Più buio di mezzanotte. O della famiglia prima di “Una famiglia”

Davide Cordova, probabilmente, non avrebbe mai immaginato che una fase della sua vita potesse diventare uno dei film più interessanti del panorama delle opere prime italiane degli ultimi anni; oggi Davide vive a Roma ed è conosciuto come la drag queen Fuxia, attività che sta via via abbandonando, anche se resta uno dei “volti” più noti e storici del Muccassassina, la storica serata LGBT che anima ogni venerdì sera della capitale; la vita che oggi Davide può condurre non è stata sempre così, a maggior ragione se si tiene conto che l’amico Sebastiano Riso, regista di Più buio di mezzanotte e di Una famiglia è stato vittima di una brutale aggressione dopo che il suo ultimo film è stato presentato alla 74. Mostra del cinema di Venezia, nel settembre del 2017.

Davide nasce a Catania alla fine degli anni ’60 e vive la propria adolescenza proprio mentre Sebastiano Riso nasce nella stessa città, nel 1983. Lo sappiamo bene, quelli non sono anni facili per un adolescente che realizza la consapevolezza di essere omosessuale, che cerca di trovare una propria identità di genere nella periferia di una città già di per sé periferica, e che ancora oggi non rappresenta certo un modello di apertura mentale. È proprio questa fase della sua vita a essere raccontata in Più buio di mezzanotte, grazie anche al fatto che Sebastiano Riso e Davide Cordova hanno vissuto per diverso tempo nello stesso palazzo dello stesso quartiere di Roma.

 

 

Ed è grazie al contatto con Davide che Sebastiano Riso decide di scrivere e realizzare il suo film d’esordio, un’opera crepuscolare, tremolante, fragile ed esile nella sua forma quanto potente e graffiante nella sostanza: il protagonista è un adolescente che si scontra in maniera violenta con la conoscenza di sé stesso, del proprio corpo, della propria identità e soprattutto con un padre incapace di affrontare e di accettare la metamorfosi fisica, sessuale e caratteriale del figlio; Davide, che in un curioso gioco del destino viene interpretato da un giovane e bravo attore che si chiama Davide Capone, scappa di casa, conducendo una vita di strada e trovando una sorta di rifugio (anche spirituale) presso un gruppo di amici decisamente borderline, tutti disperati e (disperatamente) alla ricerca di un proprio posto nel mondo. Anime inquiete, corpi in itinere e sessualità ambigua sono gli ingredienti di un esplosivo cocktail umano e filmico dove il protagonista è un ragazzino fondamentalmente puro, fragile, che ci prende per mano e ci scaraventa dentro al suo viaggio alla ricerca di sé.

In Più buio di mezzanotte si incontrano personaggi sinistri, torbidi e spregevoli, ai quali si contrappongono la solarità, la corporeità, la freschezza, la genuinità e la positività della sgangherata ‘compagnia LGBT’ del protagonista.
Sebastiano Riso mette molta carne al fuoco, rendendo forse un po’ fragile un impianto filmico che già tratteggia molti personaggi dall’animo assai stratificato ma impossibili da rendere a pieno su schermo nella canonica durata dei novanta minuti; in soccorso del film, però, viene un cast di attori navigati, che sono molto credibili nel lavoro che fanno sui propri personaggi, calandosi ottimamente nelle parti. È così che Riso si rivela anche un buon direttore nel senso puro del termine, imprimendo una marcata autorialità delle interpretazioni di Vincenzo Amato (padre di Davide), Michaela Ramazzotti (la madre comprensiva e affettuosa, ma “sorda”, molto debole e incapace di difendere il figlio) e Pippo Delbono (un pappone senza scrupoli che inizierà Davide sulla strada del sesso).

I riferimenti al cinema del passato sono tanti: si va da un evidentissimo Truffaut a un meno evidente Gus Van Sant, mentre la combriccola LGBT che vaga per Catania alla ricerca di una propria personalità (e anche di supermercati da svaligiare) si muove in una logica di pasoliniano determinismo ambientale, là dove la disperazione dei protagonisti riflette quella dello sfondo urbano che attraversano. Oppressione, violenza, buio e solitudine di gruppo sono elementi che caratterizzano l’impianto narrativo che si basa quasi esclusivamente sulla caratterizzazione dei protagonisti più che su un vero e proprio racconto dei fatti. “Ciò che accade” è solo un elemento accessorio atto a sostenere “ciò che Davide è”: infatti la storia di Davide è un viaggio nei gironi infernali dell’oscurantismo, dell’incomunicabilità e della difficoltà di essere gay, una spirale interiore di chiaroscuri, di ricerca, di confronto e di scontro.

