Di pari passo con l’amore e la morte. “A Quiet Passion” di Terence Davies

Il componimento di Emily Dickinson che, forse, meglio identifica l’esistenzialismo di Terence Davies, rivelando un sentire comune tra la poetessa e il regista, non viene citato in A Quiet Passion. Si intitola Il passato:

È una curiosa creatura il passato
e a guardarlo in viso
si può approdare all’estasi
o alla disperazione.

Se qualcuno l’incontra disarmato,
presto, gli grido, fuggi!
Quelle sue munizioni arrugginite
possono ancora uccidere!

Il passato che spazi sterminati ha preteso e guadagnato nel cinema di Davies, imponendo l’ascolto, talvolta nostalgico, spesso crudele, di voci lontane ma sempre presenti, fuoriuscite dalla gola di esperienze indelebili, è lo stesso altrove cronologico verso cui migra, nel 1886, la mente di un’Emily ultracinquantenne, nefropatica, con un piede nella fossa e assediata da ricordi più spiacevoli che fausti. E, proprio grazie al genio di Amherst e a un biopic che arpeggia con i precordi, irrora l’intelletto e delizia gli occhi, l’autobiografismo del filmmaker britannico compie un passo ulteriore: Davies ci parla, stavolta, di sé attraverso una donna che nell’arte non solo ha riversato crucci così simili ai suoi, ma, come lui, ha cercato anche un riscatto dall’angoscia e dall’infelicità.
Almeno da La casa della gioia (The House of Mirth, 2000), con l’avvento, quindi, del ventunesimo secolo, l’autore pare essersi decisamente orientato all’esplorazione dell’interiorità femminile e alla ritrattistica di personaggi muliebri refrattari alle convenienze sociali e alla “normalità”: nel Profondo mare azzurro (The Deep Blue Sea, 2011), l’adultera che rivendica la sincerità dell’amore in un’Inghilterra ipocrita e codina; in Sunset Song (2015), l’agricoltrice scozzese che, sciolte le cinghie della soggezione a un padre infernale, dovrà suturare le ferite inferte dalla Grande Guerra alla conquistata serenità. L’anticonformismo di Emily si appalesa fin dalla sequenza d’apertura, ambientata nel collegio che la ebbe per allieva, e dal tono risoluto con cui la fanciulla replica a un’istitutrice parruccona. Anima inquieta, insofferente alle regole; sì, ma anche molto di più: spirito fiammeggiante e conflagrazione noetica di terribili (in)certezze. Creatura assetata di vita (“Ebbra d’aria – / ubriaca di rugiada –”), tentata dai sentimenti, dalla sensualità e dalla bellezza eppure lacerata dalla preoccupazione cronica per il deperimento di ogni bene terreno, suscettibile alla natura e alle sue meraviglie ma destinata a esiliare se stessa al piano superiore della magione avita, ambiziosa e, in fondo, bisognosa di un successo che, però, giungerà soltanto postumo. E l’ossessione della morte, a dirigere il traffico di tante contraddizioni. La morte che depreda di affetti e legami. Come quelli, viscerali, di Emily con la madre e il padre; o con i fratelli Austin e Vinnie. Per di più, anche l’aldilà non presenta una topografia chiara e distinta alla dubbiosa Dickinson. Perfino Dio, a cui costei non manca di offrirsi, lascia spesso aperta la porta all’ipotesi della sua inesistenza; e il rigore protestante impedisce di scommetterci pascalianamente sopra.
Anche un cristiano devoto come Davies ha sperimentato su di sé, e raccontato, la difficoltà di trovare conforto nella trascendenza divina. Per giunta, il Massachusetts dell’Ottocento non è più accogliente e comprensivo della Liverpool della sua infanzia con persone fuori dal comune. C’è l’arte, certo. Ma essa non è onnipotente. Con la solita naturalezza nel restituire la gestualità minuta del quotidiano e senza rinunciare ai tòpoi che equivalgono ormai alla sua firma (l’autoritarismo paterno, i lutti familiari, le esequie del caro estinto), Davies traccia l’etogramma di un’umanità formale e disturbata dalla diversità, ma anche capace di affetto e indulgenza. Indulgenza contro la quale è, in certi casi, proprio Emily a scagliarsi, in nome di un’integrità irriducibile ai compromessi, che solo una coscienza asociale può permettersi. E se tanto più difficile è essere se stessi se si nasce femmina, il regista si fa latore di un’istanza femministica che dalla psicologia sconfina in politica, ma sempre con la mediazione della letteratura: si potevano ignorare le sorelle Brontë?

