon ve Brandom” (To Go: “My Marlon and Brando”) è stato il primo film da te diretto che mi sia capitato di vedere. Mescola fra loro realtà e finzione, ma userei la parola ricostruzione, per raccontare una storia nel modo più realistico possibile. Come hai scoperto la storia di Ayça e Hama Ali?

HK: Terminata la scuola di cinema, ho lavorato con molti gruppi teatrali per imparare a dirigere gli attori. Credo fosse il 2003 quando ho incontrato Ayça. In quel momento stava tentando di andare in Irak e sapeva che io c’ero stato diverse volte. Quindi, mi ha chiesto come avrebbe potuto recarvisi con la guerra in corso. È in quell’occasione che mi raccontò tutta la sua storia. Voleva rac­contarla in qualche forma, ma le ho detto che prima di tutto avreb­be dovuto andare in Irak e seguire la propria vita, ma che se dopo, avesse ancora avuto voglia di farne qualcosa, allora, ma solo dopo il suo viaggio, ci avrei pensato. Ayça riuscì nel suo intento, ed ebbe molte esperienze. Quando, nel 2005, decisi di girare il mio primo lungometraggio, andai da lei e le spiegai che volevo raccontare la sua storia, combinandola con le mie, e lei accettò.

Hüseyin Karabey sul set di Gitmek – “Benim Marlon ve Brandom”

RR: In Gitmek, la storia di Ayça e Hama Ali è rappresen­tata proprio come accadde realmente; lei stessa ha scritto la sceneggiatura insieme a te. Quanto è stato difficile entrare in una storia tanto personale?

HK: La prima cosa che le ho detto è stata che avrei voluto che lei apparisse all’interno del film con la sua identità reale. All’inizio sembrava confusa, ma poi ha accettato la sfida. Dunque abbiamo iniziato a scrivere la storia, e le ho chiesto di scrivere del suo viag­gio, e di portare tutta la documentazione che ancora possedeva: le lettere…tutto. Ayça si è fidata di me, affidandomi tutto il materiale. A quel punto ho incominciato a scrivere anch’io, confrontandomi con lei per comprendere cosa provasse di fronte a ciò che avevo scritto. Quando manifestava la volontà di modificare qualcosa, ne tenevo conto. E poi proseguivo. Ci sono voluti due anni per termi­nare la sceneggiatura, è stato difficile, a tratti, ma allo stesso tempo meraviglioso. Si è fidata di me al 100%. Sono stato sincero e onesto con lei e lei si è comportata allo stesso modo con me.

RR: Hai utilizzato una storia d’amore tra due persone forzatamente distanti per raccontare un’altra storia: quella del popolo curdo e della guerra. Cosa ti ha portato a scegliere questa forma per raccontare questa vicenda?

HK: Nel corso della guerra interna in Turchia, tra il 1984 e il 1999, ho assistito a qualsiasi tipo di orrore: ho perso amici, io e mio fratello siamo stati arrestati e torturati, ho visto massacri… Ho cercato di raccontare queste storie usando la mia macchina da presa per quelle persone che questa storia non la conoscevano. Ma la gente non vuole vedere la nuda verità, oppure, quando assistono a situazioni tanto orribili, preferiscono ignorarle.
Ci ho pensato a lungo e poi ho trovato il mio modo per rac­contare: le informazioni non modificano i nostri atti e le nostre emozioni, ma l’esperienza e l’empatia sì. Proprio come è accaduto a Ayça: all’inizio voleva solo ritrovare il suo amato. Attraverso que­sto, ha scoperto tutto il resto. E così il pubblico…

RR: Ciò che mi ha colpito è notare quanto efficacemente il tuo film tratti dei bisogni umani basilari, soprattutto l’amore. Nel corso del film vediamo quanto questo bisogno sia condivi­so da tutti i personaggi, anche se in modi differenti. Ayça attra­versa il confine con l’Iran, ma è difficile notare una differenza tra i Paesi. Terminato di vedere il film, ho pensato che tratta di amore e pace, due tra le cose più importanti per gli esseri uma­ni. Ed è proprio questo, a mio modo di vedere, ciò che rende il film rivoluzionario: tratti di guerra, isolamento, separazio­ne, ma non dimentichi, nemmeno per un minuto, di mostrare l’amore tra le persone.

