Death Proof > Quentin Tarantino

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Tarantino, crediamo inevitabilmente,

è il regista del quale con più scioltezza ci troviamo a ‘dire’;

probabilmente è una questione anagrafica,

senz’altro una conseguenza del fatto che lo abbiamo visto crescere

letteralmente “davanti ai nostri occhi”.

 

Rapporto Confidenziale si è occupato di Death Proof nei seguenti numeri:

Death Proof di Roberto Rippa [p. 14, numerouno, dicembre 2007]

Grindhouse – A prova di morte di Alessio Galbati [p. 15, numerouno, dicembre 2007]

Death Proof di Emanuele Palomba [pp. 11-12, numerocinque, maggio 2008]

 

* * *

Grindhouse – A prova di morte

di Alessio Galbiati

 

Un mezzo a motore (benzina, cilindri e lamiera) che ti ossessiona d’un tratto l’esistenza mettendo a repentaglio la tua vita lo si è già visto parecchie volte al cinema (su tutte il bellissimo Duel), questa volta la variabile è data dalla preda, un branco di donne. Il film è pieno di curve, ma la morte arriva sempre in rettilineo sfrecciando a 200 miglia all’ora. Corrono veloci pure i dialoghi, dentro alle auto (come l’apertura di Pulp Fiction) e seduti ad un tavolo (come ne Le Iene), dopotutto è Tarantino, anzi un Tarantino all’ennesima potenza, quasi una caricatura di sé stesso. Dal film molti si aspettavano molto (il sottoscritto compreso) e molti si pronunciano delusi (nemmeno Jackie Brown entusiasmò i più). Io non sono di quest’avviso, ritengo che il film sia ottimo, perché perfetto nel suo genere di film figlio unico senza fratelli né sorelle. Parole, morti, alcool, cinema, donne e motori (che poi lo si sa, son gioie e dolori) sono la struttura portante dell’ultima architettura edificata da Tarantino. La genesi del film è complessa, complicata la distribuzione – causa insuccesso al box office d’oltreoceano. A me risulta che ad oggi negli Stati Uniti il film abbia incassato 25 milioni di dollari, a fronte di un costo di circa 100 milioni. Un disastro commerciale notevole, al quale si cerca di rimediare dividendolo in due distinte pellicole. Rispetto alla versione distribuita negli States sono stati aggiunti una ventina di minuti. Ora è possibile vedere la lapdance di Vanessa Ferlito e le sequenze in bianco e nero che aprono la seconda parte dell’ultimo Tarantino.
Quentin si conferma quale regista e sceneggiatore post-moderno per eccellenza dissolvendo nel suo stile la funanbolica catena di citazioni che costellano la pellicola. Ogni suo lavoro contiene al suo interno una galassia di rimandi che se osservata con attenzione contiene perle capaci di risollevare l’apatia spettatoriale che può contagiare qualunque cinefilo stanco. Lasciarsi suggestionare dai suoi suggerimenti inseguendo pellicole oscure e dimenticate è una modalità di visione che il suo cinema offre ad ogni occhio, ad ogni cervello. L’amore per il cinema dimostrato da Tarantino commuove per follia e scapestrato entusiasmo, ed è dunque un gran peccato che il progetto ‘Grindhouse’ non sia stato accolto positivamente dal pubblico, perché difficilmente potrà ancora capitare una produzione cinematografica che vorrà portarci al cinema a vedere “2 film al prezzo di 1!”. Dopotutto andare al cinema costa… e qualche regista pare ancora ricordarselo.

 

Viva il Cinema! Viva Quentin Tarantino!

 

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Death Proof

di Roberto Rippa

 

Trama

Mike è uno stuntman non più in attività che gira per gli Stati Uniti su un’automobile, una Dodge del 1969, con il posto di guida rinforzato per gli stunt cinematografici. Mike uccide in spettacolari incidenti le ragazze che convince a salire sull’auto, incidenti da cui lui esce totalmente illeso.
Giunto ad Austin, Texas, prende di mira un gruppo di ragazze che conosce in un bar. Dopo averle uccise investendo in uno scontro frontale la loro auto, viene ritenuto innocente a causa della grande quantità di alcol trovato nel sangue delle vittime.
Trasferitosi in Tennessee per proseguire con i suoi intenti criminosi, incontra tre ragazze da trasformare nelle sue prossime vittime. Questa volta, però, potrebbe avere sbagliato obiettivo.

