DOC3: il documentario in televisione

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Articolo pubblicato su RC NUMERO17 | settembre ’09 (pag.7-10)
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8,4mb | 3,7mb | ANTEPRIMA

 

 

DOC3: il documentario in televisione.

Intervista a Lorenzo Hendel e Luca Franco.

di Alessio Galbiati

 

Guardare la televisione è, il più delle volte, un’esperienza traumatica e mortificante. Ci sono però programmi che (ri)conciliano con il mezzo televisivo, capaci di sorprendere per qualità e profondità: DOC3 è uno di questi.

L’idea di intervistare gli autori del programma è nata in maniera spontanea, una specie di riflesso condizionato prodotto dalla visione del bel Come un uomo sulla terra, documentario di denuncia sul terribile trattamento inflitto ai migranti africani dall’esercito della dittatura libica, diretto da Andrea Segre, Dagmawi Yimer e Riccardo Biadene. Un racconto in prima persona capace di scuotere dal torpore che il quotidiano ti appiccica addosso come una malattia inguaribile; DOC3 è forse tutto qui, una finestra sul mondo lontano e su quello dietro all’angolo, uno strumento che agita la cosciènza.

DOC3 è un programma di Lorenzo Hendel, condotto da Alessandro Robecchi, realizzato con la consulenza di Luca Franco. L’attuale ciclo di documentari, in onda ogni giovedì alle 23.40 ed iniziato il 2 luglio, si concluderà il 24 settembre con la messa in onda della tredicesima opera della stagione estiva.

L’intervista è stata realizzata via mail in data 31 luglio 2009.

 

In merito all’attribuzione d’una paternità alle risposte inviatemi, e qui pubblicate, Lorenzo Hendel ha scritto: «Il testo è stato scritto da me ma riflette il senso e l’anima del nostro percorso, frutto di continue discussioni e verifiche di squadra, quindi credo sia giusto che tu consideri me e Luca sullo stesso piano per quanto riguarda la paternità delle idee esposte».

 

* * *

 

Ai miei occhi una delle principali qualità del programma è che permettete la visione di opere altrimenti invisibili, lo fate gratuitamente (canone a parte) e questo oggi, in epoca di digitale terrestre incombente e pay-tv, è un qualcosa di eccezionale. «DOC3 è l’unico programma della televisione pubblica che presenta documentari sociali incentrati su temi d’attualità, con una particolare attenzione al lato umano» così recita il comunicato stampa di presentazione del ciclo estivo. Si assiste ad una svalutazione complessiva della qualità dei contenuti della tv generalista, basti pensare che il programma giornalistico di maggior successo in termini di ascolti, Annozero di Michele Santoro, è stato inserito nel palinsesto di Rai Due a seguito d’una sentenza della magistratura; è in atto – da tempo – un decadimento qualitativo generalizzato imputabile ad evidenti scelte editoriali e politiche. Insomma cosa ci fate in onda? Qual è la storia di DOC3, quando nasce ed in che modo? (cioè è un programma voluto dal direttore di rete oppure è un programma nato da un percorso autonomo?).

 

La denuncia dello scadimento qualitativo della TV generalista è da tempo un luogo comune peraltro difficilmente contestabile, ma vorremmo che la cosa fosse posta in modo diverso, e soprattutto sarebbe il caso di definire meglio cosa si intende per “qualità” nel tempo della televisione. Siamo fieramente avversi a una difesa della qualità originaria e premediatica, una qualità “culturale” come si dice, che si contrapponga alle vili richieste del mercato. L’avvento dei media nella società ha modificato la circolazione delle esperienze e dei prodotti trasformando anche il concetto stesso di qualità, che sempre più è subordinata alla sua “qualità mediatica comunicativa”. A ben vedere questo processo è sempre avvenuto nella storia dell’uomo, e della storia dell’arte e della cultura in particolare. Proviamo a immaginare il significato dei cicli di affreschi giotteschi prescindendo dalla loro qualità comunicativa e dalle innovazioni sul piano del linguaggio…

 

Nell’epoca della Televisione la dimensione comunicativa dei prodotti si esprime nella loro capacità di essere accessibili ed attraenti per un pubblico il più vasto possibile, facendo i conti, qui si in modo creativo, con i consolidati sistemi di aspettative sedimentati nel tempo. Magari per trasformarli.

