…continuavano a chiamarlo Atlas UFO Robot. La vera storia giapponese della «nascita» di Goldrake

…continuavano a chiamarlo
Atlas UFO Robot
La vera storia giapponese della «nascita» di Goldrake

a cura di Mario Verger

 

«L’élégance, la superbe de Goldorak sont les symboles du samouraï que le Nippon a toujours tenté d’imposer au monde occidental.»
– Jacques Canestrier, Antenne 2

 

Kore ga UFO da! Soratobu Enban © Toei Animation

 

Kore ga UFO da! Soratobu Enban – Introduzione

Lo scorso anno venni contattato dal celebre sociologo Marco Pellitteri – già Honorary Research Fellow alla London Metropolitan University di Londra –, grande esperto di anime giapponesi, che da diversi anni risiede proprio in Giappone dove svolge attività di Postdoctoral Researcher presso la prestigiosa Kobe University.
Pellitteri, conosciuto una ventina di anni fa ai tempi della prima edizione del suo Mazinga Nostalgia e di alcuni miei film d’animazione d’attualità per la Rai presentati ai Festival diretti da Luca Raffaelli, dopo aver scritto molti testi e saggi sugli anime e non, era rimasto affascinato da un lunghissimo ed esauriente articolo che redassi per Rapporto Confidenziale in merito all’arte e all’opera del grande animatore giapponese Kazuo Nakamura.
Nonostante in questi anni mi sia occupato principalmente di Storia del cinema di animazione italiano, il dott. Pellitteri mi propose se volessi occuparmi di uno fra i capitoli più difficili di una nuova edizione, che stava preparando in gran segreto, del suo Best-Seller Mazinga Nostalgia per il 40° anniversario della prima uscita italiana di Goldrake.

Il capitolo, uno dei più rappresentativi di quegli anni, doveva essere incentrato nel discernere dai vari stili, non tanto dei “registi” coi quali erano ufficialmente assegnate le puntate ma, soprattutto, i “direttori dell’animazioni” che contraddistinguevano i vari episodi; non un lavoro sul genere quanto sullo stile personale e le caratterizzazioni psicologiche ad esso relative.
Ad esso, nel corso di un anno, sono susseguite varie modifiche e revisioni, soprattutto anche con gli altri studiosi-colleghi, onde evitare il ripetersi di notizie e osservazioni scritte in tempi e da persone differenziate, per un volume a dir poco “unico”, uscito da poco in tutte le librerie italiane.
Avendo spesso contatti tramite webcam, segnalai inoltre a Marco Pellitteri l’esistenza di un cortometraggio sugli UFO, uscito di straforo in Italia e passato del tutto inosservato nel 1978, con i vari modellini venduti nei negozi di giocattoli assieme a Goldrake e Gloizer X per tutta la fine degli anni ’70.

Paris Match n. 1547, 19 gennaio 1979)

Si trattava di Kore ga UFO da! Soratobu Enban, un cortometraggio d’animazione della Toei Animation che sin da subito, dal mio occhio d’artista, non poteva che essere il precursore di Ufo Robot Grendizer, tant’è che esso fu prodotto pochi mesi prima del pilota della serie e praticamente passato inosservato da tutti gli studiosi degli anime.
Pellitteri ne rimase interessato e, dopo avergli passato le pochissime notizie in giapponese, mi disse d’averlo inserito nel suo libro di prossima pubblicazione.
Ma, quando egli inviò a me e altri, la prima stesura di Mazinga Nostalgia, mi accorsi che il cortometraggio UFO non era stato citato.
Marco Pellitteri mi spiegò d’averlo inserito in un altro libro, meno divulgativo e più specialistico, che stava scrivendo in collaborazione con Francesco Giacomantonio, intitolato, SHOOTING STAR. Sociologia mediatica e sociologia politica di Atlas Ufo Robot, una lettura filosofica-sociologica e politica applicata al linguaggio degli anime giapponesi, la quale si avvale della prestigiosa prefazione dell’antropologa Saya S. Shiraishi, professore emerito alla prestigiosa Università di Tokyo. Un libro veramente eccezionale che ripercorre la storia del Giappone e del mondo, dall’antichità alla seconda guerra mondiale, dall’America al boom economico, alla situazione politica degli anni ’70 in Italia.
Le annotazioni talvolta sono più uniche che rare, e si nutre, tra l’altro, di due interviste esclusive: una al famoso regista della Toei Animation Tomoharu Katsumata e un’altra al celebre compositore Shunsuke Kikuchi; non ultima un’intervista a Go Nagai, ricordando il primo grande successo del 1971 del celebrae mangaka, Mao Dante, ispirato alle incisioni dell’Inferno di Gustavo Doré della Divina Commedia; un grottesco fumetto dell’horror che preluderà al successivo Devilman.
Pellitteri, alla p. 55, scrive, «Gli eroi nagaiani non attaccano quasi mai per offesa ma solo per difesa e a malincuore, perché non c’è altro modo per sopravvivere. Una sorta di rivendicazione, nella finzione, nei confronti della smilitarizzazione e, prima, dell’attacco nucleare subiti nel 1945. È ben possibile che questo rancore si manifesti nelle esplosioni con cui terminano le battaglie fra il robot e il suo avversario: un fungo simil-atomico avvolge la caduta del nemico di turno e suggella la vittoria giapponese. Moltiplicata per n, questa conflagrazione rituale ha assunto, forse, un valore catartico a uso e consumo degli autori di anime, figli di Hiroshima e Nagasaki».
Personalmente mi ha incuriosito la domanda che Pellitteri pose al sig. Katsumata, il quale, perplesso, non ricordava chi realizzò l’idea delle esplosioni fungiformi.
Mi permetto di soddisfare io stesso il quesito del sociologo: Kazuo Nakamura. Esse sono presenti in più serie e con variazioni di cicli, da Mazinga Z a Jeeg Robot: sono animazioni su cells ad aerografo, spesso riciclate con varianti, presenti in varie serie Toei e talvolta Sunrise, ed esse appartengono al suo creatore titolare della Nakamura Pro, appaltatrice della Dynamic Plannyng.
Nell’articolo che segue, notevole importanza sarà data, oltre ai nomi di Kazuo Komatsubara e Shingo Araki, anche a quello di Kazuo Nakamura, presente alla Toei Animation sin dal 1961 al fianco di Yugo Serikawa ed in seguito alla Mushi con Osamu Tezuka, avendo in seguito realizzato per la Toei Animation gran parte delle sigle animate, serie e mediometraggi ed animazioni tra le più complicate senza esser stato mai accreditato nei titoli per il suo carattere difficile e ribelle.
Questa è l’unica foto che ritrae Kazuo Nakamura (a destra) una sera del 1996 a cena con Roberto Ferrari (a sinistra), il giovane animatore italiano dall’insuperato talento, assunto alla Tatsunoko e diventato un Maestro di calibro internazionale; egli è attualmente capo character designer di Final Fantasy.

Kazuo Nakamura con l’animatore italiano Roberto Ferrari, attualmente character designer della Square-Enix © per gentile concessione di Roberto Ferrari

Kore ga UFO da! Soratobu Enban © Toei Animation

Kore ga UFO da! Soratobu Enban © Toei Animation

Kore ga UFO da! Soratobu Enban © Toei Animation

Kore ga UFO da! Soratobu Enban © Toei Animation

Kore ga UFO da! Soratobu Enban © Toei Animation

Tornando al cortometraggio del 1975, Kore ga UFO da! Soratobu Enban, Pellitteri mi riferì d’averlo citato ma d’averlo messo “solo” in nota:
infatti, nel Capitolo 1, Creazione e popolarità di Goldrake in Giappone, nel I.1 paragrafo La genesi e gli autori, Pellitteri, all’interno dei due capoversi principali, a fine capitolo rimanda a una nota 6 pubblicata alla pag. 36, la quale specifica:
«È importante segnalare, almeno in nota, che la Toei preparò il lancio di Uchu enban daisenso in modo assai intelligente a livello di “marketing”, considerato che si trattava di un concetto alquanto nuovo nella fantascienza giapponese a disegni animati. Infatti, prima di quel film pilota e proprio per creare aspettativa su di esso, produsse e lanciò in televisione, nello stesso anno (per la precisione, la trasmissione avvenne il 21 marzo 1975), un mokumentary, cioé un documentario contenente un misto di notizie documentate e speculazioni fantasiose, incentrato sulla mania degli UFO. Il finto documentario (o “semi-documentario”) è in forma animata, della durata di 16 minuti, e si intitola Kore ga UFO da! Soratobu Enban (‘Questo è un UFO! I dischi volanti’); diretto da Kazuhiyo Shigeno e con la sceneggiatura di Masaki Tsuji, è un condensato delle trivialità sugli UFO di quegli anni ma è anche ricco di notizie giornalistiche sugli avvistamenti degli oggetti volanti non identificati dai tempi della Seconda guerra mondiale fino al 1974» (pag. 36).
Nel medesimo articolo seguirà una lunga ed esauriente ricostruzione del periodo dei decenni ’60 e ’70, con l’uscita dei primi lungometraggi Toei passati nei cinema in sordina coi credits alterati per questioni di distribuzione internazionale, soprattutto a merito del produttore Scino Glam che in seguito importò i mediometraggi rimontati in film quali, Mazinga contro gli Ufo Robot. Mi è stato molto d’aiuto l’amico esperto e fondatore di TV-Pedia Dario Muras, che ha fra l’altro pubblicato le ristampe in vinile dei vari 45 giri e cd musicali delle sigle originali giapponesi, e che è stato recentemente chiamato dalla Dynamic come consulente per aver trovato alla Rai la versione italiana 35 mm del primo lungometraggio della Toei Animation, Il Serpente Bianco.

«Goldorak=Amin Dada=Hitler=Fascisme»

Inoltre Luca Raffaelli mi ha segnalato l’uscita di un nuovo libro, intitolato, C’era una volta Goldrake, dello studioso varesino Massimo Nicora.
Scrittore di altri testi sugli anime, quarantenne ex sindaco di Cazzago Brabbia ed omonimo del compianto Card. Attilio Nicora, porporato lombardo inventore dell’otto per mille, Massimo Nicora è stato assieme a Marco Pellitteri “elogiato” sulle pagine del quotidiano comunista Il Manifesto.
Massimo Nicora, conosciuto solo recentemente, si è dimostrato con me gentilissimo e prodigo di informazioni da lui conquistate in anni di passione e fatica per colmare alcune mie lacune sull’«Affaire-Goldrake».
Il merito del nuovo libro su Goldrake di Nicora è stato soprattutto di far luce sugli antecedenti d’oltrealpe, già accennati negli ultimi libri di Pellitteri, che portarono all’acquisto della serie Atlas Ufo Robot da parte della Rai-TV.
Fino a un decennio fa ci si era fermati al Mifed di Milano con le dichiarazioni dei funzionari Rai Nicoletta Artom e Sergio Trinchero; cosa che non spiegava il perché la traduzione italiana dei nomi era ripresa dalla versione francese, anche se trasmessa su Antenne 2 tre mesi dopo.
Sempre nel libro di Nicora viene finalmente svelato il mistero del nome «Atlas», ricavato dai dialoghisti e funzionari italiani dalle brochures pubblicitarie francesi.

La consulente Rai per la TV dei ragazzi Nicoletta Artom fu ufficialmente in Italia la scopritrice di Goldrake.
Un aneddoto su come avvenne la scoperta che rivoluzionò i programmi per ragazzi della Rai TV è riportato nel libro Vita col fumetto, oggi introvabile, di Sergio Trinchero:
«Sergio, ho visto dei cartoni animati giapponesi… incredibili… una cosa nuovissima… mai vista… non si può dire nemmeno che siano di fantascienza! È un mondo di robot, pilotati da esseri umani. Che si trasformano. Volano. Uomini che diventano macchine… si dividono in due… […] Mi mostra in moviola un episodio di questi Atlas Ufo-Robot e devo dire che resto impressionato dalla suspense che i giapponesi riescono a suscitare con mezzi tutto sommato modesti: truka, montaggio e animazione parziale […] Una pagina nuova del cartoon di consumo. Do senz’altro la mia approvazione ad inserirli nel nuovo ciclo di “Buonasera con”. I funzionari [RAI] invece restano ancora scettici. Non sanno che fatturato li aspetta con Mazinga & Co.».
Così ci viene raccontata dalle memorie di Sergio Trinchero la scoperta di Goldrake da parte di Nicoletta Artom, recentemente scomparsa, entrambi all’epoca capi struttura Rai dei programmi per ragazzi, al mercato del Mifed di Milano.
Pubblichiamo una vignetta tratta dal sito C’era una volta Goldrake scovata in un vecchio TV Radiocorriere (n. 16 aprile 1973, p. 102), nella quale non viene specificato che l’autore è lo stesso disegnatore argentino Roberto Galve autoraffiguratosi assieme a Nicoletta Artom mentre conducevano la trasmissione Rai Gli eroi di cartone.

Nicoletta Artom e Roberto Galve visti da Roberto Galve nel 1973 © Radiocorriere TV

Massimo Nicora, dopo moltissimi anni è stato il primo in assoluto a scrivere un trattato su Goldrake, riuscendo a scoprire notizie sinora inedite in Italia come la precisa ricostruzione dell’acquisto di Atlas Ufo Robot da parte di Jacques Canestrier, consulente di Antenne 2, che ne rileverà i diritti per l’Europa e fondatore della Pictural Films per la diffusione televisiva delle sue serie; e soprattutto di Bruno René Huchez, inizialmente assistente di Takao Matsumoto vice presidente della società Marubeni, rappresentante per la Toei Doga in Francia, e in seguito direttore della Eole Financiére con la licenza
di vari anime ed i relativi intrecci che ne sono seguiti per l’«esclusiva» di Goldrake.

Bruno-René Huchez & Jacques Canestrier

Bruno René Huchez ha scritto anche un libro di memorie su quella che è stata la sua fortuna, intitolato, Il était une fois… GOLDORAK.
Il titolo tradotto nella nostra lingua più o meno è C’era una volta Goldrake, ed è a questo a cui Massimo Nicora fa inequivocabilmente riferimento come fonte d’ispirazione, senz’altro corroborata da una marea di osservazioni interessanti ed interviste inedite.
Nell’articolo che segue si accennerà en passant alle varie polemiche che seguirono la prima uscita in Italia di Ufo Robot e Heidi riguardo alla fenomenologia degli anime, anche citando gli interventi di intellettuali “pro” e “contro” Goldrake come Gianni Rodari e Silverio Corvisieri.
Segue, dopo una lunga analisi, una panoramica dei primi anime programmati sulle neonate TV private, con l’importazione di moltissimi modellini dalle scatole piene di incomprensibili ideogrammi venduti nei negozi di giocattoli di tutta Italia alla fine degli anni ’70. Molte serie che gli appassionati credono oggi esser approdate agli inizi dell”80 erano già state trasmesse, di straforo e non anche con episodi pilota, nel decennio precedente.

Ufo Robot Grendizer © Toei Animation

Il Presidente della Toei Doga Chiaki Imada

 

Il cortometraggio della Toei Animation Kore ga UFO da! Soratobu Enban
Kore ga UFO da! Soratobu Enban, fu prodotto dall’allora «General Director?» della Toei Doga, Chiaki Imada (Tomonori Imada)[1], che lo vide anche come «Executive Producer» del progetto del film animato. Il «Director» era Kazukiyo Shigeno, già regista di varie serie Toei inedite in Italia, fra le quali, Apache yakyugun (1971-72), improntata da Keisuke Morishita (il character designer di Mazinga Z e Il Grande Mazinger), e la più recente, incentrata sulle avventure di una provocante cyborg Kyuteî Hanî (1973-74), su soggetto originale di Go Nagai; il «Vice Director» era Kazumi Fukushima[2], il quale nei due decenni successivi lavorò a serie televisive francesi e special animati americani. Lo «Scenario?» venne affidato al veterano Toei Masaki Tsuji, già sceneggiatore dal 1963 alla Mushi dai tempi di Tetsuwan Atom e del lungometraggio Jungle Taitei di Osamu Tezuka, e di varie serie Toei della seconda metà degli anni ’60, fra cui Tiger Mask (1969), tanto che il produttore Hiroshi Ikeda lo chiamò a firmare assieme la sceneggiatura del film Sora Tobu Yureisen (1969), e, successivamente, le serie di Devilman (1972) e del suindicato Cutie Honey. Il «Planning» fu affidato a Ken Ariga e Yoshifumi Hatano [3], due esperti che si occuparono della progettazione animata del film, i quali già avevano ricoperto gli stessi ruoli nel precedente mediometraggio animato sui robot di Nagai, Mazinga Z contro il Generale Nero (Majingâ Zetto tai Ankoku Daishôgun, 1974) [4], diretto da Nobutaka Nishizawa e animato, tra gli altri, da Keisuke Morishita, Kazuo Komatsubara e Kazuo Nakamura.
L’«Animation Supervision» venne affidata allo scrittore Hiroshi Nanshan [5], all’epoca esperto di fenomeni paranormali in Giappone, che fornì i dati per la ricostruzione degli oggetti volanti non identificati all’interno del cortometraggio.
L’«Animation Director?» era Sadayoshi Tominaga, un regista che aveva lasciato da tempo la A-Productions, il quale entrato nello staff prescelto da Nagai della Dynamic Planning, divenne uno dei principali direttori dell’animazione di varie serie Toei, da Getter Robot a Jeeg Robot, fino a dirigere per la Tokyo Movie Shinsha diversi movies sul gattone di Fujiko F. Fujio, Doraemon.
L’«Editing?» lo fece Yasuo Iseki, che curò anche il montaggio del successivo Uchu enban daisenso (1975), il “pilota” di Goldrake, e nel 1977 l’Anime movie Wakusei Robo Danguard A tai Konchu Robot Gundan, diretto da Masayuki Akehi e animato da Kazuo Nakamura.
Il «Director of Photography?» era Toru Owada, un esperto della Verticale Cinematografica dai tempi della Tokyo Animation Film, che già aveva partecipato come operatore cinematografico alla Camera della prima serie del 1971 de Le avventure di Lupin III (Rupan Sansei) diretta da Yasuo Otsuka assieme a Hayao Miyazaki e Isao Takahata.
Il «Music Department» era diretto da Shigeru Miyashita, che aveva già selezionato i Theme Songs per i mediometraggi animati di Go Nagai; mentre il «Sound Department?» venne eseguito presso la TAVAC Co. Ltd [6] (acronimo di: Toei Audio Visual Art Center), diretto dall’Ingegnere Capo del Suono Hiromi Kanbara, una veterana che aveva già curato l’edizione sonora di vari lungometraggi della Toei Animation [7], e del successivo Special animato Majingâ Zetto tai Debiruman (1973), uscito nelle sale italiane nel 1978 all’interno del film di montaggio Mazinga contro gli Ufo Robot.
Il «Narrator» era di Keiichi Noda [8] (pseudonimo di Seiji Yamane), affermato doppiatore delle serie Toeigià dagli anni ’60.
Le voci degli altri personaggi risultano affidate a due celebri attori giapponesi, Katsuji Mori e Osamu Kato (Agente di polizia del caso Mantell; Capitano Lawrence dell’incidente dell’elicottero); e, nel cast, altri famosi doppiatori degli anime, quali, Shunji Yamada (Kenneth Arnold, Barney Hill), Koro Mori (Capitano Mantell), Chiyoko Kawashima (Betty Hill).

Apache yakyugun © Toei Animation

Kyûteî Hanî – Cutie Honey © Toei Animation

Kamen Raida Amazon © Toei Animation

La presentazione del cortometraggio UFO al Toei Manga Festival il 21 marzo 1975
Il film d’animazione di 16 minuti venne proiettato in prima visione il 21 marzo 1975 al Toei Manga Festival, assieme all’anteprima di altre produzioni, quali: il lungometraggio Andersen Dowa Ningyo Hime (La Sirenetta, la più bella favola di Andersen, 1975) [9], per la regia di Tomoharu Katsumata e il character design improntato da Shingo Araki; Great Mazinger vs. Getter Robo (Gureto Majinga tai Getta Robo, 1975) [10], un mediometraggio animato diretto da Masayuki Akehi, con la direzione dell’animazione di Kazuo Komatsubara aiutato da Kazuo Nakamura; Special al quale parteciparono i medesimi animatori del successivo cortometraggio sugli UFO; la presentazione della quarta della serie Kamen Rider Amazon; Ganbare!! Robocon, una famosissima serie televisiva Tokusatsu in live-action della Toei Animation, mai importata in Italia, entrambe ideate da Shotaro Ishinomori; e la nuova fortunata serie di Shingo Araki, Majokko Megu-chan (Bia, la sfida della magia, 1974), diretta dal veterano Yugo Serikawa.

Toei Manga Festival © Toei Animation

Kore ga UFO da! Soratobu Enban: l’antenato di Goldrake
Kore ga UFO da! Soratobu Enban (???UFO?! ?????, 1975), è conosciuto con le seguenti varianti: That is an UFO! The Flying Saucer e Get That Flying Saucer.
Facendo un ricognizione in internet, del cortometraggio non vi è traccia se non in pochi siti che ripresero i credits e il sunto della trama, fuorché su Wikipedia Japan.
Su un sito italiano, invece, Imago Recensio [11], di un certo appassionato che si cela dietro lo pseudonimo di Stengo, ho trovato una accuratissima analisi sul cortometraggio Kore ga UFO da! Soratobu Enban, che uscì in Italia soltanto nel 2002 col titolo Questo è un UFO! I dischi volanti, incluso nella confezione DVD Go Nagai Super Robot Movie Collection; analisi nella quale l’esperto milanese (si dice sia un operaio plastico di Milano Sud con la passione per il Giappone) cita il film d’animazione giapponese Kore ga UFO da! Soratobu Enban facendo i paralleli con un libro pubblicato negli Usa nel 1975, Visitors from Outer Space, scritto da Roy Stemman e tradotto in italiano l’anno dopo per Rizzoli col titolo Contatti con gli extraterrestri, scrivendo:
«I punti di contatto tra il cortometraggio della Toei ed il libro americano sono tre, però nei 16 minuti del cartone in totale sono raccontati solo sette eventi».

Il cortometraggio animato Kore ga UFO da! Soratobu Enban conteneva:

Il primo avvistamento UFO avvenuto nel 1948 nel Kentucky, con la tragedia del pilota militare dell’United States Air Force Thomas Mantell.
«Guarda caso il primo avvistamento raccontato dagli sceneggiatori nipponici è il medesimo del primo del libro statunitense, avvenuto il 7 gennaio 1948 nel Kentucky, che vide come tragico protagonista il pilota militare, eroe di guerra, Thomas Mantell».

Kore ga UFO da! Soratobu Enban © Toei Animation

Kore ga UFO da! Soratobu Enban © Toei Animation

Kore ga UFO da! Soratobu Enban © Toei Animation

Il secondo avvistamento del 1947 con il pilota civile Kenneth Arnold nello stato di Washington che notò la formazione di un disco volante durante un incidente di volo.
«Anche il secondo avvistamento raccontato nel “documentario” Toei corrisponde al secondo avvistamento del libro americano. Il protagonista è il pilota civile Kenneth Arnold, e si svolge un anno prima di quello di Mantell, il 24 giungo 1947 nello stato di Washington […] Da notare che, come nel libro made in Usa, anche il cartone nipponico evidenzia che fu con l’avvistamento di Kenneth Arnold che si iniziò a chiamare i mezzi degli alieni con i nomi che usiamo ancora oggi».