 

Commento

Duel di Spielberg realizzato da Russ Meyer, momentaneamente più interessato ai piedi femminili che ai seni ipertrofici, prodotto da Roger Corman negli anni ‘70 (ma Corman con l’ottantina di milioni di dollari, 30 spesi solo per la promozione, di film ne avrebbe girati 200). Death Proof è essenzialmente questo.
Tarantino qui non smette i panni dell’autore che cita (anche il Dario Argento de L’uccello dalle piume di cristallo), come nei suoi primi tre film (ma già per Jackie Brown, il suo omaggio alla blaxploitation, si era dovuto affidare a un soggetto di Elmore Leonard per evitare di scivolare nell’eccesso di ricalco dei film di Jack Hill) e indossa quelli del regista di genere che non sente di dover seguire alcuna logica nel mettere in scena la sua storia. E che copia apertamente.
Tutti, anche sé stesso. E ci guadagna, perché Death Proof è un film scatenato e divertentissimo, pieno di quella ironia che il regista sa infondere alle sue opere più riuscite.
Kurt Russell, qui più Snake Plissken che mai, è un misterioso cascatore, Stuntman Mike, che, per motivi a noi sconosciuti, si diverte a dare la caccia con la sua auto “a prova di morte” (ma solo della sua) a giovani ragazze per poi ucciderle. Centra il suo obiettivo una prima volta in Texas con un gruppo di ragazze dopo una serata annegata nell’alcol e la fa franca con la polizia in quanto il risultato pare un incidente causato dall’ubriachezza delle ragazze.
Quando ci riprova tempo dopo in Tennessee, sbaglia ragazze e se la vedrà molto brutta.
Death Proof, in italiano, A prova di morte, è stato pensato per essere proiettato unitamente a Planet Terror di Robert Rodriguez in un omaggio dichiarato al cinema Grindhouse, ossia al cinema di genere a basso costo che veniva proiettato, spesso due film diversi di seguito, negli spettacoli di mezzanotte nei cinema o nei drive-in americani. Il progetto Grindhouse comprendeva anche finte anticipazioni di finti film girate, oltre che da Tarantino e Rodriguez, da Eli Roth, Edgard Wright e Rob Zombie. Vista la tiepida accoglienza ottenuta dal film negli Stati Uniti, i fratelli Weinstein della Miramax decidono di separare i due film e mandare l’episodio di Tarantino, cui sono stati aggiunti 27 minuti ai 90 del montato originale (e non si rimpiange la versione più corta), a Cannes e quindi in distribuzione per l’Europa.
Effettivamente l’opera in sé soffre di questa separazione in quanto fa perdere un po’ di compiutezza alla pellicola graffiata appositamente, alla colonna sonora che salta, alle cadute di fotogrammi, espedienti attuati per accomunare il film a quelli dell’epoca che omaggia.
Death Proof è denso di (divertentissimo) dialogo (come i film a basso costo che non potevano permettersi lunghe scene di azione a causa dei costi) e mette in scena l’azione tutta negli ultimi 15 minuti. Death Proof è divertimento fine a sé stesso, intrattenimento puro e, a differenza di molto cinema di genere americano degli anni ‘70, può contare su una serie di interpreti di pregio tra cui spiccano Rosario Dawson, Rose McGowan e la bellissima Sydney Poitier (quasi omonima del celebre padre – l’attore di In the Heat of the Night, La calda notte dell’ispettore Tibbs – il cui nome è Sidney) e la vera stuntwoman (per Uma Thurman nei due capitoli di Kill Bill e di Sharon Stone per Catwoman) Zoë Bell.
Come consuetudine per Tarantino, la colonna sonora, comprende estratti da colonne sonore di film italiani quali un brano di Ennio Morricone da L’uccello dalle piume di cristallo di Dario Argento, uno dei fratelli De Angelis da Roma violenta, nonché uno di Stelvio Cipriani da La polizia sta a guardare di Roberto Infascelli e quindi il tema composto da Franco Micalizzi per Italia a mano armata.
Il brano che accompagna i titoli di coda, Chick Habit cantata da April March, è la versione realizzata nel 1995 in inglese di un brano composto trent’anni prima da Serge Gainsbourg per France Gall, Laisse Tomber Les Filles, pure presente sui titoli di coda nella versione di April March.