Il percorso di DOC3 cerca quindi di superare la contrapposizione cultura versus mercato, che a ben vedere è oggi portata avanti soprattutto dai fautori della televisione commerciale. Che dicono: noi facciamo mercato, quindi non ci interessa la cultura. A questa posizione rispondono alcuni autori televisivi “impegnati”: noi facciamo cultura, quindi non ci interessa il mercato. Ambedue i fronti, così lontani in apparenza, solidali però nella contrapposizione dei due termini.

 

Fare cultura dentro il mercato, oppure fare mercato in un ottica di cultura, è il nostro tentativo. In questo ci sentiamo dentro una “onda lunga” che nella nostra Rete era stata avviata tanti anni fa da Angelo Guglielmi. Che diceva: «la cultura non è una cosa, ma un modo di fare le cose».

Doc3 in quanto rubrica da tempo è presente nella Rete, circa sette – otto anni, e nel suo “grembo” sono stati trasmessi più di cento documentari, ma fino a due anni fa circa il taglio era diverso: si trattava soprattutto di acquisti, non c’era una delimitazione tematica o stilistica (la cosiddetta “linea editoriale”), e non c’era una regolarità né un appuntamento. Il concetto era un po’ quello della “vetrina”. Da due anni ci siamo impegnati a costruire una identità, una riconoscibilità, e un appuntamento col pubblico. In definitiva, e sulla scorta delle cose dette in precedenza, ci siamo messi alla ricerca di un nostro settore di mercato.

 

Ad oggi quanti documentari avete mandato in onda?

 

Da due anni, da quando è “cambiata la gestione”, i docs mandati in onda sono circa una trentina.

 

Il gran numero di lavori proposti presuppone un enorme lavoro di selezione, vorrei sapere quali sono le modalità di selezione del materiale e se magari Doc3 in qualche modo partecipa alla produzione di alcuni dei documentari che, poi, andranno in onda?

 

Tra le cose che abbiamo cercato di modificare nella nuova gestione c’è stato il rapporto tra coproduzioni e acquisti. Fino a due anni fa il rapporto era di circa una coproduzione su dieci acquisti, quest’anno su tredici trasmissioni le coproduzioni sono state otto.

 

Le modalità di selezione sono semplici: c’è una persona (Lorenzo Hendel, ndr) che lavora a tempo pieno alla rubrica, che guarda tutti i docs che arrivano e legge tutti i progetti. Luca (a metà tempo impegnato anche in Blu Notte) esamina una parte del materiale, per eventuali conferme. In più Lorenzo (e a volte Luca) gira il mondo in tutti i pitching forum che si stanno moltiplicando a tutte le latitudini, e raccoglie altre proposte.

 

Il nostro criterio è di accogliere tutti e dare feedbacks a tutti. Ovviamente è un compito immane, superiore alle nostre forze, anche perché questo comporta una analisi attenta di ogni progetto e la visione attenta e integrale (a velocità normale!) di ogni documentario realizzato. Bisogna considerare che già questa estate il Data Base che stiamo elaborando, e che comprende sia progetti che prodotti finiti, ha superato i quattrocento titoli. Per tredici spazi. Quindi siamo eternamente indietro e in ritardo con i tempi, per cui capita che qualcuno abbia una risposta a un progetto presentato più di un anno prima. Del resto, meglio tardi che mai…

 

I criteri di selezione sono quelli riferiti alla linea editoriale. Forti storie individuali, con una elevata tensione narrativa, sullo sfondo di problemi sociali rilevanti. E tutte riferite alla società contemporanea. Restano esclusi i docs storici, i bio pics e i ritratti, comunque i docs sui personaggi noti (abbiamo una spiccata predilezione per le persone anonime…). Ci piace molto che sulle storie, basate sul personaggio e non sul tema,vi sia un racconto “cinematografico” che mostri frammenti di vita vissuta mentre avviene. Abbiamo dichiarato guerra alla docu fiction e alle ricostruzioni, nel senso che ci piace che il documentarista affronti la vita e si faccia attraversare da essa, anche se non sa dove sarà trascinato (come disse Hitchcock, nel film di fiction il regista è Dio, nel documentario Dio è il regista…).

