L’ultima volta che vidi Parigi. “The Happy Prince” di Rupert Everett

È intimo il legame che stringe Rupert Everett a Oscar Wilde, una familiarità consolidata fra palcoscenico e set cinematografici, un viluppo di ammirazione, gratitudine, debito e insospettita identificazione. Non sorprende, pertanto, che uno che è stato, sullo schermo, l’Arthur Goring di Un marito ideale e l’Algernon dell’Importanza di chiamarsi Ernesto e che, a teatro, ha già vestito gli abiti di un maturo e sciancato Wilde in The Judas Kiss di David Hare, abbia scelto, al debutto come sceneggiatore e regista, di trattare dello scrittore dublinese. E, naturalmente, d’impersonarlo.

The Happy Prince comincia, all’incirca, laddove Il garofano verde di Ken Hughes e Wilde di Brian Gilbert s’interrompevano e approfondisce ciò che Ancora una domanda, Oscar Wilde! di Gregory Ratoff accennava soltanto. Ossia, la stagione terminale dell’inventore di Dorian Gray. Nel 1897, costui abbandonava, infatti, l’Inghilterra che gli aveva inflitto due anni di detenzione e lavori forzati per sodomia, per vagolare in Francia, Italia, Svizzera e, nel 1900, perire nella Ville Lumière dell’otite insorta in carcere (o di sifilide?). Povero in canna, provato nel corpo e nell’anima, egli è solo un relitto del conferenziere brillante, del commediografo applaudito, del dandy vezzoso che era diventato un beniamino del high society londinese. Un patetico make-up, la vanteria della gloria dissolta quando c’è da adescare un giovanotto, qualche aforisma affettato non risollevano un uomo ormai finito. In una Parigi da Bohème pucciniana, tra albergacci e tuguri mucidi, la morte attende la sua preda. Come la statua del Principe Felice della favola, l’esteta che fu ha perduto fulgore e attrattiva. E se la prima si è privata del rubino, degli zaffiri, delle foglie d’oro che la costituivano per aiutare gli indigenti della città, il secondo, questa almeno è l’opinione audace, ma abbastanza sensata, di Everett, ha sacrificato, suo malgrado, se stesso alla causa dell’evoluzione del costume, della morale, della civiltà. Sette decenni si sarebbero succeduti per giungere alla depenalizzazione dell’omosessualità, ma un passo simile lo si è compiuto elaborando la memoria e l’eredità di casi ignominiosi come quello in questione.

E mentre la fine, grama e sordida, sopravviene, addolcita appena dall’affetto di pochi, cari amici, dall’assenzio e da stupefacenti vari, da qualche coito mercenario, i ricordi invadono la mente, offrendo al regista l’opportunità di dimostrare, nell’impiego civettuolo dei molti flashback, una destrezza da filmmaker consumato nell’amministrare piani e scarti cronologici (peccato per gli esuberi della voice over…). Ricordi delle ovazioni del pubblico e degli splendori antecedenti la condanna, ma soprattutto degli ultimi tre anni: il tentativo infruttuoso di riallacciare i rapporti con la moglie Constance e riavvicinarsi ai figli, la fedeltà commovente di Robbie Ross, ardito intellettuale e curatore editoriale, l’ossessione per Bosie, alias Alfred Douglas ovvero la causa indiretta della rovina e di tanto patire, la discesa a Napoli e gli strapazzi locali…

 

 

