Blanche > Walerian Borowczyk

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Blanche (Blanche, un amore proibito)
di Walerian Borowczyk (Francia/1971)

recensione a cura di Fabrizio Fogliato

 

Siamo nel Medioevo francese, verso il 1200, in un castello abitato da un vassallo del Re (Michel Simon), dalla sua giovane moglie Blanche (Ligia Branice), e da Nicolas, figlio di primo letto del barone. Senza che il vecchio lo sospetti, madre e figliastro si amano teneramente, ma senza nemmeno il coraggio di dirselo giacché Blanche è fedelissima al suo signore e Nicolas devotissimo al padre. Arriva in visita il Re, col suo paggio soave Bartolomeo che ha fama di rubacuori, e scoppia la tempesta. Perché sia l’uno sia l’altro tentano di sedurre l’inespugnabile castellana, il paggio viene murato vivo, Nicolas per salvare l’onore dell’amata innocente si fa uccidere in duello, la donna si avvelena, Bartolomeo salvato in extremis viene straziato per vendetta, e il vecchio si pugnala.

 

Blanche (1971) è il terzo lungometraggio (distribuito in pochissime copie in Italia, solo nel 1981) diretto da Walerian Borowczyk dopo Theatre de Monsieur et Madame Kabal (Il teatro del signore e della signora Kabal, 1967) e Goto, l’île d’amour (Goto, l’isola dell’amore, 1968). Prima del terzo film, il regista polacco dirige Le Phonographe (1969) un cortometraggio di dieci minuti con disegni animati, in cui recupera la rievocazione d’un passato legato tanto alla cultura quanto alla sensibilità emotiva: il fonografo diventa paradigma dell’oggetto eletto a personaggio secondo la prerogativa, unica, del cinema di Borowczyk. Gli stessi oggetti ritornano in Blanche, primo film a colori dell’autore polacco, rappresentati attraverso una continuità insistita e mediante l’esaltazione del dettaglio, volto a trasfigurare l’oggetto inanimato in feticcio necessario al realismo della messa in scena in cui agiscono gli attori: l’obiettivo di Borowczyk è quello di dare vita a ciò che è “morto”, rappresentandolo come una sorta di prolungamento emozionale che con il proseguo del film, talvolta, diventa persino tattile e fisico.

Blanche è ispirato a Mazepa di Julius Slowacki, un testo letterario tipico del romanticismo polacco, all’interno del quale la rappresentazione di un’epoca, la raffigurazione di un passato “poetico” e le suggestioni dell’arte e della natura vanno di pari passo con la descrizione di aspetti del passato tanto realistici quanto fantastici: il mondo di Mazepa è ricolmo di aspetti spirituali e onirici, uniti alla rappresentazione di una tragedia sanguinosa e violenta legata all’epoca eroico-cavalleresca. Walerian Borowczyk, seguendo il testo di Slowacki, trasferisce la vicenda nel ‘200 francese, dando al proprio film il respiro, a lui congeniale dell’elegia lirico-tragica, e ispirando la messa in scena alla pittura di Bruegel e a quella di Giotto, e affidando il commento musicale all’opera di Carl Orff.

Quello del regista polacco è dunque un procedimento sinergico, in cui l’arte, il suono, il movimento, la grafica dell’immagine e la meticolosa ricostruzione scenografica trovano il loro compimento attraverso la rappresentazione di un montaggio nevrotico e curatissimo, capace di tradurre gli eventi narrati in una sintesi onirica di rara bellezza ed efficacia. Blanche è costruito su una precisione documentaristica di decine di dettagli, disposti con ordine e rigore come sulla scena di un teatro, e dalla cui scomposizione nasce l’ambiguità di fondo che permea il film, in cui diventa difficile distinguere il confine tra finzione e realtà. Blanche è il primo passo di Borowczyk verso la rappresentazione autoriale delle “dinamiche dello sguardo”, endemica al suo cinema successivo. In Blanche ciò che colpisce è infatti il voyeurismo registico che diventa elemento disorientante per lo spettatore.