 

C’è un problema dei tempi della selezione: per come funziona la RAI, non ci è possibile investire soldi per prodotti che non andranno in onda nell’anno corrente, ma negli anni successivi. E visto che le consegne per l’anno corrente sono di solito previste tra primavera e estate, si rischia il paradosso di entrare in coproduzione a gennaio e di chiedere la consegna a maggio. Ovviamente, in questo modo la coproduzione diventa in realtà un acquisto, con nessuna possibilità di dare un contributo editoriale da parte nostra. In realtà cerchiamo di arrangiarci con lettere di interesse, che però non hanno un reale valore sul piano amministrativo, e tanta fiducia personale.

 

In ogni caso la redazione finale di una rosa non è mai possibile prima di settembre – ottobre. E tra la rosa si deve poi operare una ulteriore selezione. Da notare che, visti i numeri, alla fine i docs che rientrano in un nostro percorso editoriale sono comunque in un numero tre o quattro volte superiore agli spazi di cui disponiamo, e a quel punto diventa arduo procedere con la scelta. Insistiamo molto sulla trasparenza della linea editoriale perché ci preme che queste scelte abbiano una loro trasparenza, e non siano effettuate con criteri riservati e insondabili. Detto questo, è anche evidente che alla fine ogni scelta di questo tipo comporta una percentuale di sensibilità e di gusti personali, e non ci vogliamo sottrarre alla nostra responsabilità in questo senso… Responsabilità che ricade sulle spalle di noi due, ma soprattutto di Annamaria Catricalà, che è il capostruttura cui DOC3 fa riferimento, e che per prima ha avviato la fase che stiamo attraversando.

 

Quali sono gli ascolti medi del programma e quale la percentuale di share? Faccio questa domanda perché poi magari si scopre che è un buon affare anche dal punto di vista degli ascolti programmare documentari che trattino tematiche di attualità o comunque d’interesse collettivo, umano, sociale, antropologico (sempre che i dati Auditel siano realmente ciò che affermano di essere). Avete registrato dei picchi d’ascolto significativi in occasione della messa in onda di un qualche lavoro specifico: penso ad esempio alla messa in onda del documentario dedicato alla figura, umana e professionale, di Anna Politkovskaya “211: Anna” oppure al recentissimo passaggio dello sconcertante “Come un uomo sulla terra”?

 

Quest’anno, dopo le prime quattro puntate, lo share medio è superiore al 6%, con un picco iniziale (Hair India) del 9%, pari a settecentomila persone circa. E’ chiaramente un target consistente e significativo anche da un punto di vista di mercato, e in questo senso credo si debba ribadire ancora che rinunciare a questo target non è solo culturalmente perdente, ma anche commercialmente suicida.

 

La coincidenza con i fatti di attualità non modifica i numeri auditel in modo significativo. Anna Politkovskaja ha avuto un buon 6,50%, ma Come un uomo sulla terra ha avuto il 5,90%, e soprattutto Far East, andato in onda il giorno dopo l’assassinio della erede della Politkovskaja, il 4,90%.

 

 La globalizzazione (Hair India), le storie dei migranti africani (Come un uomo sulla terra) e quelle dei Rom (Io, la mia famiglia rom e Woody Allen), la xenofobia ed il razzismo (Far East), i diritti degli omosessuali (Oltre l’arcobaleno), la criminalità organizzata e gli effetti nefasti sul territorio da lei controllato (La Domitiana)… questi sono solo alcuni dei temi affrontati nel ciclo estivo del programma ma rappresentano uno spaccato assai chiaro della prospettiva sul mondo comune a molte delle storie da voi proposte, un racconto a più voci, polifonico, un’antropologia per immagini documentarie della nostra epoca, una lettura che diviene d’assoluto interesse se osservata nel suo insieme e che evidenzia una concezione illuminata del servizio pubblico. Come applicate questo concetto al vostro lavoro? O in altri termini: qual è il motivo che vi spinge a realizzare Doc3 e quale l’ambizione? Il fine che perseguite?