Kore ga UFO da! Soratobu Enban © Toei Animation

Kore ga UFO da! Soratobu Enban © Toei Animation

Kore ga UFO da! Soratobu Enban © Toei Animation

Etimologia di “Flying Saucer” (disco volante). La testimonianza del numero di avvistamenti di dischi volanti, con foto di presentazione ed esempi di tipi di UFO, missili e la nave madre.
«Gli avvistamenti giapponesi sono assai particolari, una foto direi che fu scattata da un turista con gli occhi a mandorla alle Hawaii: aloa! […] Il cortometraggio Toei si spinge più in là, come il libro Usa, ipotizzando la struttura interna degli UFO. In questo contesto la voce del narratore è unica».

Kore ga UFO da! Soratobu Enban © Toei Animation

Kore ga UFO da! Soratobu Enban © Toei Animation

Kore ga UFO da! Soratobu Enban © Toei Animation

Il terzo avvistamento, il più famoso, vide nel 1961 il rapimento da parte degli alieni dei coniugi Barney e Betty Hill.
«Il terzo ed ultimo avvistamento, direi il più pauroso, che il cartone ed il libro hanno in comune è quello che vide protagonisti Betty e Barney Hill il 19 settembre 1961. Betty e Barney?! Wilma e Fred no? O_o».

Kore ga UFO da! Soratobu Enban © Toei Animation

Kore ga UFO da! Soratobu Enban © Toei Animation

Kore ga UFO da! Soratobu Enban © Toei Animation

Kore ga UFO da! Soratobu Enban © Toei Animation

Kore ga UFO da! Soratobu Enban © Toei Animation

Kore ga UFO da! Soratobu Enban © Toei Animation

Kore ga UFO da! Soratobu Enban © Toei Animation

Kore ga UFO da! Soratobu Enban © Toei Animation

Esempi per introdurre il murale con gli “alieni che avevano visitato la Terra dai tempi antichi”.
Spiegazioni dell’antica teoria astronauta.
Antiche figure di creta Shader, Utsurobune, Foo Fighters.

«Il documentario prosegue col raccontare come gli UFO potrebbero essere arrivati sulla Terra in epoche passate, stessa cosa che fa il libro, pur con altri esempi. […] Non c’è dubbio che la statuina sia identica alla Bandok di Zambot 3, prova inconfutabile!».

Kore ga UFO da! Soratobu Enban © Toei Animation

Kore ga UFO da! Soratobu Enban © Toei Animation

Kore ga UFO da! Soratobu Enban © Toei Animation

Kore ga UFO da! Soratobu Enban © Toei Animation

Il quarto ed ultimo riguardava l’incidente del 1974 dell’elicottero militare guidato dal Capitano Lawrence vicino al disco volante.
«L’ultimo episodio riguarda un avvistamento di UFO da parte di un equipaggio militare americano di elicotteri nel 1974. Tutti gli avvistamenti sono di matrice statunitense, e quasi tutti coinvolgono militari o ex militari americani, probabilmente per rendere più veritieri i fatti narrati. Vorrai mica che gli americani mentano?».
Infine, per citare la possibilità di formare l'”Associazione Universale”, lo speaker diceva, “Stai osservando i terrestri?” e, dopo i titoli “The End”, sarà realizzato The Great Battle of the Flying Saucers (Uchu enban daisenso, 1975), proiettato pochi mesi dopo il 26 luglio 1975 alla successiva edizione del Toei Manga Festival.

Kore ga UFO da! Soratobu Enban © Toei Animation

Kore ga UFO da! Soratobu Enban © Toei Animation

Kore ga UFO da! Soratobu Enban © Toei Animation

Uchu enban daisenso © Toei Animation

Lo chiamavano Roboizer…
Infatti, qualche mese dopo, sempre al Toei Manga Festival venne proiettato il mediometraggio Uchu enban daisenso, con la regia e la supervisione di Yugo Serikawa.
Go Nagai, nel frattempo, radunando i migliori professionisti, aveva aperto anche un suo studio, la Dynamic Planning, da cui nasceranno i migliori anime robotici della Toei Animation.
Prodotto sempre da Chiaki Imada, egli affidò l’idea di sviluppare l’opera originale di Nagai a Sacre Burn (uno pseudonimo pen name di un gruppo di produttori Toei); come l’animazione alla Dynamic Planning, la quale incaricò la direzione dell’animazione ad Akira Sakano e al suo assistente Yoichi Kominato.
La progettazione venne affidata sempre a Ken Ariga e a Kenji Yokoyama, assieme al direttore artistico Fumihiro Uchikawa e allo scenografo Tadanao Tsuji.
Fra gli animatori principali troviamo: Akihiro Ogawa, Akira Hirota, Haruo Tamura, Hideki Mori, Kazuhiro Taga, Kenzo Koizumi, Michihiro Kanayama, Reiko Okuyama, Shigeo Matoba, Takashi Abe, Tatsuji Kino, Tetsuhiro Wakabayashi.
La sceneggiatura è, come per Goldrake, di Shozo Uehara; come la musica di Shunsuke Kikuchi, cantata da Isao Sasaki, che doppierà anche il protagonista nella versione originale, brano riadattato poco dopo per Ufo Robot Grendizer.

Uchu enban daisenso © Toei Animation

Il protagonista di Uchu enban daisenso è il giovane Duke Freed, fuggito dalla Stella Freed distrutta dal malvagio Re Yaban.
Daisuke anticipa Actarus ma è ancora vicino al precedente Ryo Nagare di Dragon; mentre il Dottor Genkai Umon, il futuro Procton, è ancora molto simile al Professor Saotome dei Getter Robot; come ancora, a Michiru e Genki assomigliano Hikaru e il fratellino Goroh, poco prima di diventare Venusia e Mizar; Danbei Makino, padre dei due, è il manager di Makino Ranch, con la grande mania degli UFO; personaggio il quale, nella versione definitiva di Goldrake sarà Rigel, rielaborato dal vecchio Daemon di Cutey Honey, serie sempre tratta dai manga di Nagai.
Re Yaban è molto diverso dal successivo Re Vega, come la figlia, la Principessa Teronna, lo è altrettanto da Rubina.
Duke Freed è a bordo dell’astronave Guttiger, rielaborata nella Goldrake astronave, mentre, la Queen-Ban ricorda l’astronave di Hydargos. in pectore già in Uchu enban daisenso, anche se in esso è colorata vivacemente e decurtata della metà speculare inferiore.
Anche il drago a più teste inviato da Yaban contro il quale combatte Roboizer, appare simile al mostro di Vega Giru Giru, famoso nella prima serie TV di Goldrake e presente nell’album delle figurine come nei libri di Ufo Robot editi dalla Giunti-Marzocco.

Uchu enban daisenso © Toei Animation

Uchu enban daisenso © Toei Animation

Uchu enban daisenso © Toei Animation

Uchu enban daisenso © Toei Animation

Gli artisti della Dynamic, però, pare si fossero sbagliati proprio sul robot protagonista, in quanto, relativamente alla serie uscita pochi mesi dopo, esso, rispetto a Grendizer, comparando i due anime è il meno somigliante fra tutti: Roboizer, è un miglioramento tecnologico ma meno riuscito del precedente Getter Robot G, mentre il definitivo Goldrake è una combinazione perfetta di quest’ultimo soprattutto in amalgama tra i due Mazinga, in una terza variante elegantemente più poderosa e bombata del Grande Mazinger, addirittura con a fregio due grandi corna laterali da drago.
Da qui, forse, l’italianizzazione dal nome francese ideato da Jacques Canestrier «Goldorak» in «Goldrake», una fusione tra i nomi «Gold» e «Drake»: «Gold-Drake» = Drago d’Oro, come avevano già sottolineato venti anni fa Marco Pellitteri [12], e ancora prima Luca Raffaelli [13] suggerendo un amalgama fra «Mandrake» e «Goldfinger».
Infatti, solo adesso con l’éra di internet, le intuizioni di Raffaelli e Pellitteri si sono rivelate esatte: lo stesso Jacques Canestrier, produttore di Antenne 2, sulla rivista francese Lui nell’articolo a firma di Louis Valentin intitolato Goldorackett, ai primi del ’79 ne spiegò l’origine: «Lorsque j’ai découvert Goldorak au Japon, il s’appelait Grendizer. Phonétiquement, Grendizer sonnait mal. I! fallait trouver autre chose. J’ai aligné sur un bout de papier, les noms de tous les héros qui avaient fait carrière: Drakkar, Zorro, Tarzan, Mandrake, Goliath, Golem, Goldfinger. Pourquoi ai-je pensé à Goldfinger? Je ne sais pas, mais ce nom me plaisait. Il correspondait en syllabes à Grendizer et contenait le mot «gold», ce métal qui fascine grands et petits, producteurs et aventuriers en herbe à la recherche du trésor. J’ai combiné Goldfinger et Mandrake, le héros que j’ai le plus aimé dans mon enfance. J’ai obtenu Goldanrak. C’est ma fille aînée, Stéphanie, âgée de huit ans, qui a trouvé le nom définitif… Aujourd’hui, tous les enfants l’appellent Goldo, un diminutif qui prouve qu’il fait partie de la bande des copains»[14].
Relativamente al mistero del nome “Atlas” che precede nel titolo della serie “Ufo Robot” e mai pronunciato nelle puntate, ce l’ha svelato solo recentemente Massimo Nicora intervistando l’allora responsabile dei programmi per bambini di Rete 2 Paola De Benedetti, la quale, durante un’intervista allo studioso varesino, gli ha rilasciato la seguente dichiarazione, «Il termine “Atlas” fu un’idea della casa di doppiaggio di Roccasecca che doveva realizzare l’edizione italiana e che propose di chiamare la serie Atlas Ufo Robot, anche se poi il pubblico la chiamò sempre Goldrake. Roccasecca suggerì di utilizzare questo nome, che era presente sui materiali descrittivi inviati dalla Pictural Films, perché suonava “esotico” e ben si affiancava alle parole “Ufo” e “Robot”.
Questo
 atlas esisteva e sopra c’era proprio scritto Atlas Ufo Robot. Fu quindi una scelta deliberata e non un fraintendimento. Questo atlas sarà sepolto da qualche parte nei magazzini della Rai»[15].

Ufo Robot Grendizer © Toei Animation

…continuavano a chiamarlo UFO Robot Grendizer
Infatti, tre mesi dopo, il 5 ottobre 1975, la Fuji TV trasmetteva la serie Ufo Robot Grendizer (Yufo Robo Gurendaiza, 1975-77), con i personaggi definitivi improntati dai character designer principali scelti da Go Nagai alla Dynamic Planning, Kazuo Komatsubara e Shingo Araki, la sceneggiatura del decano degli sceneggiatori Shozo Uehara e le scenografie suggestive di Tadanao Tsuji.
La serie come il pilota, però, compresa la versione a fumetti di entrambi di Nagai, usciti a brevissima scadenza da cortometraggio sugli UFO, non possono che aver preso una certa ispirazione da esso, come rilevato da Marco Pellitteri che scrive: «Prima che si partisse con la produzione di una vera e propria serie a puntate, la Toei reputò utile saggiare il terreno con un mediometraggio di prova. Poiché nel 1975 era in produzione un episodio cinematografico che vedeva alleati il Grande Mazinger e il Getter Robot G, alla Toei si pensò di collaudare con un episodio pilota il progetto di una nuova serie robotica richiesta a Nagai – in parte basata sulla mania degli avvistamenti di UFO di quegli anni – e dalla quale l’autore in breve tempo aveva già fornito un abbozzo. Vide così la luce nel 1975 il film Uchu enban daisenso, proiettato nelle sale il 26 luglio in abbinamento al film con protagonisti gli altri due robot menzionati sopra.
Se il primo film ebbe un successo contenuto, grande fu invece la curiosità per il secondo, che con il suo design e la sua trama, un po’ diversa da quella che poi sarebbe stata sviluppata per la serie, stupì favorevolmente i suoi spettatori. Nel film pilota, l’alieno Duke Fleed è al comando di un disco denominato Gattiger, al cui interno alloggia il robot Roboizer. Duke Fleed è esule dal suo pianeta, distrutto dal regno alieno del Re Yabarn e di sua figlia, la principessa Telonna. Dato il positivo riscontro di pubblico, si procedette a numerose correzioni di tiro – la Toei fece pressione su Nagai affinché la storia e il disegno del robot fossero in qualche modo collegati a
Mazinger Z e Great Mazinger – e si cominciò la produzione della serie, con un nuovo titolo: Ufo Robo Grendizer»[16].
Infatti, il manga di Goldrake era stato pubblicato quasi in contemporanea all’inizio della serie. Kiyoshi Nagai in arte Go Nagai, come riportato nell’introduzione a pag. 7 del medesimo libro, ricordando la genesi di Goldrake ebbe a dichiarare, «Non volevo fare la solita storia in cui arrivano gli extraterrestri a bordo dei loro UFO e attaccano la Terra: pensai piuttosto di calarmi nei panni degli extraterrestri, e finii per concepire una serie sì d’azione, ma con una base romantica…».
Inoltre, sempre in Kore ga UFO da! Soratobu Enban, l’alieno assomiglia notevolmente a Hydargos (in orig.: Blacky), e, da notare, Alcor pilota un disco spaziale simile al disco volante del medesimo episodio centrale del precedente cortometraggio riguardante il rapimento dei coniugi Barney e Betty Hill; nonché le atmosfere spaziali sono molto simili in entrambe le produzioni della Toei Animation.

La prima serie di Goldrake [17], andò in onda il 4 aprile 1978, trasmessa nel contenitore pre-serale del Secondo Canale Rai, Buonasera con… Superman e Atlas Ufo Robot, con Maria Giovanna Elmi.
Nella stagione televisiva del 1978/79 andò in onda su Rai 2 la seconda serie di Atlas Ufo Robot Goldrake in Buonasera con… Il Quartetto Cetra e i Cetrini nei pupazzi creati da Bonizza Giordani [18].
Mentre la terza e ultima serie venne programmata fra la fine del ’79 e gli inizi dell”80 durante Buonasera con… Peppino De Filippo, dal titolo Supergoldrake[19].
L’animazione giapponese di Ufo Robot Goldrake, inoltre, si trovò a spiazzare, fra l’altro, il notevole apprezzamento riscontrato in quegli anni da altre serie animate, italiane e americane, trasmesse sempre su Rai 2 in Buonasera con…, quali, SuperGulp! (1977-79) [20], programma di Fumetti in TV di Giancarlo Governi, e Noi Supereroi (1979) [21], contenitore dei cartoons della Marvel sempre curato da Nicoletta Artom.

Il primo album delle figurine di Goldrake © Toei Animation

Il secondo album delle figurine di Goldrake © Toei Animation

Il terzo album delle figurine di Goldrake © Toei Animation

Goldrake è senz’altro una fusione tra il primo e il secondo Mazinger, meno appuntito e più sontuoso ed elegante, un robot moderno che richiama l’idea dell’eroe antico della mitologia orientale col muso e corna da drago.
Il protagonista principale è Actarus, il principe della Stella Fleed, capelli lunghi castani dalle sopracciglia folte, occhi languidi dalle grandi e folte ciglia, dopo la parentesi del più posato e differente Tetsutya Tsuruji, modernizzando, in una versione più realista, i models più scanzonati e acerbi di Akira di Devilman e Ryo Nagare di Getter Robot.
Alcor, arrivato dall’America in Giappone a bordo del suo disco volante TFO (Test Flying Object), già protagonista di Mazinger Z e delle ultime puntate de Il Grande Mazinga, è lievemente modificato dalla prima serie: capelli neri anziché grigi e naso stavolta appuntito, reso più moderno dal tratto grintoso e realistico di Kazuo Komatsubara.
Tra i personaggi di contorno: il dott. Procton, direttore dell’Istituto di ricerche spaziali che ha adottato facendo da padre ad Actarus, è una modernizzazione seria del dott. Saotome più vicina al dott. Kabuto; come i personaggi del Makiba Ranch: Rigel, e i due figli, quali, la dolce Venusia e il piccolo Mizar assieme al robusto Banta, a cui si aggiungerà la sorella del protagonista, Maria Grace Fleed.
Fra i malvagi, l’imponente e maestoso Re Vega, con la barba a punta che riprende l’idea dell’Imperatore Brai di Getta Robot, e i suoi ministri: Gandal (nella prima serie anche Minos), un Frenkenstein col viso che improvvisamente si apre facendo uscire, spesso in contrasto caratteriale, la sua dolce metà, una strega che in seguito, diverrà Lady Gandal, in una modernizzazione migliorata dell’ideazione bifrontale del Barone Ashura di Mazinga Z; nemici femminili che preluderanno entro breve alla futura e più riuscita Regina Himika; il comandante Hydargos, più vicino all’idea degli Alieni del cortometraggio UFO, in seguito sostituito dal più sofisticato Ministro delle Scienze Zuril, dal volto coperto da un elmo con l’idea spesso usata dai giapponesi di una sorta di monocolo o benda meccanica all’occhio.
Verso la fine della storia, soprattutto dalle puntate improntate nel design e dirette nell’animazione da Shingo Araki, sboccerà l’amore impossibile tra i due principi dei due pianeti in guerra: la dolce figlia di Re Vega principessa Rubina e il giovane principe Fleed Actarus, fino al trionfo finale di Goldrake.

Se l’«invasione» dei cartoni animati giapponesi «esplose» non tanto con l’enorme successo di Heidi ma due mesi avanti per la «violenza» dell’altrettanto enorme successo riscosso da Goldrake, è interessante notare che già da due anni la Rai-TV aveva trasmesso serie per bambini, le quali ottennero sensibili apprezzamenti, di cui nessuno si accorse che erano in realtà prodotte nel Sol Lavante.
L’accusa principale era che essi inculcavano la violenza nei bambini, essendo diseducativi e soprattutto che erano freddi e disumani, perché realizzati al computer. Oggi si riderebbe al riguardo, anche perché attualmente tutta l’animazione mondiale, 2D e 3D, è realizzata al computer. Ma all’epoca parlare di “computer” da parte del Giappone, una delle nazioni dalla tecnologia pià avanzata, era un modo per togliere al cartone animato l’artigianalità e la poesia dei cartoons tradizionali, per sostituirli alla freddezza di una vera e propria “invasione barbarica” avvenuta nei nostri teleschermi alla fine degli anni ’70 da parte del Sol Levante. Ma come nacque questa “leggenda metrolpolitana” che essi erano, anziché realizzati a mano, fatti al computer? Probabilmente perchè, a questo realismo nelle fattezze e nelle animazioni che contraddistigue gli anime giapponesi – degli “attori” disegnati e animati – contrapposto all’animazione ridotta del “Passo 3” e dei fissi con lente zoomate giustificati dall’introspezione dei protagonisti che combattono assieme a queste nuove ed enormi macchine–robot, contrariamente al genere americano a “Passo 2” dei classici “cartoons” con animali antropomorfi caratterizzati da animazioni “morbide” e deformazioni nei movimenti, i telespettatori “adulti” italiani, formatisi nella loro infanzia coi cartoons Disney e Warner Bros., rimasero letteralmente spiazzati da questo nuovo genere di animazione che, primo fra tutti, e molto più che in America e in Europa, applicò la regia cinematografica al linguaggio dell’animazione tradizionale. Lo stesso poteva dirsi per i cartoons di Hanna & Barbera ma mai fu notato per via dell’animazione ridotta adattata a characters più umoristici, moderni e lievemente geometrizzati.
Inoltre, differenti piani prospettici, prospettive aberrate, diagonali, accidentali, primi e primissimi piani e campi panormaici venivano continuamente a corroborare la lunga narrazione di ciascuna puntata delle serie televisive; inquadrature dei volti coinvolgenti ed introspettivi; come ancora l’uso dell’aerografo nelle varie fasi animate specie delle battaglie in cielo fra i robot; colori forti e brillanti, ricchi di “ombre” di controtaglio e, spesso, nei robot velature animate ad aerografo; l’uso di un notevole numero di effetti speciali cinematografici, quali ad esempio in sovrimpressione la brillantezza del sole e le stelle a punta roteanti agli occhi, ottenute tramite l’uso dei cross-screen (una delicata tecnica in doppia esposizione); le splendide e realistiche scenografie panoramiche; le musiche di accompagnamento e le sigle di inizio e fine puntate; e un’accurata sceneggiaura con dialoghi perfetti applicati a storie realistiche, hanno permesso alle nuove generazioni dei piccoli spettatori italiani privi di qualsivoglia pregiudizio di apprenderne il linguaggio e saper apprezzare appieno il loro straordinario valore artistico.
Anche il “bene” e il “male” nei giapponesi non sono così manicheisti come negli americani. I cattivi sono, o malvagi come i demoni nelle produzioni Toei, oppure il male è soggettivo, come nelle produzioni Sunrise, nelle quali i nemici sono tali perché provenienti dallo spazio in guerra col nostro pianeta, all’interno del quale, abitandovi anche i telespettatori terrestri, stanno i loro beniamini ovviamente immedesimati dalla parte della difesa e del giusto.
I personaggi delle serie giapponesi, inoltre, sono molto realistici, ricchi di personalità, pathos e anima.
Insomma, Luca Raffaelli, nella prima e definitiva rivalutazione degli anime giapponesi, dopo un’insensata condanna durata oltre un decennio, nel suo Le anime disegnate scrisse:
«Se Walt Disney fosse nato negli anni ’70 avrebbe amato i cartoni giapponesi, proprio come i giapponesi amano i suoi».
Infatti, nei film di Walt Disney i personaggi sono dotati di sentimenti trasportati allo spettatore, i characters disneyani, modernizzando i clichés dei primi cartoons Laugh-O-Grams e delle successive Silly Symphony, sono masse solide con protagonisti animali antropomorfi ad animazione in “full animation” con varie deformazioni e al contempo gran realismo e sontuosità nei movimenti; mentre, l’animazione giapponese, più moderna, prende anch’essa spunto da Disney ma con disegni più realisti, design più statico al tempo stesso dall’effetto anamorfoide e movimenti più ravvicinati nelle fasi, con grande effetto iconografico e spettacolare nel comunicare i sentimenti allo spettatore.
Da Disney a Miyazaki… Probabilmente i giapponesi, avendo di gran lunga surclassato la tecnica della ‘scuola’ d’oltreoceano, coi loro eccezionali capolavori sono arrivati “quasi” a superare il loro straordionario «Maestro» Walt Disney.

