Singin’ in the Rain > Stanley Donen e Gene Kelly

Singin’ in the Rain, ampiamente sottovalutato da chi lo produsse, ossia la MGM, e accolto tiepidamente dal pubblico dell’epoca, è prima di tutto uno tra i film più gioiosi mai realizzati, nonché la dimostrazione di come solo prove su prove possano far pensare che i suoi interpreti possano prodigarsi in danze acrobatiche e numeri musicali con un sorriso che fa pensare piuttosto a un’impresa leggera, priva di fatica e molto divertente.

La MGM ci credeva talmente poco da riciclare scenografie e oggetti di scena utilizzati per film prodotti in precedenza. Non solo, il film gode di due sole canzoni originali (“Moses Supposes”, scritta da Roger Edens e dagli sceneggiatori Betty Comden e Adolph Green, e “Make ‘Em Laugh”, scritta da Nacio Herb Brown e Arthur Freed, che però ricorda troppo “Be a Clown” di Cole Porter, utilizzata in un altro musical prodotto da Freed: The Pirate di Vincente Minnelli del 1948), mentre tutte le altre (compresa quella che dà il titolo al film e che risale al 1929) erano state composte e utilizzate per altre opere. Inoltre, Singin’ in the Rain aveva la sfortuna di arrivare un solo anno dopo il celebratissimo An American in Paris (Un Americano a Parigi) di Vincente Minnelli, prodotto anch’esso dalla MGM, e i suoi 6 Oscar (miglior film, migliore sceneggiatura, migliore fotografia, migliori scenografie, migliori costumi, migliori musiche), mentre il film di Donen e Kelly ottenne solo due candidature (migliore attrice non protagonista per Jean Hagen e migliore colonna sonora originale) ma non ne ottenne nemmeno uno. Nulla avrebbe potuto far presagire che 55 anni dopo il film si sarebbe trovato in quinta posizione nella lista compilata dall’American Film Institute dei 100 migliori film della storia, con quello di Minnelli piazzato in un pur onorevole sessantottesimo posto.

Poco riconoscimento all’epoca per un film che ha almeno una scena che è rimasta indelebilmente impressa nella mente di ogni cinefilo che si rispetti e altre che appartengono di fatto alla memoria visiva della grande Hollywood.
Gene Kelly, Donald O’Connor e una diciannovenne Debbie Reynolds, allora volto emergente con una manciata di piccoli ruoli alle spalle, danno vita a una storia diretta da Stanley Donen, allora ventottenne, e da Kelly stesso, di cui Donen era stato assistente da quando aveva 17 anni, condividendo con lui la regia di alcuni titoli, tra cui On the Town (Un giorno a New York) del 1949.

Contrariamente a molti musical dell’epoca, che si basavano essenzialmente su numeri musicali, Singin’ in the Rain porta sullo schermo una vera e propria storia. E che storia: il cinema nel momento di una delle sue più difficili transizioni, quella dal muto al sonoro, che vide la fine della carriera di molti attori e molte attrici dalla forte presenza sullo schermo ma dalla voce sgraziata, funge da sfondo ad una storia che non sarebbe esagerato definire cinica, con tutti i personaggi pronti a farsi le scarpe tra loro per rimanere sotto il loro cono di luce e una storia d’amore che alla fine spariglia le carte.

Nella Hollywood del 1927, il duo più amato del grande schermo, composto dalle star Lina Lamont e Don Lockwood, si presenta come coppia anche nel privato con lo scopo di perpetuare il suo stesso mito e portare nelle sale il pubblico che segue le sue gesta pseudo private dalle pagine dei giornali pettegoli.
La realtà è pero diversa: lui la detesta cordialmente, mentre Lina appare la più interessata a proporsi come compagna di lui credendo – forse – lei per prima a ciò che la macchina promozionale propone al pubblico.
Quando, in seguito al successo di The Jazz Singer di Alan Crosland, lo studio con cui sono sotto contratto decide di realizzare in versione sonora il loro ultimo film, The Royal Rascal, i problemi tecnici dovuti all’inesperienza minano la lavorazione. Ma il peggio è che si scopre che Lina Lamont ha una voce gradevole come il suono di un’unghia su una lavagna. Una proiezione in anteprima vede il pubblico ridere di un film diventato involontariamente comico e Don Lockwood si preoccupa per la sua carriera. Con l’amico e compagno di gavetta e di lavoro di lunga data Cosmo Brown e la ballerina aspirante attrice teatrale Kathy Selden pensa allora di trasformare il film in un musical, usando la voce di quest’ultima per doppiare Lina Lamont.
Nessuno ha però fatto i conti con la perfidia della primadonna.