Un proverbio dice che “Più buio di mezzanotte non può fare”: è da questo assunto che Riso pare muoversi realizzando un film schiaffeggiante, tosto, che scuote moralmente senza essere accusatorio né conciliante, ma dove il giovane Davide affronta il proprio percorso perdendo la purezza in una sequenza che sarebbe un peccato svelare, basti però dire che usa l’espediente del vetro tra il corpo del ragazzo e la macchina da presa, servendosi di un delicatissimo gioco di luci, svelando tutta la sensibilità di un regista che non vuole mostrare l’erotismo omosessuale tramite i corpi, ma tramite l’essenza, lo spirito, e quindi la luce, l’ombra.
Sebastiano Riso racconta la ferocia di una iniziazione con la voce di chi legge una favola, mostra un cioccolatino nella mano destra mentre la sinistra è pronta a schiaffeggiare lo spettatore e farlo drammaticamente partecipe di una realtà che non è estranea, non è una questione altrui, ma non è altro che la presa di coscienza della propria sessualità in una fase come quella dell’adolescenza.

Quello di Davide è un corpo che si adatta e che si modella attorno a quella ricerca di identità che lo sconvolge e lo sottopone ogni giorno al drammatico moto dei dubbi, delle domande, dell’esistenzialismo e della crescita. Gli amici di Davide compongono un mix eterogeneo di personalità, ma restano sempre ai margini della società (e anche dell’inquadratura): sono belle anime intrappolate in un corpo non loro, che portano addosso qualcosa che ‘stroppia’, che li fa sembrare a loro modo dei Freaks, rendendoli irrimediabilmente diversi e incapaci di integrarsi in una società che li guarda storto, ma facendo loro mantenere la dignità propria degli esseri umani.

 

 

E con un pizzico di retorica, ma di coerente aderenza con il realismo e la fedeltà alla materia raccontata, ovvero quella della “storia vera”, i vicoli della Catania notturna, qui abbastanza fumosa e sfumata, quasi universalizzata, ci mostra quella fetta di umanità che cerca compagnia presso quelle persone che normalmente di giorno disprezza.

In questo, come in alcuni punti del successivo Una famiglia, Sebastiano Riso si mostra regista tanto delicato quanto distaccato, capace di mettere a nudo le debolezze di una società bigotta e giudicante, rinunciando a fare della propria opera un pamphlet ma mettendola al servizio di un racconto filmico che sappia essere il più coerente possibile con l’idea di denuncia di una cultura non preparata all’amore omosessuale o, comunque, a tutto quello che non è usuale, abituale, prefigurato, realizzando comunque un lavoro delicato, violento, commovente e soprattutto sincero.

Il film pecca sicuramente di qualche imperfezione e di qualche forzatura in fase di sceneggiatura, la narrazione va a tratti per episodi e non è abbastanza fluida da creare un unicum. Ma questo difetto che normalmente potrebbe essere penalizzante, in Più buio di mezzanotte serve a risaltare ancora di più i tratti psicologici di un protagonista che è costantemente in divenire, un corpo che muta, che (si) conosce, che fiorisce e si scopre al mondo. I comprimari sono molti, l’universo che costella l’adolescenza di Davide è affollato ed eterogeneo e anche questo in un certo senso penalizza la forza del film, mettendo in campo numerose psicologie alcune delle quali soltanto accennate.

Ma dal buio della mezzanotte il film si trasforma nel lucente racconto del punto di partenza della nuova vita di Davide: l’adolescenza e quindi la scoperta della propria identità sessuale e di genere. Riso ci racconta il “punto di non ritorno” che fa parte della vita di ognuno di noi, raccontando la storia di Davide, ma rendendola in tal senso universale, comune, capace di far rispecchiare ognuno di noi in quelle che sono state, a nostro tempo, le problematiche di un’età dove gli altri (gli adulti, le autorità e una subdola logica di normalizzazione) tentano di livellare le personalità di ogni individuo, tarpando le ali di chi vorrebbe invece spiccare il volo.
Ma Davide oggi vola: è riuscito a dare luce alla propria vita, perché la mezzanotte è passata e più buio di mezzanotte non può fare. •

Nicola ‘Nimi’ Cargnoni

 

 

Più buio di mezzanotte
Regia: Sebastiano Riso • Sceneggiatura: Sebastiano Riso, Stefano Grasso, Andrea Cedrola • Fotografia: Piero Basso • Montaggio: Marco Spoletini • Scenografia: Raffaella Baiani, Melina Ormando • Costumi: Luigi Bonanno • Musica: Michele Braga • Produttore: Claudio Saraceni • Interpreti principali: Micaela Ramazzotti, Claudia Cardinale, Jacopo Cavallaro, Davide Capone, Carla Amodeo, Lucia Sardo, Vincenzo Amato, Pippo Delbono, Sebastian Gimelli Morosini, Giovanni Gulizia, Gabriele Mannino, Fabio Grossi, Maziar Firouzi • Produzione: Ideacinema, Rai Cinema, con il contributo del MiBACT, con il sostegno di Regione Sicilia • Distribuzione italiana: Istituto Luce Cinecittà • Paese: Italia • Anno: 2014 • Durata: 98′



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