Femme Fatale > Brian De Palma

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femme fatale

articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale – numero1, gennaio 2008, p.6.


Femme Fatale
di Alessio Galbiati

 

Questa recensione scritta ormai parecchi anni fa oltre ad essere assai ingenua, o quantomeno generosa, rappresenta un tipico esempio d’interpretazione del testo filmico assai prossima al film stesso. Talmente ravvicinata da risultare praticamente incomprensibile per chi la legga distante dal film. Vuole essere dunque un invito alla visione ed un monito su quel che non si dovrebbe fare quando si è intenzionati a scrivere recensioni…

 

La risoluzione sta nel sogno e nel deja vu. Soluzione ambivalente a rischio di fraintendimento.


Da una parte può sembrare una scelta dettata da problemi irrisolti, nati in sede di sceneggiatura / scenario. Ricorso all’uso del deus ex machina calato nei sogni di una bionda fuggiasca.
L’altra possibile interpretazione (che accetta ma scavalca la prima) potrebbe essere di natura prettamente filosofica (?!): indagine dello spazio e del tempo dei destini del fato.
La donna fatale non sarà dunque una bella donna della quale ci si può immediatamente innamorare (così nella “realtà” del finale, nell’incontro di sguardi turbati), ma donna del destino, indovina–preveggente, dalla rivelazione tarantiniana (il ricordo corre alla folgorazione del sicario mancato da una scarica di proiettili esplosi a brucia pelo). Anch’essa (come ogni mortale spettatore) immediatamente metabolizza la rivelazione esterna piovutale addosso. Il futuro è passato (davanti ai nostri occhi) nella sua mente e l’ha illuminata, sulle decisioni da prendere, dalle tenebre del suo futuro/presente complicato. Ma il futuro, nonostante la preveggenza, ritorna e ancora può essere dominato col (e non ‘dal’) caso, inaspettato ed imprevedibile come il (e non ‘un’) raggio di sole.
Il fraintendimento è ovviamente attivato dalla non accettazione da parte dello spettatore della soluzione onirica. Questa figura retorica di costruzione del racconto, ampiamente utilizzata e analizzata dalle/nelle più diverse culture se non sorretta da una comune visione del mondo fa cadere l’implicito contratto della visione spettatoriale di appagamento delle facoltà emozionali attivate dalla visione/ricezione. Insomma il commento di un tal genere di spettatore sarebbe del tipo: non mi si può raccontare una storia che sta insieme solo perché abbiamo voglia che stia insieme.
Ma è legittimo un tale comportamento? Ometto di dire che tutto è legittimo, in assoluto.
È legittimo in fase di analisi accettare un simile espediente? Assolutamente poco è legittimo in fase di analisi.

Prima di addentrarmi in territori, da me, poco esplorati, è meglio compiere il passo preliminare imprescindibile, nella mia visione del mondo, di ogni possibile analisi: mondarmi da ogni bugia.
Cosa ricordo delle sensazioni provate durante la visione, cosa ha toccato dentro me, quali interferenze/rumore si sono/è frapposte nella mia attività di spettatore? Queste le domande che già nel porre la questione del fraintendimento si sono sbarrate sulla mia strada.