 

La bella domanda, come è formulata, contiene anche alcuni degli obiettivi che noi ci diamo, e quindi li sottoscriviamo.

 

Aggiungiamo che nei nostri docs ci piace anche raccontare realtà e storie umane che abbiano a che fare con importanti tematiche di cui si parla oggi nei media, ma in modo standardizzato e per cliché. Tipico della comunicazione televisiva è dare informazioni che permettono di sapere ma non di conoscere. Tutti sanno che ci sono i respingimenti, e magari ognuno si è fatto una idea in proposito. Ma chi sa cosa vuol dire essere respinto dopo una odissea durata anni nei campi di concentramento libici, torturati e venduti come animali, e tutto questo con i soldi del governo italiano?

 

Conoscere la “dark side” di ciò di cui tutti parlano, ma che non conoscono veramente, è uno dei nostri obbiettivi. In particolare quando ci si riferisce ai “cattivi”, coloro a cui si danno le responsabilità dei mali presenti, per non darli a noi stessi. Gli immigrati, gli zingari, i romeni, gli omosessuali… DOC3 spesso assume il loro punto di vista, e propone di guardare il mondo con un altro sguardo. Come nel coro dell’Eccezione e la Regola, «di niente sia detto: è naturale…» Per una normalità che sia fatta di differenze e non di omologazioni, di somme e non di sottrazioni.

 

 Un filmmaker (eviterei l’abusata formula ‘giovane filmmaker’) può inviarvi il proprio lavoro? O una proposta, nel caso in cui curiate anche la produzione, e sperare d’essere preso in considerazione? Se sì in che modo può contattarvi?

 

Contattarci è vivaddio facile, pensiamo che la nostra funzione in un organismo di servizio pubblico sia in primo luogo di essere accessibile a tutti. La mail di Lorenzo è l.hendel@rai.it. Quella di Luca lucafranco@email.it. Chiunque ci scrive avrà una risposta (purché, ripetiamo, abbia un po’ di pazienza).

 

Data la vostra esperienza e conoscenza del documentario italiano, quale pensate sia il suo attuale stato di salute? I tagli al Fondo Unico dello Spettacolo, che passerà dai 567 previsti nel 2008 ai 378 milioni di euro per l’anno corrente, creeranno squilibri nelle produzioni di documentari oppure la maggior parte della produzione vive già da tempo una condizione di indipendenza forzata?

 

Certo i tagli non faranno bene a nessuno, tra chi lavora nel nostro ambiente. Pensiamo però che i danni maggiori saranno per il cinema, perché i documentari, tra pitching forum contributi europei fondi regionali e territoriali e contributi di editors e broadcasters si erano da tempo abituati a una certa autonomia.

 

Quali sono le vetrine più interessanti per il documentario italiano? Quali sono cioè i festival, le rassegne o le realtà online che reputate di maggiore interesse?

 

Nel mondo Amsterdam e Locarno.

In Italia Torino, Venezia e Roma.

 

 In questi anni sono mai capitati episodi di censura diretta o indiretta nei confronti del programma? Avete incontrato dei veti rispetto a qualche lavoro in particolare? Penso ad esempio al documentario “Citizen Berlusconi” che, uscito nel 2003, è passato per la prima volta in Italia lo scorso 22 giugno su Current TV (replicato attorno al 20 luglio) dopo essere stato visto da migliaia di persone grazie alla rete… Ma, Berlusconi a parte, penso ad esempio a “Oil” di Massimiliano Mazzotta, che ha incontrato l’ostracismo della Saras e dei suoi proprietari, oppure il “Nazirock” di Claudio Lazzaro… Penso anche a quei casi, che mi si racconta non essere per niente isolati, di acquisto dei diritti esclusivi di messa in onda e del successivo blocco del film o del documentario negli archivi dell’emittente…

 

A Rai3 la censura non si vede quasi mai, di questo si deve dare atto a Paolo Ruffini di serietà e di coraggio. Nel caso nostro possiamo dire di non aver avuto mai un solo problema di questo tipo.