Il produttore Arthur Freed e gli sceneggiatori Betty Comdon e Adolph Green vengono assegnati dalla MGM al progetto con la consegna di riciclare un pugno di canzoni i cui diritti sono già in possesso dello studio e che sono state in gran parte scritte dallo stesso Freed con Nacio Herb Brown.

Ecco quindi che la lavorazione parte con una sceneggiatura che prende inspirazione da molto del vissuto dei suoi autori, che cita apertamente personalità potenti del cinema dell’epoca, e con un budget di 2 milioni e mezzo di dollari, per avere la sua prima a New York il 27 marzo del 1952.

Sono i suoi tre protagonisti a fare la differenza, grazie a settimane e settimane di prova che trasformano la fatica e lo sforzo in atti apparentemente semplici e gioiosi.

Quando viene scelta per il ruolo della giovane Kathy Selden, Debbie Reynolds non ha mai danzato. Ha solo trascorsi da ginnasta e Gene Kelly sul set è un tiranno. Leggenda vuole che sia Fred Astaire, che la trova piangente sotto un pianoforte durante il periodo delle prove, ad aiutarla a muovere i suoi primi passi. E il risultato è sorprendente: vedere l’armonia che regola i momenti di danza nel film fa pensare a un’alchimia rara, nella realtà inesistente, come testimonia chi era presente sul set, oltre che a settimane e settimane di prova come fu.
Debbie Reynolds è giovane e fresca (due caratteristiche che l’hanno fatta preferire a nomi più noti per il ruolo) e sullo schermo appare come una professionista di ferro. Ricorderà quella scena come l’esperienza difficile della sua vita unitamente ai suoi due parti. Sapere che il numero di “Good Morning”, uno tra i più famosi del film, le fece sanguinare i piedi costringendola a farsi portare a braccio in camerino a fine delle riprese contrasta con il sorriso leggero che mantiene per tutto il numero. Questa è Hollywood!

Donald O’Connor, rampollo di una famiglia dedita all’avanspettacolo con alle spalle numerosi ruoli (appare in due titoli della serie di Francis il mulo parlante ma anche in Something in the WindScritto sul vento del 1947) deve mettere alla prova le sue nozioni di danza. Suo il numero per “Make ‘em Laugh” in cui balla sulle pareti (di molto accorciata nella versione montata a causa di un problema alla pellicola) che gli costò addirittura un ricovero in ospedale. È uno dei numeri musicali più memorabili nella storia del cinema e O’Connor interpreta il suo personaggio portandogli una mimica facciale e uno spirito che lo rendono unico e indimenticabile.

Jean Hagen, dotata attrice che interpreta la sgradevole Lina Lamont, è perfetta nel ruolo di una star senza troppo merito e ancor meno talento che gode di una popolarità forzatamente effimera che lei tenta di rendere più longeva attraverso l’esercizio di furbizia e ricatto.

Il quadro dedicato alla canzone del titolo – certamente una tra le scene più famose della storia del cinema – era stata pensata in modo diverso, come racconta Peter Wollen, insegnante di cinema alla UCLA e autore di un saggio sul film: inizialmente avrebbe dovuto essere cantata e ballata dai tre protagonisti, e non solo da Gene Kelly. Inoltre, avrebbe dovuto apparire più tardi nel corso della storia.
È Gene Kelly ad appropriarsene perché la trovava più adatta a sottolineare la scena in cui realizza di essere innamorato di Kathy. È una scena memorabile in quanto rappresenta la summa dell’arte di Kelly, che amava usare gli oggetti di scena facendoli diventare parte dei suoi numeri (basta guardare la coreografia di “Good Morning” o quella della lezione di dizione “”Moses Supposes” per rendersene conto). La gira nel corso di tre giorni, il primo dei quali con 39 di febbre. Ad aiutarlo ci sono le sue assistenti Carol Haney  e Gwen Verdon, già ballerine e attrici che qui appaiono non accreditate.

