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GERARD DAMIANO’S PEOPLE
People • Gerard Damiano • USA/1978
a cura di Fabrizio Fogliato
in Rapporto Confidenziale 38

 

«L’erotismo non è una moda, è una componente essenziale della nostra vita, ecco perché è sempre attuale e interessa chiunque, in qualunque parte del mondo.»
– Gerard Damiano

 

Una settimana di lavorazione e un budget di 23.000 dollari, tanto ha richiesto il tournage di Deep Throat («Non è un film… è uno scherzo!», disse il suo autore). Quando nel giugno del 1972 al Mature World Theatre di New York venne presentato Deep Throat (Gola profonda) di Gerard Damiano, il mondo del cinema e la società intera ebbero un sussulto. Il film incasserà dal 1972 a oggi, oltre 600 milioni di dollari, cifra che lo colloca a pieno titolo nella classifica dei dieci migliori incassi di tutti i tempi, assieme a Titanic, E.T. l’extra-terrestre e Biancaneve e i sette nani. Quello che poteva diventare un elemento complementare del cinema mainstream, cioè il rendere esplicito all’interno della narrazione l’atto sessuale, venne ben presto fagocitato dalla logica commerciale e ostracizzato dal diffuso ma ipocrita perbenismo, spingendo la pornografia a chiudersi in un ghetto dorato. La pornografia rinuncia così ad essere narrativa e si auto-destruttura fino diventare oggi giorno: o semplice addizione di performance sessuali (i cosiddetti Wall to Wall) o a categorizzarsi in miriadi di sotto-generi per soddisfare ogni singola perversione. Nato nel Bronx il 4 Agosto 1928 (e morto il 25 Ottobre 2008, a Fort Mayers in Florida), Gerard Damiano fino alla fine degli anni ’70 fa il parrucchiere nel Queens dove possiede, con la moglie, due saloni di bellezza. Nel 1968 grazie ad un suo dipendente che frequenta il mondo del cinema, Damiano accetta di fare da truccatore-estetista per alcuni film indipendenti. Poco alla volta si appassiona e impara il mestiere. Nel 1970 gira Sex USA, un filmino in 8-mm. sul nascente mondo del porno americano, firmandolo con lo pseudonimo di Jerry Gerard. Quindi fonda una sua etichetta indipendente: la Gerard Damiano Film Production Inc. Ne possiede la maggioranza, ma due terzi sono in mano alla famiglia mafiosa dei Peraino. Proprio da qui arriveranno i soldi per finanziare Deep Throat, e grazie all’incredibile successo del film avrà inizio la sua carriera come “autore” di film pornografici.

Quelli che gira fino al 1985 (anno di Cravings) sono veri e propri film narrativi, in alcuni dei quali vengono affrontate tematiche sociali, psicologiche e religiose, senza mai rinunciare alla recitazione e trasportando l’erotismo al di fuori delle scene di sesso: «Damiano sa costruire con abilità una struttura pornografica superando di gran lunga il semplice film-pretesto di esibizioni hardcore. Tutto nei suoi film rimanda continuamente all’erotismo e nulla è pura parentesi, momento di stacco e di attesa tra un amplesso e l’altro: nulla cioè viene lasciato al caso, nulla viene subito come un momento inevitabile, una necessaria soluzione di continuità tra situazioni di pura esibizione genitale» (Franco La Polla, Sogno e realtà americana nel cinema di Hollywood, Laterza, Roma, 1987, p.328). Damiano dunque è autore a tutto tondo in un genere dove la critica, di solito, non ne riconosce, e Gerard Damiano’s People, film a episodi del 1978, oltre a rappresentare il momento-sintesi di elaborazione della sua ossessione registica (la fellatio), vuole essere un ritratto della società americana del tempo e un’allegoria sul tema del desiderio. Un lavoro fortemente autoriale e personale (come ben dimostra il titolo originale), che pone il regista newyorkese di fronte al mettere in scena se stesso e al trasformare il film in un vero e proprio flusso di coscienza. Il suo modo di intendere il cinema hard è espresso al meglio dalla sua viva voce: «Alcuni istanti, forse frazioni di secondo, prima dell’orgasmo, l’uomo assume un’espressione bellissima. I muscoli si contraggono, il respiro si fa flebile e ansimante, e sul volto la pelle disegna i tratti di una maschera inquietante, quasi espressionista. Per fissare questo momento unico e irripetibile giro sempre con due macchine da presa: una orientata sui genitali e l’altra fissa sul primo piano dell’attore, pronta a cogliere ciò che succede sul suo viso.(…) L’orgasmo è l’unica attività dove l’uomo non può mentire, perché in quell’istante, anche per una frazione di secondo, il suo viso è privo di segreti» (in AA.VV., Diva Blue, Giugno 1986; traduzione mia).

