Sully > Clint Eastwood

sully-eastwood-hanks-cover

L’equilibrio complesso tra esperienza e intuizione.

Che il conservatore è l’autentico rivoluzionario è l’insegnamento non paternalistico che Clint Eastwood vuol lasciare in dote a estimatori e potenziali eredi. Questo lascito fa pendant con l’eclettismo del regista, nato attore pistolero/cowboy e cresciuto progressivamente come regista che si è cimentato con una tipologia di generi e argomenti eterogenea. L’ultima virata del regista verso la pista della ‘storia vera e americana’ è una prova superata di versatilità e concisione, ma non deve trarre in inganno sulle intenzioni reali. Non si può dubitare che dietro all’immagine del capitano Chesley ‘Sully’ Sullenberger si nasconda il volto di Eastwood. Si tratta dell’ennesimo personaggio-metafora in cui ama nascondersi, però da qui a parlare di placida trasposizione della medietà dabbenista americana ce ne vuole.

Ecco perché non si può perdonare una certa retorica interpretativa che in questi giorni si consolida su questo film. Vecchie solfe si accavallano e la musica è sempre la stessa: l’esegesi trita dell’antieroismo, del miracolo americano e della storia ‘onesta’, letture semplicistiche e antropocentriche che insistono sull’insostituibilità della robotica all’umano, sul ‘brav’uomo’ o circa la diffidenza verso macchine, algoritmi, regole, codici («se la mente può vacillare il cuore non sbaglia mai»). Manuali, simulazioni e procedure certificate non sono sufficienti per risolvere dilemmi emotivi o esistenziali, e questo in effetti si sapeva già, non era il caso di affaticarsi a girarci un film sopra. Non per Eastwood almeno, che ama camuffarsi dietro una patina di semplicità per affermare idee sul cinema e sulla vita per niente smandrappate. Logore saranno, semmai, le recensioni confezionate e seriali di critici e dilettanti delle webzine o dei quotidiani, che farfugliano la stessa formula comoda da un decennio per inquadrare meccanicamente ogni lavoro eastwoodiano senza lo sforzo di uno sguardo modulare e più attento da un film all’altro.

Eastwood insiste con una certa continuità a fare un cinema dichiaratamente narrativo, romanzando storie vere o immaginarie. Gli interessa, questo sì, concentrarsi sul valore dell’esperienza in sé, rappresentare filmicamente l’idea della scelta, del sentimento che precede un gesto difficile e del dire la verità nel modo più chiaro possibile. Ma la retorica pettegola del buon samaritano – che viene rifilata senza pietà dai lorsignori critici e recensori – non rientra nei suoi piani di regista sofisticato travestito da cantastorie middlebrow; sotto le mentite spoglie di un verace e cocciuto repubblicano si nasconde l’occhio di un animo sensibile, attento e poco prevedibile, più ricco di contorsioni che prodigo di linearità.

Molto vicino a Invictus per gli intenti e la complessità con cui è rappresentato il tema dell’uomo d’esperienza, invincibile per la sua incapacità di arrendersi alla “morsa delle circostanze”, Sully è l’ulteriore fiaba-antifiaba moderna eastwoodiana, un lavoro cinematografico rispettoso dei suoi illustri precedenti dedicato alla sprezzatura e all’elogio dell’anonimato, che «mantiene l’autore non il padrone ma il servitore di qualcosa che è molto più importante di lui». Il pilota Sully non è interessato a legare il miracolo Hudson al suo nome, quel che deve imporsi è il lavoro ben fatto e non chi lo ha svolto. Nessuna agiografia populista, ma il ritratto preciso, illuminista e contenuto di un mestiere difficile (volare) attraverso la vicenda di un uomo competente e di un apologo ottimista ma non romantico perché frutto di emozioni conflittuali. L’uomo-Sully è il pretesto narrativo e il volo la metafora perfetta del vivere come addestramento a un equilibrio complesso tra ragionamenti induttivi, frutto di esperienze, fallimenti e successi, e tensioni istintive da assecondare quando il conto delle regole non torna. Il protagonismo non ha posto e colui che fa l’impresa ha il dovere e il piacere di defilarsi, muovendo quel passo indietro dell’understatement non obbligato o d’etichetta ma esito di una nonchalance. Spettacolarizzare se stessi e ciò che si sceglie di fare, rendendo teatrale ogni dettaglio degli eventi e delle dichiarazioni, è il tic predefinito di questo secolo e il regista ama il voice off.

La trappola che Eastwood tende al critico è ben congegnata, e tutti sembrano cascarci, anche nel caso di Sully: il cliché moralistico è sulla parola ‘eroe’, sulle dinamiche dell’antieroismo e sui suoi presunti ‘valori’. Ma l’essere delicatamente engagé di Eastwood non passa mai dalla bruta parabola morale, casomai dalla rivendicazione teorica su che cosa significhi vivere essendo all’altezza del compito e su come diventar degni, kantianamente, della propria felicità.