Già da febbraio 1978 andava in onda su Rai 1 Heidi (Arupusu no Shojo Haiji, 1974), di cui, nonostante i credits in italiano di autori giapponesi, fra l’altro già celeberrimi, si ignorava chi fossero Yoichi Kotabe, Isao Takahata e Hayao Miyazaki, tanto che passò in second’ordine il fatto che fosse stata animata da animatori dagli occhi a mandorla, nonostante avesse avuto nei due mesi che precedettero la messa in onda di Goldrake, un successo quantomeno alla pari.
La prima parte della serie iniziava con Heidi e la zia Dete che lascia l’orfanella dal nonno, un anziano falegname di montagna, che pian piano si scioglierà grazie alla piccola nipote; Heidi, assieme al grosso San Bernardo Nebbia, fa amicizia con Peter, un pastorello che ogni mattina porta al pascolo le capre del villaggio comprese le due del nonno, Bianchina e Diana: Heidi è simile a Khaty come Peter a Jim de L’Isola del Tesoro (Dobutsu takarajima, 1971); mentre il nonno rappresenta la figura del vecchio burbero dal cuore buono, molto cara ad Isao Takahata; di Petar, inoltre, la madre Brigida, tessitrice, e la nonna cieca, la quale si affezionerà alla pastorella svizzera come una nipote, ricordano notevolemnte i personaggi del villaggio di Hols (Taiyo no oji – Horusu no daiboken, 1968).
La seconda parte vedeva la zia Dete che, una volta ambientata sui monti, porterà Heidi a Francoforte a far compagnia alla poco più grande e bionda Clara Sesemann, figlia del ricco Signor Sesemann, la quale, dolce e molto intelligente, vive dalla nascita sulla sedia a rotelle.
Della sua educazione si occupa la signorina Rottenmeier, istitutrice tedesca che rende le sue giornate noiose, rimproverando spesso Heidi per i suoi modi spontanei e poco consoni alla città. Fin quando arriverà la nonna di Clara, la signora Sesemann, una sorta di altra nonna, più “borghese” ma di grande tatto e sensibilità verso la piccola pastorella, la quale notando la nostalgia della piccola Heidi per la montagna, la farà tornare tra i monti.
L’ultima parte vedeva appunto Heidi che invita in montagna Clara, la quale, rinvigorita dall’ambiente salutare, riuscirà a ricamminare.
Heidi è un classico dell’animazione del Sol Levante, tanto da inaugurare il filone del World Masterpiece Theater della Nippon Animation. Quando la serie giapponese uscì sulla Rete 1 da 7 febbraio al 6 giugno 1978, fu subito un enorme successo, con libri, album delle figurine Panini, giocattoli, e il disco [22] cantato da Elisabetta Viviani, che salì in cima all’Hit Parade superando il milione di copie, rimandendo in classifica per ben due anni.

Heidi © Toei Animation

Ma la prima serie giapponese a giungere sui nostri teleschermi Rai fu nel 1976 con Barbapapà (Baabapapa, 1974), tratta dal successo dei libri per l’infanzia creati da Annette Tison e Talus Taylor.
La serie animata venne interamente realizzata in Giappone, una coproduzione tra la TV olandese Polyscope, la K&S e lo studio Top Craft, su soggetto di Masaki Tsuji [23].

Barbapapà © Polyscope/K&S/Top Craft

La successiva, Vicky il vichingo (Chiisana Viking Bikke, 1974), uscito sempre nel 1976 qualche mese dopo, come la successiva Heidi era una coproduzione fra la giapponese Zuiyo Eizo e la tedesca Taurus Film [24].

Vicky il vichingo © Zuiyo Eizo/Taurus Film

Sempre sulle neonate TV private, in quel periodo trasmettevano Kimba il leone bianco (Kimba the White Lion/Janguru Taitei, 1965), ma senza credits giapponesi, in quanto la serie era giunta in Italia dall’edizione americana, come anche i nomi dei personaggi erano ricavati dalla versione oltreoceano.

Kimba il leone bianco © Mushi Productions

Zum il delfino bianco (Oum le dauphin blanc/Iruka to Shonen, 1971) [25], era una serie televisiva d’animazione francese del 1971 diretta da René Borg. Le società di produzione coinvolte furono Telcia, Saga Films e la giapponese Eiken, che ha animato la serie, la quale fu trasmessa da Rai 2 nell’autunno del ’78, poco prima della seconda serie di Goldrake [26].

Zum il delfino bianco © Telcia/Saga Films/Eiken

Fiabe e leggende giapponesi © Group TAC

Ma già nell’autunno del ’78, il Secondo Canale trasmetteva la domenica mattina il contenitore Qui, cartoni animati, con la serie Fiabe e leggende giapponesi (Manga Nippon Mukashi Banashi, 1975), del Group TAC, con la sigla col bambino in groppa a un grande e lungo drago volante; serie animata diretta principalmente dall’ex veterano della Toei Animation Gisaburo Sugii; a cui seguì l’anno dopo, nel medesimo programma domenicale, la successiva serie Racconti giapponesi (Kage-e Mukashi Banashi, 1976), realizzata egregiamente con la tecnica delle silhouettes animate, la cui società di produzione era una vera compagnia teatrale specializzata in racconti con le ombre cinesi, la Kakashi-za.

Racconti giapponesi © Kakashi-za

Al contempo, dalla fine degli anni ’60, erano già pervenuti in Italia i lungometraggi giapponesi della Toei Animation, apparsi dapprima nelle sale cinematografiche italiane e in seguito trasmessi sulla Rai e poi dalle neonate TV private, a partire dal 1970 sul Secondo Programma nella trasmissione Rai di Gianni Rondolino e Mario Accolti Gil Le mille e una sera, con un brano de La leggenda del serpente bianco (Hakujaden, 1958) per la regia di Taiji Yabushita, mai replicato in assoluto da allora, e, sempre sul Canale Nazionale, nei programmi per i più piccini o durante le feste natalizie.
I film, i cui titoli e autori venivano quasi sempre modificati nei credits con nomi americani o storpiati per renderli comprensibili agli occidentali, erano i seguenti:

La leggenda del serpente bianco © Toei Animation

Le tredici fatiche di Ercolino (Saiyuki, 1960), per la regia di Taiji Yabushita.

Le tredici fatiche di Ercolino © Toei Animation

Robin e i 2 moschettieri e ½ (Anju to Zushiomaru, 1961), per la regia di Taiji Yabushita e Yugo Serikawa.

Robin e i 2 moschettieri e ½ © Toei Animation

Simbad il marinaio (Arabian night Sindbad no boken, 1962), per per la regia di Taiji Yabushita.

Simbad il marinaio © Toei Animation

Leo, il re della giungla [27] (Jungle Taitei, 1966), per la regia di Osamu Tezuka.

Leo, il re della giungla © Mushi Production

009 Joe Tempesta [28] (Saibogu Zero-Zero-Nain, 1966), ispirato alla serie TV tratta dal manga ideato da Shotaro Ishinomori per la regia di  Yugo Serikawa.

009 Joe Tempesta © Toei Animation

La storia di Alice… fanciulla infelice [29] (Shonen Jack to Mahotsukai, 1967), per la regia di Taiji Yabushita.

La storia di Alice… fanciulla infelice © Toei Animation

Le meravigliose favole di Andersen [30] (Andersen Monogatari Match Uri no Shojo, 1968), per la regia di Kimio Yabuki.

Le meravigliose favole di Andersen © Toei Animation

La grande avventura del piccolo principe Valiant [31]  (Taiyo no oji – Horusu no daiboken, 1968), per la regia di Isao Takahata.

La grande avventura del piccolo principe Valiant © Toei Animation

Il gatto con gli stivali (Nagagutsu o haita neko, 1969), per la regia di Kimio Yabuki.

Il gatto con gli stivali © Toei Animation

Il vascello fantasma (Soratobu Yureisen, 1969), per la regia di  Hiroshi Ikeda.

Il vascello fantasma © Toei Animation

Senza famiglia (Chibikko Remi to meiken Capi, 1970), per la regia di Yugo Serikawa [32].

Senza famiglia © Toei Animation

20.000 leghe sotto i mari (Kaitei San-man Mile, 1970), ideata da Shotaro Ishinomori per la regia di Kimio Yabuki e Takeshi Tamiya [33].

20.000 leghe sotto i mari © Toei Animation

Gli allegri pirati dell’isola del tesoro (Dobutsu takarajima, 1971), per la regia di Hiroshi Ikeda.

Gli allegri pirati dell’isola del tesoro © Toei Animation

Alì Babà e i 40 ladroni (Ari Baba to Yonjuppiki no Tozoku, 1971), per la regia di Hiroshi Shidara.

Alì Babà e i 40 ladroni © Toei Animation

Continuavano a chiamarlo il gatto con gli stivali (Nagagutsu Sanjushi, 1972), per la regia di Tomoharu Katsumata.

Continuavano a chiamarlo il gatto con gli stivali © Toei Animation

L’orsetto panda e gli amici della foresta (Panda no Daiboken, 1973), per la regia di  Yugo Serikawa.

L’orsetto panda e gli amici della foresta © Toei Animation

La Sirenetta, la più bella favola di Andersen (Andersen Dowa Ningyo Hime, 1975) [34], per la regia di Tomoharu Katsumata.

La Sirenetta, la più bella favola di Andersen © Toei Animation

Il gatto con gli stivali in giro per il mondo (Nagagutsu o Haita Neko 80 Nichikan Sekai Isshu, 1976), diretto da Hiroshi Shidara.

Il gatto con gli stivali in giro per il mondo © Toei Animation

All’epoca, frequentavo le elementari alla Montessori “Regina Elena”, a due passi dalla Via Veneto, la scuola dell’alta borghesia capitolina, la quale, in altre epoche, ebbe come alunni anche Vittorio Gassman e Raimondo Vianello, e in quella descritta i figli dell’On. Silverio Corvisieri e dell’On. Massimo Cacciari (in tempi più recenti anche i nipoti dell’On. Paolo Gentiloni, futuro Capo del Governo Italiano). All’epoca, si vedeva spesso Walter Veltroni, ex studente allo storico annesso Liceo Tasso ed ex leader della (FGCI) Federazione Giovanile Comunista Italiana, allora dirigente della sezione del PC di Via Alessandria.
Erano gli anni di piombo e del Terrorismo. Le Brigate Rosse continuavano coi sequestri. Pochi mesi prima, vi fu il Rapimento di Aldo Moro. Ricordo ancora come oggi, quando, essendo una scuola dichiaratamente di sinistra, la mattina fecero evacuare l’intero istituto per paura di bombe e rappresaglie politiche.
Ricordo, in quel periodo, la visita alla “Regina Elena” dello scrittore Gianni Rodari, di cui leggevamo in classe i brani tratti dai volumi Einaudi, Favole al telefono e Il libro degli errori .
Eravamo in classe e, dopo una lunga chiacchierata con noi facendosi dare del “tu”, arrivò anche il mio turno e un po’ timidamente gli chiesi, «Me lo fai un autografo?». Momento di silenzio e Rodari, compassato quanto sicuro, mi freddò dicendo, «No, perché io non sono nessuno e non mi sento assolutamente di far autografi a nessuno!».
Una risposta “fredda”, da intellettuale calibrato, di quelli che scrivono libri per l’infanzia con distacco adulto, ma che non gli avrei mai chiesto domandandogli invece di Ufo Robot , se avessi saputo che anche lui stava “Dalla parte di Goldrake”

Gianni Rodari

Gianni Rodari, infatti, dopo la prematura scomparsa avvenuta l’anno dopo, nell’articolo pubblicato nell’ottobre ‘80 su Rinascita intitolato Dalla parte di Goldrake, scrisse: «Bisognerebbe vedere oggettivamente, liberandoci dai nostri pregiudizi personali, che cos’è per un bambino l’esperienza di Goldrake. Bisognerebbe chiedersi il perché del loro successo, studiare un sistema di domande da rivolgere ai bambini per sapere le loro opinioni vere, non per suggerire loro delle opinioni, dato che noi spesso facciamo delle inchieste per suggerire ai bambini le nostre risposte. Invece di polemizzare con Goldrake, cerchiamo di far parlare i bambini di Goldrake, questa specie di Ercole moderno. Il vecchio Ercole era metà uomo e metà Dio, questo in pratica è metà uomo e metà macchina spaziale, ma è lo stesso, ogni volta ha una grande impresa da affrontare, l’affronta e la supera. Cosa c’è di moralmente degenere rispetto ai miti di Ercole?»[35].

Infatti, poco prima della visita di Gianni Rodari, l’On. Silverio Corvisieri, membro della Commissione di Vigilanza Rai, tuonava dalle pagine del Corriere della Sera il 7-8 gennaio 1979 pubblicando l’articolo Un ministero per Goldrake:
«Milioni e milioni di bambini italiani in queste settimane sono letteralmente rapiti dall’entusiasmo per Goldrake, il grande protagonista televisivo della fantascienza giapponese che è insieme uomo, moderno samurai e ultrapotente macchina di guerra spaziale. […] Goldrake deve sempre affrontare qualche nemico spaziale estremamente malvagio, che vuole invadere o distruggere la terra e l’umana civiltà orrendamente tecnologizzata. È a lui che gli uomini si affidano come si faceva un tempo in Giappone coi valorosi samurai. Questo superuomo-supermacchina può tutto e, per nostra fortuna, “un cuore umano ha”. In ogni caso si celebra dai teleschermi, con molta efficacia spettacolare, l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso” (chi viene da altri pianeti è sempre un nemico odioso…).
La tecnica è quella vecchia e collaudata dell’arrivano i nostri o dell’intervento in extremis del giustiziere.
[…] In quale modo un genitore può fronteggiare con i poveri mezzi delle sue parole la furia di Goldrake?
Mi sono posto queste domande come padre, oltre che come parlamentare della Commissione di indirizzo e di vigilanza sulla Rai.

[…] D’altra parte, è possibile delegare alla Rai, che poi provvede rivolgendosi alle multinazionali americane e giapponesi, l’educazione dei nostri figli?
Non voglio esagerare l’influenza della televisione sui nostri comportamenti quotidiani, ma mi sembra ancora più eccessivo far finta di nulla, come oggi accade
»[36].

L’On. Silverio Corvisieri

L’On. Silverio Corvisieri, inoltre, riguardo alla tanto famosa interpellanza parlamentare per Goldrake, a distanza di oltre trent’anni ebbe a scrivermi [37]:

Caro Verger,
Mi dispiace deluderla ma le mie risposte saranno brevi e in alcuni casi laconiche. E ciò non per mia mancanza di tempo o di generosità, ma a causa delle domande che pur essendo basate su vaste conoscenze nel settore dei cartoni animati, risentono di una molto minore conoscenza del mio itinerario politico-culturale e del contesto storico in cui può essere collocato l’episodio Corvisieri-Goldrake. Devo dirle innanzitutto che io non ho memoria di una mia interpellanza (o interrogazione) parlamentare su tale argomento. Ho controllato gli stenografici stampati dalla Camera dei deputati (a proposito non sono stato mai senatore) e da essi non risulta alcunché. Vero è che la Camera ha provveduto a stampare soltanto le interrogazioni e le interpellanze che ebbero risposta da parte dei ministri competenti. Se invece interpellanza ci fu, essa cadde nell’indifferenza generale. Pubblicai invece su Repubblica (7-8 gennaio 1979) un articolo che fece molto discutere e che ancora oggi, di tanto in tanto, offre spunti di riflessione e dibattiti. In tale articolo sollevavo interrogativi, formulavo critiche, usavo toni volutamente provocatori ma non proponevo alcuna censura o proibizione. D’altra parte l’accostamento che lei fa tra il mio intervento e le attuali interferenze del potere politico (di quello governativo più che di quello parlamentare) su certe trasmissioni televisive, è veramente fuori luogo. Nel 1979 io non ero un uomo di potere ma uno dei rarissimi deputati che si opponevano al governo e al potere. Nel gennaio del 1979 il governo-Andreotti godeva di una larghissima maggioranza che andava dal partito liberale al partito comunista italiano. La pattuglia intrepida di cui facevo parte era composta da soli 6 deputati (ai quali si univano, in certi casi, i 4 radicali di Pannella). In altri termini ci voleva molto coraggio per battersi in condizione di così estrema emarginazione. Andare controcorrente non è mai stato facile. Il potere ce l’avevano quelli che comandavano la RAI e ci propinavano Goldrake.

[…] Colloco quel mio articolo nel capitolo della lotta per le idee o, se preferisce, nella gramsciana battaglia per l’egemonia culturale. Gramsci a suo tempo sollecitò il movimento operaio e rivoluzionario a occuparsi con estrema serietà di tutte le attività che contribuiscono alla formazione culturale, intesa nel senso più largo, delle “masse popolari”. Per Gramsci anche i “romanzi d’appendice”, ai suoi tempi molto letti dalle “massaie di Voghera”, dovevano diventare terreno di scontro tra il modo di pensare di chi operava per la conservazione e quello di chi si batteva per la rivoluzione. Ebbene nel 1979 io pensavo (e lo penso ancora oggi nel 2011) che Goldrake e prodotti simili sono ispirati a concezioni che detesto: superomismo; passività delle masse e conseguente svalutazione del protagonismo collettivo; demonizzazione del “diverso” e dello straniero; esaltazione della violenza armata e annientatrice. Lei mi fa notare che i nemici di Goldrake sono “realmente odiosi”. Ma proprio qui sta il punto. Come mai? Come mai gli extraterrestri devono necessariamente essere dei mostri desiderosi di distruggere l’umanità e il pianeta Terra? La xenofobia e il razzismo, oggi molto diffusi, hanno come presupposto la raffigurazione del “clandestino” e dell’ “extracomunitario” come di un personaggio che inevitabilmente minaccia la vita e la serenità dei veri umani, i meravigliosi “comunitari”. Lo fanno in tutti i modi, anche semplicemente sottolineando, nei titoli dei giornali, che il tale rapinatore è un “extracomunitario” e omettendo invece che il tal altro rapinatore è un italiano. Mi sono spiegato? Pensi, ad esempio, a come venivano rappresentati i “pellerossa” nei film americani fino a metà degli anni Settanta: erano sempre brutti, sporchi, cattivi, odiosissimi, con la parziale eccezione di qualche tribù o di qualche individuo che si era sottomesso al dominio dell’ “uomo bianco”.
[…] La Commissione di Vigilanza non era affatto interessata alle idee e alla cultura. Si animava soltanto in occasione delle lottizzazioni e degli incarichi. Di me e dei miei compagni pensava che si trattasse di poveri ingenui da ignorare sia pure con le buone maniere e una parvenza di galateo istituzionale. Di Goldrake se ne fregava nel modo più assoluto. Il mio articolo e la mia ipotetica interpellanza (di cui, ripeto, non ho memoria) dovettero apparire come atti stravaganti. Non ricordo i loro nomi; trattandosi di una commissione mista (deputati e senatori) probabilmente era composta da 40 membri. Non ebbi mai occasione di conoscere i responsabili dei programmi RAI per i bambini. […] Silverio Corvisieri: I miei due figli maschi, Francesco e Valentino, non furono molto contenti della pubblicazione di quell’articolo. Tornarono da scuola piuttosto mortificati perché parlandone con i loro compagni, si erano convinti di essere in presenza dell’annuncio di una imminente cancellazione di Goldrake dagli schermi televisivi. E tutto per colpa di papà. Avevano 8 anni e pensavano che il loro papà avesse più poteri di Goldrake. Non fu difficile rassicurarli; del resto, pur ribadendo fino alla noia le mie valutazioni critiche, non mi sognai mai di vietar loro di continuare ad entusiasmarsi, davanti al televisore, per l’eroe preferito. […]

P.S. Complimenti per la sua prodigiosa memoria. Francesco ricorda solo pinoli e ghiaia…

Silverio Corvisieri [38]

La memorabile interpellanza parlamentare pare non sia mai esistita [39] ma molti appassionati e studiosi hanno ancora difficoltà a crederlo probabilmente per mantenere vivo il sogno che Goldrake sia finito a essere discusso addirittura nel Parlamento italiano!

L’On. Silverio Corvisieri coi figli

Nel 1978, a seguito del successo di Atlas Ufo Robot, ricordo che i negozi di giocattoli della Capitale erano invasi di imitazioni in plastica di robot giapponesi e di qualche splendido modellino giocattolo in metallo pressofuso importato direttamente dal Sol Levante.
A Natale del ’78, in un negozio di giocattoli sotto casa, cercando i modellini in ferro dei robot giapponesi dei quali facevo ormai la collezione, trovai un nuovo esemplare: un piccolo UFO, così si chiamava la serie sempre della Nakajima, che comprai, con all’interno un depliant pieghevole: una spiegazione in giapponese con illustrazioni di questi dischi volanti in metallo, nella quale, fra gli ideogrammi, c’erano raffigurati in B&N degli alieni ed extraterrestri, aerei e carrarmati, un pilota aeronautico, un uomo di colore e il volto di un ragazzo, sul genere dei piloti giapponesi, protagonista presumibilmente della serie ancora inedita in Italia.

UFO © Nakajima/Toei

Terminate le vacanze natalizie, ai primi di gennaio ’79, portai in classe la spiegazione giapponese sui dischi volanti della Nakajima. Ricordo che a scuola, più grande di me di due anni, c’era anche il figlio dell’allora Direttore della Sacis, sempre pieno di gadget e robot regalatigli dal padre, al quale mostrai con entusiasmo il depliant. Egli mi raccontò che non si trattava di un ragazzo bensì di una donna la quale era la moglie dell’uomo di colore ed entrambi erano stati rapiti dagli extraterrestri e portati a bordo di un disco volante con altri episodi riferiti a presunti avvistamenti UFO, con gli alieni ed extraterrestri ivi raffigurati, avendo da qualche mese visionato in 16 mm (o in 35 mm), assieme al padre questo cartone animato giapponese nella sala proiezioni della Sacis, arrivato insieme dalla Toei Animation dal Giappone, con diversi depliant dimostrativi, abbinato a un altro cartoon con un protagonista molto simile ad Actarus, ma entrambi non furono mandati in onda perché duravano poco e quindi non vi fu la liberatoria Sacis per cederli alla Rai-TV. Inoltre Goldrake aveva provocato diverse polemiche in quei mesi e stavano trattando per Mazinga, che avrebbero trasmesso in seguito, mandando prima in onda Capitan Harlock.
In un memorabile servizio Rai di uno Speciale Tg1 dei primi del ’79 intitolato Heidi, Goldrake, Harlock and Co., di cui accenneremo a breve, il regista Toei Tomoharu Katsumata, rispondendo al giornalista Rai Giuseppe Breveglieri, tramite la voce del doppiatore Diego Reggente che faceva da speaker, spiegò: «Dopo Goldrake [i bambini giapponesi] hanno avuto un altro personaggio che si chiama Jumbo e allora i giocattoli di Ufo Robot sono stati abbandonati».
Alla Toei Animation, però, dopo Goldrake, mai venne prodotto un nuovo robot chiamato Jumbo, mentre, avendo prima citato Ultraman della Tsuburaya Productions, essendo in tema le aziende di giocattoli che facevano da sponsor e facendo probabile confusione nella traduzione dal giapponese all’italiano, è più verosimile che invece il famoso regista di Ufo Robot si riferisse a Jumbo Machinder, nome di una serie di robot plastici di grandi dimensioni venduti dalla filiale della famosa azienda giapponese produttrice di giocattoli, la Bandai-Popy.