 

 

Nel ripercorrere la vicenda umana della protagonista, la pellicola, proiettata ai festival di Berlino e New York, procede più per libere associazioni che sulla base di una drammaturgia consequenziale, ciò che implica un disinvolto ricorso al flashback. Prassi usuale, nelle sceneggiature del nostro. Che, in questo caso, si carica di valori dickensoniani: la sintassi narrativa si scompone come il fraseggio tradizionale si frantuma nei testi dalla poetessa, che alla perentorietà dei segni d’interpunzione consueti preferì anodini trattini a intervallare enunciati sospesi. E se la sfida all’unidirezionalità del tempo è una costante in Davies, in A Quiet Passion ciò si traduce anche nel rifiuto, visivamente suggestivo, di non sottoporre gli attori a invecchiamenti artificiosi e forzati. Il trucco evita soluzioni invasive, per lasciar trasparire una senescenza più interiore che corporea.
Gli attori, a dire il vero, meriterebbero un trattato a parte, data la bravura. Tant’è sconvolgente l’intensità di Cynthia Nixon quant’è soave Jennifer Ehle. Certo, la strenna per i cinefili è Keith Carradine: dropout o libertino in gioventù per Robert Altman, Louis Malle, Andrej Končalovskij, incarcera i turbamenti patiti in un’austerità degna del Ralph Richardson dell’Ereditiera, ma priva di quella canagliesca e mediocre ribalderia e interrotta da lampi di benevolenza verace. E un encomio a sé meriterebbe anche lo stile, che conferma il gusto di Davies per inquadrature statiche alternate a carrelli indolenti e cogitabondi, per la profondità di campo, per una composizione fortemente simmetrica dell’immagine. E mentre le tenebre si appropriano degli interni, aralde della morte che incede verso Emily, le note magnifiche di The Unanswered Question di Charles Ives si alzano a ricordare gli interrogativi smisurati che, come la struggente tromba solista al resto dell’organico strumentale, la poetessa ha rivolto con i suoi versi, investendo i posteri della responsabilità, tutt’altro che lieve, di trovare a una risposta.

Io sono nessuno! Tu chi sei?
Sei nessuno anche tu?

Dario Gigante

 

 

A QUIET PASSION

Regia: Terence Davies • Soggetto e sceneggiatura: Terence Davies • Fotografia: Florian Hoffmeister • Montaggio: Pia Di Ciaula • Casting: Kris De Meester, Angela Peri, Martin Ware • Scenografie: Merijn Sep • Set Decoration: Ilse Willocx • Costumi: Catherine Marchand • Produttori: Roy Boulter, Sol Papadopoulos • Produttori esecutivi: Andrea Gibson, Dominic Ianno, Genevieve Lemal, Ross Marroso, Ben McConley, Jason Morig, Stuart Pollok, Jason Van Eman, Alain-Gilles Viellevoye • Coproduttori: Peter De Maegd, Tom Hameeuw • Interpreti principali: Emma Bell (Emily Dickinson adolescente), Cynthia Nixon (Emily Dickinson adulta), Keith Carradine (il padre), Joanna Bacon (la madre), Benjamin Wainwright (Austin adolescente), Duncan Duff (Austin adulto), Rose Williams (Vinnie adolescente), Jennifer Ehle (Vinnie adulta), Annette Badland (zia Elizabeth), Jodhi May (Susan), Sara Vertongen (Miss Lyon), Marieke Bresseleers (Jenny Lind), Eric Loren (il reverendo Wadsworth) • Produzione: Hurricane Film, Potemkino, WeatherVane Productions • Rapporto: 2.35:1 • Negativo: 35 mm • Formato di proiezione: DCP • Paese: Gran Bretagna/ Belgio • Anno: 2016 • Durata: 125′



L'articolo che hai appena letto gratuitamente a noi è costato tempo e denaro. SOSTIENI RAPPORTO CONFIDENZIALE e diventa parte del progetto!





Condividi i tuoi pensieri

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.