La grande bouffe > Marco Ferreri

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grandebouffe

Articolo pubblicato su RC NUMERO17 | settembre’09 (pag.12-14) free download 8,4mb | 3,7mb | ANTEPRIMA

  

Lingua di celluloide

La grande bouffe

Esercizi di stile da Queneau a Ferreri

cineparole di Ugo Perri

 

Il film narra di quattro uomini che, stanchi della vita noiosa e inappagante che conducono, decidono di suicidarsi, chiudendosi in una casa nei dintorni di Parigi, e mangiando fino alla morte. (wikipedia)

 

DIVISMO
Ancora un po’ di trucco per Marcello. Non sta bene ch’un porcello scopi e mangi in questa mise! Con le mani affusolate è lontano da quel cibo e lo abbaglia il riflettore. Che fatica recitare! Che fatica essere belli. Tutti gli altri sembran veri e convincenti a mangiare quei gran piatti fino a dare senso estremo a una vita di viltà.. Ma Marcello non ci sta, lui è ancora troppo bello, muore primo e mangia poco, ecco: indossa il suo foulard, lascia il set, le mascherine per andarsene a donnine aspettando il botteghino. Morti di fame i suoi colleghi, lui muore di fama. Non v’è trippa nel bugatti.

SOLITUDINE
Il vento autunnale spira leggero tra le fessure crespe delle finestre.. Lui è in cucina, ha di fronte leccornie, ma non le vede. Pensa agli altri che non son più lì, e al mondo così lontano e irrecuperabile. Stringe la mano di burro di una donna che si scioglie nel ricordo. E sotto un tiglio, con in mano una torta e i suoi vent’anni dimenticati, con la carriera sotto le scarpe e il destino tra i denti, muove lento la forchetta. Le foglie cadono sui suoi piedi a tenergli compagnia, ma subito un refolo le allontana. Gli ultimi amici son chiusi nel ghiaccio eterno. Mangia l’ultimo pezzo di torta e si abbandona sulla panchina fredda e umida. Un cane abbaia. Il salice piange.

ROMANZO PICARESCO
Li quattro ronzini son pingui di biada. Cos’havvi a pretender un cavaliero errante se non un mammalucco, un infedele, un mulino d’eolo che possa dar gloria al moschetto e levar l’onta del riposo? Ma quivi di nemici non v’è traccia, non si puote far l’historia. Consoliamoci a cicoria che prepara le gran trippe per il troppo mangiamento. Salcicciotti e strutto in pasto, con agnelli e arrosticini, noncuranti delle vite combattiamo con gran foga. Ma chi è che muove l’uscio? Ha levato già il serraglio e si muove a passi lesti. Masnadiera d’una peste, non ci avrai prima del dolce! C’infiliamo tutti e quattro nella torta di sambuchi e tendendole un agguato siam perduti tra la crema e il pane hispano, ci tradisce il deretano e rilascia l’alma nostra alla terra brulla e scura.

CONFUSIONE
Tre persone decidono di isolarsi per mangiare. O per morire? Fors’erano quattro e i morti due. E’ per cannibalismo che gli altri li hanno mangiati. No… no… Mangiavano ben altro, cibo ce n’era, pietanze prelibate. Escono dal ritiro pappatorio robusti e vitali. Forse uno muore. Probabilmente celiaco. O muoiono tutti? Si, si, non resta nessuno. Forse una donna, ma era già pingue. O gravida di morte?

PREMONIZIONE
Verranno con passi di piombo e bocche d’acciaio. Il loro arrivo sarà segnato dalla morìa delle vacche, che in quarti sanguinanti verranno accatastate nella casa. Non rimarrà traccia del loro passaggio. Bruceranno e mangeranno oltre la sazietà. Si abbandoneranno ai vizi che non basteranno più a consolarli. I giorni si faranno sempre più piccoli e poi il grande buio. Ascoltate… si sente già il lontano incedere.

