Alcune attrici straniere in Italia tra anni quaranta, cinquanta e oltre

Nadia Gray, May Britt, Constance Dowling, Kerima, Tamara Lees, Yvonne Sanson, Michèle Morgan, Magali Noel, Nadja Tiller, Anita Ekberg, Barbara Steele, Abbe Lane, Ingrid Bergman. Queste sono tra le attrici più note che tra gli anni quaranta e cinquanta (nel caso della Steele negli anni sessanta) hanno lavorato per produzioni italiane. Spesso queste attrici venivano impiegate per ruoli che prevedevano personaggi un po’ più discinti del solito o con meno pudori rispetto alle castigate, morigerate attrici italiane, per le quali non era conveniente e non lecito esporre la propria epidermide eccetto le braccia, il collo e le caviglie, con le dovute eccezioni come nel caso di Silvana Mangano di Riso amaro (1948), di Giuseppe De Santis, dove l’attrice mostra le cosce ma in un contesto che meno erotico non potrebbe essere, ossia il duro lavoro delle mondine e quindi più che lecito visto il contesto del lavoro, lontanissimo da una sia pur minima parvenza di seduzione.

Ma vediamo brevemente tali attrici più nello specifico se è proprio vero che hanno lavorato in Italia solo per ruoli più spregiudicati: in molti Paesi esteri (eccetto la morigerata Gran Bretagna e, forse, la cattolicissima Spagna), si sa, il sesso è visto in modo più disinvolto mentre in Italia, tanto per cominciare, c’è l’ombra del Vaticano che, nel periodo su cui ci soffermiamo, faceva (e in qualche modo fa ancora) da argine a quello che poteva venire considerato il venir meno del buon gusto con relativa licenziosità. Ma se a interpretare certi ruoli “scabrosi” venivano chiamate delle attrici dall’estero, allora il buon nome della donna (attrice) cattolica italiana era salvo.

 

Nadia Gray

 

Nel caso di Nadia Gray (vero nome Nadia Kujnir-Herescu), nata a Bucarest, nei primi anni Cinquanta interpreta il suo primo ruolo nel nostro Paese in occasione di Moglie per una notte (1952) di Mario Camerini, un film emblematico per il nostro discorso, in quanto l’attrice sostiene il ruolo di Geraldine, ragazza di facili costumi, che accetta di farsi corteggiare dal conte protagonista (Gino Cervi) e passare per sua moglie, anche se il conte ne ha già una (Gina Lollobrigida). In compenso, però, Nadia Grey interpreta nello stesso anno anche Inganno (1952) di Guido Brignone dove sostiene un normale ruolo di moglie (il marito è interpretato da Gabriele Ferzetti), ruolo che ricoprirà ancora comunque. Per il nostro discorso, da notare che in Le avventure di Giacomo Casanova (1952) di Steno, tutte le amanti del protagonista (Gabriele Ferzetti) sono rigorosamente interpretate da attrici straniere (oltre a Nadia Gray, Corinne Calvet, Marina Vlady) anche se il ruolo più famoso, forse, della Gray in Italia, è quello di Nadia, appunto, la moglie del padrone della villa di Fregene (Riccardo Garrone) che si spoglia nel party finale di La dolce vita (1960) di Federico Fellini il quale sembra glissare via sulle precedenti prove dell’attrice nel cinema italiano (in ruoli anche di mogli premurose, ma anche amanti, duchesse, principesse, eccetera) per valorizzare ciò che il regista sembra considerare la sua cosa migliore, ossia il corpo.

 

May Britt

 

Nel caso della svedese May Britt (pseudonimo di Maybritt Wilkens), è il caso di dire che la sua carriera ha inizio proprio in Italia esordendo come protagonista in Jolanda, la figlia del corsaro nero (1952) di Mario Soldati. Ma poi diventa moglie in Le infedeli (1953) di Steno e Monicelli mentre in La nave delle donne maledette (1953), di Raffaello Matarazzo, sostiene il ruolo di una donna innocente condannata a stare tra prostitute e assassine in una nave prigione (una vera e propria galea) e quindi, tutto sommato, non ci sono ruoli “incresciosi” per lei.

 

Constance Dowling

 

La newyorchese Constance Dowling, che avrà una non molto proficua carriera di attrice in Italia, sarà nota soprattutto per la sua relazione con Cesare Pavese: la Dowling interpreta, tra l’altro, una delle reginette di bellezza in Miss Italia (1950), di Duilio Coletti, ma è attiva anche in melodrammoni dimenticati come La strada finisce sul fiume (1950) di Luigi Capuano, quindi nulla che la possa accostare a ruoli maliziosi (tutt’al più candidamente discinti come, appunto, in Miss Italia dove campeggia anche, tra l’altro, Gina Lollobrigida).