Il taglio cinematografico, anche in questo film, è coerente con i suoi lavori precedenti, oltre che assimilabile a quello di Frank Capra per metodologia e per idee (la vicenda e l’azione straordinaria di un uomo comune), ma con una inclinazione votata al tormento. Gli elementi simbolici sono sparsi tra una scena e l’altra (la cloche, il pannello dei comandi, la corsa in piena notte e lo stesso birdstrike) senza uno schema prevedibile. La scelta è aderire alla narrazione e ai codici espressivi del genere affrontato, facendo prevalere la ricerca della realtà su quella semantica o del bello. Mancano le divagazioni e la concentrazione delle inquadrature è massima sull’accadimento complessivo e minima sulle emozioni dei protagonisti, il flusso degli eventi limpidissimo e la loro concatenazione logica impeccabile. La progressione dei fatti, benché ascendente, non è lineare. Procedendo come un cerchio concentrico, il movimento della narrazione è centripeto. Il regista, che lavora di sottrazioni, investe tutto sull’azione, e non ci sono ‘tocchi d’autore’. La scelta di rendersi invisibile, adottando la massima sobrietà nell’uso della tecnica filmica è il dato che rende più forte, nel silenzio, la voce e la visione di Eastwood.

Il lavoro compositivo non è sulle immagini ma nella ricercata armonia tra la scelta del tema e il tipo di rappresentazione psicologica dei personaggi. Ancora, come per Capra, pure per Eastwood nel rapporto con il cinema è stato determinante il background tecnico e ‘non intellettuale’, consapevole che i film sono il risultato di un lavoro collettivo (guarda caso anche Sully difende questa idea), in cui è determinante l’apporto di tutti i collaboratori. La sua formazione lo ha spinto a essere non un artista, ma un vero artigiano del cinema. Sully è un film che testimonia come il tema progettuale della ricerca cinematografica di Eastwood sia unitario: realismo non intellettualizzato ma spontaneo. Anche la fotografia è costruita tenendo conto della priorità della vicenda, lo stile visivo del direttore della fotografia deve piegarsi alla funzionalità del plot.

Eroismo/antierosimo è un dualismo (o una dialettica) debole e fin troppo povero, di cui Eastwood dimostra di non curarsi e, anzi, di averlo superato a vantaggio di qualcosa che per lui è prioritario: il primato della manualità sulla firma d’autore. •

Rubina Mendola

 

 

SULLY
Regia: Clint Eastwood • Sceneggiatura: Todd Komarnicki dall’autobiografia Highest Duty di Chesley Sullenberger con Jeffrey Zaslow • Fotografia: Tom Stern • Montaggio: Blu Murray • Musiche: Christian Jacob, Tierney Sutton Band • Production Design: James J. Murakami • Art Direction: Ryan Heck, Kevin Ishioka (supervisione) • Casting: Geoffrey Miclat • Scenografie: Gary Fettis • Costumi: Deborah Hopper • Trucco: Luisa Abel (head) • Acconciature: Jennifer Jefferson, Brynn Berg • Produzione (supervisione): Holly Hagy • Production manager: Tim Moore • Prodottori esecutivi: Bruce Berman, Steven Mnuchin, Kipp Nelson • Produttori: Clint Eastwood, Frank Marshall, Tim Moore, Allyn Stewart • Coproduttori: Jessica Meier, Kristina Rivera • Interpreti principali: Tom Hanks (Chesley ‘Sully’ Sullenberger), Aaron Eckhart (Jeff Skiles), Laura Linney (Lorraine Sullenberger), Anna Gunn (Elizabeth Davis), Mike O’Malley (Charles Porter), Autumn Reeser (Tess Soza), Ann Cusack (Donna Dent), Holt McCallany (Mike Cleary), Jamey Sheridan (Ben Edwards), Jerry Ferrara (Michael Delaney), Molly Hagan (Doreen Welsh), Max Adler (Jimmy Stefanik), Sam Huntington (Jeff Kolodjay), Wayne Bastrup (Brian Kelly), Valerie Mahaffey (Diane Higgins), Jeff Kober (L.T. Cook), Molly Bernard (Alison), Chris Bauer (Larry Rooney), Michael Rapaport (Pete), Katie Couric (se stessa), Jane Gabbert (Sheila Dail), Cooper Thornton (Jim Whitaker), Noelle Fink (Emma Cowan) • Produzione: Flashlight Films, The Kennedy/Marshall Company, Malpaso Productions, RatPac Entertainment, Village Roadshow Pictures, Warner Bros. • Suono (mix): Dolby Atmos – 12-Track Digital Sound • Rapporto: 1.90 : 1 (IMAX version), 2.39 : 1 • Camera: Camera Arri Alexa 65 – Hasselblad Prime 65 Lenses, Arri Alexa IMAX – Hasselblad Prime 65 Lenses • Formato negativo: Codex • Processo fotografico: ARRIRAW 6.5K (source), Digital Intermediate 4K (master) • Formato di stampa: 35 mm Kodak Vision 2383, D-Cinema • Paese: USA • Anno: 2016 • Durata: 96′

sito ufficiale208seconds.com



L'articolo che hai appena letto gratuitamente a noi è costato tempo e denaro. SOSTIENI RAPPORTO CONFIDENZIALE e diventa parte del progetto!





Condividi i tuoi pensieri

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.