King of Belgians (Un re allo sbando) > Peter Brosens, Jessica Woodworth


Fuori dal Palazzo

L’azione che sta per cominciare si svolge in Polonia, sarebbe a dire in nessun luogo.
– Alfred Jarry, Discorso per la prima di Ubu roi

Il Belgio è un vero paese o solo un compromesso geopolitico?, comunque sta cadendo a pezzi e di certo c’è solo che ha un Palazzo. I Valloni hanno proclamato l’indipendenza e la loro dichiarazione parla chiaro, si intitola: “Siamo stufi!” (Lo legge al re l’addetta stampa di Palazzo dal suo smartphone). È giunto un momento di quelli che “fanno la Storia”, in cui un re come Nicolas III può assolvere finalmente al suo compito di guida morale e politica di una nazione: “Alcuni uomini raggiungono vette elevate per lasciare un ricordo indelebile. La maggior parte di noi si accontenta di andare avanti e solo pochissimi riescono a diventare re” (Lo dice il regista, Duncan Lloyd, incaricato dal Palazzo a girare un documentario che esalti la dedizione e le competenze professionali del monarca, senza tralasciare la sua controllata spontaneità e i suoi molti sorrisi). Non c’è più il tempo per trastullarsi con gingilli regalo buoni solo a intrattenere rapporti diplomatici con l’ennesimo paese che si appresta a raggiungere la grande famiglia europea, come quello dell’Atomium lucidato di fresco e pronto per essere consegnato ad un ritardatario presidente della Turchia, si deve rientrare al più presto in patria e concepire un discorso che parli al cuore di un popolo diviso.

A partire da questa premessa, i registi (veri) Peter Brosens e Jessica Woodworth si ingegnano a immaginare per il loro Un re allo sbando (King of Belgians) infiniti, comici ostacoli a questo viaggio: un nostos che ha tutta l’aria di un road movie, ma dove protagonista è sempre un re che, nel tentativo di raggiungere e riportare ordine nel suo Palazzo, sbaglia spesso strada e incontra tutta una serie di eccentriche creature che abitano in altrettanti strani luoghi come la Bulgaria, il Montenegro, la Serbia, l’Albania…insomma: in nessun luogo. Ma tra i loro abitanti e quelli del Belgio (una nocciolina divisa in due) c’è qualcosa di simile: ad esempio le Sirene del Mar Nero, non riescono a trovare una ‘visione’ comune per il loro coro di voci bulgare: essere moderne o rimanere fedeli al folclore nazionale? un ex cecchino della guerra dei Balcani, rappresenta col suo passato una terra non meno “litigiosa” e appare più in vena di sbornie che desideroso di rivangare i tempi non lontani del conflitto. L’Europa che Nicolas attraversa assomiglia invece molto poco a quel parco a tema con le miniature delle principali città dell’Unione, dove a Istanbul intendeva collocare il suo mini Atomium, è lontana dal suo Palazzo, come lo è il Parlamento europeo, anche quello, a proposito, si trova in Belgio.

Solo ciò che avviene «dentro il Palazzo» pare degno di attenzione e interesse: tutto il resto è minutaglia, brulichio, informità, seconda qualità… E naturalmente, di quanto accade «dentro il Palazzo», ciò che veramente importa è la vita dei più potenti, di coloro che stanno ai vertici. Essere «seri» significa, pare, occuparsi di loro. Dei loro intrighi, delle loro alleanze, delle loro congiure, delle loro fortune; e, infine, anche, del loro modo di interpretare la realtà che sta «fuori dal Palazzo»: questa seccante realtà da cui infine tutto dipende, anche se è così poco elegante e, appunto, così poco «serio» occuparsene.
– Pasolini, Fuori dal Palazzo, «Corriere della Sera»,24 luglio 1975

Poco serio è lo sguardo che ha scelto di assumere la coppia di registi per affrontare un tema così grave come la crisi, quel tramonto dell’Europa che gli stessi giornali di Pasolini letti al mare di Ostia, liquiderebbero oggi con nuove formule, definizioni (i populismi) ma che in sostanza continuano a leggere ciò che sta fuori con i medesimi filtri, le statistiche ad esempio rimangono uno di questi imprescindibili modi:

Ora, se della «gente» si occupano, ciò avviene sempre attraverso le statistiche di «Doxa» o «Pragma» (se ricordo bene i nomi).
– Pasolini, Fuori dal Palazzo, «Corriere della Sera»,24 luglio 1975

L’afasia del re, il ridicolo balbettio mentre cerca le parole giuste per la sua gente, il senso di inadeguatezza davanti al ritratto di Atatürk, sono la patetica conseguenza di questo rapporto falsato col mondo, e non importa che il film ci racconti anche del kebab e dello yogurt come fossero la premessa alla riscoperta dell’autentico popolare, al palato di un potere ormai senza sapore e senza vero sapere, ciò che conta è qui la tragicomica messa in scena di una farsa sbilenca come le inquadrature della macchina da presa di Duncan Lloyd (personaggio non meno meschino dell’inadeguato establishment che si trova a riprendere nel suo documentario). Conta il ritratto surreale del falsopiano dove sta scivolando una convenzione geopolitica che trascina con sé quella minutaglia, brulichio, informità, divenuta ormai solo seccante realtà. •

Maurizio Giuseppucci

 

 

King of Belgians (Un re allo sbando)
Regia, sceneggiatura: Peter Brosens, Jessica Woodworth • Fotografia: Ton Peters • Montaggio: David Verdurme • Scenografie: Sabina Christova • Costumi: Eka Bichinashvili, Claudine Tychon • Trucco: Petya Simeonova • Assistente alla regia: Arnout André de la Porte • Colorist: Peter Bernaers • Produttori: Peter Brosens, Jessica Woodworth • Co-produttori: Arnold Heslenfeld, Stefan Kitanov, Laurette Schillings, François Touwaide, Frans van Gestel, Mira Staleva • Line producer: Sebastian Schelenz • Interpreti principali: Peter Van den Begin (Re Nicolas III), Lucie Debay (Louise Vancraeyenest), Titus De Voogdt (Carlos), Bruno Georis (Ludovic Moreau), Goran Radakovic (Dragan), Pieter van der Houwen (Duncan Lloyd), Nina Nikolina (Ana), Valentin Ganev (Kerim), Nathalie Laroche (Regina) • Produzione: Bo Films, Entre Chien et Loup, Topkapi Films, Art Fest • Lingua: inglese, fiammingo, francesce, bulgaro • Paese: Belgio, Paesi Bassi, Bulgaria • Anno: 2016 • Durata: 94′



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