 

Kerima

 

Sicuramente più aggressiva e provocatoria l’algerina Kerima (vero nome Miriam Charriére) che in Italia esordisce in La lupa (1953), di Alberto Lattuada, nel ruolo del titolo, donna di mezza età, bella e focosa (la figlia adolescente è interpretata proprio da May Britt). Ovviamente Kerima non può mancare nel già citato La nave delle donne maledette come una delle galeotte discinte (mentre la villain è interpretata dalla finlandese Tania Weber). Ma Kerima tornerà con la Britt in un altro film sanguigno, Cavalleria rusticana (1953) di Carmine Gallone e avrà un altro ruolo emblematico, questa volta di meticcia focosa, in Tam Tam Mayumbe (1955), ordinario drammone esotico di Gian Gaspare Napolitano.

 

Tamara Lees

 

Tra le attrici simbolo dell’epoca per i ruoli torbidi, ma non discinti, c’è sicuramente la viennese Tamara Lees (pseudonimo di Diana Helena Mapplebeck), scura di capelli, quindi ideale per ruoli di donna senza molti scrupoli, che dipana la sua proficua carriera italiana tra melodrammi e commedie. Già in uno dei suoi primi film in Italia, Romanticismo (1950), di Clemente Fracassi, sostiene il ruolo di moglie traditrice (il marito è Amedeo Nazzari), mentre in Vita da cani (1950), di Monicelli e Steno, incarna una ballerina ambiziosa che, aspirando ad una vita di agi, lascia il fidanzato di umile condizione (Marcello Mastroianni). Mentre in Totò sceicco (1950) di Steno, in uno dei suoi ruoli più noti, non può che interpretare la perfida Antinea, regina di Atlantide, che irretisce sia Totò che Aroldo Tieri, causando il risentimento di quest’ultimo. Ma può essere anche donna infelice come in La tratta delle bianche (1952) di Luigi Comencini: comunque il suo aspetto altero è ideale in ruoli come quello della contessa in Il segreto delle tre punte (1952), di Carlo Ludovico Bragaglia, ma molto spesso, ovviamente, ricopre ruoli da amante. Invece in Addio, Napoli! (1955), di Roberto Bianchi Montero, nel ruolo di coprotagonista (accanto ad Andrea Checchi) è, come non molto spesso le capita, una brava ragazza.

 

Yvonne Sanson

 

Emblema della donna lacrimosa e sfortunata, tutt’altro che discinta, è l’attrice simbolo del melodramma italico anni cinquanta, ossia Yvonne Sanson, nata a Salonicco ma naturalizzata italiana che, curiosamente, comincia a farsi apprezzare, in un ruolo da fatalona, soprattutto in occasione di Il delitto di Giovanni Episcopo (1947) di Alberto Lattuada, dove incarna un’avvenente servetta dai facili costumi. Prima della sua grande stagione nei celebri melodrammi di Raffaello Matarazzo, la Sanson ha occasione di impersonare anche Caterina II di Russia in Il cavaliere misterioso (1948) di Riccardo Freda, oltre che recitare in Campane a martello (1949) di Luigi Zampa e in L’imperatore di Capri (1949) di Luigi Comencini, in ruoli di donna onesta.

 

Michèle Morgan

 

Per ciò che riguarda la virginale, eterea Michèle Morgan, la sua carriera in Italia è di poco conto: appare per la prima volta in Racconti d’estate (1958) di Gianni Franciolini, dove impersona una detenuta francese alla frontiera, destinata al carcere e di cui si invaghisce un ispettore di polizia (Marcello Mastroianni). Dopo essere stata nel cast di Vacanze d’inverno (1958) di Camillo Mastrocinque, la Morgan torna, in un ruolo che le si attaglia bene, una contessa, in Il fornaretto di Venezia (1963) di Duccio Tessari: la si rivedrà anziana al suo ultimo film per il cinema, in Stanno tutti bene (1990), di Giuseppe Tornatore, nel ruolo della donna anziana sul treno (doppiata da Vittoria Febbi) dove fa l’incontro ancora con il protagonista, Marcello Mastroianni, ma invecchiato, trentadue anni dopo Vacanze d’inverno, pur in un contesto totalmente diverso. Per la Morgan nulla di più lontano dai ruoli da fatalona, stesso discorso che si può fare con Ingrid Bergman vista la natura austera dei suoi ruoli nei film di Roberto Rossellini, le uniche occasioni che ha la celebre attrice svedese di lavorare in produzioni italiane.

