Che strano chiamarsi Federico! Scola racconta Fellini > Ettore Scola

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Il film di Ettore Scola dedicato al ricordo dell’amico Federico Fellini funziona come il racconto di un nonno fatto al nipote seduto sulle proprie gambe. Una rievocazione alla quale si perdonano lentezze e lacune, che ci commuove per l’uso della prima persona, per il trasporto e la tenerezza con la quale torna alla propria gioventù e agli anni passati, ma che ci inchioda alla poltrona se il nostro vissuto è distante troppe decadi dai fatti che scorrono, come sogni, sullo schermo.

L’approccio di Scola risente dell’età del suo realizzatore, è superfluo e gratuito ricordarlo, ma pure necessario se si intende la scrittura, non parliamo della “critica”, con un minimo di onestà intellettuale – e molta poco eleganza. Un film che si colloca a una distanza siderale da quello che vorremmo fosse il cinema italiano contemporaneo, quel fantasma che fatichiamo a rintracciare fra gli Orizzonti veneziani e le nebulose sotto-contro-sovra sezioni di quella stramberia che continua a essere il festival di Roma, ma che è assolutamente inutile pretendere da regista classe 1931. Un film che potrebbe suonare anche come l’ennesimo funerale del nostro glorioso cinema, l’ennesimo sepolcro imbiancato di una serie infinita, che continua a crescere di anno in anno, e che ci impone di continuare a piangere questo tempo andato: culto di una liturgia completamente inutile. A Venezia 70, dove è stato presentato fuori concorso, ha commosso Eugenio Scalfari (come ricordato dai quotidiani che immancabilmente dimenticano di raccontarci i film – ma tranquilli, ci siamo abituati) e fatto arrivare nella Sala Grande Giorgio Napolitano, più o meno la stessa cosa vista al cinema Apollo di Milano, con una proiezione abitata unicamente da capelli bianchi, tinti o mesciati. Qualche giovane lo vedrà questo film? Chissà…

 

 

Che strano chiamarsi Federico! è un lungometraggio di finzione, girato interamente in digitale, che utilizza materiale d’archivio per tessere una narrazione piuttosto interessante e articolata capace di modulare fra loro, non sempre con esiti convincenti, soprattutto nel ritmo (la velocità media è, spesso, oltremodo flemmatica), una discreta gamma di materiali eterogenei (illustrazioni di Scola e Fellini, voci-off, giornali d’epoca, sequenze di capolavori…). Di sicuro sorprenderà chi era andato al cinema per vedere un collage di materiale del passato perché si troverà di fronte a un testo frastagliato e discontinuo dentro al quale si è infilato un po’ di tutto (la sceneggiatura è firmata dal regista con le figlie Paola e Silvia). C’è la messa in scena della redazione del «Marc’Aurelio», glorioso giornale satirico d’epoca fascista, con attori contemporanei che interpretano i membri della leggendaria redazione: Emiliano De Martino (Ruggero Maccari), Fabio Morici (Giovanni Mosca), Carlo Luca De Ruggieri (Alvaro De Torres), Sergio Pierattini (Vito De Bellis), Giulio Forges Davanzati (Filiberto Scarpelli), Andrea Salerno (Steno). Ci sono i lunghi viaggi in auto per Roma (tutti rifatti in studio, esteticamente molto felliniani) che Fellini imponeva a Scola e durante i quali, fra disquisizioni sulle cose spicce e i massimi sistemi, venivano imbarcati madonnari pugliesi (Sergio Rubini) e prostitute campane (Antonella Attili). Ci sono i ricordi di Scola bambino (Giacomo Lazoti), quando leggeva al nonno non vedente le vignette del «Marc’Aurelio». E poi i teatrini periferici dell’avanspettacolo dove Fellini (interpretato da Tommaso Lazotti) e Maccari mettevano in scena, con esiti disastrosi, le loro prime commediacce (e sullo schermo compare un Vittorio Marsiglia piuttosto affaticato dagli anni)… il set di C’eravamo tanto amati sul quale Scola volle l’amico Federico a interpretare se stesso… il materiale d’archivio dei provini del Casanova fatti ad Alberto Sordi (esilarante), Ugo Tognazzi (improbabile) e Vittorio Gassman (illuminante)… il glorioso studio 5 di Cinecittà… e in conclusione una carrellata di immagini tratte dai capolavori di un regista che fu un capolavoro: Lo sceicco bianco, Amarcord, , Roma, Intervista, Casanova, E la nave va, La strada

