Summer in Fabrica: John Cale in concert / 14.7.2017

SUMMER IN FABRICA
JOHN CALE IN CONCERT
Venerdì 14 luglio 2017, ore 21.30
Fabrica, via Postioma 54/F, Catena di Villorba (TV)
fabrica.it

Venerdì 14 luglio 2017 alle 21:30 John Cale, anima rock con Lou Reed del leggendario gruppo dei Velvet Underground, sarà a Fabrica, il centro di ricerca sulla comunicazione del gruppo Benetton, per un concerto in esclusiva nazionale.

Musicista d’avanguardia, produttore discografico di notevole caratura, apprezzato per i suoi lavori con artisti come The Stooges, Nico, Patti Smith, Nick Drake e i Modern Lovers di Jonathan Richman e compositore di colonne sonore, John Cale alternerà brani tratti dalla sua pluridecennale carriera solista (ricordiamo su tutti gli album Music For A New Society uscito per la leggendaria Ze Records e Songs For Drella composto insieme a Lou Reed e dedicato all’amico Andy Warhol) ai classici dei Velvet Underground e ad altri più recenti.

Il 2017 celebra il 50° anniversario dalla pubblicazione del primo album del gruppo e recentemente John Cale ha ritirato il prestigioso Grammy Award a nome della band.

Il concerto fa parte di Summer in Fabrica, un programma di concerti, DJ set e proiezioni dedicati alla musica che ha fatto la storia.

Fabrica è il centro di ricerca sulla comunicazione di Benetton Group, fondato nel 1994 da un’idea di Luciano Benetton. Offre a un gruppo molto eterogeneo di giovani creativi provenienti da tutto il mondo una borsa di studio annuale per sviluppare progetti di ricerca nelle aree di design, grafica, fotografia, interaction, video e musica.
fabrica.it

Biglietti disponibili su Mailticket.

 

 

 

Furia, istinto e poesia: La Musica di John Cale a Fabrica
a cura di Michele Faggi

