speciale NUOVO CINEMA TURCO

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sinema

 

speciale NUOVO CINEMA TURCO

 

 

  Ali Aydın

 

Küf (Muffa) • RECENSIONE

     

 

  Özcan Alper

 

Sonbahar (Autumn) • RECENSIONE

Gelecek Uzun Sürer (Future Lasts Forever) • RECENSIONE

Non voglio fare un cinema chiuso in se stesso (intervista a Özcan Alper) • INTERVISTA

     

 

  Zeki Demirkubuz

 

Üçüncü sayfa (The Third Page) • RECENSIONE

     

 

  Lusin Dink

 

La memoria è la continuità della vita • INTERVISTA

Saroyan Ülkesi (SaroyanLand) • RECENSIONE

 

     

 

  Hüseyin Karabey

 

Gitmek – “Benim Marlon ve Brandom” (My Marlon and Brando) • RECENSIONE

F Tipi Film: Sonsuz Bir Gün (An Endless Day) • RECENSIONE

Bir Hayatı Masal Gibi Anlatmak! (Life as a Fable a Narrative!) • RECENSIONE

Hiçbir Karanlık Unutturamaz (No Darkness Will Make Us Forget) • CINETECA

Siamo tutti eroi delle nostre vite (intervista a Hüseyin Karabey) • INTERVISTA

We all are heroes of our own lives (interview with Hüseyin Karabey) • INTERVIEW

     

 

  Aslı Özge

 

Köprüdekiler (Men on the Bridge) • RECENSIONE

     

 

  Yeşim Ustaoğlu

 

Güneşe Yolculuk (Journey to the Sun) • RECENSIONE

 

     

 

  Seren Yüce

 

Çoğunluk (Majority) • RECENSIONE

 

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Breve excursus nella storia del cinema turco

