Invictus > Clint Eastwood

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FORGIVEN

L’immaginazione al potere domina invitta Invictus. Il Mandela di Clint Eastwood stra-trionfa nella reinvenzione di sport, politica ed esistenza. Tre aspetti mortificati e degenerati dal mal essere contemporaneo, che qui invece abbagliano per virtù in essi trasfusa. Al punto che pensiamo di assistere a un ulteriore fantastic voyage, un’utopia ai confini della realtà. Johannesburg come Pandora. Dove un neo-presidente, con 27 anni di carcere alle spalle, fa ri-nascere una nazione divisa in due, unificandola per tramite dello sport nazionale, il rugby, e la squadra (quasi) all-white rappresentante, quegli Springboks (o Springbokke) naturalmente odiati dai neri.

Lo sguardo (impassibile), la battuta affaticata ma ferma, il sorriso largo quando è proprio il caso svelano il volto prosciugato di Clint dietro quello di Morgan Freeman alias Mandela, dal cui accento sudafricano, imitatore dello speech del Presidente, ogni tanto affiora pure la raucedine inconfondibile dell’ispettore Calla(g)han. Quelli che accusavano l’Eastwood attore di avere due sole espressioni, una col cappello, l’altra senza, avrebbero dovuto ormai capire che trattavasi di scelta estetica, spostata ora sul versante registico. Clint gira come intepreta (economia di stile, volto – cioè sguardo – non in mostra, sintesi pluri-rifrangente del discorso) e fa recitare i suoi attori, perlomeno il protagonista, come fossero lui.

A forza di sottrarre, arriviamo a questo film senile, saggio e distaccato, dove ogni passione (negativa) è spenta, massimalizzata nella sua riduzione a puro concetto, astratta filosofia. Un Gertrud americano, dove i temi tipici di Eastwood, vendetta e perdono (sinonimi, non contrari), sono portati alle estreme conseguenze spirituali e di aspirazione all’in-dipendenza. Anche la narrazione (che dallo script di Anthony Peckham si evince tonda) si fa ascetica, contemplativa, da camera (di gabinetto). Tutt’altro che stanca. È in sintonia con il leader che rappresenta. Muove le sorti con lo sguardo, il pensiero. Attraverso l’immaginazione. Mandela mandala. Corpo lento, idee veloci e trionfanti. Clint più Clint. Regista e attore (quest’ultimo sia pure per interposta persona).

Risplende dello stesso pensiero che pervade un romanzo senegalese uscito proprio all’inizio dell’indipendenza del paese (Les bouts de bois de Dieu di Ousmane Sembène). Si concludeva, abbattendo davvero ogni dipendenza, con la frase «felice chi combatte senza odio». Anche qui, a casa Pienaar, dove c’è l’atleta François che sta a Mandela, con qualche variante, come il giovane asiatico stava a Wally in Gran Torino, si teme che nel Sudafrica liberato la situazione degeneri. Effetto Angola, Mozambico e Zimbabwe. Ma «Forgiveness removes fear» (e probabilmente anche l’odio, la diffidenza). Forse per questo Unforgiven (Gli spietati) era dominato dalla paura e Invictus dalla calma. Arriva un furgone sospetto, i due uomini della scorta di Mandela cominciano a temere per lui, troppo «easy target», ma si tratta solo di un distributore di giornali. Prima della partita decisiva, un aereo vola a strapiombo sullo stadio. Un attentato? No, vuole semplicemente augurare buona sorte alla squadra.

Al regista di Changeling non ha mai interessato la politica ortodossa. Gli attacchi preventivi. I trucchetti che demagogicamente devono per forza sedurre la gente. In Italia, e non solo, sappiamo dove ci hanno portati. Il suo Mandela considera invece 12 voti «a luxury» e non fa del passato un ricatto o un alibi. Si perita di affiancare alla scorta nera anche dei colleghi bianchi, perché «they’ve a lots of experience, they protected De Klerk»; e, peggio, decide di non abolire ma far trionfare la squadra simbolo dell’apartheid. Lo accusano per questo, da parte nera, di «autocratic leadership», di prendere decisioni contro il voto unanaime della gente. Lui risponde per aforismi quasi zen nella loro profonda semplicità: «One team, one country»; «I need to know my enemy»; «We have to be better than them».

Altro che agiografia, come hanno sparato in molti. Clint non ci mostra il Presidente, ma Madabi, l’uomo (non) comune. Quello che i bianchi conservatori, all’inizio del film, quattro anni prima dell’elezione-plebiscito, definiscono terrorista, mentre i bimbi neri salutano con entusiasmo. The «Comrade President», ma senza stalinismi di sorta. Resi tossici dalla politica sporca, gli elettori-standard odiano chi si comporta così. Se non è stronzo, corrotto, incapace, non lo vogliono. Ed esigono che il personaggio pubblico, proprio come recita una vecchia regola di scena, non sia mostrato in ciabatte. Clint apre proprio con Morgan Freeman a letto, poi in pantofole, infine allo specchio mentre si rade (senza alcuna sanguinaria big shave).