Girato prevalentemente in interni, in ambienti “familiari” e riconoscibili da tutti, con un’attenzione particolare alla quotidianità degli eventi, Gerard Damiano’s People rappresenta uno dei momenti più alti del porno esistenziale del regista newyorchese: senza enfasi, con una vena persistente di malinconia, con una recitazione misurata (anche nelle scene di sesso) e interpretato da attori non più giovani, rispecchia il realismo ordinario della vita delle persone comuni (questo il senso del titolo) e contiene una vera e propria perla cinematografica (l’episodio First Things First), nella quale il regista racconta se stesso e definisce il suo “metodo”. Gerard Damiano’s People è prodotto, scritto, montato e diretto da Gerard Damiano, con maniacale cura dei dettagli, e con una attenzione particolare ai codici cinematografici secondari: la fotografia di Joao Fernandez, in ogni episodio costituisce un valore aggiunto, capace di rendere ambigue anche le situazioni più normali (come nell’episodio intitolato The Game) o di tradurre in espressionismo, attraverso ombre, tagli di luce e monocromie, l’allegoria del voyeurismo (in The Exhibition). La musica, diretta da Alan Silvestri, rappresenta un corollario imprescindibile nell’opera dell’autore del Bronx. Dall’utilizzo di brani classici, passando per la rivisitazione di melodie struggenti e coinvolgenti, ogni momento del film è sottolineato da partiture che non compongono semplice sfondo musicale, bensì un tappeto sonoro che coniuga erotismo ed emozioni. Il parterre di attori, inoltre è rappresentativo della capacità del regista di valorizzare la recitazione nel porno e di conferire attraverso essa solidità coerenza e credibilità a tutto l’impianto narrativo; a maggior ragione questo è evidente in un film a episodi come Gerard Damiano’s People in cui nello spazio di una decina di minuti (e in alcuni episodi senza l’utilizzo delle parole) il regista riesce a tratteggiare persino psicologie e caratteri convincenti. «Il sesso non dovrebbe mai essere del tutto prevedibile o affidarsi alla quantità: affinché una scena erotica sia efficace, occorre mettere il pubblico in condizione di identificarsi con le emozioni interiori dei personaggi.» (Gerard Damiano in «Ciak», marzo 1986)

 

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PART I: The Game

Un uomo (Jamie Gillis) e una donna (Sirena) si ritrovano a casa dopo una giornata di lavoro. L’uomo è un imbianchino intento a finire di dipingere una parete della casa della donna. La donna lo rimprovera per il disordine, lo invita a finire in fretta il lavoro e sale al piano di sopra per farsi un bagno. Dopo un po’ Carl, questo il nome dell’uomo, sale anche lui, bussa alla porta, comunica alla donna di avere finito il lavoro; vede la donna discinta e dopo essersi assicurato che il marito non tornerà fino a sera, la aggredisce brutalmente e la forza a una fellatio selvaggia. La donna, dopo un attimo di sorpresa si abbandona alle richieste dell’uomo. Dopo una dissolvenza, l’uomo e la donna sono sdraiati su una poltrona, in atteggiamento complice e dolce; attraverso una telefonata ricevuta si rivelano essere marito e moglie.