John Cale è uno dei musicisti più influenti degli ultimi 50 anni e lo è in quella forma che attraversa sia la musica underground di svariati decenni, ma anche le strategie più immediate e fruibili dei migliori alchimisti pop. Se pensiamo al titolo di uno dei suoi primi album solisti, “The Academy in peril” (1972), è possibile individuare i due poli entro i quali la musica dell’artista gallese si muove. L’accademia è quella degli studi classici e musicologici al Goldsmiths College di Londra dal 1960 al 1963 dove si delineerà l’influenza di musicisti come John Cage e La Monte Young, importantissima per il suo particolare approccio allo strumento e alla composizione. L’essere in una condizione precaria di pericolo è rappresentato dall’attitudine ribelle e anti-accademica che contraddistinguerà tutto il suo percorso artistico, in bilico tra rispetto della forma e decostruzione della stessa. Gli studi e l’incontro con la musica avviene in giovane età, mentre la madre si ammala di cancro John adolescente prende lezioni di musica dall’organista della chiesa, sarà proprio questo a molestarlo e a metterlo di fronte ad una prima, traumatica esperienza. Da questo momento in poi la vita di Cale è in costante movimento. Dopo esser stato parte dell’orchestra giovanile nazionale Scozzese, vince appunto una borsa di studio al Goldsmiths College a Londra e accetta un master a Tanglewood, nel Massachussetts, dove suona la viola con la Boston Symphony Orchestra dove collaborerà con John Cage. È proprio il contatto con Cage a portarlo verso New York per collaborare con La Monte Young in seno al suo ensemble minimalista, The Dream Syndicate. In questi anni Cale esplora la musica d’avanguardia e la sperimentazione microtonale e tutte le tecniche che saranno alla base di quella che oggi conosciamo come “drone music”.
Il primo contatto con Lou Reed avviene grazie al contratto con la Pickwick Records per aggiungersi ad una band chiamata “The Primitives”, in promozione con un singolo intitolato “The Ostrich”, scritto dallo stesso Reed. Il brano è un twee pop deragliante e sgangherato che già pianta un seme per quello che sarebbero stati The Velvet Underground. Se della band amata e prodotta da Andy Wharol e la sua factory sappiamo tutto, la straordinaria carriera solista di John Cale rappresenta il cuore più importante della sua arte, non solo perché è quello più ricco e longevo, ma perché si dibatte costantemente tra quegli antipodi già anticipati da alcuni brani dei Velvet. L’origine è pobabilmente in un album come “White light/White heat”, il secondo dei Velvet, scritto “contro la bellezza” per rubare una definizione di Cale stesso e inizio della lunghissima separazione tra Reed e Cale. Il dualismo dei primi Velvet, tra involucro pop e una selvaggia attitudine alla sperimentazione, attraverserà tutti gli album solisti del musicista gallese. Se si esclude il già citato “The Academy in Peril”, condiviso con il minimalista Terry Riley, particolarmente sbilanciato dalla parte della sperimentazione, tutti gli album di Cale pubblicati negli anni settanta, contengono straordinarie gemme pop contaminate da furiosissime e incendiarie derive elettriche, droniche, meditative, poetiche, se per poesia intendiamo la scrittura libera e indiretta del pianosequenza pasoliniano. Brani come “Gun”, album oscuri come “Helen of Troy”, live senza compromessi e selvaggi come “Sabotage” e “Even Cowgirls Get the Blues”, quest’ultimo a documentare la vivissima attività del nostro tra il ’78 e il ’79 sul palco del CBGB, anticipano molti dei suoni e delle intuizioni che saranno capitalizzate dai musicisti underground del decennio successivo, da Nick Cave ai Sonic Youth, fino ai My Bloody Valentine e ai comunque seminali Opal, per citarne solo alcuni. Uno degli Ep meno conosciuti di John Cale, pubblicato nel 1977 sull’indipendente Illegal Records e intitolato “Animal Justice”, testimonia la furia di quegli anni. Tra un capolavoro come “Hedda Gabler” e una cover furibonda di Chuck Berry, l’apertura è affidata a “Chicken Shit”, un attacco punk sostenuto dalla straordinaria chitarra di Ritchie Fliegler che accompagnerà Cale nei live degli anni appena successivi. Il brano si riferisce all’incidente del pollo decapitato e poi successivamente portato dallo stesso Cale sul palco di un concerto tenutosi a Croydon in Inghilterra. Tra mosh dancing, delirio del pubblico e la band che rimane letteralmente atterrita, Cale incarna un sentimento ribelle assoluto, tra follia e paura.
Ma se dovessimo individuare un elemento cruciale nella musica di John Cale, come ha avuto modo di dichiarare lui stesso al Guardian, questo sarebbe rappresentato dalla nostalgia per le cose perdute. Alla base la separazione dei genitori, avvenuta quando John è nel pieno dei suoi dodici anni. Molte canzoni dell’artista gallese sono attraversate da questo senso di perdita, basta pensare alla struggente “Gravel Dive”, dedicata al rapporto che Cale ha avuto con la figlia in tutti questi anni. Essere sempre in viaggio, non fermarsi mai, mutare prospettiva e anche il paesaggio; tutti elementi mai statici nella carriera di Cale, esattamente come la sua musica, oggetto dinamico e inafferrabile. Recentemente alcuni album di Cale sono stati ristampati e “The Velvet Underground and Nico” ha celebrato i 50 anni dalla pubblicazione. Impossibile definire questa attitudine come celebrativa, perché è una scelta che sta esattamente dalla parte opposta. Anche quando si guarda indietro, Cale riscrive e percepisce nuovamente la spinta creativa originaria, rileggendola in base ad un movimento antinostalgico. La recente ristampa del bellissimo “Music for a New Society” per esempio, viene inserita in un progetto complessivo chiamato “M:FANS” che esattamente come il nuovo Twin Peaks diretto da David Lynch, riscrive completamente quei brani raccontati attraverso i sentimenti e la forza creativa del John Cale odierno.
Proprio per questo il concerto che ci aspetta a Fabrica, oltre all’omaggio a “The Velvet underground and Nico”, ripercorrerà i momenti più importanti della carriera solista di Cale, da una prospettiva che includerà per forza di cose la sorpresa e la meraviglia, esattamente come accadde nel 1992, quando la Hannibal Records pubblicò “Fragments of a Rainy Season” live per voce, piano e chitarra acustica, entrambi suonati da Cale, e recentemente ristampato da Domino Records.
Chi ha visto la storica VHS oppure i live di quegli anni, si ricorderà un Cale meditativo e furioso allo stesso tempo, capace di accarezzare i versi di Dylan Thomas, ma anche di martoriare la tastiera del pianoforte. Corpo e strumento, voce e strumento, scrittura e performance che la decostruisce, come nel rock radicale, quello di Jerry Lee Lewis, ma anche sotto il segno di Cage, Satie, Riley, La Monte Young. In questa ampia gamma di sentimenti tra viscere e cuore, cervello e istinto, ci aspetta un concerto memorabile.

 

Michele Faggi: Michele Faggi è un giornalista iscritto all’Ordine dei Giornalisti, un critico cinematografico iscritto al Sindacato Nazionale Critici Cinematografici e un videomaker. Scrive di musica, cinema e nuove tecnologie da più di venti anni e ha collaborato con numerose riviste di settore oltre ad aver scritto saggi e approfondimenti in ambito cinematografico. Ha fondato il network di informazione cinematografica e musicale indie-eye.it. Produce audiovisivi, documentari e ha prodotto e realizzato più di 200 video interviste con artisti della scena nazionale internazionale.

 



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