 

Magalì Noël

 

Le cose sono diverse per la turca Magalì Noël (vero nome Magali Noëlle Guiffray) la cui carriera si dipana in Italia soprattutto con commedie, sporadicamente negli anni cinquanta e poi, in modo più assiduo, negli anni settanta, ma si ricordano soprattutto i suoi ruoli nei film di Federico Fellini. Appena approdata nel nostro Paese, la Noël viene ingaggiata in ruoli da femme fatale a partire da È arrivata la parigina (1958), coproduzione italo/francese diretta da Camillo Mastrocinque, in cui incarna una ragazza francese giunta in Italia per dare la scalata al mondo dello spettacolo mentre in realtà lavora già come piccola soubrette d’avanspettacolo. Sarà di nuovo una seducente ballerina in Noi siamo due evasi (1958) di Giorgio C. Simonelli turbando Raimondo Vianello e Ugo Tognazzi e, come ballerina francese, appare anche nel primo dei suoi ruoli per Fellini in La dolce vita (1960). Ma è prostituta a tutti gli effetti in La ragazza in vetrina (1961) di Luciano Emmer per poi immergersi nella commedia interpretando ruoli meno osé, ad esempio Cleopatra in Totò e Cleopatra (1961), di Fernando Cerchio, o quello di Fortunata, moglie di Trimalcione, in Fellini Satyricon (1969) e, sempre per Fellini, il suo ruolo più celebre, quello di Gradisca, in Amarcord (1973), ma poi del resto l’età non le permetterà più di ricoprire ruoli provocanti.

 

Nadja Tiller

 

Il discorso si fa un po’ più eloquente, ma non troppo, nel caso della viennese Nadja Tiller che compare solo in un ristretto numero di produzioni italiane, esordendo nel nostro Paese con il ruolo di Mimosa, donna di dubbia moralità, in Anima nera (1958) di Roberto Rossellini, un ruolo che però non ripeterà più in quanto già in L’estate (1966), di Paolo Spinola, è moglie e madre, sposata ad un uomo (Enrico Maria Salerno), in una relazione problematica tanto che tenta anche il suicidio.

 

Abbe Lane

 

Altra donna abbonata a ruoli di donna fatale, ma con un che di innocenza, la newyorchese Abbe Lane, ballerina di Broadway, popolarissima in Italia anche grazie alle sue apparizioni televisive e al fatto di essere sposata col musicista e direttore d’orchestra Xavier Cugat: esplicita e prorompente nei suoi ruoli per il cinema, la Lane esordisce come attrice proprio nel nostro Paese nei primi anni Cinquanta e da noi si svolgerà tutta la sua carriera (salvo una breve parentesi americana) ricoprendo spesso il ruolo di se stessa come in Donatella (1956) di Mario Monicelli e spesso in ruoli, comunque, di ballerina o ex ballerina nei quali mette le sue magnifiche gambe ben in vista, mentre in Totò, Vittorio e la dottoresa (1957) di Camillo Mastrocinque è l’avvenente dottoressa del titolo (in questo caso il suo personaggio ha l’onore di comparire nel titolo di un film). Naturalmente non si limita a essere ballerina, ma può essere anche seduttrice (e cantante) come in Marinai, donne e guai (1958) di Giorgio Simonelli (il sedotto è Maurizio Arena). E non può essere che Eva, una truffatrice, in Totò, Eva e il pennello proibito (1959) di Steno (anche qui il suo personaggio compare nel titolo di un film, come si usava spesso nelle pellicole con Totò), ma le sue grazie si possono contemplare anche in alcuni pepla.

 

Barbara Steele

 

Una vera icona horror (il genere che la contraddistingue meglio) è invece la britannica Barbara Steele che si afferma proprio in Italia con La maschera del demonio (1960) di Mario Bava (nel doppio ruolo di principessa e strega), per poi essere, nei film successivi, via via diabolica, pazza, assassina, donna posseduta dagli spiriti, quasi sempre fascinatrice, capace di esercitare un influsso negativo sugli uomini portandoli alla rovina. Sarà richiesta anche da Fellini per (1963) per il ruolo della conturbante Gloria, ma anche in L’armata Brancaleone (1968), di Mario Monicelli, lascia un segno come amante sadomasochista di un nano, che tenta di sedurre Brancaleone (Vittorio Gassman).

 

Anita Ekberg

 

Non si può che chiudere con la svedese Anita Ekberg (nome completo Kerstin Anita Marianne Ekberg), icona resa immortale da La dolce vita (1960) di Fellini, che seduce il personaggio di Marcello in una delle due scene più famose del cinema italiano nel mondo (l’altra, del neorealismo, sapete tutti qual è): ma non è il suo esordio in una produzione italiana visto che nel nostro Paese aveva interpretato alcuni film storici tra cui Nel segno di Roma (1958) di Guido Brignone dove impersona la regina. È Fellini comunque a far risaltare in modo sgargiante il suo fisico “maggiorato” dandole, appunto, l’immortalità come simbolo universale del femmino. In seguito la Ekberg rivestirà i consueti ruoli di donna bellissima come in A porte chiuse (1961) di Dino Risi (nel ruolo di una donna accusata di avere ucciso il marito), ma non potrà esimersi dal tornare nelle furbe mani di Fellini nell’episodio Le tentazioni del dr. Antonio in Boccaccio ’70 (1963) in cui il grande regista rincara la dose e la rende gigantessa proprio per turbare l’animo di un moralista puritano incarnato egregiamente da Peppino de Filippo. Sarà proprio in Italia che la Ekberg proseguirà la carriera, anche se negli anni il suo fisico appesantito la porterà ad essere solo la pallida, triste ombra dell’icona felliniana. •

Pino Bruni



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