Gerard Damiano, prende una classica situazione da film porno, la moglie annoiata e l’imbianchino prestante, e la trasforma in una riflessione sull’intimità della coppia. La vicenda è narrata con realismo e naturalezza. L’utilizzo della musica “autunnale”, dolce e struggente, contrasta (volutamente) con la brutalità del rapporto orale. Così come la masturbazione solitaria della donna con il getto della doccia, che anticipa la fellatio, viene ripresa da Damiano mescolando abilmente eccitazione e tensione, restituendo allo spettatore una sensazione inquietante e disagevole. L’attenzione del regista per la messa in scena è totale, come ben dimostra il quadro, con la donna nuda, nel bagno alle spalle di Serena, vero e proprio “duplicato meccanico” della donna e del suo desiderio. L’equilibrio iniziale è interrotto dall’intrusione del perturbante freudiano, che altera improvvisamente la formalità del rapporto e in un crescendo emotivo di turbamento, interroga lo spettatore. Il montaggio alternato tra i genitali dell’uomo e il suo volto (durante la fellatio), unito alle indicazioni che egli dà alla donna, tendono a rappresentare un desiderio maschile, selvaggio e complesso, sostenuto dalla donna che esprime tutta la sua animalità “repressa”; non perversione ma trasgressione quindi, che però se inserita all’interno della vita coniugale diventa norma. La dimensione domestica e intima (il bagno di casa) in cui si svolge la sequenza, contribuisce ad acuire quel senso di spaesamento, mostrato dai protagonisti, e al contempo restituisce la visione di una relazione complice in cui il sesso si trasforma in gioco, e sfugge alle regole del mondo esterno. Poi tutto si ricompone, marito e moglie a letto in atteggiamento tenero e rilassato, il telefono squilla e giunge l’invito a pranzo della madre di lei: l’uomo accetta senza batter ciglio.

 

PART II: Goodbye

James (Richard Bolla [Robert Kerman] – non accreditato) e Louise (Christie Ford – non accreditata), sono seduti attorno ad un tavolo di vetro imbandito, sul quale risalta un mazzo di fiori blu. Il rapporto tra i due è teso. La donna invita l’uomo a dirgli cosa le deve dire, ma lui tende a rimandare il momento. All’improvviso, seccata per l’attesa Louise gli confessa di avere saputo, che egli non tornerà, dalla sua segretaria Francine. James, sorpreso le racconta che per lui il viaggio è importante e che il lavoro a cui è chiamato potrebbe cambiare la loro vita. Louise esprime tutto il suo disappunto, ma quando James è sul punto di andarsene, lo ferma e lo invita a rimanere. Poi i due si abbandonano ad un tenero amplesso.

Verità e menzogna all’interno del rapporto di coppia. In Goodbye, Gerard Damiano affronta il tema delle responsabilità individuali e le conseguenze che le scelte, legate ad esse, comportano. Lo scambio di battute al vetriolo tra i due, prima dell’amplesso è molto significativo. La scena è costruita con l’uomo, sulla destra del quadro, in primo piano a mezza figura con le spalle rivolte alla donna, mentre questa è sullo sfondo in profondità di campo, ad evidenziare tutta la distanza che intercorre tra i due. James: «Non intendevo fartelo sapere così… », interrotto da Louise: «Beh! In che modo allora… Quando? Prima o dopo aver fatto l’amore, o magari durante… Succhialo bene tesoro, partirò domani e non tornerò più… ingoialo bene amore… ». Gerard Damiano indugia sui comportamenti maschili, ipocriti e falsi, con i quali, l’uomo, prima prova a sedurre (la tavola imbandita, il vino, i fiori…) e poi, una volta scoperto, si trasforma in vittime. Se la donna non fosse venuta a conoscenza della verità da Francine (non a caso un’altra donna), l’uomo avrebbe consumato l’amplesso e, senza batter ciglio, avrebbe abbandonato la donna senza farle avere più sue notizie.

