Un capolavoro per la prima volta tradotto in italiano: “Come tessere di un domino” di Zigmunds Skujiņš

Zigmunds Skujiņš, Come tessere di un domino
Iperborea, 384 pagine, € 18,50
Traduzione di Margherita Carbonaro

 

“La Baronessa raccolse, rastrellò, radunò tutto e lo rimise con cura nelle bare. Risistemò anche i teschi, ciascuno al suo posto. Le chiesi se era certa di non aver commesso errori e di non aver scambiato i teschi. ‘Oh no!’ rispose. ‘Li conosco. Quello è Bodo, quella è Lieselotte, lì c’è Ulrich e là Augustine…Quante volte li ho già rimessi a posto! Tutto sommato si può dire che le ossa delle persone sono diverse fra loro quanto le persone stesse.’ ”
Zigmunds Skujiņš, Come tessere di un domino, pag. 16

 

I.

Le invenzioni a due voci non sono solo mirabili congegni del contrappunto bachiano, culmen e incipit della décadence di un’arte coltivata per secoli; nella letteratura del Novecento non si potrà scordare la bipartizione de Il Maestro e Margherita di Bulgakov, con quell’intersezione fra una sorta di novella vicenda faustiana – un Goethe tradotto nell’URSS oppressa che anela alla fantastiquerie – e la crocifissione di Cristo, descritta con grave asciuttezza. Un controcanto che struttura il romanzo in ben distinte voci: romanzo nel romanzo. Abbiamo dovuto attendere 18 anni, prima che Margherita Carbonaro (metà italiana, metà lettone) donasse al lettore italiano quest’opera magistrale – composta nel 1999 – del lettone Zigmunds Skujiņš (nato nel 1926, non era citato alla voce Letteratura Lettone dell’allora [1980] esaustivo Dizionario della letteratura mondiale del 900, diretto da Francesco Licinio Galati): Come tessere di un domino (letteralmente – ci spiega la fine traduttrice nella postfazione – Un domino color carne: peccato, era bellissimo anche così), edito elegantemente da Iperborea nel settembre 2017. Skujiņš è autore notissimo in patria – al punto che lui stesso si definisce “commerciale” (sic: niente di meno “commerciale” del suo raffinato scrivere; del resto, ammette che in Lettonia non esiste un circolo “elitario” della letteratura) – e il suo capolavoro, appunto Come tessere di un domino, risulta per ora tradotto in inglese, svedese e macedone. Non può che riempire di letizia sapere che l’italiano sia la quarta lingua in cui viene resa questa complessa invenzione a due voci che si toccano a vicenda, nella quale il dialogo serrato fra il XVIII secolo e il XX – in rimandi di nomi, luoghi, situazioni, personaggi – sospende la narrazione alle porte del nuovo millenio (“1999” è apposto al termine dell’opera, in vece della parola “fine”).

 

II.

Da un lato la vicenda settecentesca della baronessa Waltraute alla ricerca del marito “diviso in due parti” a seguito d’una cannonata, metafora della Lettonia. Con non poche sorprese e affabulatori personaggi quali il conte Cagliostro, Gran Cofto, e i suoi picareschi mirabilia. Lo ritroverà dopo peripezie, ma il destino di questi non potrà che essere la volontaria estinzione: “Io sono un nobile. Un tempo non capivo cosa volesse dire. Adesso sì. Non è questione di titoli. I re si possono trapiantare, i nobili no. In America potevo diventare milionario, un grande proprietario terriero. Ma come nobile avrei finito per spegnermi. Potevo solamente tornare a quello che fa di me un nobile, a questa terra, alle nostre tradizioni di classe, alla visione del mondo che è anche la mia.” (pag. 230). Dall’altro una variazione – novecentesca – sul tema: un’altra baronessa, Johanna (“Non si può negare che la Baronessa fosse in effetti bizzarra. D’estate come d’inverno indossava calzoni da cavallerizza e stivali alti. Fumava sigarette russe e portava cravatte da uomo”, pag. 15), che abita il maniero – casa del secolo di Mozart, Robespierre e Casanova, “[…] non era affatto un palazzo. Una semplice costruzione a due piani con un grandissimo tetto barocco di tegole e un gigantesco camino nel mezzo. Le linee pulite e le proporzioni razionali” (pagg. 12-13) – in compagnia del suo amante e datore di lavoro, proprietario d’un maneggio di carrozze; il “nonno” del narratore e del suo cugino nipponico. Uomo – il nonno – che ricorda per certi versi quello davvero esistito di Thomas Bernhard, Johannes Freumbichler; infatti: “Il nonno citava Montaigne e osservava l’inizio della guerra con una calma impassibile. Per mettersi in condizione di ‘non fuggire la vita né di sfuggire la morte, ho temperato l’una e l’altra fra la piacevolezza e l’asperità’ ” (pag. 165). Personaggi complessi e memorabili, toccati con una singolare lievità dal narratore – che tutto vede con quello “stupore infantile” (Zolla) pregno però di sofferta lucidità distaccata. Fra indagini sulle origini nobiliari “ariane” di Waltraute – che così ariane e nobiliari non sono; ne sarà sconvolta: “La baronessa è convinta che in una sauna si possa distinguere un imperatore da un servo? A quanto mi risulta tutti gli uomini discendono da Adamo ed Eva” (pag. 131) –, specularmente ritrovate in Johanna, il cui casato Mecklen-Stauff è sgradito alla Germania hitleriana in quanto baltico e non certo “puramente ariano”, attraversiamo con una sardonica ironia melanconica momenti terribili della storia lettone: il folle e grottesco dominio nazionalsocialista, il grottesco e folle dominio dell’URSS (“Quante persone hanno ucciso i fascisti nelle prigioni e nei Lager?” – “Molte. Sei o sette milioni” – “E quante ne hanno ammazzate i comunisti?” – “Si calcola che siano circa venti milioni. I comunisti non hanno ancora contato le loro vittime, e nemmeno ci pensano” [pagg. 321-22]). Apprendiamo della deportazione in Siberia e conseguente uccisione di 15 mila persone, appartenute al ceto definito “borghese-dirigenziale” della Lettonia, per opera del mostruoso Stalin (colui che voleva trasformare la Russia nel suo immenso giardino privato, cfr. Franco Giorgetta, Hortus librorum liber hortorum. L’idea di giardino dal XV al XX secolo attraverso le fonti a stampa).