Kore ga UFO da! Soratobu Enban © Nakajima/Toei

Kore ga UFO da! Soratobu Enban © Nakajima/Toei

Kore ga UFO da! Soratobu Enban © Nakajima/Toei

Kore ga UFO da! Soratobu Enban © Nakajima/Toei

Kore ga UFO da! Soratobu Enban © Nakajima/Toei

Facendo esaminare questi splendidi modellini del Sol Levante all’amico Dario Muras, egli mi ha suggerito che l’azienda giapponese avrebbe potuto produrre questi giocattoli proponendo alla Toei di farci un cartoon e non viceversa come spesso all’epoca accadeva; circostanza sulla quale non è facile trovare riscontro, soprattutto perché la stessa serie dei giocattoli UFO, tratti dal cortometraggio Toei, furono anche prodotti nella stessa epoca da un’altra azienda giapponese ma su materiale in plastica e coi lampeggiatori a batterie, anche se la Nakajima all’epoca era in assoluto la migliore.
Infatti, dopo il successo di Popy, società della Bandai, con la serie Jumbo Machinder [40], molte altre aziende giapponesi, tra le quali Takatoku, Nakajima e Clover, iniziarono a produrre giocattoli di robot.
La Nakajima Manufacturing Company, che aveva da poco prodotto anche Mazinga e Goldrake, con le varie navicelle spaziali, mise sul mercato dal ’74 le serie di modellini importati in Italia fra il ’78 e il ’79, e precisamente:

Flying Saucer UFO Series (Kore ga UFO da! Soratobu Enban), serie che uscì in Italia per seconda, composta da: UFO 1: Cigar-type Carrier; UFO 2: Dome-type Saucer; UFO 3: Adamski-type Saucer; UFO: Space Base.

UFO © Nakajima/Toei

King of the Sky Groizer X Series (Gloizer X) [41], spacciato nei negozi di giocattoli italiani per “Goldrake”, fu importato per primo: Groizer Robo e Groizer Spaceship; riprodotti entrambi in doppia versione, Great Size e Mini Size; il pilota Joe Kaisaka; i due veicoli, aereo e marino, G-Jet e G-Shark.

Gloizer X © Nakajima/Knack

Gloizer X © Nakajima/Knack

Gloizer X © Nakajima/Knack

Space Knight Tekkaman Series (Uchu no Kishi Tekkaman): Tekkaman, Pegas Robot (Pegasus), Blue Earth (Terra Azzurra), Bad Guy Robot Ganira.

Tekkaman © Nakajima/Tatsunoko

Yatterman (Yattaman): Yatter Can, Yatter Perikan, Yatter Anko, Yatter Kingu, Yatter Panda, Yatter Buru, Yatter Yokozuna, Yatter Zo, Yatter Dojira, etc.

Tekkaman © Nakajima/Tatsunoko

Dangard A (Danguard Ace): Dangard Robo e Dangard Spaceship [42]; in doppia versione, Great Size e Mini Size.

I giocattoli della Nakajima [43] avevano, nello specifico, anche il marchio col Gatto Perrault, simbolo della Toei Animation.
Essi erano costituiti da una pregevole scatola di cartone, illustrata col disegno originale, con differenti ideogrammi giapponesi e la scritta del nome in occidentale seguendo la pronuncia inglese; l’interno in polistirolo per contenere il modellino in metallo e i suoi accessori incellophanati; con allegati spesso cataloghi pieghevoli della stessa serie Nakajima; illuminati all’interno a batteria; e diverse figurine, dei cartoncini illustrati coi protagonisti degli anime coi nomi in giapponese.
Allo stesso tempo, un solo modellino del cortometraggio venne stampato inizialmente anche dalla compagnia Sakura per la serie lampeggiante a pila, Kyogokin. “Kyo-go-kin” significa “lega forte” in giapponese. Siamo riusciti a trovare solo due pezzi distinti nella serie: l’Oni e un UFO.
“Oni” significa “demone” o “goblin” in giapponese, e sono un punto fermo nei miti e nelle leggende giapponesi. Il Sakura Oni è in realtà un giocattolo-personaggio, concesso in licenza dallo show animato di lunga durata, intitolato, Manga Nihon Mukashi-banashi o Animated Japanese Fairy Tales (Fiabe e leggende giapponesi, 1975)
Entrambi i pezzi rimangono oscuri e quasi sconosciuti anche in Giappone.

LIGHT-UP UFO 1 (Kore ga UFO da! Soratobu Enban, 1975) – Anche se si chiama “UFO 1”, questo sembra essere l’unico altro giocattolo nella serie “kyo-go-kin”. È molto simile ai Diecasts UFO venduti dalla Nakajima Manufacturing Corporation, ma si incontra molto meno frequentemente.

Dario Muras, tra i fondatori di TV-Pedia, mi ha aiutato a ricordare i nomi dei vari Scino Glam, Gioele Centanni, Doro TV, etc, per corroborare le informazioni che già sapevo da decenni avendo lavorato alla Corona Cinematografica a fianco del produttore Elio Gagliardo, riguardo la ricostruzione di ciò che accadde alla fine degli anni ’70 durante l’inizio della Goldrake-generation.
Ma torniamo ad allora e precisamente al 1978: in quell’epoca i film arrivarono in stock direttamente dal Giappone: Kore ga UFO da! Soratobu Enban, Uchu enban daisenso assieme a Gureto Majinga tai Getta Robo, Andersen Dowa Ningyo Hime e altri, che raccolsero entro breve l’attenzione del produttore cinematografico Scino Glam.

Scino Glam

Scino Glam era lo pseudonimo di Sergio Bergonzelli, noto anche inizialmente come Siro Carme, Cino Glam e, in ultimo, Mushi Glam, il quale in passato era stato attore e regista, particolarmente attivo in b-movie italiani di diversi generi, soprattutto western ed erotico.
Piemontese, laureato in Filosofia, dopo il seminario si trasferì a Roma, lavorando ad alcune pellicole del dopoguerra di vari registi, quali, Giacinto Solido, Giacomo Gentilomo, Giorgio Simonelli e Pietro Germi. Nel 1965 Sergio Bergonzelli diresse il film Uno straniero a Sacramento, con protagonista Enrico Bomba [44] col quale strinse un lunga amicizia artistica e professionale.

Enrico Bomba e Jayne Mansfield

Produttore e distributore conosciuto soprattutto col nome d’arte di Scino Glam, Bergonzelli già alla fine degli anni ’60 aveva importato in Italia con la sua società cinematografica, la Glam Oriental Films, i lungometraggi dalla Toei Animation, quali: Il gatto con gli stivali e Le meravigliose favole di Andersen, entrambi di Kimio Yabuki, e La grande avventura del piccolo Principe Valiant, accreditando anche nell’altro la regia a un certo Terence Flasch, improbabile cugino dei fratelli Fleischer, privando in quest’ultimo dai credits originali sia la direzione di Isao Takahata sia il character design di Yasuo Otsuka che i layout del giovane Hayao Miyazaki.

King Kong contro Godzilla © Daiei Studios/Glam Oriental Films

Sempre la Glam Oriental Films importò in Italia il film giapponese di fantascienza King Kong contro Godzilla (Gamera tai Daiakuju Giron, 1969) [45], prodotto dalla Daiei Studios con la musica di Shunsuke Kikuchi e diretto da Noriaki Yuasa, nome del regista cambiato in Italia ancora con Terence Flasch.
Nonostante il titolo della pellicola, in essa non compaiono né King Kong né Godzilla, in quanto riprendeva la traduzione letterale di un altro film, Kingu Kongu tai Gojira, già uscito in Italia col titolo de Il trionfo di King Kong.
In King Kong contro Godzilla sono protagonisti due bambini che, mettendo in moto un’astronave, finiscono nello spazio per assistere alla lotta cruenta tra due mostri, Guiron e Gaos, ma salverà i due fanciulli una strana creatura di nome Gamera, chiamata nel film Grande King.

Mazinga contro gli Ufo Robot © ToeiAnimation/Oriental Films

Infatti Glam, fiutando l’affare dopo aver visto Il Grande Mazinga contro Getta Robot, acquistò dal Giappone altri Special animati della Toei Animation, quali, Mazinga Z contro Devilman (1973) e Ufo Robot Goldrake contro il Grande Mazinga (1976) e, aiutato nei dialoghi italiani dal veterano Enrico Bomba, li rimontò in modo del tutto arbitrario nei diversi lungometraggi prodotti dalla Cinestampa Internazionale e distribuiti dall’Oriental Films nelle sale cinematografiche italiane già dal dicembre 1978. Il primo di essi fu Mazinga contro gli Ufo Robot [46].
Il successo fu enorme forse anche perché comparvero nuovi piloti e robot, ancora non trasmessi in Italia, nonostante il nome di Actarus fu modificato al cinema in Icarus, come Goldrake in Goldjack, doppiato anziché da Romano Malaspina da Roberto Chevalier, etc. [47]; mentre Tetsuya aveva la voce di Piero Tiberi, medesima nella serie televisiva de Il Grande Mazinger, diretta nel doppiaggio sempre da Enrico Bomba, serie la quale sarebbe uscita nelle reti private nella primavera del 1979.

Mazinga contro gli Ufo Robot © ToeiAnimation/Oriental Films

Nello stesso periodo della fine del ’78, durante la cosiddetta seconda serie di Goldrake, venne trasmesso l’episodio Un robot per Alcor nel quale si poterono rivedere in TV i protagonisti del film da poco trascorso nelle sale cinematografiche italiane, Boss, Nuke e Mucha col loro Boss Robot, i quali, dall’America andavano in Giappone a trovare il loro amico Koji [48], pilota del vecchio Mazinga Z; episodio animato da Kazuo Nakamura, fra i più riusciti della serie, mentre l’autore si alternava con l’altra coeva Jeeg Robot, uomo d’acciaio, nella quale venne nominato character designer principale e direttore dell’animazione. È interessante come sia nei credits ufficiali riportati in Italia sia fra gli studiosi accreditati, il nome di Kazuo Nakamura non è stato mai menzionato, se non i due characters principali Kazuo Komatsubara e Shingo Araki, i quali, ad onor del vero, non fecero l’uno esclusivamente la prima porzione della serie e l’altro la seconda, alternandosi con Toshio Mori, ma entrambi realizzarono anche diverse puntate l’uno nella seconda parte e l’altro anche nella prima; Kazuo Nakamura ebbe al contrario un ruolo molto importante in Atlas Ufo Robot: egli realizzò 13 episodi fra i migliori, fra cui il succitato, soprattutto all’interno della seconda serie mandata in onda in Italia fra la fine del ’78 e gli inizi del ’79; come anche, si può notare, il secondo album delle figurine Panini di Goldrake, come ancora i poster e i successivi libri “rifatti” in Italia, le cui illustrazioni erano in realtà ricavate dalle puntate animate dal grande Kazuo Nakamura, soprattutto vedansi nello specifico i mostri di Vega in questione molto similari ai successivi mostri Haniwa.

Mazinga contro gli Ufo Robot © ToeiAnimation/Oriental Films

Mazinga contro gli Ufo Robot © ToeiAnimation/Oriental Films

Ma, mentre il cortometraggio sugli UFO scomparve dalla galassia Rai per rimanere inutilizzato, alla Glam un’immagine dei photo-scene dimostrativi del robot Guttiger, che non si capì al momento essere il “pilota” di Goldrake, finì in copertina, assieme a Daimos, delle riduzioni in Super 8 dell’Ariete Cinematografica con all’interno spezzoni del suindicato lungometraggio, stampato integralmente anche in 5 bobine da 180 mt. dalla Cineriduzione Ariete [49].

UFOROBOT © Ariete Cinematografica

Come ancora, sempre grazie a Scino Glam, arrivarono dal Sol Levante diversi episodi di General Daimos (Tosho Daimos) prodotto dalla Nippon Sunrise in coproduzione con la Toei Animation, che vennero rimontati nel 1979 nel film di montaggio Daimos, il figlio di Goldrake [50], distribuito dalla Alsen Cinematografica, nel quale, con l’inserimento di qualche spezzone da un cross over di Goldrake, volendo collegare le vicende di Daimos a quelle del celebre Atlas Ufo Robot, si affermava che Kazuya era figlio di Actarus, dal quale avrebbe ereditato il robot Daimos, con la modifica dei dialoghi di Enrico Bomba e il doppiaggio eseguito dalla C.D.
Ancora però, trattandosi di un coproduzione con la Toei e non essendo giunte in Italia le serie della Sunrise, quali, Gundam, Daitarn III e Zambot 3, il film fu poco capito anche se, di Daimos, assieme a Raydeen (Yusha Raidin), Combatra (Combattler V) e Voltes V (Voltus V), già alla fine degli anni ’70 circolavano in Italia i modelli Shogun Warriors dell’americana Mattel.

Daimos, il figlio di Goldrake © Nippon Sunrise/Toei Animation/Oriental Films

Allo stesso tempo, nello stock v’era anche il lungometraggio Andersen Dowa Ningyo Hime [51], il quale finì nelle sale cinematografiche ai primi del 1979 distribuito dalla Vanguard Martino col titolo de La Sirenetta, la più bella favola di Andersen [52] ma, come al solito, anche se nei manifesti del film la regia sia correttamente attribuita a Tomoharu Katsumata, in essi scompare il nome fondamentale del character designer Shingo Araki per lasciare esclusivamente il posto al direttore dell’animazione, l’animatrice Reiko Okuyama [53], mentre il compositore classico della colonna sonora Takekuni Hirayoshi diventa Tsuyokumi Hirayashi.

La Sirenetta, la più bella favola di Andersen © Toei Animation/ Distribuzione Vanguard Martino

Ma la Glam, divenuta ormai semplicemente Oriental Films, non si limitò a mandare nei cinema italiani i film di montaggio facendo scoprire, prima della messa in onda Rai e delle TV private, Mazinga Z e il Grande Mazinger oltre che Devilman e Getta Robot, ma anche escogitando, sulla base di una vaga ma incisiva somiglianza con la pastorella di Johanna Spyri che all’epoca spopolava assieme a Goldrake, l’importazione del recente lungometraggio della Toei Doga, Heidi diventa principessa (Sekai meisaku dowa: Hakucho no oji, 1977), per la regia di Nobutaka Nishizawa e Yuji Endo, doppiato dalla stessa Francesca Guadagno. [54]

Heidi diventa principessa © Toei Animation/Oriental Films

Nello stesso periodo, fra l’altro, erano usciti nelle sale italiane, come in Super 8 per la Techno Film dei 60 mt. del sopraindicato lungometraggio, i primi rimontaggi tratti dall’omonima serie televisiva, rispettivamente: Heidi a scuola; Heidi in città; e Heidi torna tra i monti, grazie alla distribuzione dell’HC Heritage Cinematografica del produttore Gioele Centanni. [55]

Heidi in città © Toei Animation/HC Heritage Cinematografica

Sempre per la Cinestampa Internazionale di Scino Glam, oltre Mazinga contro gli Ufo Robot, seguì Gli Ufo Robot contro gli invasori spaziali e Mazinga contro Goldrake, anch’essi con titoli fuorvianti nonché sugli autori originali, quando i manifesti pubblicitari italiani davano credits annunciando: ‘Ideazione di Hideki [56] e Toshio Mori – Dialoghi italiani di Enrico Bomba – Esclusività Oriental Films’.

Gli Ufo Robot contro gli invasori spaziali © Toei Animation/Oriental Films

Gli Ufo Robot contro gli invasori spaziali (1979) [57] era un film di montaggio montando nell’ordine, in modo del tutto arbitrario, i seguenti tre diversi mediometraggi della Toei Animation: Il Grande Mazinga contro Getta Robot G (1975), Il Grande Mazinga, Getta Robot G, UFO Robot Goldrake contro il Dragosauro (1976), e Mazinga Z contro il Generale Nero (1974).

Gli Ufo Robot contro gli invasori spaziali © Toei Animation/Oriental Films

Gli Ufo Robot contro gli invasori spaziali © Toei Animation/Oriental Films

Gli Ufo Robot contro gli invasori spaziali © Toei Animation/Oriental Films

Gli Ufo Robot contro gli invasori spaziali © Toei Animation/Oriental Films

Gli Ufo Robot contro gli invasori spaziali © Toei Animation/Oriental Films

Mazinga contro Goldrake (1979), fu il terzo e ultimo film di montaggio prodotto da Scino Glam con l’aiuto del regista Enrico Bomba. Su un sito web dedicato ai rimontaggi cinematografici della fine degli anni ’70, si trova scritto:
«Il successo di questi lungometraggi spinse ancora una volta la Cinestampa Internazionale, a proporre un nuovo film, così nell’estate del 1979, uscì sul grande schermo “Mazinga contro Goldrake”. Avendo ormai esaurito il materiale inedito proposto nei film precedenti, la produzione in collaborazione con il direttore del doppiaggio Enrico Bomba, pensò di riproporre in un unico film, le scene migliori dei 6 episodi speciali, adattandole grazie ad un nuovo doppiaggio. Inoltre per cercare di attirare maggiormente il pubblico, venne creato un finale inedito a sorpresa, facendo scontrare per l’ultima volta Mazinga e Goldrake, con quest’ultimo passato alle forze del male. Da questa idea nacque lo slogan del film: “anche gli amici diventano nemici”. Questa operazione (puramente commerciale), non ebbe il successo sperato, collezionando soltanto critiche, rivolte soprattutto al finale a sorpresa e così in tempi molti brevi, il film scomparve da tutti i circuiti cinematografici. A questo punto, per cercare di limitare i danni, il film venne modificato, tagliando completamente lo scontro finale e cambiando i titoli. Grazie a questa modifica, venne poi rivenduto alla The Universal Video, che per alcuni anni distribuì il film in VHS» [58].

Gli Ufo Robot contro gli invasori spaziali © Toei Animation/Oriental Films

Gli Ufo Robot contro gli invasori spaziali © Toei Animation/Oriental Films

Gli Ufo Robot contro gli invasori spaziali © Toei Animation/Oriental Films

Gli Ufo Robot contro gli invasori spaziali © Toei Animation/Oriental Films

Gli Ufo Robot contro gli invasori spaziali © Toei Animation/Oriental Films

Gli Ufo Robot contro gli invasori spaziali © Toei Animation/Oriental Films

Gli Ufo Robot contro gli invasori spaziali © Toei Animation/Oriental Films

La Cinestampa [59], all’epoca dei film di montaggio di Goldrake e Mazinga, era sita in Via Carso 63, nei pressi della Rai di Viale Mazzini; mentre, nello stesso periodo, oltre a Scino Glam, uscì anche la concorrente Italian Pictures la quale chiese l’esclusiva alla società di Ginevra Eole Financière e alla Minerva Trading Ltd. per realizzare tre film di montaggio ricavati dalle puntate televisive di Goldrake, e precisamente: Goldrake all’attacco – La più grande avventura di Ufo Robot; Goldrake l’invincibile; e Goldrake addio!
Cinestampa Internazionale e Italian Pictures erano società cinematografiche di distribuzione, le quali si facevano anche concorrenza, al punto che, nelle locandine, c’era scritto, “Il vero Goldrake”, con riferimento ai montaggi TV, facendo presuppore che i film di Glam erano col “finto” Goldrake, motivo per cui dal successivo lungometraggio tornò col nome originale italiano, doppiati alla C.D. capitanata da Enrico Bomba, mentre i rimontaggi per conto del committente/distributore erano eseguiti nella società EDC di Annibale Roccasecca sulle ‘pizze’ in 16 mm, con la pista M/E (musica/effetti) su magnetico a parte – come mi raccontò Fabrizio Mazzotta il quale partecipò a tutti e tre i ridoppiaggi.
I dialoghi erano di Roccasecca e Willy Moser. Ovviamente concluso il mix, per approdare nelle sale cinematografiche, i film di montaggio tratti dalle puntate TV, essendo in 16 mm, dovevano essere prima “gonfiati” in 35 mm (come si diceva in gergo), per poi ricavare ulteriormente un internegativo finale.

Goldrake all’attacco – La più grande avventura di Ufo Robot © Toei Animation

Nonostante la sceneggiatura troppo diluita essendo tratti dagli episodi televisivi con l’animazione più seriale rispetto ai lungometraggi in Cinemascope della Cinestampa; i dialoghi non molto fedeli a quelli originali anche se coi medesimi doppiatori della serie; la famosa sigla d’apertura italiana scritta da Luigi Albertelli su musica e orchestra di Vince Tempera, con l’aggiunta nel film della colonna sonora tratta dai brani dell’intero LP Atlas Ufo Robot, cantati, tra gli altri, da Fabio Concato e Dominique Regazzoni; i tre film su Goldrake – i quali sintetizzano a discrezione dei distributori le tre serie uscite fra il ’78 e l’80 – godettero di un buon successo da parte del pubblico sia nelle sale cinematografiche, sia ristampati in Super 8, integrali in 5 bobine da 160 mt. per la Ersa, che in innumerevoli spezzoni da 60 mt. per la Silma.
È interessante notare che a distanza di venticinque anni i lungometraggi e le serie televisive vennero pubblicati in DVD da diverse compagnie di distribuzione, venduti sui siti internazionali quali Ebay e Amazon, tanto che se ne accorse dal Giappone la Toei Animation, ignara da un quarto di secolo che la serie TV era stata rimontata a piacimento e senza la licenza originale da qualche misterioso distributore europeo:

È interessante fare oggi le seguenti osservazioni:

1) Il film di montaggio italiano con l’esclusività della società di Ginevra Eole Financière, Italian Pictures e Minerva Trading, da poco uscito in Italia alla fine del ’78 col titolo Goldrake all’attacco! , fu ceduto qualche mese dopo alla Pictural Film di Jacques Canestrier, che uscì nella stessa epoca in Francia nelle sale cinematografiche d’oltrealpe col titolo Goldorak au cinéma, tanto che nella versione doppiata in francese, nei titoli di testa, anziché Eole Financière come nella versione italiana, vi è scritto: «production TOEI ANIMATION DYNAMIC PRODUCTION PICTURAL-FILM».
Appare ormai ovvio che la Eole Financière di Bruno-René Huchez, Italian Pictures, Minerva Trading e Pictural Film di Jacques Canestrier erano quantomeno collegate tra loro, poiché si servivano vicendevolmente e non concorrenzialmente dei medesimi negativi 35 mm, ricavati dagli internegativi delle pellicole originali 16 mm da stampare per il cinema e in seguito per l’Home Video.