Il maschio, per Damiano, è un opportunista cinico e spietato, concentrato solo sulla sua performance, sia sessuale che lavorativa. Nella scena che segue la confessione, l’uomo in ginocchio ai piedi della donna afferma: «È la mia grande occasione Louise…», ma la risposta è raggelante: «E io cosa dovrei fare?… aspettare e fare la muffa con le mani tra le gambe?». La crudezza dei dialoghi del cinema di Gerard Damiano, è lo strumento attraverso cui il regista del Bronx racconta la “guerra” tra i sessi, riuscendo a dire con i suoi film cose sconvenienti e per nulla concilianti con il pubblico, mantenendo sempre un interessante distacco oggettivo. In questo breve episodio l’apparente levità del tono, è appunto solo tale, come dimostrano sia i dialoghi taglienti, sia la caratterizzazione dei personaggi. Se il maschio è crudele, la donna non è esente da colpe. Louise, infatti, ingenuamente pensa di poter trattenere James concedendogli il suo corpo, ed è incapace di rinunciare all’innamoramento al punto di accettare la sofferenza dell’abbandono.

 

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PART III: Once Upon A Time

Senza parole, solo gesti, mentre la musica del Bolero di Ravel fa da sfondo alla fellatio praticata da una donna truccata da colomba (Kasey Rodgers) ad un uomo (Eric Edwards) che indossa un lungo mantello nero. Parallelamente, accanto (nella stanza o in un altro tempo), due donne (Paula Pratense e Sue Swan [Susan McBain]) praticano una fellatio ad un inserviente che precedentemente ha acceso le candele. Dopo l’orgasmo, la donna-colomba addenta il collo dell’uomo dal lungo mantello, e quando si alza dal letto nella sua bocca fanno la loro comparsa due sottili canini.

Non c’è differenza tra passato e presente e il sesso attraversa la dimensione reale per confluire in quella del sogno e del desiderio. L’episodio, può essere letto anche come “flashback” dell’inserviente, desideroso di diventare “padrone” e di essere assecondato nelle sue richieste da ancelle mute e servizievoli. Il Bolero di Maurice Ravel, il suo continuo e progressivo crescendo accompagna l’azione orale delle tre donne; la macchina da presa asseconda i movimenti, inquadra esasperati dettagli del glande e della lingua; il membro dell’uomo si inturgidisce al ritmo degli stacchi raveliani; tutto è finalizzato, attraverso un montaggio ipnotico e ossessivo, alla rappresentazione di una sinfonia sessuale. La fellatio, ossessione del regista, qui si trasforma in rito. Dal trucco, alla vestizione delle ancelle, tutto è mostrato attraverso l’alternarsi di dettagli raffinati ed eleganti, in cui labbra, lobi delle orecchie e sopracciglia diventano elementi erotici imprescindibili, mentre le trasparenze dei tessuti conferiscono un’aura di mistero e desiderio, pregnanti, a tutta la messa in scena. Il finale “vampiresco” è metafora (persino banale) del desiderio: di quel “vampiro nascosto” presente in ogni essere umano e che trova sfogo e cittadinanza visiva attraverso l’azione sessuale; un “vampiro” che si manifesta al culmine dell’orgasmo per approfittare dell’abbandono e dello sfinimento estatico della “vittima”. Gerard Damiano si dimostra qui, un metteur en scène di alta classe, raffinato e colto, capace di tradurre per immagini tutto l’erotismo e la sensualità del capolavoro di Maurice Ravel.

 

PART IV: The Exhibition

Una coppia di borghesi di mezza età è seduta dentro una stanza grigia e anonima. L’uomo (Vince Benton) è seduto su una sedia, mentre la donna (Burgandy Grant [Ellyn Grant]) è adagiata su una poltrona. Di fronte a loro, due donne vestite con lingerie fetish (Michelle e Kelly Green) si intrattengono in una performance lesbo-sadomasochista. L’uomo rimane immobile, fuma una sigaretta e osserva tutto con distacco, mentre la donna comincia a toccarsi, stacca una piuma dal suo cappello e si masturba lentamente con essa. Ad un certo punto, dall’alto, scende una gabbia, da cui viene fatto uscire un uomo che indossa borchie e fasce di pelle nera. Viene fatto sdraiare su un tavolo dalle due lesbiche che gli praticano un fellatio, e dopo l’orgasmo si scambiano il suo sperma di bocca in bocca.