Ma soprattutto ce lo descrive troppo “quotidiano” nel considerare gli altri (nessuno invisibile per lui, dirà una delle guardie del corpo bianche); troppo astratto, cioè concreto, nelle sue strategie. In vista di un meeting taiwanese, pensa solo a trascrivere, per il “nemico” François Pienaar, una vecchia poesia vittoriana di William Ernest Henley (l’Invictus che dà il titolo al film). Oppure a studiarsi i nomi della squadra degli Springboks, per poter augurare buona fortuna a ognuno di loro, sapendo chi ha davanti. Interrompe persino una riunione di gabinetto, ridendo divertito quando alla tv vede che i suoi metodi stanno fruttando. Siamo uomini o presidenti? Anche, se dall’elicottero, veglia la squadra del cuore (e della ragione), come fosse un dio (salvo poi dire «I’m honored, gentleman. Truly honored», per il cappello della squadra ricevuto in dono). Anche se, dopo il tè con lui, Pienaard si sente ipnotizzato, rapito, quasi catapultato in un’altra dimensione.

È lo sguardo, anche registico, che trafigge con la verità, non con il potere. Per questo il film è spirituale, mistico. Nel senso radicale della parola. In termini espressamente black (alla cui cultura Clint ha reso più di un non superficiale omaggio). Se in Xala, sempre di Sembène, la politica finta rendeva impotenti, qui l’incontro con il Vero erotizza. Sia Madabi, che con una fascinosa danzatrice, fa il galante, rimpiangendo di non essere poligamo, come da clan Xhosa; sia François che, ubriaco del nuovo sguardo immessogli dall’inaspettato Amico, cede comunque alle profferte della sposa. Body… And Soul, con l’equiparazione Pienaar/Mandela.

Il primo si chiude nell’angusta cella di prigionia dell’altro, aprendo le braccia per misurarne la larghezza (strettezza) e scorgendone l’anima (dell’amico e sua). Ma anche immedesimazione totale, quasi magica e ritualistica, del Prez con i Springboks. Mandela è sopraffatto da un malore, cade a terra. Contemporaneamente, veniamo a sapere che Chester Williams, l’unico nero della squadra, si è infortunato. Guarisce l’uno, riscende in campo, inaspettato, l’altro. Ri-anima-zione. Qualcosa di più profondo della reincarnazione. Ottenuta senza alcun montaggio parallelo facile hollywoodiano, ma con dilatazione stupita dei tempi incrociati, climax vudù. Come in quel meraviglioso ralenti che congela palla, giocatori e sguardi speranzosi del pubblico davvero in «one team, one country». Clint rallenta. Non ha alcuna fretta. Lo fa dire pure a Madabi, alla fine, quando l’autista vorrebbe eludere la folla plaudente. «It’s no hurry. No hurry at all».

È il culmine dei festeggiamenti per la vittoria, che Clint regista allarga restringendolo nei particolari. La padrona abbraccia la serva. I poliziotti bianchi sollevano in alto il bambino nero che poco prima avevano maltrattato. Due uomini della scorta, dai colori opposti, abbattono le inibizioni e si danno la mano. Un corpulento boero abbraccia il bodyguard black ancora perplesso, ma confuso e felice come prima Pienaar. È il (per)dono della politica (vera). Essere minus (da cui ministro) per essere più. Da «Captain of my soul» a capitano degli Springboks. E viceversa.

Leonardo Persia

 

 

Invictus
Titolo italiano: Invictus – L’invincibile
Regia: Clint Eastwood
Soggetto: John Carlin
Sceneggiatura: Anthony Peckham
Fotografia: Tom Stern
Montaggio: Joel Cox, Gary D. Roach
Musiche: Kyle Eastwood, Michael Stevens
Scenografia: James J. Murakami
Produttori: Clint Eastwood, Robert Lorenz, Lori McCreary, Mace Neufeld
Interpreti: Morgan Freeman (Nelson Mandela), Matt Damon (François Pienaar), Adjoa Andoh (Brenda Mazikubo), Tony Kgoroge (Jason Tshabalala), Julian Lewis Jones (Etienne Feyder), Patrick Mofokeng (Linga Moonsamy), Matt Stern (Hendrik Booyens), Leleti Khumalo (Mary), Marguerite Wheatley (Nerine Winter Pienaar), McNiel Hendriks (Chester Williams), Scott Eastwood (Joël Stransky), Patrick Lyster (Mr. Pienaar), Penny Downie (Mrs. Pienaar), Zak Feaunati (Jonah Lomu), Grant L. Roberts (Ruben Kruger)
Produzione: Warner Bros. Pictures
Rapporto: 2.35 : 1
Paese: USA
Anno: 2009
Durata: 133′

 

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