DECISIONI
Andiamo in una casa. L’abbiamo riempita di cibo. Non possiamo più esimerci. L’idea è venuta durante una cena. E lì andremo a porre fine alle nostre vite. Vino bianco o rosso? Rosso! Come il sangue che di ulcera ci macchia. Porteremo delle donne, così da allietarci. Bionde o more? Miste! Il sesso non ha colore vicino alla morte. Da oggi mangeremo tutti i giorni venticinque portate. Carne o pesce? Entrambi, per arrivare torniti alla morte. C’è una cella frigorifera in cui potremo conservare i nostri cadaveri. Stuzzicadente? No, grazie, ho ancora un’uggiolina…

OTTIMISMO
Quattro giovinotti s’incontrano per caso e decidono per ischerzo di riunirsi in una casa per abbuffarsi alla faccia della tristezza. Tra vini, cibi raffinati e femmine disponibili sopraggiunge leggera la morte. Ma il buon signore dona a tutti il paradiso e si ritrovano a banchettare lieti tra le nuvole e le favole.

PESSIMISMO
Chiusi in una stretta camera e sommersi da cibi di scarsa qualità, cercavano di darsi la morte. Il vino era evidentemente adulterato ed avevano dimenticato di portare il sale. Inoltre nessuno di loro era bravo a cucinare. Prima ancora di iniziare a mangiare sopraggiunse la morte per mancanza d’aria. Gli insaccati e il vino, in fermento, consumarono il poco ossigeno in breve tempo. Per contrappasso all’inferno furono tenuti digiuni a bere succo di limone. Senza zucchero.

CRONACA
Avevano fame, una fame infinita. Probabilmente non pensavano che li avrebbe portati alla morte. Quattro uomini sono stati trovati deceduti in una villa alla periferia di Parigi. Un macabro gioco a cui nessuno – dicono i loro cari – credeva veramente. Deve aver subodorato qualcosa Marcello, trovato al volante di una bugatti, assiderato da una bufera mentre cercava di fuggire a quel luogo d’orrore. Tra loro anche il noto magistrato Philippe Noiret, la cui famiglia si dichiara sgomenta e incredula. All’arrivo degli inquirenti la casa olezzava di carne marcia e corpi morti. Sparse per le stanze sono state trovate pietanze decomposte e avanzi coperti da formiche, vermi e scarafaggi. Sulla villa sono stati apposti i sigilli dalla polizia locale. Dalle indiscrezioni pare sia stata trattenuta una donna, tale Andrea M., che si trovava nella villa in uno stato di evidente delirio. La magistratura ha aperto un fascicolo. Disposti per martedì, dopo le autopsie, i funerali.

CARNE
Trippe, lardi e cotenne ancora pelose. Gli stomaci dei quattro si gonfiavano come otri al peso di cosciotti e bistecche. I quarti di buesse sanguinosi, i polli senza testa, i conigli stecchiti ne contornavano i corpi nudi, avvinghiati a delle femmine polpose. Carne entrava dalle bocche e usciva intonsa dai culi, non filtrata da succhi gastrici lascivi. A furia di toccarsi freneticamente abbracciati allo spasmo, i corpi si consumarono, sfibrarono le pelli e sfilacciarono le carni. E carne trita, tremula e rossazza diventarono.

CANZONE
Uscir dalla vita
Come un gioco strano
Gonfio il girovita
prende un po’ la mano

nell’antica villa
cibo e gran silenzio
la morte piano stilla
il fiele dell’assenzio.

Rit.

    Una grande abbuffata
    Quattro amici, una serata
    Nelle vite la tristezza
    Che si affoga nell’ebrezza

    Malinconiche pietanze
    Giri a vuoto nelle stanze
    E la crema per la torta
    È di cenere ormai morta.

Spente le luci
Si chiudono le porte
Poche le braci
Va via anche la morte

L’amore è una rosa
di carne e di sangue
La vita è una sposa
Che gravida langue.

Rit.