HK: Grazie molte per i tuoi meravigliosi pensieri. Sono d’ac­cordo con te: alla fine siamo tutti essere umani alla ricerca di amo­re, o di qualcuno che voglia essere amato. Penso che l’arte abbia il potere di ricordare alle persone gli istinti basilari. Noi cerchiamo l’amore fino alla morte. Quando racconti grandi temi come guerra e pace, la gente non si lascia coinvolgere direttamente. Ma quan­do parli della necessità di pace, nella prospettiva di qualcuno che cerca la persona che ama in una situazione di guerra, allora tutti ci ricordiamo le nostre esperienze personali e ci mettiamo nella situazione del personaggio. La chiamiamo empatia.

RR: Qual è la tua attuale visione della questione curda?

HK: Sono ottimista, anche se intorno a noi continuano a di­vampare guerre. Se confronto questo momento con il passato, devo dire che oggi abbiamo molta più libertà e visibilità. Certo non ba­sta, ma è già molto meglio di prima. Abbiamo bisogno di discutere e raccontare ancora altre storie ai Turchi, perché comprendano la nostra posizione. Questo è ciò che tento di fare. Ma io sono un ottimista anche quando non c’è alcuna ragione per esserlo.

RR: Nel film, Hama Ali appare attraverso i video che fa arrivare a Ayça. In questo modo non vediamo mai la reale si­tuazione in cui si trova. Vedendo il film, ho pensato che si trat­tasse di una scelta ben precisa. Ayça vede Hama Ali attraverso lo schermo, ovvero nello stesso identico modo con il quale noi vediamo tutto quello che accade lontano da dove ci troviamo. Abbiamo seguito tutte le ultime guerre attraverso la televisio­ne e spesso, soprattutto negli ultimi anni, le immagini prove­nivano da un’unica fonte. Questo rende sempre più difficile verificare se ciò che vediamo sia o meno la verità. La tua scelta mi è parsa una dichiarazione politica contro i media, sbaglio?

HK: Hai completamente ragione. Anche Ayça segue gli eventi attraverso l’informazione televisiva e poi attraverso i video del suo amato. Ma poi, quando decide di partire, vediamo con lei le vere persone e le vere sensazioni della quotidianità in una situazione di guerra.

Hüseyin Karabey sul set di Gitmek – “Benim Marlon ve Brandom”

RR: Nell’epoca nella quale viviamo, i media trattano l’in­formazione in modo bulimico. È facile essere sopraffatti dalla moltitudine di informazioni e immagini, e questo non può essere frutto del caso. Pensi che il cinema possa ovviare al pro­blema penetrando più profondamente nella realtà?

HK: Sì, lo penso. I media trattano l’informazione in questo modo per manipolare le persone. Noi possiamo fare l’opposto usando lo stesso strumento. Dobbiamo combattere quel sistema attraverso l’arte, il cinema. Dobbiamo combatterli attraverso l’im­magine in movimento e dando a quegli eventi un nuovo signifi­cato. I media possono usare le immagini per modificare il vero significato di un evento. Quando ci mostrano per centinaia di volte un soggetto, noi ci dimentichiamo del reale significato dello stesso. Dobbiamo fare la stessa identica operazione, ma per scopi opposti a quelli dei media. Se credo nella pace, devo convincere la gente della sua possibilità, usando la mia arte e ogni mezzo per raccon­tare storie.

RR: Ayça e Hama Ali sono persone normali, persone con le quali tutti possiamo identificarci. È questo il motivo per cui hai scelto di raccontare la loro storia?

HK: Sì, siamo tutti eroi delle nostre stesse vite. E nel contem­po siamo persone normali. Abbiamo storie d’amore vere e mera­vigliose, meritiamo tutto il bene. Non siamo tutti persone meravi­gliose o ricche, non corrispondiamo a uno stereotipo. Con questo film volevo spezzare tutti i luoghi comuni.