Le origini del cinema turco datano alla fine dell’Ottocento, ossia a quando era prerogativa esclusiva del Sultano e delle sue proiezioni private. Ma non passa molto prima che un uomo ebreo polacco giunto dalla Romania apra la prima sala pubblica a Istanbul nel 1908 cui ne seguiranno presto altre, gestite da membri estranei alla comunità musulmana.
Nel 1914, il primo film, il documentario Ayastefanos’taki Rus Abidesinin Yıkılışı (The destruction of Russian Monumental at Ayestefanos), realizzato da Fuat Uzkınai (1888 – 1956). Mentre lui è riconosciuto come il primo regista turco in assoluto, del suo film si sono perse le tracce e oggi si arriva a discutere persino della sua esistenza.
Sarà comunque necessario attendere la fine dell’Impero per vedere i primi film di finzione.
Un balzo in avanti e, nel 1950, inizia una fase cruciale per la storia della Turchia. Il Partito repubblicano del popolo, fondato da Mustafa Kemal Atatürk (1881–1938), già fondatore della Repubblica (nonché grande innovatore: abolì il califfato e pose le organizzazioni religiose sotto il controllo statale, laicizzò lo Stato, riconobbe la parità dei sessi, istituì il suffragio universale, la domenica come giorno festivo, proibì l’uso del velo islamico alle donne nei locali pubblici, adottò l’alfabeto latino, il calendario gregoriano, il sistema metrico decimale, legalizzò il consumo di bevande alcoliche, depenalizzò l’omosessualità, promulgò un nuovo codice civile che aveva come modello il codice civile svizzero e un codice penale basato sul codice italiano dell’epoca, ma mantenne la pena di morte. A suo debito, però, la repressione contro le opposizioni e le violenze contro i Curdi. Ancora oggi l’insulto rivolto alla sua figura è un reato), perde le elezioni contro il Partito democratico. Le campagne si vuotano, le città (soprattutto Istanbul) si popolano. Una legge risalente a due anni prima, ha ridotto al 25% l’imposizione fiscale sui film prodotti nel Paese, e fissato al 70% quella per i film stranieri. Il cinema conosce uno sviluppo rapidissimo e mette in luce una serie di autori che rimangono fondamentali nella storia del cinema turco. Tra i tanti, Ömer Lütfi Akad, Metim Erksan, Memduh Ün (regista di Altin çocuk e Cellat, tra gli altri), Atıf Yılmaz. Duecento i film prodotti annualmente, che trovano mercato anche in Iran, Irak e Egitto. Le trame vengono spesso concordate con i distributori provinciali, che hanno facoltà di dire la loro anche sugli attori e che prediligono generi molto connotati come melodramma e film musicale.
Alcuni registi come Duigu Sağıroğlu, Halit Refiğ, Orhan Elmas e Ertem Göreç, riescono a fare convivere industria e ambizioni artistiche. Nel 1963, Susuz yaz del da poco scomparso Metin Erksan ottiene un Orso d’oro a Berlino e viene premiato anche a Venezia.
Gli anni ’70 sono anni di lotta politica tra Sinistra e Destra e la situazione crea il terreno per un cinema politico e marcato da un forte realismo. Yilmaz Güney, già attore da 20 film all’anno, è il nuovo nome della corrente. Umut (1970) è il suo primo film politico come regista e rimane una pietra miliare nella storia del cinema turco. Un paio di anni dopo, viene arrestato per avere dato rifugio ad alcuni membri di un gruppo anarchico. La condanna a sette anni verrà interrotta due anni dopo per un’amnistia generale. Ma la libertà non durerà a lungo: nel 1974, viene nuovamente arrestato con l’accusa di avere ucciso un giudice, un episodio controverso in cui oggi memoria e mito si accavallano. In prigione, si dedica alla stesura di sceneggiature che poi vengono realizzate per lo schermo dai suoi assistenti Zeki Ökten e Şerif Gören. Yol (1982), che è firmato da Gören ed è un duro ritratto della Turchia e delle sue autorità, verrà selezionato a Cannes, dove otterrà Palma d’oro (assegnata all’unanimità), premio Fipresci e menzione speciale della giuria ecumenica. Sceneggiatura scritta in carcere, Yol è un film che appartiene alla storia del cinema turco non solo per l’eccezionalità delle condizioni in cui è stato girato ma anche per il tema critico verso la politica. Nel 1981, tre anni prima di morire per malattia, Güney evade e scappa in Svizzera, dove si occuperà del montaggio del film, che, come del resto tutti quelli in cui sia coinvolto, verranno banditi in Turchia per tutti gli anni ’80. Ali Özgentürk, Ömer Kavur, Erden Kıral, Yusuf Kurçenli, Bilge Olgaç, tutti associati a Güney, contribuiscono alla proliferazione di un cinema che non arretra mai di fronte a temi come disparità e ingiustizia sociale.
Il colpo militare del 1980 porrà forzatamente fine al genere. Ma il cinema turco, anche quello di genere, mai davvero sorretto da una vera industria, vede il suo declino alla fine degli anni ’70. Non lo salverà nemmeno la ricca produzione soft-core dei primi anni ’80: la crisi verrà catalizzata dal clima oppressivo causato dal regime militare.
In quegli anni, l’etichetta “cinema turco” è spesso sinonimo di produzioni pacchiane, fortemente commerciali, derivative (spesso si parla più che altro di plagi veri e propri ai danni del grande cinema statunitense, rifatto con una scarsità di mezzi imbarazzante), destinate soprattutto a un pubblico di emigrati in vari Paesi europei. Una corrente nata negli anni ’60 e proseguita per tutti i ’70, quando apparivano sullo schermo i supereroi della Marvel rifatti abusivamente in Turchia con tanto di plagio di musiche e trame e totale assenza di mezzi (v. speciale dedicato al cinema turco di genere del passato).
Tra gli anni ’80 e i ’90 cala il numero dei film prodotti ma anche gli spettatori disponibili a vederli. Sono anni di forte crisi economica per il Paese che tenta di dare nuovo impulso alla cultura. È il momento dell’apertura ai capitali esteri e Warner Bros e United International Pictures aprono uffici in Turchia per distribuire i loro film nel Paese, occupandosi anche di migliorare la qualità delle sale. Non solo: nel 1994 cade il monopolio statale su radio e televisione e così i canali privati proliferano, come era accaduto in Italia negli anni ’70. Questo porta il cinema popolare sopravvissuto sino ad allora a morire sotto il peso della sua stessa povertà e dell’aumento del prezzo del biglietto delle sale, che smette di rendere il cinema un intrattenimento popolare accessibile a tutti.
Ma gli anni ’90 non sono solo un momento di sviluppo ma anche quello di una lotta sanguinosa tra separatisti curdi e esercito turco, una vera e propria guerra che causerà 30’000 vittime (un calcolo per difetto), soprattutto tra i Curdi.
La Turchia cerca un avvicinamento con l’Unione europea, fino all’annuncio ufficiale della richiesta di annessione, inoltrata nel 1999. Le negoziazioni iniziano nel 2005, i partiti moderati hanno il sopravvento e le organizzazioni umanitarie iniziano a trovare ascolto. È in questo complesso processo di sviluppo che nasce un nuovo filone in grado di riportare l’attenzione ormai sopita sul cinema turco. Si formano due correnti distinte: il cinema commerciale, che ritrova un suo nuovo folto pubblico, e quello autoriale, che i riscontri li trova essenzialmente festival cinematografici di tutto il mondo grazie a una nuova generazione di registi o autori che girano il loro primo film dopo la metà degli anni ’90.
il primo film commerciale di successo della nuova corrente è Eşkiya (The Bandit, 1996), che combina una storia popolare con i valori produttivi degni di Hollywood. Visto da più di due milioni e mezzo di spettatori, The Bandit gode di un fortunato passaparola più che di un degno sostegno promozionale. Registi come Çağan Irmak, Ezel Akay, Mustafa Altıoklar e Osman Sunav trovano i finanziamenti attraverso televisione e pubblicità. I film tornano ad essere distribuiti nei Paesi a maggiore densità di emigrazione turca. In una fase di rinnovato interesse che porterà quattro milioni e mezzo di persone a vedere G.O.R.A. (2004) di Ömer Faruk Sorak, commedia parodistica fantascientifica protagonista il famosissimo comico Cem Yılmaz, commedie e film d’azione tornano a riempire gli schermi del Paese. Parallelamente a The Bandit, giunge nelle sale Tabutta rövasata di Dervis Zaim, film di scarso successo commerciale ma innovativo in quanto a stile narrativo. È considerato il primo titoli della nuova onda del cinema d’autore. Seguono Kasaba (Distant), lungometraggio d’esordio di Nuri Bilge Ceylan, Masumiyet (Innocence), secondo film di Zeki Demirkubuz dopo C Blok, Güneşe Yolculuk di Yeşim Ustaoğlu, che consolidano la consapevolezza di un nuovo cinema turco d’autore capace di farsi apprezzare nel mondo. Grandi successi di critica ai festival nazionali e internazionali, i film non richiamano però l’attenzione del pubblico turco né, in considerazione dei temi controversi che trattano, dei media, che li ignorano nella gran parte dei casi. Negli 2000, il nuovo cinema turco trova riconoscimento anche in patria grazie a Uzak (Distant, 2002) di Nuri Bilge Ceylan, che fa il pieno di premi in patria (all’Ankara International Film Festival e all’Antalya Golden Orange Film Festival viene premiato in più categorie principali) e ottiene il Gran premio della giuria (nonché il premio per l’interpretazione maschile assegnato ai due attori Muzaffer Özdemir e Emin Toprak) a Cannes mentre, contemporaneamente, nella sezione Un certain regard passano due titoli di Demirkubuz: Yazgi (Fate) e Itiraf (Confession).
Nel 2006, Nuri Bilge Ceylan ottiene il premio Fipresci a Cannes (dove verrà premiato anche come migliore regista nel 2008 per Üç maymun – Le tre scimmie e dove otterrà nuovamente il Gran premio della giuria nel 2011 grazie a Bir zamanlar Anadolu’da – C’era una volta in Anatolia) con İklimler (Climates), accendendo definitivamente l’attenzione sul nuovo cinema turco. Non è il solo: anche Fatih Akin ottiene l’Orso d’oro a Berlino con il suo Gegen die Wand – La sposa turca, una produzione tedesca girata sia in Germania che in Turchia.