La rappresentazione fetish come spettacolo, il sesso come teatro, l’esibizione dell’estremo come performance artistica e il voyeurismo come stile di vita. The Exhibition è tutto questo (forse troppo o forse troppo poco), perché in questi pochi minuti lineari solo all’apparenza è racchiusa tutta la complessità latente dell’hard di Gerard Damiano. Qui la fellatio, non è centrale come negli altri cinque episodi, ma solo elemento di corredo della rappresentazione pornografica. “Padrone e servo”, mimati dalle due performer, per traslato sono rappresentati dalla coppia borghese uomo e donna che osserva, e per metonimia da tutte le coppie che guardano dall’altra parte dello schermo.
I comportamenti sono opposti rispetto alle convenzioni: l’uomo (destinatario e fruitore della pornografia), qui è un essere immobile che, in atteggiamento contemplativo osserva quando accade davanti a i suoi occhi, privo di qualunque forma di eccitamento; egli non appare interessato, né tanto meno stimolato dalla scena fetish. Viceversa la donna (vittima della pornografia), qui appare disinvolta e sicura di sé: lentamente si abbandona ai sensi, senza né inibizioni, né pudore, ma anzi mostra un interesse morboso per il rapporto saffico, parallelamente alla ricerca di un godimento sempre più intenso (l’uso della piuma). Più la situazione che vede diventa perversa, più il suo eccitamento si acuisce e mostra qualcosa di intimo e inconoscibile (gli insistenti primi piani sul volto “sconvolto” dal piacere).

Con The Exhibition, Gerard Damiano, sfugge ogni convenzione, si concentra sul desiderio femminile e sulla sua deriva, prende coscienza della sua indefinibilità e mostra il mistero del piacere. L’esclusione ontologica del maschio, con il compagno che è presenza statica e taciturna e con l’altro uomo ridotto a puro “oggetto” di piacere, solo membro (poiché anche il volto è coperto), necessario al soddisfacimento del piacere femminile, richiama ad un erotismo inquietante e allarmante, capace di annullare la visione fallocentrica della pornografia.

 

PART V: First Things First

Un padre (Gerard Damiano) raggiunge la figlia nella sua camera, mentre la ragazza è intenta a prepararsi davanti allo specchio. Sally (Samantha Fox), rifiuta l’invito che il padre le fa per uscire e gli confessa di avere una relazione con un uomo. Il padre le pone domande sull’innamoramento, e alle sue risposte titubanti, contrappone il suo fallimento matrimoniale. La donna si spoglia della biancheria intima bianca e indossa una provocante lingerie nera, si trucca e si disegna anche un finto neo sulla guancia, mentre la musica di un carillon infantile fa da sfondo. Sally è a letto con il suo compagno (Paul Thomas) e dopo avergli praticato una fellatio, la ritroviamo nella sua cameretta, mentre indossa un vestito da donna e chiede al padre di chiuderle la lampo sulla schiena. Il padre rinnova la sua richiesta per uscire e la giovane prima accetta, poi, quando l’uomo si allontana, dice che lo farà solo se sarà libera…

L’espressione idiomatica che dà il titolo all’episodio significa “le cose più importanti si fanno per prime”, mentre il coinvolgimento in prima persona del regista, tradisce un chiaro intento autobiografico. First Things First è una piccola perla cinematografica, costruita attorno all’ambiguità dei rapporti familiari e non. Per gran parte chiuso tra le quattro parerti della stanza di Sally, con il quadro nel quadro costituito dallo specchio a tre parti, riflette profondamente sulla “perdita” dei figli da parte dei padri. Quando l’uomo, prima di aver discusso con la figlia, avergli ricordato che si tratta solo del primo amore, ed essersi sentito replicare il suo fallimento, prende il pacchetto di sigarette, ne tira fuori l’ultima e con disappunto lo accartoccia e lo getta via, un gesto, di per sé insignificante, diventa rappresentazione del suo disagio di fronte alla figlia cresciuta (lo zoom che apre la scena mostra, in primo piano, un coniglio di peluche appoggiato al letto della ragazza), e forse, nei confronti di una relazione incestuosa (come viene suggerito). Lo scambio di battute è particolarmente significativo se messo in relazione alle immagini; l’uomo è seduto sulla poltrona, mentre la ragazza seduta davanti allo specchio gli dà le spalle. Padre: «Il primo amore, sei troppo giovane per fare sul serio. Cosa vuol dire “penso di amarlo”? Tua madre e io non abbiamo dovuto pensarlo, lo sapevamo»; Sally: «Lo sapevate? E allora che è successo?»; padre: «Ho provato credimi, sai, ho provato, ma alla fine… non avevamo più la stessa opinione, questo è tutto.»

