Witches… All of Them Witches! “I Am Not a Witch” di Rungano Nyoni

Approda oggi a Milano, al Festival del Cinema Africano, Asia, America Latina (18-25.3.2018), dopo diversi, applauditi passaggi a festival importanti (Cannes, Rotterdam, BFI, Busan), il lungometraggio d’esordio di Rungano Nyoni. Regista trentacinquenne nata a Lusaka (Zambia), cresciuta nel Galles, attualmente residente in Portogallo. Un nome da tener d’occhio, col biglietto da visita di tre corti precedenti. Due co-diretti: The List (2010), in team con Patrícia Carreira e Gabriel Gettman; Listen (2014), in tandem con Hamy Ramezan, visto e premiato a MoliseCinema 2015. Nell’altro, tutto suo, e specificamente zambiese, il più colorato e meno cupo Mwansa the Great (2011), spicca un’ariosa spontaneità di tratteggio. Il dramma, mai ridimensionato (la morte prematura di un genitore), viene condito con humour spruzzato di fanta e la macchina da presa è a empatica altezza dei protagonisti infanti sognatori. Un piccolo gioiello di luminose gradazioni rifrangenti.

I Am Not a Witch parte da quella formula. Centralità bambina, tema doloroso, esteso stavolta al sociale asociale. Ogni tinta fosca è però di nuovo virtuosisticamente trattenuta: niente sentimentalismi, nessun melodramma. Chi va in cerca di esotiche indignazioni, si astenga. Ci sono sporgenze di stile, inconsuete protuberanze d’immagine. Tante antinomie in equilibrio, a stimolare il contraddittorio critico. Il campo lungo, l’immagine vista da lontano, tipica d’Africa, è combinato con piani ravvicinatissimi, tentativi di penetrare l’anima attraverso il volto. La macchina da presa è discreta ma visibile. Il racconto, piano, apparentemente a favore del pubblico passivo, risulta invece denso di scivoli e sterzate, costeggia il cinema d’autore con ellissi. Spostando gli impulsi fuoricampo, si limita a suggerire, più che a esplicitare, le spinose questioni.

E accoglie, reinventandolo, qualche briosa eco di cinema codificato. Vagamente Ferreri (La donna scimmia, 1964) ondivagamente Buñuel (come nei film dell’aragonese, i messicani in primis, si entra in casa, qui in commissariato, non dalla porta, ma dalla finestra). Il personaggio di Mister Banda, ritratto perfetto del politicante scemo, precipita il film nell’ambito commedia popolare, tanto all’italiana quanto all’africana. Ci si diverte e ci si punge, con senso critico e senso del timing. Henry B.J. Phiri, l’interprete, nuota benissimo in entrambi. Ma è bandita ogni possibile canzonatura.

Intonata a tanta, omogenea varietà stilistica, la musica persegue e prosegue cotanto straniare. È classica quella extradiegetica: la prima Sinfonia di Schubert; le due stagioni estreme di Vivaldi (Estate e Inverno). Nella diegesi, da radio, cellulare e cuffie, escono fuori, rispettivamente, il rockabilly di Charlie Feathers (a punteggiare un momento di stasi e silenzio!), Nella vecchia fattoria (che inframmezza e sbeffeggia un discorso “serio”), American Boy di Estelle (hit faceto d’introduzione alla morte).

Nel film, gli adulti fanno una figura pessima, la bimba protagonista (Maggie Mulubwa, diretta prodigiosamente) è una vittima che i primi ritengono una strega. Al contrario, nel vecchio classico burkinabé, Yaaba (1989) del compianto Idrissa Ouedraogo, era la nonna del titolo (in lingua moré) a esser considerata tale. E per fortuna c’erano i piccoli Bila e Nopoko a rimettere tutto in discussione. Adesso, il mondo non è salvato più neanche dai ragazzini. Che la piccola Shula (cioè “senza radici”: nessuno sa come si trovi nel villaggio e quali siano le sue origini) sia una strega lo nega soltanto il titolo del film. La diretta interessata (accusata) non lo mette in dubbio, essendo in cerca d’identità e quindi pronta ad afferrare la prima che i grandi, proditoriamente, le affibbiano.

Tantomeno dubita chi la circonda. Nemmeno i turisti inglesi, che scattano foto e sputano carinerie come osservassero un animale allo zoo. La piccola è relegata in un lager di streghe, unica bimba in un luogo di donne mature o anziane (chissà da quanto, in quel campo!). Tutte legate a un lungo nastro bianco che impedisca loro di fuggire o, meglio, volare, come riferito da guida turistica. Le legature svolazzanti sono pura invenzione poetica e nel finale assumono un ruolo simbolico e di liberazione. Convalidano il touch dolce dell’autrice, in costante opposizione all’orrore. Davanti agli osservatori, le donne emarginate fanno strepiti e boccacce, rassegnate anch’esse ad essere quello che gli altri dicono (impongono). Senza mai mancar di rispetto, il film non tace del loro abbruttimento, del vivere alienato che fanno. Obbligate a lavorare la terra, sottomesse al ruolo.

 

 

Insomma, le streghe esistono, adulte o bambine che siano. Perentori e insolubili, ovunque, si sono riaffacciati fondamentalismi, superstizioni, fanatismi, cacce alle streghe, sacrifici di capri espiatori. Significativo, nel plot, il convincimento di trasformarsi in capra, se mai si dovesse rinunciare volontariamente allo status imposto di strega. Non c’è via di scampo, una volta incasellati in un’apodittica condizione di vittima sacrificale. Mica solo in Africa. Nel mondo opulento (neanche più tanto, ormai), avremmo esempi a iosa di esclusi e reietti per ragioni di equilibrio malato di comunità (reale, mediatica e social). In ogni caso, la giovane autrice sa bene quanto sia oggi difficile porsi in una reale situazione di protesta, esercitare un punto di vista avverso, che non rischi di riaffermare gli stessi dogmatismi e intolleranze di chi si pretende combattere.

