Un pianto benedetto. Qualche spunto di riflessione da “Call Me by Your Name”

O velo
tu – della mia giovinezza,
mia veste chiara,
verità svanita –
o nodo
lucente – di tutta una vita
che fu sognata – forse –

oh, per averti sognata,
mia vita cara,
benedico i giorni che restano –
il ramo morto di tutti i giorni che restano,
che servono
per piangere te.

Antonia Pozzi, 25 settembre 1933

 

“Da qualche parte nel nord Italia”, una famiglia di una certa colta borghesia trascorre l’estate in un’avita dimora, ereditata di recente. Ce ne informano durante un pranzo all’aperto i loro amici, ostili al pentapartito di Bettino Craxi, che invece né la proprietaria di casa né la servitù annessa sembra così incline a rifiutare. Non è dato conoscerne le motivazioni profonde ma sembra d’intuire che ci troviamo sul crinale di una svolta, vicini all’affermarsi di quella strisciante rassegnazione al nuovo che avanza che a breve lascerà tutti storditi e il cui frutto solo lo spettatore può cogliere, dal momento che i protagonisti ignorano il ruolo che di lì a qualche decennio assumerà nelle patrie vicende politiche quel comico che spunta dallo schermo ad intrattenerli in una serata televisiva dell’estate del 1983.
Gli anni settanta sono finiti, una nuova stagione è alle porte di questa Vill’Amarena, con i suoi crepuscoli carichi di pigre malinconie e di bagni fluviali. Di quel decennio dai toni cupi di lotta si scorge ancora qualche sparuto riverbero, come nel poster appeso nella camera di Elio, il figlio, dove campeggia l’autoritratto di Robert Mapplethorpe nella posa di Patty Hearst, con mitra e stella a cinque punte, niente più che un riflesso, già più fetish punk che Esercito di liberazione Simbionese.

 

Robert Mapplethorpe, Self Portrait (1983) • Patty Hearst (1974)

 

Stessa cosa potrebbe dirsi di quelle falci e martello che con patetica ostinazione tappezzano una sonnacchiosa città di provincia in campagna elettorale e pure del monumento ai caduti nella prima guerra mondiale su cui la m.d.p. getta solo un ultimo sguardo prima di tornare all’urgenza di un pedinamento in campo lungo, quello sì, pieno di promesse: qualcosa di vivo sta per nascere, qualcosa che pur avendo il respiro dell’elegia non è ormai più attratto dal corrotto sapore di un peana di guerra. Ed eccoci, finalmente, non ci rimane che scavalcare con prudenza ancora qualche fragile reperto di arte greca, diapositive di scultura classica, una sonatine bureaucratique, qualche variazione improvvisata su di una cantata di Bach e tanti, tanti libri per giungere al cuore di questo film, un centro finalmente sincero che ci siamo meritati.

Da cercarsi saranno ora le danze, il Campo Marzio e le piazze, i lievi sussurri sul far della notte all’ora convenuta.

Certo Orazio non suggerirebbe a Taliarco danze al ritmo di Psychedelic Furs, ma ogni epoca ha i suoi idilli e il poeta dovrà farsene una ragione, anche perché tutta la bellezza che Guadagnino ci scarica addosso molto vorrebbe avere a che fare col ‘classico’ (anche cinematografico) e la sua arte allusiva questa volta sembra al servizio di un discorso sul desiderio alla prova del tempo che fugge, di antica memoria. Ars combinatoria quella del regista tra arcadia e plastica del dettaglio, nell’amenità dei luoghi e dei corpi, degli arti, dove anche un’ecchimosi ci parla di eros, se posta al punto giusto come una freccia su di un San Sebastiano.

 

Roberto Rossellini, Viaggio in Italia (1954)

 

Il controcanto a tutta questa idealizzazione, alla continua tentazione aristocratica della trasfigurazione, è quel nucleo narrativo e visivo finalmente vibrante di autentica profondità, ma che non rinuncia alla bellezza, in cui tutti sono in grado di specchiarsi: la trasformazione che l’esperienza erotica fa del corpo di Elio e del suo nome, ovvero della sua identità, attraverso il piacere e il nome dell’altro, comprese le inevitabili ferite della perdita.

«Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell’impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va.»

Lo scorrere del fiume non significa che tutto cambia e quindi non possiamo riviverlo, ma che alcune cose restano uguali solo attraverso il cambiamento.

È la chiosa all’aforisma eracliteo che Elio trova tra le pagine di un libro, non lontana dalla lettura di Gadamer:

Egli parla del fiume, di come tutto in esso scorra. E questo è stato interpretato, molto probabilmente, in maniera piuttosto unilaterale dai pensatori successivi. Secondo loro Eraclito avrebbe insegnato la dottrina dello scorrere di tutte le cose. Se consideriamo però i Frammenti vediamo che egli ha insegnato la paradossalità secondo cui l’acqua sempre diversa, che scende scorrendo lungo il letto del fiume, è sempre una e una stessa corrente.

E poi, ci ricorda Hillman, l’acqua non s’intende solo nel suo flusso-tempo, essa è anche l’elemento specifico del flusso-rêverie, del fantasticare: l’elemento delle immagini riflessive e del loro incessante inafferrabile fluire. L’inumidirsi dei sogni si riferisce al piacere che l’anima ha per la sua morte, al piacere di lasciarsi sprofondare via dalle fissazioni e dagli interessi letterarizzati.

Perciò tralasciando i fiumi, metafora fin troppo insistita e letterarizzata ( il film abbonda di pozze, correnti cristalline e fontes Bandusiae) torna alla mente anche un altro frammento di Eraclito, quello che, Heidegger avrebbe messo sulla porta del suo rifugio nella Foresta Nera:

“Il fulmine governa ogni cosa.”

Ciò che è più improvviso, volubile e fugace di un attimo, deve determinare il corso tranquillo di tutte le cose. Prendere coscienza della fugacità non significa abbandonarsi al rimpianto o semplicemente al pianto, ma corrisponde ad uno svelamento, all’abbagliante apparire di una verità, il cui effetto non può che essere la sua permanenza nella forma dolorosa di una morte in anima che prelude a una trasformazione/crescita; una benedizione dunque, meglio: un pianto benedetto, per dirlo con le parole di Antonia Pozzi, quello di Elio che chiude il film sui titoli di coda. •

Maurizio Giuseppucci

 

 

CALL ME BY YOUR NAME (Chiamami col tuo nome)
Regia: Luca Guadagnino • Soggetto: dal romanzo Chiamami col tuo nome di André Aciman • Sceneggiatura: James Ivory • Fotografia: Sayombhu Mukdeeprom • Montaggio: Walter Fasano • Casting: Stella Savino • Scenografie: Samuel Deshors • Art Direction: Roberta Federico • Set Decoration: Sandro Piccarozzi, Violante Visconti di Modrone • Costumi: Giulia Piersanti • Seconda unità: Ferdinando Cito Filomarino • Canzoni originali: Sufjan Stevens • Produttori: Emilie Georges, Luca Guadagnino, James Ivory, Marco Morabito, Howard Rosenman, Peter Spears, Rodrigo Teixeira • Produttori esecutivi: Naima Abed, Margarethe Baillou, Tom Dolby, Sophie Mas, Francesco Melzi d’Eril, Lourenço Sant’Anna, Derek Simonds • Coproduttori: Susanne Filkins, Abdi Nazemian, Allan Neuwirth, Kim Surowicz • Interpreti principali: Timothée Chalamet (Elio), Armie Hammer (Oliver), Michael Stuhlbarg (prof. Perlman), Amira Casar (Annella), Esther Garrel (Marzia) • Produzione: Frenesy Film Company, La Cinéfacture, RT Features, Water’s End Productions, M. Y. R. A. Entertainment • Suono: Dolby Digital • Rapporto: 1.85:1 • Negativo: 35 mm (Kodak Vision3 500T 5219) • Processo fotografico: Digital Intermediate, Super 35 • Formato di proiezione: DCP • Paese: Italia, Francia, Brasile, Stati Uniti • Anno: 2017 • Durata: 132′



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