 

Quando arrivano in televisione ai documentari capita spesso che li si nomini ‘reportage’, ‘video inchiesta’ o magari capita che vengano contratti nella durata oppure d’essere divisi in capitoli e commentati da ospiti in studio, come ad esempio ha recentemente fatto Michele Santoro nel suo Annozero proponendo “Corri bisonte corri” di Roberto Pozzan e Monica Giandotti. E’ come se la differenza stia tutta nel come vogliamo chiamare la storia che ci viene raccontata. Sembra quasi che la televisione abbia paura del linguaggio del documentario e per questo debba correre ai ripari chiamandolo in maniera diversa o – peggio – manipolandone la forma (anche un’interruzione pubblicitaria, di fatto, è un’alterazione). Come valutate l’utilizzo del linguaggio del documentario nell’attuale situazione della televisione italiana?

 

L’usanza di inserire un doc in un contesto che lo frantuma e lo ingloba ha un motivo nella natura istituzionale della televisione e dei suoi linguaggi. Una natura fortemente inquadrata e dotata di una certa “vocazione all’autocontrollo”. Vista la delicatezza di tanti temi sociali, e il numero di entità interessate e coinvolte, è importante per la televisione garantire una presentazione formalizzata e controllata di ogni realtà (la sindrome della “Par Condicio”). La presenza del conduttore demiurgo, dotato di visibilità e autorevolezza, in qualche modo intercede e garantisce. Il punto di vista di un autore di documentari, quasi sempre sconosciuto, non ha questa investitura, e viene percepito solitamente come un pericolo. Quale è il suo punto di vista? Chi rappresenta? Con chi sta? In questo senso la scelta di DOC3 è chiarissima: il documentarista racconta il suo contatto con quel mondo, racconta il tratto di vita che ha attraversato, non vuole esaminare un problema nella sua interezza ma raccontare una storia. Su questo ha uno spazio interamente suo. Ci piace in questo senso contribuire a smantellare una usanza ormai consolidata, che nell’universo mediatico non contano più i fatti, ma l’opinione su di essi, che danno vita a schieramenti e a fronti contrapposti.

 

Il passaggio televisivo di un documentario pur rappresentando un’opportunità unica, per il pubblico e per i suoi stessi realizzatori, ha comunque l’effetto paradossale di risolversi in un unicum, diviene un momento isolato di fruizione. Massima visibilità, in chiaro su un canale pubblico, ma unicità di programmazione. Questo fatto viene in parte ovviato dalla disponibilità online, sul sito della Rai, della quasi totalità dei documentari che avete sin qui proposto; ho pure letto che alla prossima edizione del festival di Locarno saranno presenti “Il mio cuore umano” di Costanza Quatriglio e “Diario da Gaza” di Stefano Savona che verranno trasmetti su RaiTre rispettivamente il 20 agosto ed il 17 settembre prossimi. Mi pare di capire che il vostro lavoro, sui e con i documentari, non si risolva in una semplice rassegna televisiva ma continui nel tempo e si configuri come una vera occasione di incontro fra pubblico e film, fra il lavoro del filmmaker e quell’entità che altrimenti l’autore stesso devo incessantemente inseguire. Insomma DOC3 pare soprattutto attento al vero punto debole del cinema italiano: la distribuzione. Come valutate la vostra esperienza in quest’ottica?

 

Il problema della distribuzione dei documentari è forse il problema principale oggi, e purtroppo la televisione può dare risposte solo sul piano di quella che tu chiami “unicità di programmazione”. La disponibilità per un certo tempo sulla rete è importante ma non risolve davvero il problema. Di molti docs che noi sosteniamo vengono fatte due versioni: una per noi, per la televisione, e una per le sale del cinema. Il problema è: quali sale? Purtroppo qui il nostro sforzo si esaurisce per limiti istituzionali.

 

Qual è il ruolo del conduttore nel programma? A che livello del lavoro entra in scena Alessandro Robecchi?

 

Alessandro prende in visione i documentari una volta che sono stati selezionati, e la motivazione e passione che lui mette nel visionarli, condividerli e scrivere le presentazioni è uguale alla nostra nel visionarli e selezionarli. Devo dire che la sintonia tra lui e noi è straordinaria, e credo che lo si percepisca ascoltando le sue introduzioni.