Blanche è un film profondamente erotico, anzi forse è il film in cui Borowczyk meglio è riuscito a raffigurare la forza distruttiva dell’erotismo, attraverso il paradosso di una rappresentazione casta in cui il corpo femminile appare perennemente e totalmente fasciato in abiti ristretti capaci di annullare le forme della fisicità della donna. Emblematico quindi che il film si apra con un nudo integrale di Blanche, che in un frammento, intervallato ai titoli di testa, appare nuda e bagnata mentre esce dalla vasca da bagno: una rappresentazione furtiva, quasi colpevole che però, funziona da segno premonitore per gli eventi successivi. La tragedia è già tutta in questa breve inquadratura: la donna, il suo corpo, il suo implicito erotismo e la forza della sua femminilità sono il punto di origine da cui scaturisce la lunga catena di drammi. La scena successiva, quella della festa, è frazionata da un montaggio sincopato, nella fredda cronaca dei suoi dettagli: lo gnomo impertinente che viene preso a calci, un cane che si intrufola tra le gambe della gente, una scimmietta posta sulla spalla del re, il muoversi inesausto dei protagonisti, il canto soave del trovatore. La frenesia dell’interno contrasta felicemente con la fissità dell’esterno in cui l’immagine di un castello-fortezza erto come una roccia solitaria e slanciata verso il cielo, si inserisce in un contesto naturale di rinascimentale bellezza in cui la natura assume i toni lievi e poetici della fotografia dai colori pastello di Guy Durban.

Il montaggio alternato amplifica la rappresentazione delle dinamiche relazionali mettendo a confronto l’immobilità e il silenzio dell’ambiente esterno con il caos della festa che fa da preambolo alla tragedia. L’unico momento ludico e gioioso del film viene sottolineato dalle riprese sfolgoranti sui fascianti abiti femminili dentro i quali si nascondono carni bianchissime come quella di Blanche (che già nel nome ha lo stigma) mentre tra di essi si muovono gli uomini vestiti con pesanti pelli, cotte di maglia e grembiuli di cuoio. Blanche, in tutto ciò è vittima innocente, colpevole solo di avere un corpo in grado di sedurre gli uomini: ella, apparentemente non fa nulla per concupire il desiderio, ma la sua condizione di repressa, l’allusività di certe affermazioni tendono a rappresentarla come “carnefice”, nonostante ella non ceda mai all’adulterio. La sua lunga tunica scura che le copre anche la testa, non basta ad allontanare da lei il senso di morte che le gravita attorno, così come il suo divenire è sottolineato dalla persistente presenza dei fiori che, quando la tragedia si avvicina al suo compimento diventano secchi e appassiti.

La sua “purezza”, non è solo nominale, ma nonostante ciò il suo muoversi come donna solitaria in un contesto di uomini giovani e vecchi la porta inevitabilmente ad essere elemento attorno a cui si scatena una guerriglia per la conquista del suo corpo. Le dinamiche seduttive (anche quelle implicite) sono descritte da Borowczyk attraverso una progressiva sottrazione di elementi accessori: la scena si fa progressivamente più scarna mentre i personaggi si muovono come su un palco inscenando una lunga serie di crudeltà. La ribellione spontanea alla repressione carnale si coniuga con l’ipocrisia e il bigottismo della corte e si interseca con la raffigurazione pantocratica del volto femminile e con i continui rimandi ai simboli religiosi disposti sulle pareti del castello.