Ecco allora che si spinge a dare forma a questo punto di vista. A filmarlo in linea con una tradizione africana di immagini indescrivibili, che immobilizzi l’impalpabile e ineffabile, catturi il mero sentire, riproduca quel che c’è ma non si vede. Uno sguardo presente e (in)visibile, mai soverchio, eccedente o indiscreto. Piuttosto: riservato, contenuto, controllato. Quanto può esserlo un riguardoso movimento di macchina. È quello dell’incipit, dei titoli, soggettiva da bus appartenente a un virtuale passeggero che non scende (non è complice) e sposta lo sguardo dall’interno, in piano sequenza, a distanza, verso il campo delle streghe, meta turistica obbligata. Lo stesso punto di vista che volge altrove gli occhi (la macchina da presa), quando subentrano il sacrificio di una gallina, il linciaggio di un ladro e l’applicazione del nastro alla piccola fuggitiva.

Quegli occhi senza corpo si avvicinano lentamente, quasi imploranti, alle spalle indifese di Shula, mentre un’anziana strega le segna il viso per introdurla nel clan, per farne una di noi. E sembrano carezzarle il volto, occhi/mani intangibili, quando la bambina viene forzata, in virtù dei suoi supposti poteri magici, a individuare un possibile colpevole in mezzo ad altri indiziati. La camera/sguardo, che arriva indefinita alla faccia di lei, dopo averla inquadrata in contre-plongée, nel momento in cui la poverina cerca di far fronte alla siccità, con un rito propiziatorio che approderà a quella che James Frazer chiama legge di similarità. Fare pipì per poterla far fare anche al cielo. Così, sempre per via omeopatica, la siccità si trasferirà tragicamente nel corpicino di Shula, mentre dall’alto, le nubi, infine si scioglieranno.

Nel confermare, qui e altrove, il paradosso del rito, della magia (del caso non casuale), I Am Not a Witch non intende certo giustificare, illudere, insinuare. Piuttosto, ricrea con dovizia le condizioni antropologiche dell’illogicità soprannaturale, non soltanto africana. Un misto, dai confini incerti, di sogno e realtà (vedi l’uomo che dichiara di essere stato mutilato), di affermazione di una propria identità negata, di risposta mitologica all’assurdo del vivere, alle sue ingiustizie. Il suo tono misurato, distaccato, eppure implicatissimo, contro, è un segno di stile, di forma meditata. Oltre che delicata. Non è un frigido film a tesi razionale.

Tale morbido porsi in disaccordo combacia poi, soggettiva o no, con lo stesso impaurito guardare della piccola Shula, catapultata, in età di apprendimento, all’interno di situazioni poco chiare e devastanti. Quell’I del titolo equivale all’eye del succitato sguardo, un contro-sguardo che nega. E, per quanto silente, senza strepito alcuno, sposta l’accusa altrove, sui cosiddetti normali. Witches… All of them witches! Come si diceva in Rosemary’s Baby (1968), vecchia vicenda politica altrettanto paranormale. Il ’68 magico, di cui si celebra il cinquantennale, risucchiato nel davvero stregonesco status quo tuttora imperante.

La prima strega è certo quella donna che accusa la piccola di averla fatta cadere con lo sguardo mentre portava l’acqua. Poi, la poliziotta chiamata a giudicare il caso, che non osa prendere posizione (segno dei tempi), delegando tutto a Mister Banda, pingue ufficiale del governo, stupidissimo, comico, strega al maschile, sia pure buffo. Succubo, a sua volta, delle disposizioni di clan etnici, regni tribali, di una donna capo, altra strega, verso cui si genuflette, lui così machista (si fa lavare dalla moglie, tirando la schiuma contro la parete del bagno, tanto c’è lei a pulire). Smantellate, per gradi, l’impermeabilità africana alle leggi scritte, post-coloniali (l’obbligo scolastico, per esempio) e la dipendenza da quelle ancestrali di tribù, retaggi di un potere mistificatorio indigeno altrettanto pernicioso.

L’uomo userà la piccola come streghetta personale. Se la porta a casa, dalla moglie strega (di che tipo? good witch o bad witch?) e Shula conoscerà l’ingiusta giustizia degli uomini, i surreali vaticini degli stregoni (witch doctors), i numerosi livelli di sottomissione, le dipendenze, la folla bulla, il lavoro sfruttato, la tv spazzatura, l’infantilismo (negativo) dei grandi. Streghe, tutte streghe! Altro che lei. •

Leonardo Persia

 

 

I AM NOT A WITCH
Regia: Rungano Nyoni • Sceneggiatura: Rungano Nyoni • Fotografia: David Gallego • Montaggio: George Cragg • Scenografia: Malin Lindholm • Costumi: Holly Rebecca • Produttori: Juliette Grandmont, Emily Morgan, Titus Kreyenberg • Interpreti principali: Gloria Huwiler, Maggie Mulubwa, Nellie Munamonga, Dyna Mufuni, Nancy Murilo, Ritah Mubanga, Henry B.J. Phiri, Chileshe Kalimamukwento, Travers Merrill • Produzione: Soda Pictures, Clandestine Films, unafilm, Film4 • Con il supporto di: British Film Institute, Ffilm Cymru Wales, CNC, Berlinale’s World Cinema Fund, HBF+Europe, Cannes Cinefondation Residency, Moulin D’Ande Residency, IFP No Borders Prize, ARTE Prize • Paese: UK, Francia, Germania • Anno: 2017 • Durata: 90′

iamnotawitch.com

 



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