 

Nella passata stagione televisiva a condurre il programma c’era Fabio Volo, un evidente tentativo di allargare il bacino di pubblico del programma, magari anche e soprattutto ai più giovani. Era differente anche la formula, con un ospite e spesso anche i registi dei lavori proposti che dialogavano con il conduttore. Come mai avete abbandonato questa formula?

 

Fabio Volo era stato un esperimento per raggiungere nuove fasce di pubblico, come tu giustamente fai notare, il problema è che la distonia fra lui e il pubblico dei docs era troppo grande. Si verificava un paradosso (visibile anche dall’andamento minuto per minuto delle curve auditel): quando appariva Fabio Volo il pubblico che aspettava i documentari si sentiva spiazzato e se ne andava, e restavano coloro che erano più in sintonia con lui. Quando poi partiva il doc anche quelli se ne andavano, e non restava più nessuno…

 

Il ciclo estivo si concluderà il 24 settembre ma immagino che siate già al lavoro per la stagione successiva, ci potete dare qualche anticipazione?

 

Ovviamente il lavoro per la stagione successiva è iniziato, e in modo febbrile, da quasi un anno. Come ti abbiamo detto sono parecchie centinaia i progetti e i docs che stiamo analizzando. Per ora non possiamo fare anticipazioni, anche perché tutto è assolutamente aleatorio. Ti confermiamo comunque che tematiche e criteri di selezione restano quelli che abbiamo esposto in questa sede.

 

 

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Prosegue fino al 24 settembre la stagione estiva di DOC3, l’unico programma della televisione pubblica che presenta documentari sociali incentrati su temi d’attualità, con una particolare attenzione al lato umano. DOC3 è un programma di Lorenzo Hendel realizzato con la consulenza di Luca Franco e condotto da Alessandro Robecchi. Di seguito l’elenco delle ultime messe in onda, come di consueto alle ore 23,40 su Rai Tre:

17.09 Diario da Gaza di Stefano Savona

24.09 La retta via di Roberta Cortella e Marco Leopardi

 

Alcuni dei documentari della stagione in corso sono disponibili online, sul sito della Rai TV:

Per chi suona la campanella http://tinyurl.com/m9nyrl

XXL – Vite extralarge http://tinyurl.com/mq94rf

Wasted http://tinyurl.com/kjejkb

La Domitiana http://tinyurl.com/m6ymvl

Oltre l’arcobaleno http://tinyurl.com/mlmptg

Come un uomo sulla terra http://tinyurl.com/lyscre

      Hair India http://tinyurl.com/mdxebp

 

 

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bio Lorenzo Hendel. Fiorentino classe ‘50 alla fine degli anni settanta si trasferisce a Perugia, dove lavora alla sede regionale della RAI a un progetto di documentazione della realtà sociale territoriale. Attento alla ricerca sui linguaggi della televisione ed impegnato nella fiction teatrale e videotreatrale si trasferisce a Roma nel 1988, e continua all’interno di RAITRE (il direttore di rete era, all’epoca, Angelo Guglielmi, il fautore della stagione più effervescente della storia della televisione italiana) l’attività di regista televisivo a tutti i livelli, mentre il lavoro di documentarista lo porta a viaggiare in tutti i cinque continenti. In particolare: nel 1997 realizza Tepuy, viaggio alle origini del mondo, nel 1998 Groenlandia, il lungo tramonto, nel 2000 Akha, quando il vento soffiava. Nel 2005, in Groenlandia, realizza il suo primo lungometraggio, Quando i bambini giocano in cielo, con il quale viene premiato come miglior lungometraggio all’Ischia Film Festival, al Maremetraggio di Trieste, e al Festival del cinema di montagna di Cervinia, e riceve premi minori al Sulmona Film Festival e al Festival di Autrans (Francia). Nel 2006 realizza Quando le mani si parlano, per DOC3, e nel 2007 Pio La Torre, il figlio della terra. Dal 2008 è responsabile di DOC3.

 

 

 

 

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