La prima sensazione avuta poco dopo la conclusione del film, e che definirei ‘globale’, è stata di vera e propria gioia. L’epoca era di piena indigestione cinematografica: non riuscivo più a stupirmi, trovavo molte pellicole banali e stanche (probabilmente ciò era dovuto a come io stesso mi percepivo). Poi la gioia nel perdermi in una trama piuttosto assurda che capivo ma non fino in fondo, nella quale mi perdevo e mi ritrovavo e mi perdevo nuovamente. Come spesso mi capita correvo con la testa in mano ad ogni sequenza del film cercando i suoi collegamenti con altre, un percorso intertestuale fra le tessere d’un mosaico nel tentativo di preconizzare il futuro filmico del
film davanti a me (questo succede ogni qual volta abbiamo la fortuna d’assistere/vedere qualcosa di nuovo ed inedito, di sorprendente). Femme Fatale mi ha dunque disorientato, mi ha fatto provare le hitchochiane vertigini (cosa ordinaria con il cinema di De Palma). Simbolo di questa sensazione, che è assimilabile al perdersi entro un universo sconosciuto ma amichevole (il cinema), piacevole e rassicurante come un bagno caldo (Rebecca Romijn-Stamos che si perde nella vasca fra passato, presente e futuro), sono le fotografie della piazza parigina sulla quale si affaccia il balcone dell’appartamento del personaggio interpretato da Antonio Banderas. Tanti pezzi che uniti danno forma ad un mosaico, per costruire un labirinto di spazio, tempo e luce non poi tanto diverso dalla realtà che tutti ci avvolge. Un incanto che ricorda scopertamente la nascita della fotografia, l’esperienza vissuta dai borghesi parigini di fine ottocento d’appostarsi col proprio dagherrotipo e catturare il reale. Dalla propria finestra o dal borghesissimo balconcino, attraverso un sempre più portentoso apparato tecnologico, si persevera nel catturare la realtà posta di fronte all’occhio analogico-digitale dell’apparato stesso, che inevitabilmente (ma allo stesso modo tangenzialmente) racconta una parte del reale che tutti ci avvolge.
L’approfondimento della questione della visione, della cattura del reale, è qui riletta da De Palma attraverso un’ottica (!) problematizzante che anziché dirimere complica ulteriormente la questione. Pare che egli si interroghi sull’impossibilità di cogliere le forme (astratte) dallo spazio e dal tempo, ma soprattutto dalla luce. Se vogliamo poi il film è proprio qui, tre dimensioni trascese da una quarta che è il sogno. Le tre dimensioni sono: lo spazio (Parigi, la piazza, l’albergo, il biliardo…), il tempo (sette anni, le tre e trentasette, gli anni di galera, il passato, il futuro…) e la luce. Nella sequenza conclusiva vediamo un fotografo che aspetta la luce giusta per immortalare la scena d’un matrimonio e quando questa arriva si trasformerà fra le altre cose in un bagliore che da solo svolterà l’intera vicenda, uccidendo i cattivi e facendo trionfare i protagonisti. Il fato/caso si materializza dunque sotto forma di luce, un bagliore che rivedremo nel mosaico fotografico che chiude la pellicola.

Il cinema di Brian De Palma con quest’opera ha saputo plasmare una forma d’assoluto pregio nell’ambito della postmodernità, qui il suo citazionismo trascende l’altro da sé giocando la propria partita a scacchi con lo spettatore sull’autoreferenzialità del citazionismo interno al corpo filmico stesso. Non solo rimandi-citazioni-omaggi al faro Hitchcock, non solo rimandi-citazioni-omaggi alla sua produzione precedente, ma soprattutto rimandi-citazioni-omaggi a Femme Fatale. Femme Fatale è dunque da intendersi come ridondanza manieristica d’uno dei maggiori interpreti della postmodernità in ambito cinematografico, un meraviglioso esempio d’equilibrismo che lascia stupefatti.

 



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Femme Fatale (USA-Francia-Germania/2002) di Brian De Palma (114’)

Regia e sceneggiatura: Brian De Palma; fotografia: Thierry Arbogast; montaggio: Bill Pankow; musica: Ryuichi Sakamoto; scenografia: Anne Pritchard; costumi: Olivier Beriot; prodotto da: Tarak Ben Ammar, Marina Gefter; produzione: Quinta Communications; distribuzione: Medusa; durata: 114’.

Interpreti: Rebecca Romijn-Stamos (Laura/Lily), Antonio Banderas (Nicolas Bardo), Peter Coyote (Watts), Eriq Ebouaney (Black Tie), Edouard Montoute (Racine), Rie Rasmussen (Veronica), Thierry Fremono (Serra), Gregg Henry (Shiff).
 

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