
Festival Lumière 2016, idee e impressioni
II Festival Lumière, svoltosi a Lyon tra l’8 e il 16 ottobre, organizzato dall’Institut Lumière, che si occupa di conservare il patrimonio e il lascito materiale, artistico e culturale dei fratelli Lumière, ha presentato una selezione di film classici, focalizzata su vari temi e retrospettive.
Il festival è immenso, le sale che lo ospitano coprono praticamente tutto il territorio della città, le proiezioni vanno avanti dalla mattina alla sera, le sale sono piene a tutte le ore, difficile trovare un posto senza aver prenotato almeno con una settimana d’anticipo.
Ogni anno viene assegnato ad una personalità del mondo del cinema, la cui carriera è ritenuta particolarmente importante e significativa, un premio, il Prix Lumière, quest’anno andato ad una sempre bionda Catherine Deneuve, cui è stata dedicata anche un’ampia retrospettiva.
La signora Deneuve è una che è passata attraverso tutta la storia del cinema dagli anni ’60 a oggi, lavorando con tutti, questo ha permesso ai programmatori del festival di inserire in cartellone titoli che vanno da Polanski a Philippe Garrel, passando per Truffaut, Buñuel e Robert Aldrich. Presente anche una selezione di titoli scelti dalla Deneuve stessa, in cui troviamo, tra gli altri, Jean Renoir, Elia Kazan e Scorsese.
Altri ospiti d’eccezione del festival di quest’anno sono stati Quentin Tarantino, che ha curato una sezione del festival, e che era già stato premiato col Prix Lumière nel 2013, il sempre troppo poco osannato, immenso, Walter Hill, di cui è stata ripercorsa pressoché l’intera filmografia, lo stesso dicasi per Gaspar Noé, nonché una serie di omaggi a Buster Keaton, Antonio Pietrangeli, Marcel Carné, Dorothy Arzner e la presenza di Gong Li.

La quantità di proiezioni è talmente vasta che mi limiterò a segnalare una manciata di titoli.

Driver, di Walter Hill, non è solo il film cui s’è ispirato Nicolas Winding Refn per Drive, ma è un vero e proprio capolavoro. Alla sua uscita andò incontro ad un enorme insuccesso di pubblico e critica, il che risulta francamente inspiegabile. Il film è uno schietto mélange di noir e thriller, asciutto e lineare. Durante la presentazione del film lo stesso Walter Hill ha dichiarato che il suo intento era quello di fare un film quanto più possibile di genere, che rispettasse un’idea pura della messinscena. C’è riuscito. Di Walter Hill il consiglio è di vedere tutto, più volte.
César et Rosalie è un film che mi ha stupito molto, ha l’incedere, il sapore ed è immediatamente percepito per il classico che è, ma in Italia è praticamente sconosciuto. Uno degli sceneggiatori del film, Jean-Loup Dabadie, presentando il film in sala, ha parlato di filiazione diretta rispetto a Jules et Jim, e di come nella stesura del soggetto, nella definizione delle storie dei personaggi e nel lavoro svolto sulle atmosfere e i dialoghi, abbia più volte alzato il telefono per chiedere consiglio allo stesso François Truffaut. Il senso del movimento della cinepresa deve molto in effetti a Truffaut, come d’altronde la misura emozionale che scandisce il film, in cui, una volta tanto, gli interpreti la fanno da padroni. Sembra quasi sciocco menzionare i costumi, ma devo dire che gli abiti disegnati da Yves Saint-Laurent per Romy Schneider in questa occasione sono di una eleganza che conferisce alla presenza della Schneider in scena ulteriore luce.

Repulsion di Polanski, con protagonista la Deneuve, è uno di quei titoli irrinunciabili, sepolto e non dimenticato dalla valanga di titoli irrinunciabili, sepolto e non dimenticato nella valanga di titoli memorabili del regista polacco. I dettagli ossessivi, la ricerca degli occhi, certi feticismi, il sesso, il senso claustrofobico, gli ambienti familiari e soffocanti, la presenza ingombrante della quotidianità, gli anziani e la loro presenza, la morte, fanno di questo film un piccolo dizionario Polanski, nonché un film capace, dopo oltre cinquantanni, di fare ancora paura.
Enter the Void, di Gaspar Noé, è un film incommentabile, ma provo lo stesso: una sfera densa di tutto il pop più kitsch, di psichedelia, di onirico, di trascendentale, di transubstanziale, che riflette sulla vita, la morte, il sesso, la rinascita, la metempsicosi, il sangue, i legami, la nostra epoca contemporanea, dove anche Tokyo è riconoscibile e familiare. Il tutto con una potenza espressiva inusitata, raramente trovata con tanta violenza, un breve saggio di quanto detto, i titoli di testa del film:
Casino di Martin Scorsese è un film adatto a fare scuola di cinema, e questo comunque risulta riduttivo, ma limitiamoci a tanto: volete imparare cos’è il montaggio? Vedetelo. Forse avrebbe dovuto vederlo il montatore di American Hustle, ma ormai è troppo tardi. Allo stesso modo Le vent de la nuit di Philippe Garrel è un film quadrato, studiato (anche troppo), girato bene, ma senza alcuna sostanza, ha l’andatura scostante dei film che hanno tutto per riuscire ad essere dei buoni film, senza poi esserlo. Unico pregio: avere trovato un modo di seguire una cinquantacinquenne Catherine Deneuve nel modo più adatto a riportare la grazia della nostra signora degli schermi, contro ogni età: se amate la biondissima vedetelo, altrimenti fatene a meno.

Lo slogan pubblicitario del festival è: “Good films, good food, good friends”.
Il fatto che il loro motto sia stato pensato e scritto in inglese è un buon modo per spiegare come, a tratti, il Lumiére appaia come un evento organizzato dalla Pro loco: tutti amiamo i buoni film, il cibo, la buona compagnia, una tautologia che nulla rende e cui nulla si può aggiungere. Il fatto, probabilmente, è che l’intento è quello di celebrare il cinema, cosa buona e giusta, e che farlo in una zona dell’impero che non è il centro, ma nemmeno la più profonda periferia, comporta quel mix di superstar e anonimato che rende tutta l’operazione priva di rischi ma, allo stesso tempo, priva di rilevanza, non certo di interesse. Sfido chiunque a dire qualcosa contro la possibilità di rivedere sul grande schermo Kubrick, Marlon Brando, Michael Cimino, Godard, Tod Browning, Scola, Woody Allen, Antonioni, Abel Gance, Marco Ferreri (amatissimo in Francia), John Ford, Lubitsch, Coppola, Robert Altman, ecc…
Un paradiso artificiale eretto sulla cultura cinematografica presente non solo in Francia, ma sicuramente a Lyon, dove i cinema sono pieni anche alla mattina, le proiezioni sono rigorosamente in versione originale (la battaglia contro il doppiaggio è una battaglia sui presupposti necessari a vedere un film), dove in sala non si sente un fiato, non si vede la luce di un cellulare, e altre banalità simili, che danno il senso dell’operazione: celebriamo il cinema e il sole splende su nel cielo…
Alessio Librizzi

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