RR: Nel film poni molta attenzione ai personaggi secon­dari: l’artista immigrato e clandestino a Istanbul, l’autista, la donna che si trova alla frontiera perché non riceve notizie da suo figlio da due settimane. Anche le due donne anziane che vivono nel palazzo dove abita Ayça. Ognuno di loro porta nuo­va profondità alla storia, aggiungendovi elementi. Sono tutti attori o sono persone che hai incontrato mentre lavorarvi alla storia?

HK: Entrambe le cose. La presenza di ognuno era però previ­sta. Talvolta scelgo di lavorare con attori, talvolta con persone reali. In effetti, le storie parallele mi hanno aiutato a rendere più reale la storia principale.

RR: Nel momento in cui hai girato, sarebbe stato davvero possibile per Ayça andare in Irak?

HK: Avrebbe potuto raggiungere facilmente il nord del Paese, ma non il sud o Baghdad! Ci sono molte Ayça che non possono raggiungere molti posti nel mondo. Per me lei rappresenta un sim­bolo delle molte persone che si trovano nella sua stessa situazione.

RR: Com’è stato girare in Iran? È stato difficile ottenere i permessi?

HK: Lo è stato senz’altro, ma girando i miei documentari mi sono imbattuto molto spesso in esperienze complicate. Abbiamo sempre lavorato con troupe locali, e la nostra era composta da meno di dieci persone, attori e me compresi. Abbiamo lavorato molto rapidamente e la maggior parte delle volte il permesso è giunto dopo che avevamo girato.

RR: Com’è stato per la troupe lavorare in quelle condizio­ni?

HK: Sono stati tutti eccezionali. Ho invitato solo persone con­sapevoli di ciò che avremmo fatto e che non si sarebbero lamentate per le condizioni difficili. Ecco perché eravamo praticamente in­visibili. Non abbiamo mai interferito con la realtà quotidiana dei luoghi in cui abbiamo girato.

RR: Gitmek è un film molto complesso e stratificato. Avevi già in mente con precisione cosa avresti voluto, o hai permes­so alle situazioni di sorprenderti nel corso del lavoro?

HK: Avevo le idee in chiaro ma ero anche aperto a registrare quelle situazioni reali che ci avrebbero sorpreso lungo il cammino. Come il matrimonio che si vede nel film. Quando lo abbiamo vi­sto, tutta la troupe mi ha guardato e abbiamo iniziato a girare. Ho detto solo alcune cose a Ayça ma nessuno sapeva cosa stessimo fa­cendo. Era un matrimonio vero e le persone sono state così gentili a invitarci al loro giorno felice. Poi, improvvisamente, alcuni mili­tari sono passati dietro a noi. Quel sorprendente momento mostra cosa sia la guerra e cosa significhi per la gente del posto.
Non potresti creare scene come quella attraverso la finzione.

RR: Quanto è durata la lavorazione? E come si è svolto il lavoro al montaggio?

HK: La lavorazione è durata otto settimane, spostamenti com­presi. Il montaggio è durato quattro mesi. Ho potuto lavorare con una montatrice eccezionale come Mary Stephen, che ha lavorato con Rohmer per più di vent’anni.

RR: Una curiosità: nel corso del viaggio, Ayça continua a incontrare persone che ascoltano le canzoni di Ibrahim Tatli­ses e questo crea alcune situazioni quasi comiche. Ho letto che è un cantante curdo che canta sia in turco che in curdo…

HK: È un Curdo turco, ma per anni ha negato la sua origine curda. È un idolo di Stato per i Curdi. È anche un cantante di ta­lento. Volevo che la sua presenza ricordasse a noi stessi come al­cuni personaggi molto famosi riflettono l’esistenza dei Curdi. Dai Turchi è considerato un cantante-pagliaccio curdo, ma per la gente dell’Est rappresenta uno di loro che è stato accettato dalla parte occidentale del Paese. È una sorta di ponte tra la gente dell’Est e quella dell’Ovest.

RR: Il film è stato distribuito in Turchia dopo avere otte­nuto moli premi in vari festival nel mondo. Qual è stata la rea­zione di pubblico e autorità alla sua uscita?

