Berberian Sound Studio > Peter Strickland

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Gilderoy, un mite e ingenuo ingegnere del suono di Dorking, Inghilterra, perde gradualmente il contatto con la realtà durante il lavoro di sonorizzazione di un film horror italiano degli anni Settanta. Mentre le attrici si prodigano in urla laceranti e le lame si abbattono su verdure innocenti per produrre gli effetti sonori necessari alla storia, Gilderoy dovrà affrontare i propri demoni per non soccombere in un ambiente dominato, fuori e dentro il set, dalla logica dello sfruttamento.

Non si può dire che ami avere la vita facile come regista l’inglese-greco Peter Strickland. Il suo primo lungometraggio, Katalin Varga del 2009, lo aveva girato, con (ottimi) attori e maestranze del posto, in una regione della Transilvania ai confini con l’Ungheria, ed era recitato in ungherese, lingua a lui sconosciuta. Non bastando tutto ciò, lo aveva anche finanziato con i suoi propri soldi, 28’000 sterline, frutto di un’eredità, condizione che aveva portato la lavorazione a svolgersi nell’arco di quattro anni in periodi distinti. Il risultato di tanto sforzo è stato un film, scritto da lui stesso e che tratta del tortuoso viaggio di una donna che ha come fine la messa in atto della vendetta verso l’uomo che l’aveva violentata anni prima mettendola incinta, accolto con enorme favore da parte della critica e presentato a numerosi festival dove ha ottenuto diversi riconoscimenti (tra cui l’Orso d’argento a Berlino per il migliore apporto artistico grazie al suono). Un esito decisamente felice che non riesce comunque a mitigare il cattivo ricordo che il regista ha di quella esperienza.
Berberian Sound Studio, a dispetto di quanto dice lui, non deve essere stato tanto più semplice da realizzare.

Il progetto ha un punto di partenza peculiare: il suono (analogico): attraverso le colonne sonore di quelli che vengono universalmente chiamati “gialli” degli anni ‘70, Strickland scopre il cinema italiano di genere di quell’epoca. Autori come Morricone, Bruno Nicolai, Claudio Gizzi, o esponenti del prog rock italiano (capaci di esportare per l’ultima volta la musica contemporanea italiana nel mondo intero, Paesi anglofoni, per una volta, inclusi) come i Goblin, per giungere alle immagini di Dario Argento, Mario Bava e Lucio Fulci, sopra a tutti. Un cinema, quello commerciale italiano dell’epoca, altamente sottovalutato dalla critica e solo recentemente rivalutato e che lui, da neofita, scopre di amare moltissimo per la libertà espressiva e per l’inventiva.
Berberian Sound Studio si svolge nella metà degli anni ‘70 e ha come protagonista un tecnico del suono, più uso al lavoro per documentari televisivi, che giunge in Italia per occuparsi di un giallo diretto da un regista approssimativo di nome Giancarlo Santini, che si considera un Maestro tanto da affermare che il suo film non è un horror ma un “Santini’s film”. Nello studio (il cui nome rappresenta un omaggio a Cathy Berberian, eclettica soprano americana e moglie del musicista Luciano Berio), il suo compito è quello di creare i suoni per il film – urla comprese – da sovrapporre alle immagini, come usava quando la presa diretta era ben lungi dall’essere usata. Trascorre quindi le giornate alla ricerca del suono perfetto, ottenuto magari prendendo a martellate una zucca per simulare il rumore prodotto da un corpo morto che rovina a terra. Non passerà molto tempo prima che l’uomo, ormai irrimediabilmente lontano dalla sua zona di sicurezza in cui conduce una vita molto abitudinaria, perda la testa, evento che viene manifestato sullo schermo in maniera sottile e per nulla scontata.
Lo sguardo di Strickland si posa sulle maestranze (estremamente professionali, a dispetto del regista e del produttore), soprattutto rumoristi, e sulle attrici che devono dare voce (urla) alle vittime sullo schermo, e infine su un sottobosco di produttori e parenti.