Ma il nuovo cinema turco procede e muta, rinnovandosi nel linguaggio e nella forma, grazie a un’ulteriore nuova corrente di autori capaci di fare tesoro del lavoro di chi li ha preceduti ma anche di mantenersi saldi su uno stile personale. Hüseyin Karabey, Özcan Alper, Emin Alper, Seren Yüce, Ali Aydın, tra gli altri, prendono sulle loro spalle il compito di dare nuovi impulsi al cinema d’autore grazie a opere dal forte impegno politico, spesso narrato attraverso storie intime, dall’aspetto visuale molto ricco, capace di trasformare il paesaggio in protagonista al pari dei personaggi e che trovano la loro forza in un realismo che è in realtà frutto di una scrittura molto accurata. Molti tra loro sono nati negli anni ’70 e alcuni hanno avuto il tempo di avere problemi con l’autorità a causa del loro impegno politico. Anche loro, come chi li ha preceduti di pochi anni, riescono a portare il loro cinema nei festival di tutto il mondo ma, in patria, spesso non trovano sostegno finanziario, distribuzione e non di rado devono affrontare la censura (F Tipi Film, film collettivo che ha per tema quello delle carceri di massima sicurezza turche, dove si trovano in regime di isolamento i detenuti politici, ha visto i suoi manifesti rimossi dai muri e dai mezzi pubblici di Istanbul).

È il loro cinema che esploreremo in queste pagine, in un lavoro in divenire che promette di mantenersi in costante aggiornamento. •

Roberto Rippa

 

 


Fonti dell’articolo

• Asuman Suner, New Turkish Cinema: Belonging, Identity and Memory, I.B. Tauris 2010

• Agnieszka Ayşen Kaim, New Turkish Cinema – Some Remarks on the Homesickness of the Turkish Soul, «Cinej Cinema Journal» 2011 [PDF]

• Deren Erelçin, The New Wave Cinema of Turkey, «The Culture Trip» [LINK]

• Mariana Hristova, New Turkish Cinema: The Third Wave, «Nisimazine.eu», 13 maggio 2011 [LINK]

 

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