Che strano chiamarsi Federico!, nelle sale italiane dal 12 settembre 2013 distribuito da BIM, è un film che ci fa essere orgogliosi di quel che è stato il cinema italiano, dei suoi registi e dei suoi sceneggiatori (anche se in fondo lo sapevamo già), ma che ci fa sentire la distanza siderale che da loro ci separa, aprendo sotto la poltrona della sala una voragine di vertigine che ci pone la solita domanda: cos’è successo a questo Paese negli ultimi decenni?

L’ultimo Scola (il precedente fu Gente di Roma del 2003), non è solamente un’operazione nostalgia a vent’anni dalla morte di Fellini, un amarcord estremamente personale, nel film si può leggere il saggio consiglio di ripartire dalle idee e dall’ascolto dei più giovani, come accadde – quasi un secolo fa – nella redazione del «Marc’Aurelio», che imbarcò un Fellini diciannovenne e, anni dopo, uno Scola di sedicenne, all’interno della quale veterani e giovanissimi lavoravano insieme, gomito a gomito, attorno ad una grande scrivania. Fantascienza per i giorni nostri, dove sei “giovane” a trent’anni. È forse da qui che si dovrebbe ripartire, non solo e non soltanto nel cinema, dall’apertura agli altri da sé, senza competizione retriva, senza la fame imposta da contratti e retribuzioni da fame, dalle proprie idee e dall’entusiasmo di poterle arricchire attraverso la collaborazione e la condivisione di altri sogni a occhi aperti. Forse tutto questo già sta succedendo, solo che al grande pubblico, e alla coscienza collettiva di un Paese dominato da dinosauri gerontocratici, tutto questo è invisibile – o, peggio, non interessa nemmeno. Avremmo voluto il presidente della Repubblica e il decano dei giornalisti in sala a guardare il film di un esordiente, quello sì che sarebbe stato un momento simbolico, aperto al futuro, necessario. •

Alessio Galbiati

 

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Post scriptum. All’ultimo festival di Locarno, anno 2013, ha vinto un film su Casanova (Història de la meva mort di Albert Serra), mentre a Venezia un documentario sul Grande Raccordo Anulare (Sacro GRA di Gianfranco Rosi)… due soggetti felliniani.

Post scriptum 2. All’anteprima veneziana in sala era presente anche Walter Veltroni. Ma non ci aveva promesso che sarebbe emigrato in Africa?

 

 

Che strano chiamarsi Federico! Scola racconta Fellini
Regia: Ettore Scola
Sceneggiatura: Ettore Scola, Paola Scola, Silvia Scola
Fotografia: Luciano Tovoli
Montaggio: Raimondo Crociani
Scenografia: Luciano Ricceri
Musiche: Andrea Guerra
Costumi: Massimo Cantini Parrini
Interpreti principali: Tommaso Lazotti (Fellini giovane), Tommaso Lazotti (Scola Giovane), Maurizio De Santis (Fellini anziano), Vittorio Viviani (narratore), Sergio Pierattini (direttore), Antonella Attili (prostituta), Sergio Rubini (madonnaro), Vittorio Marsiglia (comico), Emiliano De Martino (Ruggero Maccari), Fabio Morici (Giovanni Mosca), Carlo Luca De Ruggieri (Alvaro De Torres), Sergio Pierattini (Vito De Bellis), Giulio Forges Davanzati (Filiberto Scarpelli), Andrea Salerno (Steno)
Produzione: Payper Moon, Palomar, Cinecittà Luce
In collaborazione con: Rai Cinema, Cinecittà Studios, Cubovision (Telecom Italia)
Con il sostegno di: Ministero per i Beni e le Attività Culturali (MiBAC) – Direzione Generale per il Cinema
Distribuzione: BIM
Lingua: italiano
Paese: Italia
Anno: 2013
Durata: 90′

 

 

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