ARISTOCRATICO
Soggiacciono satolli i signorotti del quartetto “Amanti del cibo”. La magione a loro uso è stipata di cibi esotici e primizie stagionali, spezie importate dall’oriente per mezzo di carri di legno trainati da stanchi ciuchi e pasticceria finissima decorata con gusto.
La mattina riveste i baldacchini d’un abbondante luce dorata, proveniente dal fulgido astro solare. E’ l’ora in cui l’oscura signora li ha presi ormai tutti tra le sue braccia magre e sottili, ed essi suggono latte rancido dai suoi seni d’ossa. La cagione del loro male, sottile e profondo, è ignota, ma hanno scelto con fermezza di abbandonarsi ad un sonno profondo ed interminabile. Le soffici poltrone e le servette discinte non li soddisfacevano più. Gli incontri cortesi con uomini d’onore e le partite svagate a criquet non ne solleticavano più lo spirito d’avventura. Meglio Nostra Signora dei Mali, a cui lasciare un corpo esanime ma gonfio di alimenti tra i più nobili, portati in processione dai galantuomini della città, imboccati con posate finemente cesellate da leggeri damerini ed annaffiati con ambrosia e rosolio. Gli eredi, già informati del triste lutto, discutono della spartizione dei beni.

MITO GRECO
Sprofondati nel Tartaro giacevano quattro Titani, concepiti con violenza da Urano nel ventre di sua madre Gaia.  Ella domandò aiuto ai figli deformi e segregati per punire l’indomita ferocia di Urano che ogni giorno la violentava. Essi, impauriti da tale missione, accettarono non senza timore il piano che Gaia propose loro. Appena il membro di Urano penetrò di nuovo nel ventre della Madre essi si gettarono indomiti su quel fallo immenso e con morsi vigorosi e scaltri lo divorarono. Urano gridò di dolore e cercò di allontanarsi, ma essi continuavano impietosi a saziarsi di quella carne. Quando ebbero finito si accasciarono a terra stremati e furono assorbiti dall’utero materno, in una dolce morte. Urano, senza fallo, si allontanò da Gaia e il cielo e la terra furono separati. Da allora gli uomini sono vittime di un appetito senza mai sazietà, che è responsabile del Caos che accompagna i popoli e le genti ancora oggi..

SUD ITALIA
Filippo, Marcello, Michele e Ugo erano quattro fratelli nati nel sud italia. Un giorno si svegliarono con un discreto appetito e chiesero alla nonna, che viveva in casa con loro, di cucinare delle pietanze saporite e tradizionali per saziarli. La nonna li mandò a fare la spesa al mercato. Si trovarono una lista lunghissima tra le mani, e d’ogni cosa dovettero far compera. La nonna cucinò senza sosta, annegò d’olio le carni grasse di mandrie e pascoli interi, friggendo e cospargendo di sale grosso, tormentò gli orti in patine di sugna, insaccò interi maiali e sformò formaggi giganteschi, servendo i giovani che mangiavano a quattro palmenti.
Essi capirono di essere sazi, ma troppa era la roba e non si sarebbe mai conservata. E peccato era buttare via tutto quel ben di Dio. La nonna cucinava, noncurante del pericolo e felice di saziare quei cari nipoti. Ed essi per farla felice ed evitare lo spreco mangiarono così tanto che morirono.
La nonna si vestì di nero e aspettò per anni che il Signore prendesse anche lei. Passarono le stagioni, gli anni, i lustri. Tutti morirono ma non la nonna, intatta nella speranza di raggiungere la pace eterna. Sopravvivendo a tutti aspirava alla fine, premoniva il fuoco fatuo, annusava il legno fresco della bara, sperava in un tumulo di terra su di lei. E cucinando uccideva uomini, donne e bambini, parenti ed amici, ansiosi di farla contenta.
Il giorno che morì fu infilata in un forno, cosparsa d’olio e rosolata lentamente. La gente ne mangiò abbondantemente pensando: «era proprio una santa donna».

 

 

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