Il suo attore protagonista, lo straordinario Toby Jones che abbiamo avuto modo di apprezzare nei panni di Truman Capote in Infamous di Douglas McGrath, in quelli di Karl Rove in W. di Oliver Stone e in quelli Hitchcock in The Girl di Julian Jarrold), presta il volto a Gilderoy, più a suo agio in studio, alle prese con il suo lavoro, che con segretarie, produttori o il regista del film, di cui sullo schermo vediamo solo, fugacemente, i titoli di testa.
Gilderoy lavora con scrupolo sotto lo sguardo disinteressato degli altri, vede le attrici passare di letto in letto per un film che sembra non avere capo né coda e scivola in una situazione kafkiana che lo vede anche in serie difficoltà nel farsi rimborsare le spese da lui sostenute per il viaggio.
Ma procede con rispetto per il suo lavoro e ammirazione per come il risultato uscirà. La misoginia del genere cinematografico omaggiato è riflessa nel suo personaggio, un uomo che appare poco a proprio agio nel rapporto con le donne e che vive ancora con la madre, che lo aggiorna costantemente via lettera sugli eventi di casa, mescolando routine e isteria.
Il film nel film, dal titolo The Equestrian Vortex (la cui storia vede alcune streghe infestare una scuola di equitazione, esattamente come in Suspiria di Dario Argento gestivano un collegio per aspiranti danzatrici classiche. Chissà se il titolo avrà tratto in inganno Gilderoy, facendogli credere di dover lavorare all’ennesimo documentario sugli animali) presenta quegli eccessi che costituivano la potenza visiva delle opere dell’epoca (impensabili oggi, a quarant’anni di distanza) a dispetto delle incongruenze, che Strickland – volutamente – si concede anche nella costruzione della sua storia.

Girato in interni (la prima volta per Strickland) e prevalentemente in un unico ambiente, con la bellissima fotografia di Nicholas D. Knowland, Berberian Sound Studio è un’opera estremamente rispettosa del tema che tratta, disseminata di citazioni (dal personaggio che porta il nome di un’attrice attiva sui set di Fulci alla presenza di Suzy Kendall – protagonista di L’uccello dalle piume di cristallo di Dario Argento e di I corpi presentano tracce di violenza carnale di Sergio Martino – nel ruolo di “urlatrice ospite”) e funziona su più piani: commedia sullo scontro tra culture diversissime (inglese e italiana), con Strickland che sembra ridere dello stereotipo italiano agli occhi degli inglesi, film d’arte dallo strepitoso lavoro sulle immagini, saggio sul cinema attraverso il suono.
Soprattutto è una black comedy dalle molte sottigliezze sul cinema – con una parentela con Barton Fink dei fratelli Coen, dove l’approccio era la scrittura, e con The Conversation di Coppola, più che con Blow Out di Brian De Palma, omaggio ad Antonioni con il suono a sostituire l’immagine – di estrema complessità di dettaglio.
Ma è anche un film divertentissimo, articolato nella scrittura, quasi maniacale nella ricostruzione e riproduzione delle atmosfere. Un film che costringe a ragionare sui meccanismi del cinema, sulla sua fruizione attraverso l’udito e la vista. Lo stupefacente film di un regista che, già alla sua seconda opera, si palesa come autore originale, peculiare e infine prezioso del cinema europeo.
Chissà se lui sarebbe d’accordo.

Toby Jones, che già non aveva lesinato talento nelle sue prove precedenti, trova qui il ruolo migliore della sua carriera, grazie a un personaggio in costante sottrazione espressiva rispetto a coloro che lo circondano, e che nella sua fragilità e nella britannica impassibilità trova tutta la sua forza.
Il suono, opera di Joakim Sundstrom e Steve Haywood, è ovviamente protagonista. Il montaggio del premio Oscar (per Slumdog Millionaire di Danny Boyle) Chris Dickens e la fotografia di Nicholas D. Knowland completano l’apporto tecnico a un film indipendente decisamente ambizioso. ■

Roberto Rippa

Intervista a PETER STRICKLAND in RAPPORTO CONFIDENZIALE

Berberian Sound Studio
Regia, sceneggiatura: Peter Strickland • Fotografia: Nicholas D. Knowland • Montaggio: Chris Dickens • Musica: Broadcast, composte e eseguite da James Cargill and Trish Keenan • Supervisione alle musiche: Phil Canning • Scenografie: Jennifer Kernke • Supervisione montaggio suono: Joakim Sundström • Registrazione suono: Steve Haywood • Costumi: Julian Day • Casting Inghilterra: Shaheen Baig • Casting Italia: Beatrice Kruger • Produttori: Mary Burke, Keith Griffiths • Co-produttore: Hans W. Geißendörfer • Produttore esecutivo: Robin Gutch, Hugo Heppell, Katherine Butler, Michael Weber • Interpreti principali: Toby Jones (Gilderoy), Cosimo Fusco (Francesco Coraggio), Antonio Mancino (Giancarlo Santini), Fatma Mohamed (Silvia), Salvatore Li Causi (Fabio) • Produzione: Illuminations Films / Warp X Production per Film4, UK Film Council, Screen Yorkshire and Geissendoerfer Film- & Fernsehproduktion KG in associazione con Madman Entertainment Pty Limited and The Match Factory • Rapporto: 1.85:1 • Camera: Arri Alexa • Suono: Dolby Digital • Lingua: inglese, italiano • Paese: UK • Anno: 2012 • Durata: 92’

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