2) Riguardo la titolarità dei diritti in possesso dalla Eole Financière, essi furono acquisiti dalla società cinematografica di Ginevra alla Toei Animation, come risulta chiaramente dagli atti della Corte d’Appello di Parigi nella causa intentata dalla Toei Animation e Dynamic Planning alle società francesi Déclic Images e Manga Distribution per aver messo la serie in dvd senza esserne titolari dei diritti, le quali riconosciute colpevoli sono state condannate a versare alle società giapponesi un risarcimento di 7,2 milioni di euro:

«Sur la titularité des droits d’auteur: Considérant que le tribunal a retenu ajuste titre qu’il résultait des contrats versés au débat que la série d’animation GOLDORAK était commercialisée en France par les sociétés Toei Animation et Dynamic Planning depuis 1979;
Qu’il est en effet établi par les pièces communiquées que la société Toei Animation a:
– par contrat du 8 janvier 1979, enregistré le 9 mars 1979 au registre public de la cinématographie, cédé à la s.A.R.L Eole Financière le film intitulé «Ufo Robot Grendizer», ce titre étant à l’origine au Japon celui de GOLDORAK en France,
– par contrat du 5 février 1982, cédé pour cinq ans à la société Productions Jacques Canestrier l’exclusivité de l’exploitation par vidéogrammes des séries de dessins animés «Ufo Robot Grendizer Raids», la photocopie de la jaquette d’une vidéocassette produite par cette société portant d’ailleurs la mention «réalisation Toei Animation/Dynamic Planning», – par contrat du 31 mai».[60]

3) Relativamente ai film di montaggio della fine degli anni ’70, come i tre su Goldrake, Capitan Harlock, Jeeg Robot e Candy Candy nonostante di Balini, e perfino l’ancora inedita Lulù l’angelo tra i fiori, la cui esclusiva veniva concessa dalla Eole Financière, è da notare che, recentemente, alcuni dei suindicati lungometraggi uscirono in Italia in dvd in versione rimasterizzata fra il 2001 e il 2006 per il marchio Stormovie della Digital Studio Producton, quali, Mazinga contro Goldrake, Daimos il figlio di Goldrake, come anche Goldrake all’attacco, Goldrake l’invincibile, Goldrake addio e Jeeg Robot contro i mostri di roccia.
La Digital Studio Production del produttore cinematografico Omar Paolo Bussi era stata accusata un decennio fa dalla Dynamic Planning inc. e dalla D/Visual incorporated di aver diffuso sul territorio italiano versioni contraffatte e non autorizzate dei film “UFO Robot Goldrake” e “Jeeg Robot d’Acciaio” create da Go Nagai.
In un comunicato stampa [61] la Digital Studio Production dà la seguente dichiarazione:

«le opere audiovisive di animazione con titolo Italiano “Mazinga contro Goldrake”, “Goldrake all’attacco”, “Goldrake l’invincibile”, “Goldrake addio” e “Jeeg Robot contro i mostri di roccia”, distribuite dalla Digital Studio Production S.r.l., sono state prodotte dalla Eole Financere Co. Ltd. per la versione cinematografica, su licenza della Toei Animation Co. Ltd., proprietaria dei relativi diritti, come può evincersi dalla semplice lettura dei titoli iniziali degli stessi filmati».

È interessante notare che la medesima società Digital Studio Production, la quale si dichiarava in pieno possesso dei diritti di distribuzione, oltre ai rimontaggi di Goldrake e Jeeg Robot attribuisca anche Mazinga contro Goldrake all’Eole Financière, quando, all’epoca dell’uscita nelle sale cinematografiche, Mazinga contro Goldrake come Daimos il figlio di Goldrake erano della concorrente Cinestampa Internazionale di Scino Glam.

4) Sul sito internet francese «Goldorak-Gate», vi è una pagina con un affiche dell’epoca del film, intitolata, ‘Candy au cinéma en Italie’: in essa si trova scritto, «Candy a été projetée sous forme de long métrage hier en Italie Bien entendu étant donné le contexte, cette projection est tout sauf orthodoxe… D’après mes informations, cette projection serait portée au crédit d’Eole Financière, société suisse qui appartiendrait à… Bruno-René Huchez!» [62].

Evidentemente, un giro di “amicizie” in comune tra Italia e Francia quello fra Eole Financière di Huchez, Pictural Film di Canestrier, Cinestampa Internazionale di Glam, Italian Pictures e Minerva Trading, con l’assistenza della C.D. di Bomba e l’EDC di Roccasecca, e lo zampino di qualcuno che chiudeva un occhio sul fatto che le puntate televisive 16 mm sonorizzate in italiano dalla Rai finissero arbitrariamente rimontate e stampate in 35 mm nei cinema…

Affiche de film Goldorak au cinéma © Toei Animation

Tornando ai primi mesi del ’79, la Rai mandò uno Speciale del TG1 – Tam Tam, con un reportage intitolato Heidi, Goldrake, Harlock and Co.[63]
(https://www.rapportoconfidenziale.org/?p=4493), nel quale il giornalista Giuseppe Breveglieri andava con la troupe a Tokyo in visita alla Toei Animation ad intervistare gli autori di Goldrake. In esso si vedono il regista Tamoharu Katsumata e lo scenografo Tadanao Tsuji (entrambi con errori nei nomi nelle sottotitolazioni, quali, Tomoaru [sic] e Tadamao [sic]), i quali cercano di spiegare il successo dei cartoni animati giapponesi al grande pubblico.

Tamoharu Katsumata intervistato da Giuseppe Breveglieri © Speciale TG1 – Tam Tam/Rai-TV

Nel filmato Rai si vedevano i reparti di animazione, coloritura, ripresa, aziende di giocattoli o sponsor, oltre che spezzoni, cells, addetti alla Verticale Cinematografica; mentre, dallo speaker Dario Reggente si ascoltano i nomi di Goldrake, Heidi, Capitan Harlock (uscito da pochi giorni prima alla messa in onda) o ancora non importati, Ultraman, Majinger Z definito il papà di Goldrake, Candy Candy, Captain Future, Galaxy Express 999, Anne e Judo Boy, con un saluto all’uscita della Toei della troupe Rai di ritorno in Italia con un gigantesco Goldrake che salutava gli spettatori italiani.

Speciale TG1 – Tam Tam: Heidi, Goldrake, Harlock and Co.© Rai-TV

Danguard Ace © Toei Animation

La Rai, infatti, aveva da poco iniziato a trasmettere la nuova serie giapponese Capitan Harlock (Uchu Kaizoku Kyaputen Harokku, 1978) [64], diretto da Rintaro, con annesso un enorme merchandising; mentre, nello stesso periodo, sulle diverse TV private regionali più in sordina andò in onda Danguard Ace (Wakusei Robo Dangado Esu, 1977) [65], per la regia di Tomoharu Katsumata. Presentato settimanalmente dall’ex Mago Zurlì Cino Tortorella, nel frattempo passato alle TV private, all’interno di una trasmissione sponsorizzata da Il Giornalino del gruppo editoriale San Paolo, nella quale pubblicizzavano anche i prodotti Plasmon, Ergo Sprint e Ergo Cappuccio, che regalavano i modellini di Asterix e Obelix; quando, alla fine del programma in studio, Cino Tortorella tra i bambini annunciava una nuova puntata (alla milanese) “del” Danguard [66].
La TV principale che produceva la trasmissione era Telonova, sempre del gruppo San Paolo, il cui patròn era Paolo Pivetti, padre di Irene e Veronica, la quale cantava anche la sigla di apertura e chiusura del Danguard.
Dopo nove settimane nelle quali furono trasmessi soltanto i primi nove episodi diffusi sulle antenne private in tutta la penisola, Danguard Ace, mai pubblicizzato se non sporadicamente su Il Giornalino, cessò improvvisamente di andare in onda…
Bisognerà aspettare l’inizio dell’anno successivo, 1980, per vedere, senza Cino Tortorella nel frattempo tornato in Rai a presentare Lo Zecchino d’Oro, la serie intera e quotidianamente acquisita dall’Olympus Merchandising di Vittorio Balini, trasmessa sulle future reti Fininvest, oggi Mediaset, chiamata più semplicemente Danguard.

Danguard Ace © Toei Animation

Diverse le similitudini fra le due serie coeve: il giovane pilota Arin somigliava a Tadashi Daiwa, mentre il Capitano Dan aveva una cicatrice trasversale sulla guancia simile a quella del pirata spaziale; la ragazza della Base Yasdam Nova ricordava Yuki dell’Arcadia; come ancora il simpatico e omonimo personaggio di contorno dott. Zero, sempre attaccato alla bottiglia, era molto simile nella tipologia in entrambe le serie. Inoltre la caratterizzazione dei personaggi aveva qualcosa di già conosciuto al pubblico italiano: sia Capitan Harlock, improntato da Kazuo Komatsubara, sia Danguard caratterizzato da Shingo Araki, erano entrambe tratte dai manga di Leiji Matsumoto, nonché relativamente alle serie animeambedue dirette dai medesimi direttori dell’animazione del recente Goldrake. Uscirono ai primi del ’79 in contemporanea due album delle figurine su Capitan Harlock: il primo delle edizioni Flash coi personaggi ridisegnati; il secondo, edito dalla Panini, con le immagini tratte dai fotogrammi originali. Inoltre, la serie Rai ebbe all’epoca un tale successo, quasi pari a Atlas Ufo Robot, che alcuni episodi vennero rimontati nel film Le nuove avventure di Capitan Harlock il pirata dello spazio (1979), con l’esclusiva Eole Financière e distribuito dall’Italian Pictures.

Le nuove avventure di Capitan Harlock il pirata dello spazio © Toei Animation

Ai primi del ’79 uscì sulle TV private regionali Le avventure di Lupin III (Rupan Sansei, 1971), senza titoli giapponesi, e con la canzone inglese Planet 0 [67] del gruppo Daisy Daze and the Bumble Bees. La prima puntata, Trappola su quattro ruote, nella quale Lupin è impegnato in una gara automobilistica, come per Hiroshi Shiba, è animata da un giovane Kazuo Nakamura, quando dovrà liberare la fidanzata Fujiko Mine, sequestrata da Lord Scorpion e torturata con delle braccia e manine coi guanti à la… Mickey Mouse che le fanno il solletico.
Una divertente e straordinaria serie poliziesca, prodotta dalla A-Production dell’ex veterano Toei Gisaburo Sugii che aveva già realizzato assieme Yasuo Otsuka il film pilota, caratterizzata anche da accenti allusivi e adulti, con tratti quasi da fumetto occidentale, ma iconograficamente col naso accennato e le ellissi nelle iridi luminose alla maniera di Hols il principe del sole e Heidi di Isao Takahata e Hayao Miyazaki.
Lupin III, nipote del famoso ladro gentiluomo, con la ragazza Fujiko, il complice Jigen, il samurai Goemon e l’ispettore Zenigata, iniziata in sordina e ripetuta su varie TV locali per due anni, riscosse un immediato successo tanto che, l’anno dopo, 1980, uscì anche a Pasqua nei cinema italiani il film Le avventure di Lupin III (1978) [68].

Le avventure di Lupin III © Tokyo Movie Co.

Sempre nella primavera del 1979, su diverse TV private nazionali, fra le quali, Quinta Rete, diventata in seguito di Rusconi e poi definitivamente Rete 4 di Silvio Berlusconi, andò in onda Jeeg Robot, uomo d’acciaio (Kotetsu Jigu, 1975) [69].
Kazuo Nakamura, la cui mano in Italia si era già intravista in Goldrake, venne nominato dalla Toei Animation per la Dynamic Planning quale character designer principale e direttore generale dell’animazione, improntando la caratterizzazione di Jeeg, il Robot d’Acciaio; del protagonista Hiroshi Shiba, in una sontuosa e più complessa rielaborazione iconografica, da Akira di Devilman a Actarus di Goldrake; dell’assistente Miwa, dei piccoli Mayumi e Shorty, del professor Shiba e del prof. Dairi; come anche dei personaggi di contorno alternativi a Boss, Nuke e Mucha e Boss Robot di Mazinga, stavolta raffigurati nel duo Don e Pancho con il loro grottesco e simpatico Mechadon; come ancora dei cattivi dell’Impero Yamatai, quali, la Regina Himika e i tre Ministri Amaso, Hikima e Mimashi; vedute trasversali e la cura nel design altamente elaborato ne hanno fatto l’opera più rappresentativa di Kazuo Nakamura nella metà degli anni ’70, poco prima dell’innovazione con l’ideazione supportata dagli sponsor di giocattoli del successivo Voltron (1981), che aprì la strada al mercato americano de I Transformers (1984).
Inizialmente, la sigla di Jeeg Robot era preceduta da uno stacchetto della AB International Export, società di distribuzione che diffuse la serie televisiva in Italia. Vittorio Balini [70] era il titolare della Olympus Merchandising ed era altresì la PAT Produzioni Associate Televisive Srl in seguito PAT International.
AB International e Pubbliherz distribuivano i programmi della P.A.T. di Vittorio Balini cui faceva capo anche la Olympus Merchandising. Publiherz distribuiva in Lombardia, Piemonte, Veneto, Liguria, Friuli e Trentino; AB International nel resto d’Italia.

Jeeg Robot, uomo d’acciaio © Toei Animation

Stessa sorte, nello stesso periodo, accadde anche per Ryu il ragazzo delle caverne (Genshi shonen Ryu, 1971), per la regia di Takeshi Tamiya e Masayuki Akehi, tratto dal manga di Shotaro Ishinomori caratterizzato dall’impronta di un giovane Kazuo Komatsubara aiutato nell’animazione da Kazuo Nakamura, con l’intro AB International Export e la concessionaria Olympus Merchandising che distribuiva i prodotti in Italia.
Una storia ambientata nella preistoria, con protagonista in un mondo di meticci il ragazzo bianco di nome Ryu, assieme alla sua compagna Ran e al di lei fratellino Don, i quali debbono sfuggire il crudele Tyrano (nome dato probabilmente in onore al dinosauro teropode Tyrannosaurus (il cui nome significa “lucertola tiranna”).
È interessante notare che sia la serie Ryu il ragazzo delle caverne sia il lungometraggio 20.000 leghe sotto i mari  vennero diretti da Takeshi Tamiya, su soggetto di Shotaro Ishinomori, nonche l’idea iconografica dell’antica mitologia nipponica rivisitata nel drago di fuoco, ricorda molto quella del dinosauro Tyrano; come anche le musiche di sottofondo di Takeo Watanabe riscontrabili in entrambe le produzioni della Toei Animation.

Vittorio Balini, presidente dell’AB International Export e dell’Olympus Merchandising

Nella mia lunga intervista esclusiva, intitolata Detto Mariano: Musica Maestro! le sigle d’oro dei cartoni animati giapponesi (https://www.rapportoconfidenziale.org/?p=36984), viene in essa spiegato dal famoso compositore musicale italiano i ruoli che ebbero Paolo Moroni e l’arrangiatore della CAM Paolo Lepore, i quali rielaborarono gli originali della musica giapponese, quando la canzone della sigla d’apertura fu cantata da Roberto Fogù in arte Fogus, per entrambe le serie anime, a eccezione della sigla di chiusura Un milione di anni fa interpretata dalla figlia del musicista, Georgia Lepore.
Entrambi, sia Jeeg Robot che Ryu, vennero distribuiti anche in Super 8 sia in cofanetti contenenti un intero episodio da 2 x 120 mt. cadauno sia in versione lungometraggio da 5 X 180 mt., stampati sia dalla Ersa e dalla C.I.C. che dalla Fapex Distribuzione.

Ryu il ragazzo delle caverne © Toei Animation

Sempre nella primavera del 1979, poco dopo Jeeg Robot, uscì anche Il Grande Mazinger (Gureto Majinga, 1974), il quale, nonostante trasmesso su alcune TV regionali, ottenne sin da subito un grande successo. Finalmente si poté rivedere in TV Tetsuya Tsuruji doppiato, come nel film Mazinga contro gli Ufo Robot, sempre da Piero Tiberi. La caratterizzazione principale dei personaggi venne improntata dal character designer Keisuke Morishita, con la sigla, come per Mazinga Z, animata da Kazuo Nakamura.
Il protagonista è Tetsuya Tsuruji, un giovanotto dai capelli neri e basetta cadente piatta, naso anziché diritto con la nocca, il quale pilota il veivolo Brian Condor che si collega come cabina di pilotaggio all’interno della testa del Grande Mazinger. Fra gli altri protagonisti, il dott. Kenzo Kabuto della Fortezza delle Scienze, lo scenziato coi baffi, con la cicatrice sul volto (idea spesso utilizzata dai giapponesi) e le mani-robot perché reduce da un grave incidente, nonché figlio del vecchio prof. Kabuto ideatore del vecchio Mazinga Z e padre del pilota di esso Koji Kabuto che comparirà nelle puntate finali della serie Toei; il piccolo Shiro fratello di Koji reduce dall’altra serie acconto a Jun (una modernizzazione di Ran e il piccolo Don di Ryu), la ragazza mulatta a bordo del robot femminile Venus Alfa, partner femminile del grande Mazinga; e, come nella precedente serie, il simpatico e maldestro Boss, coi suoi aiutanti Nuke e Mucha che pilotano il grottesco Boss Robot.
I nemici stavolta sono i demoni dell’Impero di Mikenes, un richiamo all’impero miceneo in una sorta di ade ispirata all’antica mitologia greca. Tra questi, l’Imperatore delle Tenebre e il suo primo ministro Generale Nero, che comanda il Ministro Argos, il Granduca Gorgon, il Generale Yuri Caesar e la Marchesa Yanus.
Il Grande Mazinger ebbe un notevole successo con un importante merchandising fra album delle figurine, modellini robot, libri, giochi da tavola, il disco [71] e perfino il manga originale di Go Nagai, edito in Italia dall’autunno del ’79 dai Fratelli Fabbri.

Il Grande Mazinger © Toei Animation

All’epoca, erano giunti anche i primi telefilm giapponesi nei programmi per ragazzi curati da Fatma Ruffini sulla milanese Antenna Nord e la romana 5° Rete, che divennero Italia 1, dove ebbe anche un discreto successo come conduttrice presentando Il Discolone, trasmissione musicale per bambini accompagnata dalla mascotte dell’enorme coniglio Gasparone.
In quel periodo mandarono in onda due fiction giapponesi in live-action di fantascienza: Guerre fra galassie (Uchu kara no Messeji: Ginga Taisen, 1978) [72], serie della Toei Company scritta da Shotaro Ishinomori con le musiche composte da Shunsuke Kikuchi; e Spectreman (Supekutoruman, 1971), telefilm in tokusatsu prodotti da P Productions.

Guerre fra galassie © Toei Company

Sempre in quel periodo, andavano di continuo replicati dalle TV private, due mediometraggi animati giapponesi: Il principe felice [73], della Dax Productions, la commovente favola di Oscar Wilde interpretata da Osamu Dezaki e Akio Sugino, futuri creatori di Remì.

Il principe felice © Dax Productions

E lo Special in animazione Polon la piccola strega [74], che anticipò di tre anni l’arrivo in Italia della vecchia serie della Toei Animation, Sally la maga (Mahotsukai Sari, 1966): la storia di una piccola maghetta, Polon, la quale facendo una magia diventavano minuscoli anche i suoi amici Kabù e i tre gemellini Ton, Chin e Kan, i quali si avventurano assieme nei sotterranei a cercare la palla da gioco finita in un cunicolo a bordo di una automobile mettendosi nei guai… fin quando, alla fine, Sally, la più grande, non trovando Polon e Kabù, con una magia riporterà la situazione a lieto fine.

Polon la piccola strega © Toei Animation

E nella primavera-estate del 1979, solo una volta da allora, TMC Tele Monte Carlo mandava in onda Le favole della foresta (Yama Nezumi Rocky Chuck, 1973), con la sigla con l’esotica canzone Bahamas dei Kangaroo [75], una serie del veterano Yasuji Mori mai replicata della Zuiyo Eizo poco prima che divenisse Nippon Animation, con protagonisti il ratto di montagna Johnny (Rocky Chuck), la marmotta Polly, il coniglio Peter, il dalmata Gedeone, il picchio Sammy, Volpe Rossa, il falco Zampa Bianca, l’orso Buster, Verdone Serpentone, la lontra Joe. Adattamento dialoghi di Sergio Patau. Doppiaggio eseguito dalla S.A.S.

Le fiabe della foresta © Zuiyo Eido – Nippon Animation

Sempre in Italia, ai primi del ’79 si potevano trovare i robot giganti in plastica della linea Shogun Warriors dell’americana Mattel, fra i quali, Grandizer, Great Mazinga e in seguito Gaiking.
Fra questi, nei negozi di giocattoli, era esposto anche Raydeen (Yusha Raidin, 1975), una serie della Sunrise, mai importata in Italia, creata da Masaki Tsuji e Soji Yoshikawa, con la regia di Yoshiyuki Tomino e Tadao Nagahama, ed il character design di Yoshikazu Yasuhiko.

Raydeen © Sunrise

Già nel ’79 erano arrivati dal Sol Levante diversi giocattoli originali giapponesi. Nei negozi di cartoleria-articoli da regalo, si potevano raramente trovare gli Uniquer Troops (1976), una serie di simpatici robot a magnete destinati alle scuole elementari prodotti della Takara [76], non a caso l’azienda di Toys che diffuse i modellini scomponibili a calamita di Jeeg Robot d’Acciaio.

Uniquer Troops © Takara

Sempre a magnete, dalla Germania anche se fabbricati in Giappone giunsero sul mercato italiano i giocattoli coi modellini scomponibili a calamita di Pinocchio e Sinbad, tratti dalle serie ancora non esportate relative alla coproduzione fra Nippon Animation e Apollo Film-Wien [77].

Pinocchio © Apollo Film-Wien

Come anche, oltre i robot della Nakajima usciti dall’anno prima, rarissimamente nel ’79 si potevano trovare dei modelli in ferro di minor pregio ma più squadrati e dal design più sofisticato dei tre Ginguiser.

Ginguiser © Nippon Animation

Durante la primavera del 1979, coi primi negozi di articoli per la casa, giochi e cancelleria – il corrispettivo degli attuali bazaar cinesi –, vendevano, oltre a matite e quaderni, anche delle gommine profumate con disegnati sopra i personaggi di Robocon (Ganbare!! Robocon, 1974) [78], la serie della Toei di Shotaro Ishinomori mai pervenuta in Italia.

Ganbare!! Robocon © Toei Animation

Nei grandi magazzini – Standa, Upim e la Rinascente – oltre ad avere per sponsor Goldrake, al reparto infanzia e giochi, sempre in quel periodo, si potevano trovare i cinque modellini-robot dei Goranger (Himitsu Sentai Gorenja, 1977), la prima serie tokusatsu Super Sentai creata sempre da Shotaro Ishinomori e distribuita dalla Toei Animation in occidente col titolo Power Rangers.
In questo post, ricavato in internet di gonagaiword, vi mostriamo un depliant pubblicitario di un parco divertimenti a Inuyama, risalente al 1975/76. Protagonisti delle tre pagine disponibili Goldrake, Getter Robot, Yuusha Raideen, Robocon, Kamen Rider e gli altri eroi delle trasmissioni TV per ragazzi nel Paese del Sol Levante. I fortunati bambini dell’epoca in visita al lunapark, erano “omaggiati” con le maschere dei loro eroi preferiti.