HK: Le reazioni sono state ottime da parte del pubblico, sfor­tunatamente non dalla critica, malgrado avesse già ottenuto due premi FIPRESCI. I principali media turchi hanno ignorato il film o non lo hanno capito (ride).

RR: Il film è prodotto da Asi Film, che è un collettivo di cineasti indipendenti fondato da te. Sarebbe stato possibile girare il film se non fosse stato prodotto in questo modo? E come lavora la compagnia di produzione ora?

HK: Stiamo ancora resistendo per poter produrre i nostri film, ma ogni giorno diventa sempre più difficile, arche se abbiamo buo­ni progetti. Non esiste ancora la possibilità di produrre questi tipo di cinema con grandi produttori, o magari con la televisione. Odia­no i film d’arte. Asi Film è una compagnia che ha delle difficoltà, ma siamo piccoli, non abbiamo grandi spese… dunque speriamo di poterla mantenere in vita. Lavoriamo su documentari e corto­metraggi.

RR: Ho l’impressione che le definizioni ti stiano strette. Mescoli documentario e finzione, e utilizzi linguaggi cinema­tografici diversi. Sei solito scegliere la forma per i tuoi film a dipendenza del soggetto che tratterai?

HK: Sì, vado sempre dove la storia mi porta. Per me questo è l’aspetto basilare nel raccontare. Ma è anche l’essere indipendente a darmi questa possibilità.

Hiçbir Karanlık Unutturamaz No Darkness Will Make Us Forget (2011)

RR: Nel 2011, hai scritto e diretto un meraviglioso corto, disegnato e animato da Aksel Zeydan Göz: Hiçbir Karanlık UnutturamazNo Darkness Will Make Us Forget. Racconta il funerale di Hrant Dink, un giornalista armeno che abitava a Istanbul e che è stato ucciso da un diciassettenne per motivi nazionalistici. Nel film sentiamo la voce della vedova durante la funzione. Si tratta di un progetto prodotto da ART for The World nell’ambito del progetto Then and Now – Beyond Bor­ders and Differences. Quali sono state le reazioni alla sua dif­fusione in Turchia?

HK: Abbiamo avuto ottimi riscontri. È piaciuto molto. L’ab­biamo usato, e lo usiamo ancora oggi, per la nostra campagna.

RR: Il problema del non riconoscimento del genocidio armeno sta cambiando, almeno lentamente?

HK: La gente è pronta a discuterne, a discutere tutto. Le cose stanno cambiando. Quello del genocidio armeno è stato un grande tabù per la Turchia, ma ora non più. Ora almeno se ne può discu­tere. Ovviamente, alcune parti dello Stato detestano l’argomento, ma le cose stanno cambiando!

RR: È difficile per i tuoi film – penso soprattutto a Gitmek, essendo un lungometraggio – essere distribuiti in Turchia? La mia domanda nasce dal fatto che in ogni Paese diventa sempre più arduo per i film arrivare al pubblico, soprattutto a causa della concorrenza dei “blockbuster” in stile hollywoodiano.

HK: Sfortunatamente è così. Ogni giorno diventa sempre più difficile. Alcuni film non escono nelle sale e nemmeno passano sulla TV in chiaro ma vengo­no diffusi direttamente in DVD, televisione via cavo, internet.

RR: Sei sempre stato un attivista politico e questo ti ha causato alcuni grossi problemi. E leggo che hai studiato eco­nomia. Quando hai deciso di diventare regista?

HK: Quando avevo 23 anni ho dovuto prendere alcune deci­sioni serie nella mia vita. È stato proprio in quel momento che ho deciso di diventare regista. Volevo portare la mia protesta attraver­so il cinema. Ma domani potrei cambiare di nuovo idea e ritornare sulla strada o sulle montagne.

RR: Infine, quali autori suggeriresti a chi volesse conosce­re meglio il cinema turco contemporaneo?

HK: Abbiamo alcuni ottimi registi in questo momento. I più interessanti, secondo me, sono Seren Yüce, Özcan Alper, Emin Al­per. ■

14 dicembre 2012

 

speciale NUOVO CINEMA TURCO

 

Hüseyin Karabey in Rapporto Confidenziale:

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