Only God Forgives > Nicolas Winding Refn

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È la storia dello scontro tra un uomo che si crede Dio e uno deciso ad affrontarlo.

Il tema della violenza nell’arte è qualcosa di tutt’altro che recente. Cosa avranno pensato i coevi di Michelangelo quando svelò Giuditta e Oloferne? L’arte può essere un atto di violenza; ma può anche non esserlo, va da sé.

Refn parla apertamente di Cinema del futuro a fronte di una invenzione che non dovrebbe mai averne avuto. Come può avere un futuro il cinema d’autore, omologato in una autorialità auto-riferita, ridondante e limitata dal dovere di essere comunque vendibile?
Refn dice apertamente che l’errore più grave che potrebbe commettere sarebbe quello di dare un seguito a Drive, illudendo gli spettatori che quell’uomo al volante, da qualche parte, solca ancora le strade. E invece non solo non c’è più quell’uomo ma nemmeno quelle strade. Seppure tornasse non sarebbe più lo stesso. Seppure tornasse, non sarebbe più un prodotto della mente del regista ma solo un prodotto.

I personaggi di Refn sono credibili perché senza passato, attinti dal mito e per questo quasi degli dei scesi tra gli uomini giusto il tempo del film; prova cioè a creare immaginari oltre che immagini e proprio mentre tutto sembra essere stato già esplorato, dichiara che il peggior nemico del cinema d’autore è il buon gusto.
Einstein diceva che il buon gusto non è altro che la serie di pregiudizi che si accumulano crescendo.
Probabilmente Michelangelo non ne avevo molto, per i coevi, quando faceva decapitare un uomo da una fanciulla; e guardandomi intorno, mi sento di affermare che nemmeno Dio dev’essere dotato di buon gusto.

 

 

Uno dei possibili Cinema del futuro passerà attraverso il superamento dell’ossessione, tutta umana, di voler capire, oltre che la sempre maggiore incapacità, tutta umana, di saper spiegare.
Probabilmente non vedremo più film capaci d’inchiodarci come cristi in croce, senza lasciare spazio a dubbi ma solo a ferite ben visibili; i film del futuro saranno finestre aperte; potremmo decidere di guardare oltre, direzionando lo sguardo a nostra piacimento, oppure potremmo decidere anche solo di farci abbagliare dalla luce che ci penetra attraverso.
In sala, alle mie spalle, una coppia di 50enni non si dava pace per la mancata comprensione, totale e inequivocabile. Eppure il Cinema si basa sul mistero, l’inganno, l’illusione oltre che l’allusione. Siamo ancora in grado di accogliere un film? Di lasciarlo entrare attraverso gli occhi e permettergli di crescere nutrendosi della nostra perplessità?
Purtroppo, l’illusione della onniscienza condivisa e globalizzata non ci permette di ammettere il dubbio, l’inconoscibilità temporanea, l’errare (nella duplice accezione).

Proiezione dopo proiezione, il Cinema si è appesantito troppo, finendo per affannare dopo appena qualche metro di pellicola. È fuori discussione che tanto gli autori quanto gli spettatori debbano liberarsi di parecchi preconcetti e del presunto buon gusto. E sono molte le colpe che il Cinema dovrà espiare prima di meritarsi un futuro. Per quanto mi riguarda, una imperdonabile è quella di dare ai grafomani la possibilità di scrivere lunghissime ed ammorbanti recensioni. Gente che si scrive addosso manco fosse in Memento! È a loro che ho pensato assistendo al finale di Only God Forgives. Occorrerebbe un taglio netto.
Per correttezza dichiaro che non leggerò mai nulla che superi le 40 righe.
Vi prego, tagliatemi le mani o ditemi come posso dimenticare l’alfabeto.

Refn si tiene stretto, si aggrappa al presupposto autobiografico della storia, alla sua volontà di confrontarsi con Dio in un momento di crisi familiare. 1 ora e 30 minuti di una miscela densa ma senza la pretesa di voler spiegare o la perversione di essere compreso, tutt’altro. Refn è di quelli che hanno il dono della sinestesia.
In Drive si teneva ancora aggrappato ad un filo, seppur sottile; qui invece quel filo è nylon, invisibile. Dopo il grande successo di pubblico e di critica, serviva una grossa dose di coraggio per uscire fuori strada; ma in realtà Only God Forgives nasce prima di Drive ma già con la consapevolezza di potersi palesare solo dopo il successo commerciale tutto macchine e tramonti. Un colpo al cerchio e uno alla botte, così funziona. Refn lo sa, visto che per riparare a Fear X fu costretto a Pusher II e Pusher III; ma ora i tempi sono maturi e il suo credito critico gli permette di non spiegare e di non dover poi espiare.
Only God Forgives, per quanto mi riguarda, segna un punto di svolta nella filmografia del regista danese che invita gli amanti del suo Cinema a continuare a seguirlo nel futuro e chi vuol capire, sparisca. •

Michele Salvezza

 

 

Only God Forgives
Regia, soggetto, sceneggiatura: Nicolas Winding Refn • Fotografia: Larry Smith • Montaggio: Matthew Newman • Musiche originali: Cliff Martinez • Suono: Kristian Eidnes Andersen • Scenografie: Beth Mickle • Costumi: Wasitchaya ‘Nampeung’ Mochanakul • Art Direction: Russell Barnes, Witoon ‘Boom’ Suanyai • Digital compositor: Mikkel Hansen, Michael Holm, Dann Damgaard Sandgreen, Lasse Strøm • Digital Intermediate: Per Sidor • Correzione colore: Thomas Therchilsen • Supervisione effetti visivi: Martin Madsen • Casting: Des Hamilton, Raweeporn ‘Non’ Srimonju • Thanks: Manuel Chiche, Liv Corfixen, Roy Jacobsen, Alejandro Jodorowsky, Gaspar Noé • Co-produttori: Jessica Ask, Jacob Jarek • Produttori esecutivi: Jason Janego, Tom Quinn, Matthew Read, Christophe Riandee • Produttore: Lene Børglum, Vincent Maraval, Sidonie Dumas • Interpreti: Ryan Gosling (Julian), Kristin Scott Thomas (Crystal), Tom Burke (Billy), Vithaya Pansringarm (Chang), Yayaying Rhatha Phongam (Yayaying), Byron Gibson (Byron), Gordon Brown (Gordon), Sahajak Boonthanakit (Col. KIM), Charlie Ruedpokanon (Daeng), Oak Keerati (Porter) • Produzione: Space Rocket Nation, Bold Films, Wild Bunch con il supporto di A Grand Elephant in coproduzione con Film i Väst • Camera: Arri Alexa • Processo fotografico: Digital Intermediate 2K (master), ProRes 4:4:4 – 1080p/24) (source) • Negativo: SxS Pro • Rapporto: 1.85:1 • Paese: Francia, Thailandia, USA, Svezia • Anno: 2013 • Durata: 90′

 

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