Behemoth > Zhao Liang

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Behemoth per immagini

Behemoth è un mostro.

I mostri non hanno una forma propria, ma conferiscono sostanza alla miseria generata dall’umanità nel suo stendersi nel tempo e nello spazio. Il mostro è un’immagine metafisica che interpreta l’orrore del presente.
Behemoth è un mostro biblico presente nel Libro di Giobbe:
“Le sue ossa sono tubi di bronzo; le sue membra sbarre di ferro. Esso è il capolavoro di Dio; colui che lo fece l’ha fornito di falce, perché i monti gli producono la pastura; là tutte le bestie dei campi gli scherzano intorno. Si sdraia sotto i loti, nel folto dei canneti, in mezzo alle paludi. I loti lo coprono della loro ombra, i salici del torrente lo circondano. Straripi pure il fiume, esso non trema; rimane calmo, anche se avesse un Giordano alla gola.” Giobbe 40, 18-23.
Behemoth è un libro di Thomas Hobbes, un dialogo sulla guerra civile inglese. Behemoth è un’incisione di William Blake. Behemoth è citato da Rimbaud nel Battello ebbro.

 

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Behemoth è un film di Zhao Liang, strutturato esplicitamente sul modello della Commedia dantesca. Il film si articola in tre momenti: l’inferno, che occupa gran parte del film, è una miniera del Sichuan, che ricorda morfologicamente il cono infernale.

 

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Lentamente ci addentriamo in questo abisso di piccoli uomini sporchi, lacerati, con la pelle bruciata, nessuno parla mai, ogni tanto qualche rivisitazione delle terzine dantesche esplicita la miseria che si avverte e l’orrore del metallo che violenta la terra. Camion enormi stanno creando una voragine e, poi, a pochi chilometri, una nuova montagna senza storia, che ammazza lentamente e inesorabilmente un prato che ha visto generazioni di famiglie di pastori campare miseramente in una sorta di eden senza lussi, fatto di lavoro durissimo, ripagato da un vento gelido, che solo adesso ha trovato questo nuovo ostacolo artificiale, composto di ciò che è ritenuto scarto, fastidio. Un eden che non è eden, ma residuo di una cultura ingiusta e debole, che s’è fatta facilmente penetrare dagli oggetti della modernità: vecchi televisori, indumenti post-moderni warholiani, motorini con la marmitta scassata. Non si stava meglio quando si stava peggio.

In questo formicaio di figurine, di fumi sulfurei, di incisioni di Doré, le facce scavate e il polmoni bucati, che non si vedono ma fanno male, dei lavoratori delle miniere. Solo un caso fortuito e fortunato essere nati a Torino, a Lugano e non dove l’orrore trova sostanza carnale, mentre noi ne partecipiamo nell’inutilità della puntualità. Un viaggio descrittivo, simbolico, la miniera è il presente e il passato politico della Cina, la locomotiva dell’economia globale, la forza emergente. Viene scoperchiato il vaso di Pandora.

 

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E arriviamo attraverso immagini metafisiche, alla De Chirico, seguendo la nostra guida, mediante uno specchio, in Purgatorio. Si alternano immagini di una nudità adulta e fetale: viene mostrato un uomo nudo disteso sulla erba verdissima.

 

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Il Purgatorio è l’ospedale, un passaggio che dura poco, perché c’attende il Paradiso: le città fantasma. In Cina fino agli anni ’70-’80 sono state costruite a tavolino delle enormi città che non sono poi mai state realmente abitate.

 

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Il regista ha rifiutato di fornire qualsiasi spiegazione in merito al film, che è stato presentato nel 2015 a Venezia.
Un’opera fortemente descrittiva, ma allo stesso tempo dai forti tratti estetizzanti, a volte stucchevoli.
All’inferno il lavoro della miniera: quel lavoro, la cui retorica ben conosciamo, un lavoro che si sottolinea essere non solo sfruttato, ma anche, fantozzianamente, fonte di servile gratitudine nei confronti del patronato senza volto, un senso del tragicomico realissimo, dove la materia è l’azione insensata, inutile, ma scientemente pianificata, dove il carbone è uno scopo senza perché: i rumori assordanti, le esplosioni e poi i silenzi di pietra, nessuna parola, nessun pensiero, nessuna poesia, se non la roccia levigata, la terra bruciata, il canto della catastrofe, il riso della scavatrice, la meraviglia dello schifo, che è la forma più abietta e borghese di morte cerebrale, non resta neanche quel piccolo nulla che è il quotidiano, la vita di tutti i giorni. Questa pena che viene scontata morendo prematuramente, sputando letteralmente sangue in un letto d’ospedale. La morte risveglia la protesta dei familiari delle vittime, ignorata dal resto del formicaio. Tutto per costruire uno sviluppo senza progresso. Città pronte e inutili, senza un’anima viva, se non quattro disgraziati che spazzano le strade.

 

 

Oggi non c’è ideologia, non c’è orizzonte di lotta, si attende la messianica venuta di un movimento, di un referendum, di un amore primo e nuovo che dia senso, speranza, motivazioni: parole vuote.
È già finito tutto, camminiamo tra le macerie dei crolli generati dalle sinfonie cocaina e sessantotto delle passate generazioni intellettuali. Siamo nati morti e non ci resta che chiuderci in un fortino e sparare:

 

 

Alessio Librizzi

 

Behemoth
(Cina-Francia/2015)
悲兮魔兽
Regia, fotografia: Zhao Liang
Montaggio: Fabrice Rouaud
Effetti speciali: Eve Ramboz
Musiche: Alain Mahé, Huzi, Mamer
Produttore: Sylvie Blum
Produzione: Institut National de l’Audiovisuel (INA)
95′



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