Depliant pubblicitario vintage con Goldrake, Getter Robot e gli eroi Toei Animation e Sunrise

Nell’autunno del 1979, dopo l’enorme successo Rai di Heidi, Goldrake e Capitan Harlock, venne annunciata a breve la serie giapponese La storia di Remi (senza ancora l’accento sulla “ì” aggiunto in ultimo per facilitarne la pronuncia italiana), ispirato al romanzo Senza famiglia di Hector Malot e prodotto dalla Tokyo Movie Shinsha, per la regia di Osamu Dezaki e il character design di Akio Sugino.
Remì, il bambino alla ricerca della sua vera mamma la signora Milligan, venne venduto da Gerolamo Barberin al signor Vitali (all’inizio più burbero come il nonno di Heidi), per farlo lavorare nella sua compagnia artistica ambulante assieme al cane Capi, alla scimmietta Jolie-Coeur, e ai due Zerbino e Dolce; serie realizzata magistramente dal tratto accurato e sontuoso di Akio Sugino, veterano della Mushi Productions e già affermato character designer per Dezaki con Rocky Joe, corroborato dai continui e suggestivi effetti panoramici e tridimensionali ottenuti alla Multiplane Camera della Parigi fin de siècle, si è rivelata sin da subito uno strepitoso successo Rai per l’infanzia. All’inizio, infatti, la serie Remì – Le sue avventure (Ie Naki Ko, 1977) [79] venne lanciata come tridimensionale e molti periodici di larga diffusione, fra i quali, Radiocorriere TV, TV Sorrisi e Canzoni e perfino Topolino allegavano in omaggio gli occhiali in 3D [80].
Il successo della serie fu tale che l’anno dopo, Scino Glam rimontò gli episodi nel lungometraggio distribuito nelle sale distribuito dalla Alsen Cinematografica, Remì – Il Film (1980).

Remì – Il Film © Toei Animation

A settembre del 1979, le TV private iniziarono a programmare Don Chuck il Castoro (Don Chakku Monogatari, 1975) [81], prodotto dalla Knack col character design originale improntato da Eiji Tanaka, in una deliziosa serie con protagonisti i due piccoli castori Chuck e Lala che giocano assieme all’orsetto Daigo e alla coniglietta Mimì; fra i grandi, il padre castoro Aristotele, il medico capra dott. May e gli antagonisti, il vecchio saggio lupo Gantezù coi suoi tre scagnozzi quali, il lupo Rappa, la volpe Konta ed il procione Kachinko, all’interno della foresta di Zawa-Zawa.
Don Chuck uscì anche nelle sale cinematografiche italiane nel film di montaggio, Le avventure di Don Chuck il Castoro (1980), stampato anche integralmente anche in 4 bobine da 180 mt. dalla BP Distribuzione Super 8.

Le avventure di Don Chuck il Castoro © Knack Productions

Sempre nel ’79, le TV private mandarono in onda Honeybee Hutch, divenuta dopo qualche mese Le avventure dell’Ape Magà, (Konchu Monogatari: Minashigo Hatchi, 1970) [82], che aveva le sigla originale giapponese sostituita l’anno dopo dalla nuova canzone italiana cantata dal coro I Nostri Figli di Nora Orlandi.
Nonostante l’anno dopo la Rai trasmise L’ape Maia (Mitsubachi Maya no boken, 1975) [83], basata sul racconto originale tedesco di W. Bonsels e pubblicizzata ovunque rispetto alla meno fortunata concorrente (doppiate entrambe da una piccola Antonella Baldini), la serie della Tatsunoko Productions apparsa sulle TV private si rivelò superiore per ideazione e contenuti a quella Rai coprodotta fra la nipponica Zuiyo Eizo e l’austro-tedesca Apollo Film: dopo Remì, anche Magà era alla ricerca della mamma, l’Ape Regina. Gli episodi de L’Ape Magà, inoltre, vennero riproposti in 60 mt. in Super 8 prodotti dall’AVO Film [84].

Le avventure dell’Ape Magà © Tatsunoko Productions

Astro Robot © Nippon Animation

Sempre nell’autunno del 1979, con l’inizio della scuola, la linea de i quaderni Auguri di Mondadori stampò diversi albi, a righe e a quadretti, con diverse copertine [85] con su scritto in occidentale Astro Robot [86]; quaderni relativi a un nuovo robot giapponese (in realtà erano 4) mai visto in Italia, coi diversi protagonisti sia i piloti che i nemici; e sulla quarta di copertina, i piloti in corrispettivo alle relative navicelle spaziali con sotto la scritta Nippon Animation-Rai 1978 per concessione Sacis/Roma.
Sei mesi dopo, il settimanale Rai-ERI TV Junior pubblicò una pubblicità nella quale si annunciava la prossima uscita in Rai di questa nuova serie coi nomi già cambiati rispetto agli originali dei 4 piloti, poi ancora modificati nell’edizione definitiva italiana: Ishita (Yoshida), Billi Denio (Ylli Kenyo), Bunta (Yinta) e Tempei (Yanosh). La Regina degli Atlantidi della civiltà dei Moguru, dal capelli biondi a punta e la mascherina dai doppi occhi assieme ai due consiglieri Gorosky e Zanga, rievocava la Regina Himika e i ministri del Regno Yamatai di Jeeg Robot. Ma si trattava di una serie dissimile da quelle della Toei stilisticamente più vicina a Ginguiser, entrambe create da Akira Hatta e prodotte per la Nippon dalla Ashi Productions, fondata nel 1975 dall’ex della Tatsunoko Toshihiko Sato.
Già in attesa in Rai dall’epoca della prima uscita di Atlas Ufo Robot, la serie Astrorobot contatto Ypsilon (Burokka Gundan IV Mashiin Burasuta, 1976), sarebbe stata trasmessa due anni dopo sulla Rai nell’autunno del 1980, con un notevole successo di merchandising: dischi, figurine, giocattoli e persino puzzle.

Astro Robot © Nippon Animation

Dall’autunno del ’79, le TV private regionali trasmisero una nuova serie annunciata, quale Ufo Dino Mech Gaiking.[87]
Se “Dino” stava per “Dinosauro”, il nome “Ufo” richiamava “Ufo Robot” ma senz’altro curioso e lievemente più moderno: più piloti e un straordinario robot con le corna à la Goldrake e col corpo di drago… Ma dai titoli invece era Gaiking, il robot guerriero, col character design improntato principalmente da Akio Sugino nella confezionatura della sigla finale; come soprattutto da Takeshi Shirato, che realizzò anche la prima puntata e la caratterizzazione della serie; mentre, la sigla [88] iniziale era invece animata da Yoshinori Kanada, che realizzò diversi episodi fra cui l’ultimo.
Gaiking, con protagonista il campione di baseball Sanshiro Tsuwabaki – doppiato con la voce principale di Romano Malaspina – assunto dopo un incidente a bordo del Drago Spaziale, capitanato dal dott. Daimonji con l’assistente femminile Midori assieme al bambino Akiro, il comandante americano e biondo Pete Richarson, lo scienziato neozelandese Sakon e gli altri piloti delle navicelle spaziali, il cinese Fan Lee, due ciccioni uno più grottesco e l’altro serio Yamatake e Bunta, insieme impegnati a combattere l’invasione dell’Impero di Zela di Black Darius e i suoi “Grandi Quattro”.
Gaiking, essendo stato realizzato alla Dynamic ma escludendo dai credits definitivi Go Nagai, ne è derivata una serie più moderna, strana e affascinante, la quale riprende i clichés modificati dei vari Getta Robot, Ufo Robot e Mazinga in un nuovo robot dalle grandi corna à la Goldrake ma con assemblato un grande corpo di drago dorato.

Ufo Dino Mech Gaiking © Toei Animation

Alla fine del 1979 su Antenna Nord e 5° Rete uscì Falco il superbolide (Machine Hayabusa, 1976) [89], anche ricordato come Ken Falco, con la regia generale di Yugo Serikawa e la sceneggiatura di Masaki Tsuji, un anime realizzato dallo studio della Dynamic Planning della Toei Animation, con protagonista Ken Hayabusa, giovane pilota di Formula 1, alla guida dell’Hayabusa Special, progettata dal padre, nei rally automobilistici tra la Scuderia Sayongi e la sinistra Black Shadows di Ayab Mobil Dick.
Oltre a vari personaggi di contorno, il modello Hayabusa, dotata di varie trasformazioni, somiglia molto a una navicella spaziale, nella miglior tradizione della Toei Dynamic della serie sportiva, ben confezionata e solare, uscita per prima in Italia.
Di Ken Falco venne pubblicato anche il libro, edito da Salani.

Falco il superbolide © Toei Animation

Sempre nel 1979, sui canali privati, importato dall’Olympus, apparve Tekkaman il cavaliere dello spazio (Uchu no Kishi Tekkaman, 1975) [90], su soggetto di Tatsuo Yoshida per la regia di Hiroshi Sasagawa, con una sigla [91] in italiano sostituita due anni dopo da quella originale; serie della Tatsunoko differenziata da quelle della concorrente Toei, con protagonista Joji Minami, un supereroe spaziale dai capelli ai lati a punta rialzata castano scuro, alla maniera di Actarus ma definito da un tratto realistico e grintoso, quasi da fumetto americano, assieme ai robot Pegas e Blue Earth, i quali combattono contro i Waldaster, già importato dalla fine del ’78 nei modelli in ferro della Nakajima.

Tekkaman © Tatsunoko Productions

Ma anche Jeeg Robot ebbe un tale successo da uscire al cinema durante le vacanze natalizie del ’79 sempre con l’esclusiva dell’Eole Financière e con la distribuzione dell’Italian Pictures, stampato negli Stabilimenti della Technospes, nel lungometraggio La più grande vittoria di Jeeg Robot – Jeeg il “Robot d’Acciaio” contro i mostri di roccia (1979).

Jeeg Robot contro i mostri di roccia © Toei Animation

Le puntate della serie, soprattutto la prima, vennero rimontate abbastanza uguali, come anche il doppiaggio mantenuto quasi identico fuorché qualche battuta di raccordo – come ebbe a raccontarmi un decennio fa Romano Malaspina. I titoli vennero rifatti in Truka sulla sigla TV dallo Studio Mafera con la pista sonora della canzone originale. Oltre a ripetere quasi integralmente la prima puntata Il risveglio dei mostri, con protagonista Hiroshi Shiba al gran premio di Formula 1, animata dal character designer principale Kazuo Nakamura, essa venne abbinata ad altre più tirate via e già iniziate, sino al combattimento finale coi mostri Haniwa, tanto che il film Jeeg Robot contro i mostri di roccia rimase un cult di cui si persero le tracce, fin quando fu riproposto vent’anni dopo restaurato in due differenti edizioni in cofanetto Dvd.

La più grande vittoria di Jeeg Robot © Toei Animation

Dal gennaio 1980, dopo l’ultima serie di Ufo Robot chiamata Supergoldrake, ormai in piena èra nipponica sulle TV private, la Rai si decise finalmente a trasmettere su Rai 1 ma di pomeriggio, la prima serie dei robot di Go Nagai Mazinga Z (Majinga Zetto, 1972) [92]. Il protagonista è il giovane Koji Kabuto, figlio del prof. Kabuto, uno scienziato scopritoire del Japanium, un metallo trovato sotto al monte Fuji, col quale costruirà il robot Mazinger Z.
Nei concetti originali di Go Nagai, il robot era Energer Z, controllato da una motocicletta spinta in groppa alla sua testa. Tuttavia, con l’improvvisa popolarità di Kamen Rider, Nagai sostituì la moto con un hovercraft. In seguito ridisegnò Energer Z, ribattezzandolo Mazinger Z per evocare l’immagine di un dio demone (ma = demone e jin = dio).
Fra gli altri protagonisti, il prof. Yumi, direttore del Centro di Ricerche Fotoatomiche, e i suoi più scherzosi assitenti scienziati, Sewashi, Nossori e Morimori.
Oltre a Koji e il fratellino Shiro, la figlia del prof. Yumi, Sayaka, a bordo del robot Afrodite A. E i personaggi di controno, quali, Boss e gli aiutanti Nuke e Mucha che guidano Boss Robot.
I nemici sono una rievocazione degli antichi Micenei, i Mikenes, guidati dal Dr. Inferno, membro degenerato di una squadra archeologica giapponese, e dai suoi ministri, quali, il Barone Ashura, un demone metà femminile e metà maschile, e il Conte Blocken, un demone nazista col monocolo e la testa scomponibile.
Mazinga Z, grazie alla Sacis ebbe nuovamente un grande successo di merchandising. Uscirono anche una serie di libri, ripresi dall’edizione spagnola, in doppia versione dalla copertina morbida e cartonata, edita in Italia da Salani.

Mazinga Z © Toei Animation

Sulle TV private, ai primi dell’80 uscì anche, importato da Doro TV, Judo Boy (Kurenai Sanshiro, 1968) [93], tratto dal manga di Tatsuo Yoshida per la regia di Toyoharu Yoshida in arte Ippei Kuri, due dei tre fratelli Yoshida fondatori della Tatsunoko, con protagonista il judoka Sanshiro assieme al piccolo Ken e il cane Bobo, una vecchia serie della Tatsunoko della quale alcuni spezzoni, passati l’anno prima in Rai, erano stati ripresi da una TV su un grattacielo di Tokyo che compariva alla fine del servizio dello Speciale TG 1, annunciando, «Tokio: in questa sterminata città la televisione di stato e quelle private trasmettono ognuna almeno un’ora di cartoni animati al giorno. Nei giorni di festa le ore di trasmissione aumentano. Oltre ad Anna ci sono nuovi personaggi. Le tecniche di realizzazione sono simili a quelle dei cartoni già visti. C’è però in questa storia che vi mostriamo la tendenza ad abbandonare le imprese galattiche. Kurenai Sanshiro e il piccolo Kenbo sono gli eroi del momento. Sono fratelli e lottano contro i cattivi, non più malvagi di altri pianeti ma comunissimi malfattori e robot quasi domestici».

Judo Boy © Tatsunoko Productions

All’epoca non esistevano i videoregistratori, se non i costosi modelli in sistema Betamax, né tantomeno era iniziata l’éra di internet; motivo per cui, la maniera per rivedere i personaggi degli animegiapponesi era soltanto le riproduzioni italiane, mal fatte fra l’altro, con l’annesso merchandising, soprattutto Rai/Sacis, relativo agli album delle figurine (a parte la Panini che le pubblicò ricavate dai fotogrammi originali delle serie), dei libri e giochi, e delle cover dei dischi.
Nel marzo 1980, dal giornalaio, uscì il primo periodico con le storie a fumetti delle varie serie TV uscite sino allora, intitolato: La Banda TV Ragazzi, con sopra al titolo il bambino Kenbo, coprotagonista di Sanshiro in Judo Boy.
La Banda TV Ragazzi era edito a Milano dalla Casa Editrice Edierre, composto di 30 numeri, la quale dopo pochi mesi dal debutto si evolvé in Cartoni in Tivù della TV Edizioni; testata alla quale parteciparono i maggiori cartoonist del fumetto italiano che riproducevano ingenuamente nelle storie a fumetti le serie televisive; periodico il quale, oltre ad allegare qualche adesivo tratto dai fotogrammi originali della TV, era caratterizzato dalle splendide e accattivanti copertine, dipinte e vicine agli anime giapponesi, realizzate dal bravissimo Celio Ponti.

La Banda TV Ragazzi

Durante i primi mesi dell’80, in piena ondata del successo di Goldrake, Jeeg e dei due Mazinga, TMC mandò in onda il più semplificato Astroganga (Asutorogangaa, 1972) [94], una produzione Knack antecedente ai Mazinsaga Toei, con protagonista un robot semi-antropomorfo che combatteva gli alieni Blaster in simbiosi con un bambino al posto del pilota, il piccolo Charlie, dall’aspetto lezioso simile a Don Chuck, entrambi improntati dal character designer e direttore dell’animazione Eiji Tanaka, che si formò con Tezuka alla Mushi per poi passare alla Tatsunoko a dirigere serie quali, Time Bokan.

Astroganga © Knack Productions

Agli inizi del 1980, le reti locali della futura Mediaset, mandarono in onda una nuova serie, mai replicata in assoluto: Gundam (Kido senshi Gandamu, 1979) [95].
Un robot, bianco, gigante da combattimento, altrimenti denominato Mobile Suit, tecnologizzato e differente dai precedenti della Toei Animation, con protagonista il giovane Peter Rei, più realistico e anonimo dai capelli castano-chiaro, molto diverso dagli scontrosi ma generosi piloti dalle sopracciglia e ciglia marcate coi capelli scuri e i riccioli a punta dei Mazinsaga di Nagai. Anche i nemici sono molto differenti dai demoniaci mostri ispirati all’antico Giappone, guidati dal Maggiore Scia in una realistica guerra del lontano futuro.
I piccoli spettatori italiani, ignorando la differenze delle serie Toei dirette da Tomoharu Katsumata e animate da Kazuo Komatsubara, finalmente videro la più famosa delle serie Sunrise dirette da Yoshiyuki Tomino e improntate da Yoshikazu Yasuhiko, con alcune puntate animate di Kazuo Nakamura, potendo conoscere un altro genere di anime, che costituì una notevole innovazione, tanto che Gundam, avendo eretto una statua gigante a Tokyo, è diventato il simbolo più importante in tutto il Giappone.

Gundam © Sunrise

Nella primavera dell’80 sulla futura Italia 1, andò in onda Candy Candy (Kyandi Kyandi, 1976) [96], prodotta dalla Toei Animation per la regia di Hiroshi Shidara. Uscita due anni prima in Francia su Antenne 2 col titolo di Candy (pronunciata alla francese con l’accento finale) subito dopo Goldorak, e in Italia giunta tramite Balini per l’Olympus Merchandising, la serie si rivelò immediatamente uno strepitoso successo.
Sempre i Fratelli Fabbri, come per Il Grande Mazinger, pubblicarono per diversi anni un magazine su Candy Candy, con le storie originali tradotte dal manga giapponese di Kyoko Mizuki e Yumiko Igarashi.
Il successo televisivo di Candy Candy fu tale che vennero montati ben due film tratti dalla serie, usciti nelle sale cinematografiche con l’esclusiva Eole Financière: Candy Candy (1981), distribuito da Remo Angioli, e il seguito Candy Candy e Terence per sempre uniti (1980), da Silvia e Andrea Angioli per la Minerva Trading.

Candy Candy © Toei Animation

Candy Candy e Terence per sempre uniti © Toei Animation

Oltre la Sacis e l’Olympus, alla fine degli anni ’70, come importatrice di serie animate dal Sol Levante comparve anche la Doro TV, con la mascotte di un cagnetto in peluche, presieduta all’epoca da Orlando Corradi e attualmente dal figlio Matteo Corradi; società la quale aveva già distribuito dal decennio prima come DEA diversi lungometraggi della Toei Animation, fra i quali, 20.000 leghe sotto i mari, Alì Babà e i 40 ladroni, Continuavano a chiamarlo il gatto con gli stivali, etc…
Sempre durante la seconda metà degli anni ’70, la romana Argon Film stampò in Super 8 diversi cofanetti, con la valigetta a maniglia, composti da 2 bobine da 120 mt., col film intero ma non integrale, di diversi lungometraggi della Toei Animation [97]:

Temple e Tam Tam © Tatsunoko Productions

La Doro TV importò, entrambi uscite sulle TV private i primi mesi dell’80, le serie Temple e Tam Tam (Fusen Shojo Tenpuru-chan, 1977) [98] e Il fantastico mondo di Paul (Poru no Mirakuru Daisakusen, 1976) [99], ambedue produzioni della Tatsunoko: la prima, di notevole fattura iconografica ma seriale, con protagonisti Temple, una bambina dai riccioli d’oro vestita da majorette e Tam-Tam, un bimbo che suona il tamburo, i quali assieme ai loro animaletti vanno in giro per il mondo su una simpatica mongolfiera; la seconda, con protagonisti i due giovani Paul e Nina, il cagnone Toppe e l’orsacchiotto di stoffa Pakkun, viaggiando nel tempo all’interno di uno stranissimo quanto psichedelico paese delle meraviglie.

Il fantastico mondo di Paul © Tatsunoko Productions

Le TV private trasmettevano la serie Le nuove avventure di Pinocchio (Kashi no Ki Mokku, 1972) [100], per la regia di Ippei Kuri, pseudonimo di Toyoharu Yoshida, uno dei tre fratelli Yoshida fondatori della Tatsunoko.
La storia si discosta di molto dal racconto originale, soprattutto per l’atmosfera edulcorata e quasi surreale, in quanto, soprattutto Pinocchio, molto diverso dal burattino di Collodi, assomigliava molto di più ai cliché delle serie Tatsunoko, quali, L’Ape Magà e La banda dei ranocchi.
Distribuito all’epoca dalla Doro TV, i models originali hanno recentemente ispirato la stessa Mondo TV per un seguito del romanzo nel lungometraggio Bentornato Pinocchio (2007), diretto da Orlando Corradi.

Le nuove avventure di Pinocchio © Tatsunoko Productions

Sempre sulle TV private comparve Kum Kum il cavernicolo (Wanpaku Omukashi Kumu Kumu, 1975), il monello della preistoria ideato dall’autore di Gundam Yoshikazu Yasuhiko, diretto da Rintaro. Molto diverso dallo stile di Ryu, non si evinse al momento che era di produzione nipponica: nella sigla italiana [101] il protagonista era pronunciato all’inglese, Kam Kam; come anche, nei credits, gli autori originali erano sostituiti da strani nomi americani, in quanto la serie passava per l’edizione d’oltreoceano distribuita dalla Paramount Pictures Corporation [102].

Kum Kum © Sunrise

La storia di Charlotte (Wakakusa no Charlotte, 1977) [103], sempre della Doro TV e prodotta dalla Nippon Animation, venne trasmessa dalle TV private, qualche mese dopo Candy, nella primavera del 1980. All’epoca, Charlotte, come venne chiamata la serie a partire dalle repliche, ebbe un notevole riscontro, soprattutto durante lo svolgersi della storia e per il character design semplice ed efficace differente dalla consuete produzioni Nippon e Toei, ma fu altrettanto surclassata definitivamente da Candy Candy, il cui successo sarebbe durato anni.

La storia di Charlotte © Nippon Animation

Fra la primavera e l’autunno del 1980 uscirono sulle TV private le serie: The Monkey (Goku no Daiboken, 1967), con lo scimmiotto Gokò, e La Principessa Sapphire (Ribon no kishi, 1967), la quale, esclusa la canzone [104], risultò nei titoli e nel doppiaggio italiano come Principessa Zaffiro, entrambi della Mushi Production importati dalla Doro TV: il primo, una rivisitazione del lungometraggio Sayuki, a cui Osamu Tezuka collaborò fornendo soggetto e sceneggiatura; il secondo, tratto da un suo manga molto famoso in Giappone; mentre, per vedere la più famosa serie Leo, il re della giungla (Janguru Taitei, 1965), chiamata come la precedente Kimba il leone bianco, dalla quale era stato tratto il lungometraggio rimontando quattro episodi, bisognerà aspettare due anni sulle attuali reti Mediaset.

The Monkey © Mushi Productions

Sulla Rai nella primavera del 1980 andò in onda la serie Le avventure di Huckleberry Finn (Huckleberry no Bouken, 1976) [105], prodotta da Group TAC e ispirata al romanzo originale di Mark Twain, la quale allora ebbe un discreto successo, ritrasmessa solamente a distanza di quasi vent’anni da Italia 1 con un nuovo doppiaggio e intitolata Un fiume di avventure con Huck.