 

III.

Come classificare – semmai ve ne fosse il bisogno – un libro che, per struttura e giochi fittizi sulla “Storia” e traslazione di personaggi in determinate epoche con aggiunte d’invenzioni, potrebbe essere citato in quel capolavoro della critica analitica che è Palinsesti di Gérard Genette? Forse nella parodia – ammesso e non concesso che valga qui la sentenza di Michel Butor “Ogni citazione è già parodia”; oppure nel gioco delle finzioni borgesiane dai contorni definiti (ma egualmente sfuggenti)? L’uso della “Storia” che “non esistendo” (Ionesco) potrà svolgere la funzione d’hintergrund: per ritagliarvi silouhettes, percorsi, tracciati? L’opera potrebbe paragonarsi a una mappa variegata, che s’estenda frastagliata, incidenti su incidenti, all’infinito e in tutte le direzioni. Ma è comunque una definizione riduttiva: se di barocchismo postmoderno potremmo parlare per il virtuosismo della concezione, certo è il maniero (la parola non significa “castello”, come si crede, ma viene dal francese antico del XII secolo, maneir, ‘dimora padronale in una tenuta agricola’, a sua volta derivazione dal semplice verbo latino manere: “rimanere”, “dimorare”) ad aiutarci a capire che il XVIII secolo concepì sobrietà architettonica che nascondeva (barocche) complessità: perché il vero protagonista è lui, con la sua tenuta che non produsse mai reddito, con la sua classificazione catastale – quasi dispregiativa – di “proprietà agricola” (accadeva davvero: anche in Italia, potrei dilungarmi su questo tema, il sottoscritto avendo ritrovato nel maniero molte cose famigliari), che però lo salvò dalla confisca comunista. Fino alla rovina. Al crollo del tetto ligneo. Al ricordo dell’edificio in una fotografia postuma, per studiosi d’architettura lettone: i tetti lignei venivano realizzati nel XVIII secolo in modo stupefacente, ma dal di fuori non si poteva capire. I fronzoli erano assenti. Poi sarebbe giunto il Liberty (disprezzato da Gio Ponti), con quelle sue volute e sinuosità: romanticismo prêt-à-porter (“[…] Non ci fu barbiere, che non facesse dipingere la sua bottega in stile floreale o liberty; non droghiere arricchito che che non eleggesse mobili di tale disegno, o ordinasse la villa o la dimora informata a tale stile”, Alfredo Panzini, Dizionario Moderno). “Il tetto segnò il destino del maniero. Erano altri i tempi che avevano permesso costruzioni così complesse per sostenere un tetto” (pagg. 330-31). Da noi venne il cemento armato – per fortuna – a salvare la storia architettonica. Per sorreggere tetti. “Sto già per chiudere la conversazione quando l’altro accenna al maniero. Sì, sta lavorando a un catalogo sull’architettura baltico-tedesca a Riga. Siccome non è più possibile fotografare gli edifici della tenuta, mi chiede se conservo qualche immagine” (pagg. 331-32).

 

IV.

Il celebre Cagliostro raccontava un giorno di essere stato grande amico di Ponzio Pilato, e descriveva minuziosamente la sua casa e le sue abitudini. Il cardinale di Rohan si accostò al servo di Cagliostro e gli disse: “Io non credo quel che il vostro padrone mi racconta. Possibile che egli abbia conosciuto Ponzio Pilato? Dovrebbe avere circa duemila anni di età. C’eravate forse anche voi?” – “Oh, no, signore” – Rispose il servo – “Il mio padrone è assai più vecchio di me! Io sono al suo servizio soltanto da quattrocento anni!”
Collin de Plancy, Dictionnaire infernal, in Enciclopedia degli aneddoti

Sfumando verso la fine (“Siamo al maniero. […] la luce è così intensa da far vibrare i contorni, come se fossero tracciati da una mano tremante”, pag. 345), si prenderà il volo – non certo come l’Aviatore, altro personaggio “storico” del romanzo (per caso “letterario”, inquilino del maniero): il terribile Herberts Cukurs, responsabile d’atrocità sugli ebrei e assassinato a Montevideo – ma semmai come in quei dipinti di Chagall, ripensando al mago Cagliostro: in un librarsi che è anche la soluzione di Amedeo o come sbarazzarsene di Ionesco; giacché – seppure “Già il saggio Salomone sapeva che al mondo non c’è niente di nuovo” (pag. 344), noi – nel profondo del nostro cuore – non vogliamo vedere rovine. •

Dario Agazzi

 

Zigmunds Skujiņš
COME TESSERE DI UN DOMINO
Titolo originale: Miesas krāsas domino
Editore: Iperborea
Prima edizione: settembre 2017
Pagine: 384
nazione: Lettonia
Traduzione di: Margherita Carbonaro
Collana: Narrativa
Numero di collana: 283
Isbn: 9788870914832
Prezzo di copertina: € 18,50
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