 


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Death Proof

di Emanuele Palomba

 

Quando una melodia ricorda, per qualche strofa o accordo, un’opera precedente, si è sempre pronti a gridare al plagio; se un romanzo riprende letteralmente frasi e periodi di un altro scritto, scattano le denunce; nel cinema invece – e questo è un altro degli aspetti che ci fanno amare la settima arte – è possibile rivivere sequenze più o meno memorabili del passato in nuove pellicole, citazioni a volta involontarie, più spesso esplicite, difficilmente “in mala fede”, piccole chicche riservate ai cinemaniaci attenti.
Il tanto discusso (e amato) Quentin Tarantino è sicuramente il regista che tra quelli dell’ultima generazione ha saputo coltivare una passione per il cinema – anche quello meno “nobile” – a tratti maniacale. Il cineasta americano è una sorta di autistico della celluloide (perdonerete la definizione), che spesso si ritrova a proporre nei suoi film frammenti e sensazioni tratte da opere precedenti, senza neanche volerle citare coscientemente. Attraverso le migliaia di pellicole che ha divorato sin da giovane, Tarantino ha interiorizzato una inarrivabile quantità di immagini e situazioni, prese sia da capolavori acclamatissimi che da più beceri film di genere – è ben nota la sua passione per i cosiddetti B-movie.
Nel Cinema di Tarantino spesso scoviamo citazioni che è facile considerare “spontanee”, senza tortuose ricerche o paraculistiche intenzioni; ne è perfetto esempio il suo Death Proof, esplicito e godibilissimo omaggio ai film di genere meno “nobili” (americani e non).
Tra le tante citazioni è possibile selezionarne alcune, paradigmatiche riguardo il concetto di omaggio tout-court, in cui Tarantino utilizza finanche la colonna sonora di quelle opere originali per sottolineare immagini di un simile contesto – ci limiteremo principalmente alle citazioni che riguardano il cinema italiano, dall’alto della consueta e mirabile ignoranza.


Uccello dalle piume01

L’uccello dalle piume di cristallo (Dario Argento, 1970)

L’opera prima da solista alla regia di Dario Argento si apre con una sequenza, magnificamente supportata dal tema musicale presente in tutto il film (Violenza Inattesa, di Ennio Morricone), in cui ci vengono mostrati una serie di “scatti” che l’inevitabile maniaco ruba alla sua prossima vittima.
Allo stesso modo, nel secondo “episodio” di Death Proof, Tarantino ci mostra la soggettiva di Russell che scatta alcune foto alle tre ragazze che si appresta a terrorizzare (ma mica tanto), e utilizza oltre alla medesima colonna sonora di Morricone, anche un espediente stilistico molto simile. Il sapiente uso di sfocatura e riquadri del regista americano ricorda infatti da vicino quello più spartano ma ugualmente efficace di Argento, che si limita a circondare l’immagine con segni che ricordano quelli che è possibile vedere attraverso l’obbiettivo di una macchina fotografica.
La citazione è insomma integrale, musica più immagini; e sicuramente non casuale.

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Italia a mano armata (Franco Martinelli [Marino Girolami], 1976)

In tutto il già citato secondo episodio di Death Proof sono evidenti citazioni sparse di molti poliziotteschi italiani (Di Leo, Lenzi e compagnia cantante); in particolare è sembrata evidente questa relativa al film di Martinelli, che come nel caso precedente è rafforzata dall’utilizzo della stessa colonna sonora d’annata (Italia a mano armata, di Franco Micalizzi). Nella sequenza dell’inseguimento, in cui Russell è continuamente tamponato dal gruppo di terribili stunt-women, il main theme di Micalizzi fa irruzione proprio nel momento in cui la macchina “a prova di morte” di Stuntman Mike viene costretta a compiere un enorme salto verso la vicina e affollatissima highway; questa sequenza ricorda da vicino quella in cui è Maurizio Merli a saltare nel vuoto a bordo della sua mitica Alfa della polizia, proprio accompagnato dallo stesso ritmatissimo contrappunto musicale.


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Blow Out (Brian De Palma, 1981)

Stavolta la citazione è solo “musicale”: Tarantino utilizza come sottofondo allo scambio di romantici messaggini la melodia del grande Pino Donaggio (Sally and Jack), che De Palma scelse per sottolineare il tragico finale del suo Blow Out. In comune c’è l’atmosfera, allo stesso tempo romantica ed un po’ malinconica.