La relazione padre/figlia è giocata su un doppio registro, da un lato quello dell’ambiguità incestuosa mostrata attraverso ammiccamenti suggeriti o momenti “negati” (come quando la ragazza si sveste e riveste e non si capisce se l’uomo continui a essere seduto nella stanza), o dallo scambio, crudele, di battute posto dopo la fellatio, in cui la figlia intima al padre di non nominare la madre; e dall’altro quello della genitorialità come strumento di insegnamento, come si evince sia dal desiderio espresso dall’uomo affinché la ragazza si sposi abbia una casa e dei figli (ma lei si oppone a questo conformismo), sia dal fatto che dopo che il padre ha detto a Sally First Things First è lei stessa, poco dopo, a ripeterlo al suo ragazzo prima di iniziare il rapporto orale e in risposta alle domande del giovane se lei abbia o meno parlato al padre della loro relazione. Ma l’episodio riflette anche sul fatto che la sessualità in ambito familiare resta un argomento tabù e su come spesso i genitori vivano nella convinzione/desiderio di avere con loro degli eterni bambini (Padre: «Lo so, sei cresciuta, ma sei ancora la mia bambina»). Mentre invece, a letto con il suo ragazzo, prima del rapporto orale, è Sally ad affermare: «Ma una cosa è vitale per me… il tuo sesso», mostrando tutta la distanza che intercorre tra le relazioni sentimentali (di ogni natura), visto che è lei stessa nel finale a ricordare al padre: «È un tipo diverso di amore. Nessuno potrebbe mai rimpiazzare te.»

Il porno esistenzialista di Damiano, in questi 11 minuti trova uno dei suoi momenti più intensi e sinceri, corredati da una regia studiata meticolosamente che abilmente gioca con campo e fuori-campo per destabilizzare e interrogare lo spettatore. Il ricorso agli oggetti come elementi simbolici, lo specchio dal cui riflesso il padre è escluso, il carillon, che gira in primo piano, con la bambina nuda, davanti allo specchio nel cui riquadro si riflette il pube villoso della ragazza ormai cresciuta, il pacchetto di sigarette vuoto, l’utilizzo di biancheria intima bianca prima e nera poi, tutto è finalizzato a raccontare attraverso parole e immagini il passaggio da bambina a donna, mentre sullo sfondo si avverte tutto il malessere e il disagio paterni per quella perdita che egli (forse esagerando) reputa irreversibile. L’aspetto hard, in First Things First è secondario, ridotto a dettaglio della fellatio, breve e quasi sfuggente, mentre è tutto l’aspetto narrativo a trasudare erotismo e a costituire un esempio (forse) irripetibile di cinema pornografico, oltre ad essere testimonianza, folgorante e inattaccabile, del fatto che con Gerard Damiano il cinema hard diventa d’Autore.

 

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PART VI: The Hooker

Uno sfaccendato (Bobby Astor [Bobby Astyr]) steso sul letto di una stanza d’albergo, attende l’arrivo di Mary Lou (June Meadows [Heather Young]), contattata tramite un’agenzia. Il cliente si prodiga in uno sproloquio incentrato sul disprezzo generico per le donne, prima di consumare un comico e ridicolo rapporto sessuale.

Il più debole e il più inutile degli episodi di Gerard Damiano’s People: gretto, anonimo (anche registicamente), privo di spunti, altro non è che la trasposizione elegante di un loop. Damiano, tratteggia due personaggi monodimensionali e macchiettistici e torna i toni da commedia degli esordi – ormai fuori dalle proprie corde come dimostrerà il mediocre Never So Deep (Mai così profondo, 1982), e gira The Hooker solo per raggiungere il metraggio necessario alla distribuzione.

