Notre jour viendra > Romain Gavras

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Un film sghembo, non propriamente riuscito, ma che rimane un apprezzabile viaggio nella violenza contemporanea che scorre negli interstizi e nelle periferie di un’Europa sempre più sinistra – sull’orlo di un qualcosa di non dissimile a una guerra civile. Notre jour viendra è del 2010 ma il suo discorso è tutt’altro che inattuale: la violenza come strada per definire la propria personalità, la violenza come strumento per la ricerca di un senso a esistenze prive di senso.

Romain Gavras, nato ad Atene nel 1981 ma di nazionalità francese e spirito global, è autore di videoclip epocali (in coda all’articolo una selezione) nei quali mette in scena una ultra-violenza che dalla distopia del romanzo di Anthony Burgess, passando per l’immenso capolavoro di Kubrick fino all’Odio di Kassovitz arriva alla quotidianità scandita da attacchi terroristici, stragi ed esplosioni di violenze varie da seguire in diretta digitale mondiale. Il fatto che il regista in questione sia figlio di Constantinos Costa-Gavras, autore di Z – L’orgia del potere, opera militante del 1969 che portò in scena i metodi assai poco democratici della Grecia dei colonnelli, oltre a segnalare una possibile ereditarietà genetica dei temi, mette in luce una possibile Storia della Violenza dell’Europa, tutta da scrivere (o forse già scritta) ma certamente percepibile attorno e dentro noi.

 

 

In Notre jour viendra non è che si capisca di preciso quel che accade e quale sia il contesto dentro al quale i personaggi agiscono, le intenzioni dei personaggi e la traiettoria della narrazione paiono in verità costantemente fuori fuoco e decisamente immotivate. Sappiamo che le persone con i capelli rossi sono perseguitate in quanto minoranza; vediamo un gruppo di profughi pronto a salpare da Calais direzione Irlanda, probabilmente quella del nord: «Tiocfaidh ár lá!» Qualcosa di non troppo distante, anzi decisamente simile e oltretutto coevo (film e video sono entrambi del 2010), Romain Gavras lo aveva messo in scena nel cortometraggio (tale è a tutti gli effetti) Born Free per l’omonimo brano di M.I.A – felice campionamento del seminale Ghost Rider dei Suicide, anno ’77, contenente le leggendarie grida di Alan Vega. La violenza in apparenza immotivata dei due protagonisti Gavras l’aveva già mirabilmente raccontata per immagini con il videoclip del brano Stress per il duo Jus†ice (era il 2008), nel quale una batteria di giovinastri incazzati con il mondo in libera uscita da una qualche banlieue parigina sparge odio urbano ovunque metta piede. Come a dire: i temi che lo interessano sono pochi e ricorrenti. Autore dunque?

Rémy (Olivier Barthélémy) è un adolescente vittima di bullismo e di una famiglia desolante, rosso di capelli, inesperto e impreparato alla vita; Patrick (Vincent Cassel) è uno psicanalista alquanto psicotico – sguaiato e insensibile –, attento più di ogni altra cosa alle giovani donne che gli si muovono attorno. Vivono in una pianura suburbana che è pura desolazione umana e architettonica. I due si incontrano per caso, Partick caricherà in auto il ragazzo fuggito da casa dopo un violento scontro fisico con la madre, e partiranno per un viaggio privo di logica che inizialmente si configura come viaggio esperienziale di Rémy sotto l’assurda supervisione del più maturo, spavaldo e sicuro, Patrick. Roman d’apprentissage furiosamente in corsa verso un vicolo cieco, su di un abisso, sul vuoto. Il film avanza per situazioni e per accumulo e i due protagonisti travasano l’uno nell’altro le proprie psicosi – in un crescendo drammatico inevitabilmente psicotico.

Il nord della Francia è il set dentro al quale immergere la disperazione di due personaggi senza meta e logica; Dunkerque e le reminiscenze dei fantasmi del secolo scorso; «Dieu et patrie» su di un crocifisso ci ricorda vecchi valori lontani nel tempo che aprono ferite nello spettatore e forse lasciano indifferenti i protagonisti (e gli spettatori). Gavras eccede ovunque si possa eccedere e la sceneggiatura pasticciata in questo non aiuta, ma il film in qualche modo si tiene e probabilmente ciò è reso possibile grazie all’ottima colonna sonora firmata da SebastiAn – al secolo Sébastien Akchoté, eclettico musicista elettronico della label Ed Banger Records (con la quale Gavras ha più volte collaborato in vari videoclip).

Il limite di Notre jour viendra è quello di non essere in grado di dispiegarsi come un racconto coerente ma di svilupparsi unicamente per strappi senza lasciare allo spettatore il piacere di cogliere cosa si nasconda davvero dietro a tanta rabbia. Questa assenza di motivazioni dei personaggi è però anche il pregio maggiore del film, ciò che lo rende un’opera cult in grado di preservarsi intatta nel suo vigore anche a molti anni dalla sua uscita.

«Siamo noi quelli che hanno sofferto, siamo noi quelli che non hanno una lingua, un esercito e un Paese.»

Alessio Galbiati

 

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Notre jour viendra
Titolo internazionale: Our Day Will Come
Regia: Romain Gavras
Sceneggiatura: Romain Gavras, Karim Boukercha
Fotografia: Andre Chemetoff
Montaggio: Benjamin Weill
Colonna sonora: SebastiAn
Produttori: Vincent Cassel, Éric Névé
Interpreti principali: Olivier Barthélémy (Rémy), Vincent Cassel (Patrick)
Produzione: 120 Films, Les Chauves-Souris, TF1 Droits Audiovisuels, Cinémage 4 (associato)
Centre National de la Cinématographie (participazione), C.R.R.A.V. Nord Pas de Calais (participazione), CinéCinéma (participazione)
Paese: Francia
Anno: 2010
Durata: 90′

 

 

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