Le avventure di Huckleberry Finn © Group TAC

Mentre, dall’autunno del 1980, arrivò sulla Rai La storia di Anne col titolo di Anna dai capelli rossi (Akage no An, 1979) [106].
Nonostante la regia di Isao Takahata e come spiegava il producer della Nippon Animation Tetsuo Yahagi nel servizio di Tg1 Tam Tam trasmesso sulla Rai un anno e mezzo prima, «…Abbiamo deciso di fare Anne per le bambine che hanno amato Heidi cinque anni fa. Ora sono più grandi e la storia è adatta a loro. Abbiamo lavorato un anno prima di decidere se fare o meno questo cartone. Ora siamo alla settima puntata e grazie a Dio il gradimento sta aumentando: Anne piace anche alle mamme giapponesi», Anna dai capelli rossi la trasposizione del romanzo Anna dai tetti verdi, della scrittrice canadese Lucy Maud Montgomery ottenne un buon successo di merchandising che non riuscì, però, ad eguagliare quello trascorso di Heidi della scrittrice svizzera Johanna Spyri.

Anna dai capelli rossi, protagonista della prima copertina del nuovo “Cartoni in Tivù” © Nippon Animation)

Durante l’autunno del 1980 comparve sulle reti private Gackeen il magnetico robot (Magunerobo Ga Kiin, 1976) [107], il quale, a prescindere dai titoli di testa italiani, per problemi di assonanza col precedente Gaiking, nel doppiaggio definitivo il nome del robot verrà invece pronunciato Jeikeen.
In questa nuova serie Toei Animation, realizzata subito dopo la cessata collaborazione di Nagai, la Dynamic improntò la caratterizzazione del robot e dei personaggi senza trarli da nessun manga ma sulla falsariga dei precedenti, affidando a Kazuo Komatsubara il character design e la direzione dell’animazione, alternandosi con Kazuo Nakamura, del magnetico robotche che ha la sontuosità di Goldrake e la sinuosità e i colori sgargianti di Jeeg; come anche il protagonista judoka Takeru, un mix fra Alcor e Actarus con la scontrosità di carattere di Hiroshi; la ragazza Mai una rielaborazione della dolce Venusia; il prof. Kazuki lo scienziato della base spaziale, una rielaborazione seria del prof. Saotome e del prof. Shiba con la barba a punte spioventi à la Re Vega; e i personaggi di contorno, quali, Hitoshi (un bel tenebroso à la Hayato e Fan Lee), Futoshi (un ciccione à la Banta e Musashi); e l’occhialuto Tensai; come ancora i nemici dell’Impero degli Azariti: il Comandante Brain, che rievoca l’imperiosità di Vega e Darius il grande, come ancora i suoi ministri: Staffy (una donna con la testa ricavata da una stella marina simile a Himika), Kokrow e Radar Robot. Una modernizzazione anche per i piloti, ormai divenuti cinque, delle linee del design decisamente più sofisticate e squadrate come nei due mini robot Uomo Magnete Plus e Uomo Magnete Minus, che diventano trasformandosi i veicoli aerei del robot Gackeen ottenuto fra la fusione di Takeru e Mai, coi componenti a magnete inviati come per Jeeg Robot, anziché dal Big Shooter, dalla Divina Libertà.
Gackeen rappresenta da un lato l’apice dell’innovazione tecnologica della saga Nagai e del suo caracher principale Kazuo Komatsubara, dall’altro scadendo ormai nell’involuzione e nella ripetizione, in una delle serie Toei Doga/Dynamic Planning tra le più interessanti.

Gackeen il robot magnetico © Toei Animation

Sempre le TV private, a distanza di due anni dall’uscita nei cinema dei film di montaggio quali, Mazinga contro gli Ufo Robot, e Ufo Robot contro gli invasori spaziali, mandarono in onda anche le due serie dei Getta Robot, rispettivamente intitolate: Space Robot (Getta Robo, 1972) e Getta Robot (Getta Robo J, 1975), con una lieve modernizzazione nei tre robot, soprattutto il principale Dragun, i cui modellini assieme agli altri due Raider e Poseidon, erano già da qualche anno in Italia per la Shogun Warriors. La canzone della successiva serie, scritte entrambe dal M° Vito Tommaso, s’intitolava invece Jet Robot.
Le precedenti e più semplici serie dei Getter Robot, animate da Kazuo Komatsubara e Kazuo Nakamura, trasmesse ormai posteriormente a quelle di Goldrake e i due Mazinga, non aggiunsero niente di nuovo, compreso il perfetto doppiaggio con i già collaudati doppiatori, quali, Romano Malaspina il protagonista, Diego Reggente lo scienziato della base spaziale, Laura Boccanera la ragazza, etc., se non altro che a completare la messa in onda sulle TV private delle serie dei Mazinsaga della Toei Animation.

Jet Robot © Toei Animation

L’imbattibile Daitarn III (Muteki Kojin Daitan 3)[108], già si trovava importato dal Sol Levante nei negozi di giocattoli italiani dal 1979 in un’elegante edizione del robot in ferro scomponibile in carrarmato ed astronave. Nella scatola con la maniglia simile a una valigetta, con la plastica trasparente che faceva intravedere l’interno, vi era una spiegazione con scritto in caratteri occidentali: Daiturn 3. Poi l’anno dopo apparve la medesima, ristampata come Daitarn 3; nome omonimo della serie televisiva importata sui canali privati dalla Italian TV Broadcasting (ITB) fondata dai soci della Doro TV, nell’autunno dell’80, il quale, per facilitarne la dizione, all’interno delle puntate, sigla compresa, verrà più semplicemente chiamato Daitan III (omettendo cioé la “erre” e pronunciato con la cifra come in origine e non come scritto in Italia in numeri romani).

Daitarn III © Sunrise

La prima puntata come altre, col protagonista Haran Banjo, un gentleman col papillon dai capelli verdi in alto a punta, con le due avvenenti ragazze Beauty e Reika, caratterizzata da un design a rough più serio e realistico, venne interamente animata, come per Jeeg Robot, da Kazuo Nakamura, per variare dalle altre più comiche e deformate animate dal suo degno ma differente collega Yoshinori Kanada (che aveva anche realizzato anche la sigla di Getta Robot, Danguard e Gaiking), i quali dalla Toei spesso si alternavano alla concorrente Sunrise.
Medesima situazione dal 1980 anche per Zambot 3 (Muteki Chojin Zanbotto 3), che nelle confezioni di robot pervenute dal Giappone vi era scritto Zanbot 3. Serie TV sempre della Sunrise uscita l’anno dopo, diretta anch’essa da Yoshiyuki Tomino col character design di Yoshikazu Yasuhiko.

Spider-Man © Toei Animation

Oltre al robot di Daitarn III, i negozi di giocattoli italiani avevano importato anche Leopaldon (scritto anche Leopardon), un robot con la ragnatela sul dorso, con accanto l’immagine dell’Uomo Ragno della Marvel Comics!
Si trattava in realtà di Spider-Man (Supaidaman, 1978), una serie televisiva giapponese tokusatsu in live-action prodotta dalla Toei Company, mai arrivata in Italia, liberamente ispirata al celebre supereroe americano della Marvel Comics. In questa serie giapponese l’identità di Peter Parker è Takuya Yamashiro, un giovane corridore di motocross, il quale, ogni volta che diventa Spider-Man si associa alla nave spaziale Marveller, trasformandosi nel robot gigante Leopaldon.

Leopaldon © Toei Animation

Nel novembre del 1980, sui canali privati dell’attuale Italia 1 andò in onda Grand Prix e il campionissimo (Arrow embleme grand prix no taka, 1977) [109], serie diretta da Rin Taro, molto più realistica dell’altra di Ken il Falco, nella quale si evidenzia progressivamente la crescita esperienziale del giovane pilota Takata Todoroki, il quale, al posto del rapporto conflittuale col padre che per farlo crescere deve non cedere al sentimento di rivelargli l’identità scomparsa indossando la maschera d’acciaio come il Capitano Dan, ha per eccezionale istruttore l’uomo mascherato Niki Lans, misterioso e formidabile pilota di Formula 1, che richiama inequivocabilmente al nordico Niky Lauda e il terribile incidente dell’epoca che ne sfigurò il volto; storia corroborata dalle eccezionali gare automobilistiche, le quali, come per Hiroshi Shiba, vennero animate dal genio di Kazuo Nakamura.

Gloizer X © Knack Productions

E alla fine del 1980, Canale 10 di Silvio Berlusconi, poi divenuta Canale 5, TV commerciale di punta della futura Mediaset, mandò in onda presentato da Mike Bongiorno il suo primo robot: Gloizer X (Guroiza X, 1976) [110].
Il protagonista è Joe Kaisaka che assieme alla ragazza Rita pilota il Gloizer X.
Gli altri sono, il professore Tobishima, scienziato della Base Akane, e la sua squadra: il veterano della seconda guerra mondiale Baku (un’amalgama tra Rigel e il prof. Dairi); l’ingegnere meccanico Gen (un “ciccione” à la Musashi, Pancho e Banta); e il suo vice Ippei (v.di l’occhialuto Tensai di Gackeen); e il piccolo Sabu (il tipico bambino di contorno, alla Shiro e Mizar). I nemici sono i demoni del pianeta Gailar guidati dal perfido Geldon.
L’eccellente ideazione iconografica di Go Nagai con l’animazione più semplificata della Knack, relativamente ai model sheet originali improntati per la nuova serie che doveva essere affidata alla Toei-Dynamic dopo Gaiking, non riscosse neanche in Italia il successo desiderato, nonostante alcune puntate furono animate da Kazuo Nakamura.
Vale la pena ricordare che in Spagna la serie ebbe un notevole successo e gli episodi di Groizer X, passando per il suo più famoso predecessore, vennero rimontati nel lungometraggio Maxinger X contra los mostruos (1976).

Star Blazers © Office Academy/Group Tac

Su RSI, la TV Svizzera che trasmetteva in lingua italiana, sempre nell’80 come anche, dagli inizi dell’81 Antenna Nord a Milano e 5° Rete a Roma, attualmente Italia 1, mandarono in onda Star Blazers (Uchu Senkan Yamato, 1974) [111], un mix di personaggi, se pur rielaborati con un altro stile, che anticipava Danguard e Capitan Harlock.[112]
La serie, tratta infatti dal manga di Leiji Matsumoto, giunse in occidente dall’edizione inglese modificando i nomi dei personaggi, come il protagonista che diventa Derek Wildstar mentre la corazzata spaziale Yamato viene ribattezzata Argo.
Prodotta dalla Office Academy di Yoshinobu Nishizaki e dal Group Tac, durante la realizzazione delle varie serie di Uchu Senkan Yamato vi parteciparono diversi animatori che si alternavano con la Toei Animation, come Takeshi Shirato e Yoshinori Kanada.

Peline Story © Nippon Animation

Sempre alla fine del 1980 le reti della futura Italia 1 mandarono in onda Peline Story (Perinu Monogatari, 1978) [113]
, stavolta ispirata al seguito, il romanzo In famiglia, sempre di Hector Malot.
Prodotta dalla Nippon Animation sotto la direzione di Hiroshi Saito, un esperto scenografo della Mushi dai tempi di Kimba, che già aveva lavorato accanto a Isao Takahata ad Heidi e Anna dai capelli rossi – oltre ad aver firmato la regia delle coproduzioni fra la Zuiyo e l’Apollo Film –, la lunga serie Peline Story (in orig.: Perrine), dal tratto lineare e realista in “stile Nippon”, ottenne all’epoca sensibili apprezzamenti.

Marine Express – L’espresso sottomarino © Mushi Production

A Natale del 1980, Rai 1 trasmetteva il lungometraggio animato Le avventure di Bandar (Hyaku ManNen Chikyu no tabi Bandaa Book, 1978), mentre il giorno dopo, per S. Stefano, lo special in animazione, Marine Express – L’espresso sottomarino (Kaitei Chotokkyu Marin Ekusupuresu, 1979), il quale ricordava un altro, trasmesso sempre sulla Rai agli inizi del 1981, L’uccello di fuoco spaziale 2772 (Hi no tori 2772: Ai no kosumozon, 1980), di cui quest’ultimo il migliore in assoluto: tre lungometraggi “moderni” di Osamu Tezuka nei quali comparivano vari protagonisti dell’universo animato del “Dio del Manga”, fra i quali, Astro Boy, che sarebbe andato in onda entro breve, accanto a Leo il re della giungla, assieme ad altri personaggi rielaborati in modo più sofisticato ma che non avevano niente a che vedere col disegno più stilizzato ma orientale di Jungle Tatei e delle prime vecchie realizzazioni della Mushi Production.

L’uccello di fuoco spaziale 2772 © Mushi Production

Già da mesi annunciavano la programmazione in Rai di Capitan Future, tratto dal racconto di fantascienza di Edmond Hamilton, accennato nel TG1 Tam Tam come Le avventure fantastiche di Captain Future; serie la quale uscì agli inizi del 1981 col titolo di Capitan Futuro (Captain Fucha, 1978) [114], per la regia di Tomoharu Katsumata, la sceneggiatura di Masaki Tsuji e il character design improntato da Takuo Noda e Toshio Mori, due veterani della Toei Animation dall’epoca dei Mazinsaga.
Capitan Futuro, uscito in Francia col titolo di Capitan Flam, è simile all’impronta di Ryo dei Getter Robot ma con la pettinatura a riporto e basetta, passando stilisticamente per il più evoluto e sofisticato Actarus; mentre, il robot umanoide Greg e l’androide Otto, modernizzano graficamente Hayato e Musashi, anche se la serie, un’occidentalizzazione del precedente Capitan Harlock, nonostante il notevole annesso merchandising non riuscì a superare il successo raggiunto con Goldrake.

Capitan Futuro © Toei Animation

Il 1981 si aprì il giorno di capodanno con un’anticipazione per la nuova serie giapponese per bambini, Astro Boy, del “Dio del Manga” Osamu Tezuka, trasmessa due anni avanti, rivedendo i personaggi del trascorso Phoenix 2072 e L’espresso sottomarino, non sapendo nessuno che si trattasse di un remake moderno della prima serie giapponese in B&W Tetsuwan Atom (1963), la quale nell’edizione americana, visto l’imbarazzante titolo che richiamava a Hiroshima e Nagasaki, come sottolineato nella prefazione dell’antropologa giapponese Shiraishi del libro di Pellitteri, il nome del protagonista fu cambiato nell’occidentale Astro Boy.

Astro Boy © Toei Animation

Con l’arrivo dei nuovi anime che segnarono l’inizio del 1981, cominciò il vero e proprio boom degli anni ’80 con le TV commerciali, in primis le tre reti Mediaset.
Kore ga UFO da! Soratobu Enban, uno dei primi cortometraggi assieme a Uchu enban daisenso, antesignani di Ufo Robot, i quali già circolavano in Italia all’epoca della prima messa in onda di Goldrake, mai approdarono sugli schermi cinematografici e sui teleschermi della Rai-TV. Questi furuno, a partire dalla fine degli anni ’70 in Italia, gli inizi della Goldrake-generation. •

Mario Verger

 

Note:

[1] Tomonori Imada fu anche «Executive Producer» del lungomtraggio della Toei Animation dedicato al gatto Perrault, Nagagutsu o Haita Neko 80 Nichikan Sekai Isshu (Il gatto con gli stivali in giro per il mondo, 1976) e in seguito «Chief General Production Supervisor?» del movie Capitan Harlock: L’arcadia della mia giovinezza

[2] Regista della serie Jayce il cavaliere dello spazio (Jayce and the Wheeled Warriors) TV Series (1985), coproduzione franco/statunitense/nipponica in concomitanza con la linea di giocattoli della Mattel “Wheeled Warriors”; I veri acchiappafantasmi (The Real Ghostbusters), TV Series (1986–1991); The Super Mario Bros. Super Show!, TV Series (1989); coregia di Hiroshi Aoyama e Kazumi Fukushima in Scooby-Doo: l’isola degli zombie (Scooby-Doo on Zombie Island), Hanna & Barbera Productions (1998)
[3] Nei credits del cortometraggio è segnato come Yoshifumi Konno, produttore esecutivo sin dall’inizio delle serie Toei fino a Saint Seiya (1986)

[4] In Italia uscì inizialmente nel 1979 nel film di montaggio Gli Ufo Robot contro gli invasori spaziali

[5] Hiroshi Nanshan, pseudonimo di Hiroshi Minamiyama, pubblicò nel 1970 diversi libri di fantasie erotiche per la Tor Books, alcuni con le illustrazioni di Shotaro Ishinomori, Reiji Matsumoto e Sho Sakaguchi. Nel 1974 si dedicò alla ricerca di fenomeni paranormali, fra cui gli UFO, tanto che sarà chiamato “l’esperto leader dei fenomeni paranormali in Giappone”

[6] TAVAC – Toei Audio Visual Art Center: Quando la Toei Animation è stata fondata nel 1956, TAVAC è stato lanciato come la sezione che gestisce la registrazione di funzionalità di animazione a piena lunghezza e di CF produzioni. È anche responsabile dei rifiniture di modifica e tecnologia. Nel 1973, TAVAC CO., LTD. è stato impostato per tenere le sezioni di editing e di registrazione.
TAVAC (Toei Audio Visual Art Center) Address: Sato Bldg., 1-5-2 Kita-Shinjuku, Shinjuku-ku, Tokyo 169-0074
TEL +81-3-3371-1135 FAX +81-3-3369-6801
Sito internet di TAVAC – Toei Audio Visual Art Center
http://www.toei-anim.co.jp/tavac/

[7] Lungometraggi Toei Animation, fra i quali, Andersen Monogatari (Le meravigliose favole di Andersen), diretto da Kimio Yabuki, Taiyô no ôji Horusu no daibôken (La grande avventura del piccolo principe Valiant, 1968), diretto da Isao Takahata, Nagagutsu wo Haita Neko (Il gatto con gli stivali, 1969) sempre di Kimio Yabuki, Chibikko Remi to Meiken Kapi (Senza Famiglia, 1970) per la regia del Maestro Yûgo Serikawa

[8] A Ishinomaki City, all’Ishinomori Manga Museum, Keiichi Noda è stato scelto quale responsabile in varie attrazioni con la sua voce che annunciava la mascotte Ganbare!! Robocon

[9] Il film della Toei Animation è stato successivamente pubblicato negli Stati Uniti, col titolo di The Little Mermaid e doppiato in inglese da G.G. Communications, Inc. e Prima Film, Inc., nel 1979, cambiando il nome del regista giapponese con quello dell’attore americano Tim Reid

[10] In Italia uscì nel 1978 come terzo episodio del film di montaggio Mazinga contro gli Ufo Robot

[11] Imago Recensio. Libri su manga/anime/Giappone, editoria varia, cartoni animati giapponesi, Marvel, Guerre Stellari, Star Trek, videogiochi e giocattoli, riviste TV, articoli giornalistici. Quasi tutto rigorosamente sugli o degli anni 70 e 80:
http://imagorecensio.blogspot.it/

[12] Cfr.

[13] Cfr.

[14] Jacques Canestrier, in “Goldorackett”, article de Louis Valentin, revue Lui, numéro 182, Mars 1979

[15] Massimo Nicora, “Intervista a Paola De Benedetti”, in:
http://ceraunavoltagoldrake.blogspot.it/2018/01/goldrake-il-mistero-dellatlas-40-anni.html

[16] pag. 25

[17] Entrambe le sigle, scritte da Luigi Albertelli su musica e arrangiamento di Vince Tempera, Ares Tavolazzi e Massimo Luca, confluirono nell’album Atlas Ufo Robot. Particolare successo ebbero le due sigle italiane e il relativo LP contenente la colonna sonora della serie. Ufo Robot, la prima sigla, sfondò il tetto del milione di copie vendute, raggiungendo la quarta posizione dei singoli più venduti. Goldrake raggiunse la settima posizione, vendendo oltre settecentomila copie

[18] Bonizza Giordani aveva già realizzato per la TV dei Ragazzi Rai, fra l’altro anche, nel 1971 scene e pupazzi, quali, Il Coccodrillo mangiatutto, il Coniglio e il Pinguino per il programma Il gioco delle cose a cura di Teresa Buongiorno, presentato da Marco Danè e Simona Gusberti; come anche nel 1978 Zippo il coniglio motorista e Franz il cuoco di bordo che affiancavano nella trasmissione Il dirigibile il Capitano Mal, reduce dal successo di Furia, cavallo del West e “Azzurrina”, l’affascinante hostess di bordo Maria Giovanna Elmi

[19] La programmazione Rai suddivise la serie in tre blocchi: dal 4 aprile al 6 maggio 1978 (24 episodi); dal 12 dicembre 1978 al 12 gennaio 1979 (25 episodi); dall’11 dicembre 1979 al 6 gennaio 1980 (22 episodi). Furono infatti doppiate e trasmesse in TV solo 71 puntate su 74, con esclusione degli episodi 15, 59 e 71, e ciò malgrado la RAI avesse acquistato l’intera serie

[20] La sigla di SuperGulp!, scritta da Franco Godi e Guido De Maria venne incisa da Giumbolo, pseudonimo di Jona con i piccoli cantori di Nini Comolli e l’Orchestra di Franco Godi

[21] La sigla, Supereroi, testo e musica di Bruno Tibaldi, è un singolo discografico del gruppo Superband, pseudonimo del gruppo Superobots e cantato da Douglas Meakin

[22] La sigla di Heidi era cantata da Elisabetta Viviani, con testo di Franco Migliacci su musica originale di Christian Bruhn, RCA, 1978

[23] La versione italiana della musica fu affidata al cantautore Roberto Vecchioni, che interpretò la sigla assieme al gruppo de Le Mele Verdi, diretto da Mitzi Amoroso.
Uscì anche nei cinema un lungometraggio: Le avventure di Barbapapà (1973)

[24] L’amico doppiatore e Direttore di Doppiaggio Fabrizio Mazzotta ricordava anche una serie antecedente, uscita sulla Rai fra il ‘68 e il ‘70, che si chiamava Vikke il vickingo, con un altro doppiaggio, doppiata da Massimo Rossi ed era in bianco e nero rispetto alla successiva con la voce di Rosalinda Galli, da cui se ne trasse una versione a fumetti sul Corriere dei Piccoli. Potrebbe essere vero, in quanto la sigla iniziale è realizzata con uno stile grafico più semplice, presumibilmente tedesco, e il protagonista facendo il tiro al bersaglio, con l’arco lancia le frecce che compongono il titolo: “Vickie”; prima serie all’epoca segnata sui programmi TV col titolo originale

[25] Serie ideata in Francia col titolo Oum le dauphin blanc, da cui è venuto l’italianizzazione in Zum, diretta da René Borg, che dirigerà molte serie in coproduzione col Giappone. Nella serie vi erano diversi personaggi rielaborati secondo i consueti clichés nipponici: il ragazzino Gianni doppiato da Fabio Boccanera, e la sorella Marina, doppiata come Heidi sempre da Francesca Guadagno; lo Zio Pietro (o Zio Patrick) doppiato da Sergio Fiorentini, il corvo parlante Seneca doppiato dal compianto Roberto Del Giudice

[26] Per due decenni, Zum è stato la mascotte per il Galak, la tavoletta di cioccolato bianco prodotta dalla Nestlé, con i personaggi rifatti per la pubblicità animata