Improvvisamente, dopo l’intervento del re a difesa del paggio Bartolomeo, il film si fa tetro e oscuro, cancellando totalmente il bianco e chiudendosi in una rappresentazione claustrofobica e asfittica dello spazio in cui il castello, uno dei tipici luoghi chiusi del cinema di Borowczyk, diventa prigione attraverso l’alternarsi filmico di primi piani e campi medi, conseguenza dell’immagine primordiale presente in uno dei primi fotogrammi del film: una colomba bianca chiusa in gabbia. Una gabbia stretta, che viene mostrata più volte lungo tutta la durata del film, metafora dello spazio labirintico e della rappresentazione alla Escher (cale, cunicoli, passaggi improbabili…) degli ambienti del maniero da cui emerge una raffigurazione complessa e inquietante della collettività che abita in esso. Solo nel finale, quando la pellicola si frantuma in una geometria spaziale allucinata e quando la struttura narrativa si frammenta e si moltiplica nella rappresentazione delle inquietanti derive dell’animo umano spinte dall’erotismo, Blanche diventa opera astratta in cui il montaggio (geniale e meraviglioso) della sequenza che mostra Bartolomeo legato a un cavallo e trascinato per la brughiera, diventa sintesi del punto di vista del regista. L’alternarsi mozzafiato dell’azione, secondo il registro fisico, si traduce nella rappresentazione “impossibile” di un primitivismo selvaggio in cui domina il caos della messa in scena. La sequenza predilige il rumore cupo e sordo degli zoccoli del cavallo che corrono sul selciato, mentre l’immagine mostra, senza soluzione di continuità, l’alternarsi della soggettiva di Bartolomeo, il correre impetuoso degli alberi ai suoi fianchi e infine il muso ansimante e sudato dei cavalli, il tutto unito ai campi lunghi che mostrano le dinamiche dell’azione.

Il finale sepolcrale e “nero” è immerso nell’assenza di colori, ed è necessario per esaltare tanto l’ambiguità della realtà quanto la peculiarità della metafora borowczykiana: la colomba chiusa nella gabbia è rappresentazione animale della donna protagonista del film, la quale inconsciamente, conduce alla distruzione della famiglia e inevitabilmente, viene anche lei condannata all’autodistruzione. Che il veleno con cui Blanche si uccide venga prelevato da un messale ecclesiastico è un’evidente segno dell’ intento critico del regista polacco, il quale non rinuncia come in ogni suo film a sottolineare le ipocrisie e i pericoli di una religiosità devozionistica e di necessità, totalmente priva di spiritualità e sincerità: non a caso i sette monaci che accompagnano il re nascondono le armi all’interno degli strumenti e degli abiti ecclesiastici. In sintesi, anche in Blanche (e soprattutto qui) emerge l’estetica dello spazio intesa come luogo chiuso in cui si consumano passioni e desideri e in cui lo sguardo del regista (e dello spettatore) sono costretti ad un voyeurismo voluttuoso ed erotico. In Blanche la parafilia è sottaciuta e latente, anche se è rappresentata dall’erotismo stesso. L’uomo, di qualunque età è attratto prepotentemente dalla carnalità femminile, la quale, anche se nascosta, racchiude dentro di sé il contagio della perversione e il seme della morte. Quella che, dunque, potrebbe sembrare una misoginia preconcetta del regista, in realtà, in Blanche si traduce sotto forma di monito verso i pericoli intrinseci all’erotismo: Blanche, non è altro che il primo passo di una filmografia intenta a svelare le radici “naturali” dell’Eros e consapevole del legame indissolubile che esso ha con Thanatos. •

Fabrizio Fogliato

 

 

Blanche
Titolo italiano: Blanche, un amore proibito
Regia: Walerian Borowczyk
Sceneggiatura: Walerian Borowczyk dal poema Mazepa di Juliusz Slowacki (1839)
Supervisione alla sceneggiatura: Suzanne Ohanessian
Fotografia: André Dubreuil, Guy Durban
Montaggio: Walerian Borowczyk, Charles Bretoneiche
Musiche: Christian Boissonnade, Annie Challan, Agnès Faucheux, Maurice-Pierre Gourrier, Florence Lassailly
Suono: Jean-Pierre Ruh
Scenografia: Walerian Borowczyk, Jacques D’Ovidio
Art Direction: Jacques D’Ovidio
Costumi: Piet Bolscher
Trucco: Christine Fornelli
Acconciature: Trieste Sarnelli
Produttori: Philippe d’Argila, Dominique Duvergé
Interpreti: Michel Simon, Georges Wilson, Jacques Perrin, Ligia Branice, Denise Péronne, Jean Gras, Lawrence Trimble, Michel Delahaye, Roberto, Genevieve Graves, Stanley Barry, Guy Bonnafoux
Produzione: Abel & Charton, Télépresse Films
Formato: 35mm
Lingua: francese
Paese: Francia
Durata: 92′
Anno: 1971

 

 

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