Everett non imbocca la corsia dei biopic barocchi e dionisiaci di Ken Russell; né sposa, autorizzato dalle peculiarità amorose del suo (anti)eroe, le provocazioni e l’iconoclastia, ad alto tasso omoerotico, di Derek Jarman. Allestisce, al contrario, uno spettacolo in fondo classico e convenzionale, didattico nell’accezione migliore del vocabolo e parco, addirittura censorio, nell’esibizione del sesso, mutuando dal cinema accademico d’oltremanica il meglio, vale a dire l’acribica ricostruzione d’ambiente, le scenografie accurate, i costumi d’ottima fattura (Maurizio Millenotti!), la limpidezza narrativa, il cast impeccabile; segreti e sottigliezze che, almeno in parte, potrebbero essere stati carpiti anche a Giuliano Montaldo, il più levigante dei cineasti d’impegno civile nostrani, all’epoca degli Occhiali d’oro. Del mainstream britannico, però, Everett evita meritoriamente la retorica edificante, i ri(s)catti sentimentali, l’ironia compiacente, la calligrafia che ostacola il raggiungimento di un’autentica drammaticità. The Happy Prince è un film cupo e disperante, torvo non solo nelle atmosfere, molto ben evocate, e turbativo non solo nell’uso della macchina a mano, a suggerire lo smarrimento del personaggio. Ciò che colpisce è lo sguardo impietoso rivolto all’umanità ferita, ma dannatamente contraddittoria, di Wilde. Il copione, si è detto, ne riconosce il sacrificio, ma non ambisce certo a essere un martirologio. La debolezza, lo snobismo, la megalomania, l’esibizionismo, il fatale fraintendimento dei concetti di bellezza e amore, la spiritualità ondivaga sono tratti che Everett non condona, così come viene ventilato il dubbio che, forse, la cultura occidentale vanti letterati migliori. E tra genio e sregolatezza non vi è alcun vincolo d’interdipendenza obbligata, come un antico stereotipo vorrebbe: vizi ed eccessi dipendono solo dalla fallibilità dell’uomo. Per citare Chang Chao, saggio cinese del diciassettesimo secolo, “un buon poeta può sempre bere, ma essere un gran bevitore non aiuta nessuno a diventare poeta”. Appunto.

E l’Everett attore? Superbo. Allenato idealmente dai diversi intepreti di pregio che, all’autore di Salomé, hanno prestato, in campo audiovisivo, volto e temperamento, da Peter Finch, a Klaus Maria Brandauer, a Stephen Fry, rende una performance degna di Montgomery Clift, sia per la generosità con cui si dona al personaggio, sia per la perfetta mimica facciale che, tra occhi sbarrati, piccoli spasmi e smorfie sofferenti, scolpisce una maschera dell’afflizione difficile da eludere. Ed è un piacere vederlo duettare con Colin Firth, qui alle prese con l’austero e premuroso confidente Reggie Turner; duettare a trentaquattro anni da Another Country, lasso di tempo in cui, oltre alle rughe, hanno entrambi sviluppato una padronanza esemplare degli strumenti espressivi. Davvero due prìncipi delle scene. Chissà se felici. •

Dario Gigante

 

 

THE HAPPY PRINCE (The Happy Prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde)

Regia, soggetto, sceneggiatura: Rupert Everett • Fotografia: John Conroy • Montaggio: Nicolas Gaster • Casting: Celestia Fox • Scenografie: Brian Morris • Art Direction: Bernard Coyette, Renate Schmaderer • Set Decoration: Nane Cornelius, Frédéric Delrue, Emilie Dotheij, Stefanie Gros, Vanessa Kemper, Miriam Müller, Bettina Saul, Julia Sherborne, Julien Vanderstichelen • Costumi: Giovanni Casalnuovo, Maurizio Millenotti • Musica: Gabriel Yared • Produttori: Carlo Degli Esposti, Sébastien Delloye, Philipp Kreuzer, Jörg Schulze, Nicola Serra • Produttori esecutivi: Azim Bolkiah, Ged Doherty, Connie Filipello, Colin Firth, Zygi Kamasa, Christine Langan, Nick Manzi, Joe Oppenheimer, Andreas Zielke, Markus Zimmer • Interpreti principali: Rupert Everett (Oscar Wilde), Colin Firth (Reggie Turner), Emily Watson (Constance Wilde), Colin Morgan (Alfred Douglas), Edwin Thomas (Robbie Ross) • Produzione: Maze Pictures, Entre Chien et loup, Palomar, Cine Plus Filmproduktion, Robert Fox Limited, BBC Films, Centre du Cinéma et de l’Audiovisuel de la Fédération Wallonie-Bruxelles, Daryl Prince Productions, Heimatfilm, Raindog Films • Camera: Arri Alexa Mini, Arri Alexa SXT, Zeiss Master Anamorphic • Negativo: 35 mm • Processo fotografico: ARRIRAW, ProRes 444LogC • Formato di proiezione: 35 mm • Paese: Germania/ Belgio/ Gran Bretagna/ Italia • Anno: 2018 • Durata: 105′



L'articolo che hai appena letto gratuitamente a noi è costato tempo e denaro. SOSTIENI RAPPORTO CONFIDENZIALE e diventa parte del progetto!



Iscriviti alla Newsletter

* campo obbligatorio