Siamo nel 1978, fuori dal periodo d’oro della pornografia narrativa, ma Gerard Damiano’s People è la dimostrazione che questo genere non ha esaurito temi, spunti e cose da dire nel giro di pochi anni. Sono in pochi è vero, Damiano su tutti, i registi che si “ostinano” a raccontare, indagare e scavare nella carne e nell’animo umano, ma i risultati sono sbalorditivi per il tipo di film in questione. Gerard Damiano’s People, a una vista superficiale, è un film facilmente liquidabile come una serie di “barzellette” slegate tra loro e incentrate sulla rappresentazione della fellatio, ma se ci si addentra nell’aspetto intrinseco di sottotesti della pornografia, ecco che diventa l’opera (forse la più personale del regista) che più di ogni altra riesce a leggere la trasformazione in atto nella società americana nel momento di passaggio dalla “rivoluzione sessuale” (mancata) all’edonismo del corpo (imminente). Gerard Damiano’s People è dunque un film di confine che prova (con esiti alterni) a indagare le dinamiche di coppia tra pubblico e privato, come già il logo del titolo, con un uomo e una donna nudi abbracciati al posto della “L”, sembra suggerire. La costante di rappresentazioni di vite coniugali insoddisfatte, è il segno evidente del fallimento della tradizione quanto l’immagine che il logoramento della vita di coppia è inevitabile e che, forse, può essere riscattato solo attraverso pulsioni erotiche disinibite e giocose. Quelle presenti in Gerard Damiano’s People sono vite dolenti, ingrigite e intristite dalla quotidianità, che il regista racconta con un erotismo smisurato e normale, in cui il sesso non è l’elemento principale ma il corollario di una messa in scena dettagliata e curata in modo maniacale volta a rappresentare la bellezza dell’erotismo e a mostrane tutto il potere implicito e universale, come dimostra il momento della vestizione di Sally in First Things First.

Sally è seduta davanti allo specchio, si spazzola i capelli e si disegna un finto neo sul volto. Si toglie il reggiseno bianco, si alza e si guarda allo specchio (dettaglio del seno). Di spalle si toglie le mutandine bianche, poi esce di campo e ritorna con la biancheria intima nera che appoggia sul tavolino. Si allaccia il nuovo reggiseno e lo sistema con cura (ripresa in dettaglio). Dettaglio in profondità di campo del pube riflesso nello specchio mentre Sally si allaccia alla vita il reggicalze, in primo piano gira la bambolina del carillon. Sally infila prima la calza sinistra e poi la destra (movimento di macchina a seguire dal piede alla coscia), poi le fissa al reggicalze. Si muove verso sinistra, indossa una vestaglia trasparente e si guarda nello specchio, mentre la stoffa della vestaglia sfuma in dissolvenza in nero. •

Fabrizio Fogliato

 

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PEOPLE (GERARD DAMIANO’S PEOPLE)
Regia, sceneggiatura: Gerard Damiano • Fotografia: João Fernandes, James McCalmont • Montaggio: Gerard Damiano, James Wentzy • Musiche: Alan Silvestri • Suono: Jeff Goodman, Steve Rogers, Clark Will • Trucco: Laurie Aiello, Scott Hyman • Assistenti alla regia: Tony DeCarlo, Michael Heit, John Miles • Scenografie, costumi: Vince Benedetti • Produttore: Gerard Damiano • Interpreti principali: Serena, Jamie Gillis, Herschel Savage, Kasey Rodgers, Marlene Willoughby, Eric Edwards, Susan McBain, Michelle, Kelly Green, Vince Benedetti, Ellyn Grant, John Thomas, Samantha Fox, Gerard Damiano, Bobby Astyr, Colleen Anderson, Christie Ford, Robert Kerman • Produzione: Nursery Rhyme Films • Paese: USA • Anno: 1978 • Durata: 74′

 

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