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Vanishing Point (Richard C. Serafian, 1971)

L’ultimo esempio è quello più esplicito, in quanto la pellicola di Sarafian è spesso citata all’interno del secondo episodio di Death Proof; in particolare grazie al guest starring della storica 70’s D odge Challenger, maniacalmente ricercata da Zoe Bell e compagne. Tutta la seconda parte del film di Tarantino è direttamente ispirata alle pellicole australiane degli anni ‘70-’80, che erano contraddistinte dalla immancabile presenza di una lunghissima sequenza d’azione in cui era protagonista un inseguimento d’auto. Al contrario dei film americani di simile genere dello stesso periodo, quelli australiani – come pontificato dallo stesso Tarantino – erano caratterizzati da sequenze d’inseguimenti in cui lo “scenario” risultava solo un semplice e dimenticabile supporto per le scene: tutta l’attenzione era dedicata alle auto, agli scontri, alla velocità.
Anche per questo il geniale Quentin ha scelto le pellicole aussie come modello di riferimento per quella che avrebbe dovuto essere «la migliore sequenza di inseguimento d’ogni tempo, o perlomeno una delle prime tre…». Il risultato è eccezionale.

Abbiamo proposto solo alcune tra le numerossime citazioni (più o meno esplicite) che Tarantino ci ha regalato nel suo ultimo capolavoro, ma è giusto chiudere segnalando anche due esempi di genio “inedito”, due sequenze in cui il cineasta americano ci dimostra tutta la sua abilità.
Ovviamente, non potevamo esimerci dal citare il perfetto piano sequenza di 9 minuti durante il quale Tarantino gira attorno alla tavola del diner quasi “spiando” i discorsi delle quattro ragazze. Un sapiente lavoro di zoom e movimenti di camera permette di mostrare tutto il lungo e verbosissimo dialogo senza mai rendere la sequenza stuccosa o ripetitiva.
In omaggio allo stile fintotrash di tutto il “progetto Grindhouse”, ecco poi la sequenza dell’acceso diverbio tra le due stuntwomen.
Tarantino sceglie una inquadratura virtualmente “impossibile”, in cui tenere a fuoco le due ragazze, distanti tra loro. Con un occhio un po’ più attento si può notare come in effetti la scena sia un “collage”: nella parte centrale è evidente una spalla, fuori fuoco e non allineata…

Perdonateci se continueremo a definire eretici, quelli che odiano Tarantino, o lo considerano un regista “banale”. Davvero nulla di più falso può essere detto…

 

 

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(Death Proof, USA/2007)
Grindhouse – A prova di morte
Regia, sceneggiatura e fotografia: Quentin Tarantino; montaggio: Sally Menke; scenografie: Steve Joyner; costumi: Nina Proctor; trucco: Howard Berger, Jake Garber, Tysuela Hill-Scott, Dennis Liddiard, Darylin Nagy, Gregory Nicotero, Joe Rivera, Tara Smith; casting: Mary Vernieu; art department: Caylah Eddleblute, Kurt Volk; sonoro: Tom Hartig, Ann Scibelli, Drew Webster,Greg Zimmerman; effetti speciali: John McLeod, Andy Schoneberg; stunts: Zoë Bell, John Casino, Clay Cullen, Jeffrey J. Dashnaw, Steve M. Davison, Charlene Dlabaj, Jef Groff, Steve Holladay, Buddy Joe Hooker, Norman Howell, Tracy Keehn-Dashnaw, Oakley Lehman, Malosi Leonard, Terry Leonard, Dina L. Margolin, Chris Palermo, Dana Reed, James Ryan, Crystal Santos, Chrissy Weathersby; produttori: Elizabeth Avellán, Shannon McIntosh, Robert Rodriguez, Pilar Savone, Bill Scott, James W. Skotchdopole, Erica Steinberg, Quentin Tarantino, Bob Weinstein, Harvey Weinstein; prodotto da: Dimension Films, Rodriguez International Pictures, Troublemaker Studios, The Weinstein Company; distribuzione: Medusa; interpreti: Kurt Russell, Rosario Dawson, Rose McGowan, Freddy Rodríguez, Quentin Tarantino, Michael Biehn, Josh Brolin, Stacy Ferguson, Naveen Andrews, Michael Parks, Eli Roth, Danny Trejo; 116’.

 

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Tarantino, crediamo inevitabilmente,

è il regista del quale con più scioltezza ci troviamo a ‘dire’;

probabilmente è una questione anagrafica,

senz’altro una conseguenza del fatto che lo abbiamo visto crescere

letteralmente “davanti ai nostri occhi”.

 

Rapporto Confidenziale si è occupato di Death Proof nei seguenti numeri:

Death Proof di Roberto Rippa [p. 14, numerouno, dicembre 2007]

Grindhouse – A prova di morte di Alessio Galbati [p. 15, numerouno, dicembre 2007]

Death Proof di Emanuele Palomba [pp. 11-12, numerocinque, maggio 2008]

 

 

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