In un film che mantiene un ritmo costante per tutta la sua durata, è il numero del balletto di Broadway che stona. Lungo e infilato nella storia senza una giustificazione troppo credibile – avrebbe dovuto vedere come protagonista Donald O’Connor, non disponibile in quel momento a causa di un impegno televisivo – appare come un corpo estraneo. Ma è sontuoso, nella migliore tradizione del musical MGM, e quindi perdonabile. Per non dire che ne è coprotagonista Cyd Charisse, una tra le presenze più marcanti e carismatiche del genere grazie alla sua lunga esperienza come ballerina classica convertitasi poi al moderno una volta scoperta da Robert Alton, già scopritore di Gene Kelly, e da lui portata alla MGM, e alla sua moderna bellezza.

È praticamente impossibile scrivere un pezzo critico su un film praticamente perfetto, divertente, coinvolgente e ironico come pochi, attraversato da una sottile vena di cinismo, impreziosito da numeri musicali e di danza che hanno pochi rivali sul grande schermo, nonché uno dei pochi musical che presentino una vera storia, scritta appositamente per il cinema anziché adattata da uno spettacolo teatrale come spesso accadeva.
E che ha il potere di urlare: “Hollywood” ad ogni sequenza.
Semplicemente, chiunque non lo abbia mai visto e ne abbia sentito solo parlare deve assolutamente rimediare. E non importa che ami o meno il genere, le sequenze che vedono in movimento il tecnicamente perfetto Gene Kelly o l’acrobatico O’Connor hanno il potere di lasciare chiunque a bocca aperta.

Roberto Rippa

Singin’ in the Rain
(Cantando sotto la pioggia. USA/1952)
Regia: Stanley Donen, Gene Kelly
Soggetto: Betty Comden, Adolph Green
Fotografia: Harold Rosson
Montaggio: Adrienne Fazan
Direzione artistica: Randall Duell, Cedric Gibbons
Scenografie: Jacques Mapes, Edwin B. Willis, Harry McAfee
Costumi: Walter Plunkett
Produzione: Arthur Freed per Metro-Goldwyn-Mayer
Interpreti principali: Gene Kelly (Don Lockwood), Donald O’Connor (Cosmo Brown), Debbie Reynolds (Kathy Selden), Jean Hagen (Lina Lamont), Millard Mitchell (R.F. Simpson), Cyd Charisse, Douglas Fowley (Roscoe Dexter), Rita Moreno (Zelda Zanders)
103′

Le musiche
(testi di Freed e musiche di Brown, se non altrimenti indicato)

“Fit as a Fiddle (And Ready for Love)”, tratta da College Coach (1933) – musica di Al Hoffman e Al Goodhart;
“Temptation” (strumentale), tratta da Going Hollywood (1933);
“All I Do Is Dream of You”, tratta da Sadie McKee (1934);
“Singin’ in the Rain”, tratta da The Hollywood Revue of 1929 (1929)
“Make ‘Em Laugh”. Considerata come una composizione originale, in realtà molto simile a “Be a Clown” di Cole Porter, utilizzata in un altro musical prodotto da Freed: The Pirate (1948) di Vincente Minnelli;
“Beautiful Girl Montage” comprendente “I’ve Got a Feelin’ You’re Foolin'”, tratta da Broadway Melody of 1936 (1935), “The Wedding of the Painted Doll”, tratta da The Broadway Melody (1929) e “Should I?”, tratta da Lord Byron of Broadway (1930);
“Beautiful Girl”, tratta da Going Hollywood (1933) o da Stage Mother (1933);
“You Were Meant for Me”, tratta da The Broadway Melody (1929);
“You Are My Lucky Star”, tratta da Broadway Melody of 1936 (1935);
“Moses Supposes” (musica di Roger Edens, testo di Comden e Green);
“Good Morning” , tratta da Babes In Arms (1939);
“Would You?”, tratta da San Francisco (1936);
“Broadway Melody Ballet”, comprendente “The Broadway Melody”, tratta da The Broadway Melody (1929) e “Broadway Rhythm”, tratta da Broadway Melody of 1936 (1935) (musica di Nacio Herb Brown e Arthur Freed).

(fonte: Wikipedia)



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