[27] Leo, il re della giungla, arrivò in Italia come altri spacciato come un prodotto americano. Per rendere “comprensibili” i nomi originali, i titoli con le seguenti diciture furono tradotti all’americana in modo umiliante per gli autori giapponesi anche se divertenti nelle assonanze: Regia di All Bisney; Soggetto e Sceneggiatura di Ald Monthen; Adattamento di Henri Bajard; Dialoghi di Boris River

[28] 009 Joe Tempesta, come al solito venne adattato all’occidente americanizzando il nome del regista in Denis Marin, mentre il regista autentico, Shotaro Ishinomori, compare invece come sceneggiatore

[29] Anche La storia di Alice… fanciulla infelice giunse in Italia privato dei titoli originali e risulta della Eighteen Films, distribuito dalla Alexia Cinematografica, per la regia di un certo Gil Gelsen

[30] La regia de Le meravigliose favole di Andersen in Italia è firmata da un certo Flash (facendolo passare come All Bisney parente di Walt Disney, per cugino dei fratelli Fleischer)

[31] Il film La grande avventura del piccolo principe Valiant arrivò in Italia distribuito nei cinema dalla Glam Oriental Films, in un’edizione curata dalla Dragon Films, accreditando la regia di un incerto americano di nome Terence Flasch… un lontano cugino dei fratelli Fleischer

[32] Senza famiglia giunse agli inizi degli anni ’70 in Italia doppiato col nome del protagonista, Remigio. Dopo il successo del ’79 della serie Remì, i distributori italiani pensando di sfruttare il successo immediato della nuova serie televisiva, riproposero nei cinema con scarsi successi il film di Serikawa, intervenendo sulla precedente versione italiana “sforbiciando” le ultime tre lettere finali del nome Remigio, tagliando cioè i fotogrammi o inserendo brevi pause sulla colonna sonora in maniera del tutto arrangiata. Inoltre, al film originale, fu aggiunta in testa la canzone di Jimmy Fontana e nei credits il nome del regista venne italianizzato da Yugo Serikawa in Ugo Serigawa

[33] Nei titoli di 20.000 leghe sotto i mari dell’edizione italiana, Kimio Yabuki è diventato Kinio Yabuki

[34] Il film La Sirenetta, la più bella favola di Andersen è stato successivamente pubblicato negli Stati Uniti, col titolo di The Little Mermaid e doppiato in inglese da G.G. Communications, Inc. e Prima Film, Inc., nel 1979, cambiando il nome del regista giapponese con quello dell’attore americano Tim Reid

[35] Gianni Rodari, Dalla parte di Goldrake – Rinascita, n. 41, 17 ottobre 1980

[36] Silverio Corvisieri, La Repubblica, 7-8/1/1979. Articolo pubblicato nella sezione “Commenti”, pag. 6

[37] Nel ginepraio degli interventi su tale questione, consultabile in rete cliccando la voce “Silverio Corvisieri”, i diversi punti di vista emergono con particolare chiarezza in Mario Verger “Silverio Corvisieri e l’affaire Goldrake”, Rapporto Confidenziale, n. 36 ottobre-novembre 2012, pp. 2-27

[38] Silverio Corvisieri a Mario Verger, Intervista esclusiva di Mario Verger all’On. Silverio Corvisieri su «Goldrake» 30 anni dopo, in Rapporto Confidenziale

[39] Massimo Nicora, all’Emeroteca di Milano e Varese ha passato settimane davanti ai microfilm visionando tutti i quotidiani dell’epoca per cercare un riscontro, visto che alla Camera non era riuscito a trovare nulla. Massimo Nicora ha comunque fatto un’osservazione intelligente dicendomi che di Corvisieri aveva trovato un articoletto su Epoca sul quale veniva confermata l’esistenza di una interrogazione parlamentare (non interpellanza), la quale, però, andò senza risposta per la fine della legislatura. Qualora essa fosse stata presentata, non se ne può trovare traccia nei resoconti stenografici della camera, in quanto, solo le interrogazioni con risposta venivano riportate

[40] I Machinders vennero ripresi in vendita negli USA negli anni ’70 come Shogun Warriors

[41] Gloizer X, scritto anche Groizer X. L’originale Groizer X toyline è uno dei pochissimi giocattoli Super Robot prodotti dalla Nakajima Manufacturing Company, al posto dell’industria dominante Popy Pleasure

[42] Sulle ali dell’astronave della Nakajima, oltre il nome all’inglese Dangard A, c’era scritto anche Satheliter, da cui derivò da parte di Cesare Ferrario, che curò alla fine del ’78 l’adattamento dialoghi, l’italianizzazione del “Satellizzatore ovvero il Danguard”

[43] Sempre la Nakajima mise sul mercato negli anni ’70, non importati, una serie di giocattoli basati su veicoli reali – treni (Light-up Special Express Series), aerei da combattimento (1/95 scale Super Fighter Series) e automobili di lusso (Dream Road Series) – oltre a un serie di insetti metallici (Insect Series).

[44] Enrico Bomba, sceneggiatore, attore e direttore del doppiaggio, usò gli pseudonimi di Henry Bay e Steve Saint-Claire. Ebbe una relazione con l’attrice Jayne Mansfield. Dialoghista e direttore del doppiaggio, curò l’edizione sonora di un altro cult in animazione, stavolta italiano, il lungometraggio Il Nano e la Strega (1973) del pioniere dell’animazione italiana Gibba.
Sposato con Germana Dominici, ha avuto una figlia, anch’ella doppiatrice, Federica Bomba

[45] Nei manifesti italiani del film King Kong contro Godzilla, per farlo passare come una coproduzione Giappone/Usa, scrissero:
Cast: Juko Hamada – Cristopher Murphy – Mijuki Hakiyama – Directed by: Terence Flasch

[46] Mazinga contro gli Ufo Robot (1978) – Produzione: Cinestampa Internazionale – Distribuzione: Oriental Films – Doppiaggio C.D.C. Dialoghi Italiani e Direzione del Doppiaggio: Enrico Bomba – Doppiatori originali: Arturo Dominici: Dott. Hell – Glauco Onorato: Gen. Astaroth – Manlio De Angelis: Ryo Kabuto – Gianni Marzocchi: Uomo Diavolo/Akira Fudo – Flaminia Jandolo: Barone Ashura (femmina) – Cesare Barbetti: Prof. Yumi – Laura Boccanera: Sayaka Yumi – Alessandro Sperlì: Bugo – Vinicio Sofia: Bosu – Piero Tiberi: Tetsuya – Germana Dominici: Jun – Cinzia De Carolis: Venusia – Roberto Chevalier: Icarus – Massimiliano Manfredi: Mizar – Marcello Prando: Hydargos – Bruno Scipioni: Gandal – Pino Colizzi: Gen. Marengos – Mario Mastria: Hayashi – Daniele Tedeschi: Yamada – Sergio Fiorentini: Dott. Sautome – Sergio Rossi: Dott. Kabuto – Michele Gammino: Spaziale – Massimo Giuliani: Benkey – Luciano De Ambrosis: Hayato – Manlio De Angelis: Ryo Nagare – Pino Locchi: Narratore

[47] In realtà si può presuppore che i nomi siano stati ulteriormente cambiati per non incorrere in problemi di copyright con la Rai-TV, la quale aveva deciso i nomi dei protagonisti nonché del robot modificando quelli d’oltrealpe; anche se, dal successivo lungometraggio uscito a distanza di qualche mese, i nomi sono tornati ad essere gli stessi a quelli della serie televisiva

[48] È interessante notare che se in Atlas Ufo Robot, Koji Kabuto, passando per i francesi, era diventato Alcor, mentre in Mazinga contro gli Ufo Robot, Koji è nominato Ryo Kabuto facendo peraltro confusione col vero Ryo, chiamato correttamente, di Getta Robot presente nel medesimo film

[49] Dopo la sua uscita nei cinema, i film della Cinestampa Internazionale furono pubblicati più volte in Super 8 dalla Cineriduzione Ariete, dalla C.I.C., dalla Euromach e dalla ERSA, sia in versione integrale sia in cofanetti ad episodi da 2 o 3 bobine da 120 e 180 mt.

[50] Daimos il figlio di Goldrake (1979) – Doppiaggio C.D. – Dialoghi Italiani e Direzione del Doppiaggio: Enrico Bomba – Personaggi e doppiatori:
Kazuya: Roberto Chevalier – Erika: Germana Dominici – Prof. Izumi: Sandro Iovino – Kyoshiro: Angelo Nicotra – Nanà: Emanuela Rossi – Rikiter: Luciano Roffi – Olban: Sergio Fiorentini – Miwa: Luciano De Ambrosis – Guerroyer: Paolo Poiret – Guildo: Arturo Dominici – Laiza: Maria Grazia Dominici – Voce narrante: Manlio De Angelis – Voci aggiunte: Gianfranco Bellini, Sandro Acerbo, Vittorio Stagni, Tonino Accolla

[51] Andersen Dowa Ningyo Hime:
Executive producer: Chiaki Imada
Director: Tomoharu Katsumata
Assistant Director: Kozo Morishita
Key Animator: Hideki Mori, Kazuo Komatsubara e Shingo Araki

[52] Esistono due doppiaggi italiani del film, uno eseguito nel 1979 per il cinema e uno negli anni ’90 per l’uscita in VHS edita dalla Stardust nella collana Fantastimondo.
Nella versione cinematografica, inoltre, il film intero comprendeva una prima parte dal vero girata a Copenaghen, in cui si vedono dei bambini ammirare la statua del grande scrittore danese Hans Christian Andersen.
Il primo doppiaggio cinematografico del 1979 aveva le voci di: Rosalinda Galli: Marina – Gianna Spagnuolo: Marina singing voice – Giorgio Locuratolo: Principe – Fabrizio Mazzotta: Fritz – Anna Teresa Eugeni: Strega del Mare – Laura Boccanera: Principessa di Svezia

[53] Reiko Okuyama è stata un’importante animatrice giapponese. Nel 1957, Okuyama chiese di entrare alla Toei Doga, credendo erroneamente che fossero editori di libri per bambini. Le sue capacità di disegno furono sufficienti per essere assunta come intercalatrice. Il suo primo lavoro fu il lungometraggio Hakujaden (Il serpente bianco, 1958). Ella era stata promossa per il successivo Key-animator, Shonen Sarutobi Sasuke (Magic Boy, 1959). Okuyama continuò a lavorare come secondo Key-animator per Saiyuki (Alakazam the Great, 1960). Il suo ruolo primario era quello di uniformare le differenze stilistiche tra il lavoro dei due Capi Animatori della Toei, Yasuji Mori e Akira Daikuhara. Okuyama continuò a lavorare per la Toei Animation, partecipando anche al pilota di Goldrake Uchu enban daisenso (1975), fino al 1976, finalmente salendo alla posizione di Capo Animatore.
Nel 1963, Reiko Okuyama si sposò con Yoichi Kotabe, un Maestro dell’Anime giapponese, lavorando assieme a tutti i successivi lungometraggi della Toei Animation

[54] Heidi diventa principessa – Doppiaggio C.D. – Dialoghi Italiani e Direzione del Doppiaggio: Enrico Bomba – Doppiatori: Francesca Guadagno: Heidi – Germana Dominici: Greta – Luciano De Ambrosis: Re Hildebrand – Rosetta Calavetta: Strega – Sandro Acerbo: Re Friedrich – Riccardo Rossi: Principe – Vinicio Sofia: Primo Ministro
Colonna sonora: Testi di Enrico Bomba, musiche di Akihiro Komori; edizioni musicali Carosello. Francesca Guadagno – Heidi principessa (feat. Ada Modi) – Francesca Guadagno – I fratelli cigni (feat. Georgia Lepore e il coro I Nostri Figli di Nora Orlandi)

[55] Gioele Centanni, era stato segretario di Enrico Mattei prima di diventare produttore cinematografico di diversi spaghetti-western. Ultimamente voleva produrre un film dal libro di Patrizia D’Addario, Gradisca Presidente, interpretato da Alain Delon, ideale per rappresentare sullo schermo il carisma di Silvio Berlusconi

[56] Hideki Mori, pur avendo partecipato a Uchu enban daisenso, non fu uno dei principali direttori dell’animazione di Goldrake, nonostante che in The Anime Encyclopedia: A Century of Japanese Animation, Hideki Mori risultava fra gli animatori principali prima di Hayao Miyazaki del lungometraggio Tôei, Alibaba to Yonjubiki no Tozoku (Ali Babà e i 40 ladroni), per la regia di Hiroshi Shidara

[57] Gli Ufo Robot contro gli invasori spaziali (1979) – Produzione: Cinestampa Internazionale – Distribuzione: Oriental Films – Doppiaggio C.D. – Dialoghi Italiani e Direzione del Doppiaggio: Enrico Bomba – Doppiatori italiani: Manlio De Angelis: Ryoma Nagare – Sergio Fiorentini: Prof. Saotome – Michele Gammino: Astronave aliena – Massimo Giuliani: Musashi Tomoe – Luciano De Ambrosis: Hayato Jin – Piero Tiberi: Tetsuya Tsurugi – Germana Dominici: Jun Hono – Francesca Guadagno: Shiro Kabuto – Bruno Persa: Dott. Kenzo Kabuto – Alessandro Sperlì: Dott. Procton – Arturo Dominici: Generale – Vittorio Stagni: Bosu – Gianni Marzocchi: Actarus – Roberto Chevalier: Koji Kabuto – Cesare Barbetti: Prof. Yumi – Laura Boccanera: Sayaka Yumi – Romano Ghini: Speaker radiofonico – Pino Colizzi: Duca Gorgon – Renato Mori: Generale Nero – Aldo Barberito: Generale Belva Infernale – Mario Mastria: Mostro Guerriero Dante – Dario De Grassi: Imperatore Braillant – Maria Grazia Dominici: Shun

[58] Mazinga contro Goldrake – Il sito del Film:
http://www.mazingacontrogoldrake.sitiwebs.com/

[59] Da un vecchia busta intestata col materiale fotografico di Mazinga contro gli Ufo Robot risultava la Cinestampa, agente dell’Agora Cinematografica, in Via Carso 63, 00195 Roma

[60] COUR D’APPEL DE PARIS Pôle 5 – Chambre 1 ARRET DU 24 JUIN 2009 (n° AXOf ‘ UP a g e s) Numéro d’inscription au répertoire général : 07/22307 Décision déférée à la Cour: Arrêt Arrêt Jugement du 30 Octobre 2007 – Cour de Cassation de PARIS – RG n° G 0620455

[61] Comunicato stampa della Digital Studio Production pubblicato sul sito Anime.Click.it, 29 marzo 2007

[62]Candy au cinéma en Italie, in Goldorak-Gate Pas de droits, pas de chocolat, http://www.nonoche.com/goldogate/?p=308

[63] Tam Tam – Speciale Tg1, Heidi, Goldrake, Harlock and Co., 05/04/1979
A cura di Arrigo Petacco e Nino Criscenti, Giorgio Cazzella e Flora Favilla
Servizio “Heidi, Goldrake, Harlock and Co.” a cura di Giuseppe Breveglieri – Riprese filmate Antonio Bucci – Montaggio Giambattista Mussetto

[64] La sigla Capitan Harlock fu anch’essa un notevole successo discografico, scritta da Luigi Albertelli con la musica di Vince Tempera venne eseguita da La banda dei bucanieri, Fonit Cetra, 1979

[65] Le sigle, Danguard e Danguard al decimo pianeta, musica e arrangiamenti di Gianfranco Tadini con testi di Mario Bondi, erano interpretate da Veronica Pivetti, Ariston Records, 1979

[66] Il doppiaggio di Danguard Ace venne eseguito a Milano, presso le Edizioni Cinetelevisive Milano di Enzo Monachesi. L’adattatore dialoghi che modificò i nomi in quelli che conosciamo era il regista e attore Cerare Ferrario, il quale, oltre ad annunciare ciascun titolo delle puntate, doppiava il Capitano Dan, e modificando la voce anche il Vice Cancelliere Sigma, il Comandante Fritz Arken, il Capitano Kudon, l’Ingegnere Pragg e altri personaggi della serie. Il protagonista Arin era doppiato, invece, da Paolo Torrisi (Pierre ne Il gatto con gli stivali della Toei e Il Draghetto Grusù di Nino e Toni Pagot); il Cancelliere Doppler con la voce riverberata dall’attore Fulvio Ricciardi; il Dottor Galax da Alarico Salaroli; il Professor Nelson e il Dottor Sander da Sante Calogero; e Nova da una giovane Veronica Pivetti, la quale cantava anche le sigle di Danguard

[67] La prima sigla era Planet 0, scritta da Norbert Cohen e composta da Farouk Safi e Sharon Woods, cantata da Daisy Daze and the Bumble Bees

[68] Marco Casanova presenta: Le avventure di Lupin III (Rupan Sansei, 1978), diretto da Soji Yoshikawa. Una produzione Tokyo Movie Co.
Colore Stacofilm – Una esclusività Harmony Film – Distribuzione Orange
Edizione cinematografica: Roberto Del Giudice: Arsenio Lupin III – Sandro Pellegrini: Daisuke Jigen – Piera Vidale: Fujiko Mine – Vittorio Guerrieri: Goemon Ishikawa – Enzo Consoli: Koichi Zenigata – Germano Longo: Mamoo – Vittorio Di Prima: Gordon – Gino Pagnani: Gissinger

[69] La sigla italiana fu cantata sulla base originale giapponese con arrangiamenti di Paolo Moroni e cantate Roberto Fogu in arte Fogus, come per Ryu il ragazzo delle caverne, CLS, 1979

[70] Vittorio Balini, ex bagnino di Ostia, alla fine degli anni ’60 si trovava in America dove era stata appena lanciata la televisione via cavo (antesignana delle odierne TV commerciali). Così, investì i soldi nell’acquisto di film e telefilm rimasti nei magazzini delle major. Comprò soprattutto serie televisive come Il dottor Kildare, Dallas e Dinasty, facendo la sua fortuna riuscendo a venderle all’industriale milanese Silvio Berlusconi

[71] La sigla originale giapponese de Il Grande Mazinger era interpretata da Ichiro Mizuki, mentre quella italiana, con testi di Franco Migliacci, musica di Argante, era cantata dai Superobots, RCA, 1979

[72] La sigla italiana della serie televisiva Guerre fra galassie era composta da Douglas Meakin, Dave Summer e Giancarlo Giomarelli, e cantata dai Superobots, RCA, 1979

[73] In realtà si trattava di un singolo episodio, pervenuto in anticipo in Italia, della serie giapponese (Manga Sekai Mukashi Banashi, 1976) uscita dai primi anni ‘80 col titolo de Le più belle favole del mondo

[74] All’epoca non si sapeva, come tuttora, che si trattava del film-pilota della Toei Doga di Sally la maga (Mahotsukai Sari, 1966) inserito come episodio n.65 della serie TV, trasmessa per la prima volta nel 1982 su italia 1. Polon la piccola strega è stato acquistato anche dalla AVO Film e inserito nel catalogo delle prime VHS degli anni ’80

[75] Sigla iniziale e finale dell’edizione italiana: Bahamas, con testi di Lucy Neale e Harry Thumann, musica di Harry Thumann e Hermann Weindorf, arrangiamento di Hermann Weindorf, interpretata dal gruppo Kangaroo, Edizione Televis, Produzione Baby Record, 1979

[76] In Italia erano uscite anche delle imitazioni di modellini in ferro meno pregiati con variazioni bianco e nero, prodotte in Italia dal marchio GIG, della serie I Micronauti, una variazione dei Microman della Takara, con Force Commander, Red Falcon, King Atlas, Baron Karza, quasi uguali a Jeeg Robot anche trasformato in Antares col Modulo H-305

[77] Le serie, prodotte dalla Nippon Animation e Apollo Film, usciranno rispettivamente, nel 1982 su Canale 5 col titolo Bambino Pinocchio (Pinocchio Yori Piccolino no Boken, 1976), e nel 1981 sulla Rai quale Shirab, il ragazzo di Bagdad (Arabian Nights Sinbad no Boken)

[78] La sigla originale giapponese di Ganbare!! Robocon era cantata da Ichiro Mizuki

[79] La sigla intitolata Remì – Le sue avventure, testo di Luigi Albertelli, musica e arrangiamento di Vince Tempera era interpretata da Giampi Daldello e I ragazzi di Remì, Fonit Cetra, 1979

[80] Gli occhiali in 3D permettevano di visualizzare il cartone animato con l’effetto Pulfrich; escamotage trovato dai distributori italiani per la similitudine che offrivano i suggestivi scorrimenti orizzontali delle immagini ottenuti tramite la macchina da presa a piani multipli, la Multiplane Camera

[81] La canzone Don Chuck il Castoro era cantata da Nico Fidenco, Meeting Music, 1979

[82] Le avventure dell’Ape Magà, scritta da Lucio Macchiarella, su musica e arrangiamento di Vito Cappa, era cantata dal coro I Nostri Figli diretto da Nora Orlandi, RCA, 1979

[83] Le due sigle italiane, L’Apemaia va, testo di Luigi Albertelli, musica e arrangiamento di Salvatore Fabrizio e L’Apemaia in concerto, testo di Enrico Vanzina, musica di Marcello Marrocchi e Vittorio Tariciotti, e arrangiamento di Gianni Mazza, erano interpretata da Katia Svizzero, Fonit Cetra, 1980

[84] Sempre l’AVO Film, dopo una vasta attività dal 1971 di classici Warner Bros, Charlot e Laurel & Hardy stampati in formato ridotto da pellicola 35 mm, compresi I viaggi di Gulliver (Gulliver’s Travels) dei fratelli Max e Dave Fleischer e dei brani tratti da Le 13 fatiche di Ercolino di Taiji Yabushita, alla fine del decennio produsse, suddivisi in episodi da 60 mt. in confezioni differenziate, Senza Famiglia e Il bambino Remì e il cane Capi di Yugo Serikawa, 20.000 leghe sotto i mari di Kimio Yabuki, Orsetto panda e gli amici della foresta di Yugo Serikawa, Ali Babà e i 40 ladroni di Hiroshi Shidara e …continuavano a chiamarlo il gatto con gli stivali di Tomoharu Katsumata; oltre che diverse serie in Super 8 di Atlas Ufo Robot, fino all’ultima Super Goldrake – Serie TV Sacis; Space Pirate Capitan Harlock; e Mazinga Z

[85] L’anno dopo, sempre per “Auguri di Mondadori” uscirono anche i quaderni di Danguard e Jeeg Robot

[86] La sigla Astro Robot contatto ypsylon, scritta da Luigi Albertelli su musica e arrangiamento di Vince Tempera, venne incisa da Gli Ypsilon, Fonit Cetra, 1980

[87] Di Gaiking, già circolavano in Italia alla fine degli anni ’70, assieme ai modelli di Goldrake, Great Mazinga, Dragun, Raydeen e Combatra (Combattler V), i robot toys Shogun Warriors della Mattel

[88] La sigla italiana era tratta dal brano It Takes me Higher del gruppo dance viennese Ganymed

[89] La sigla italiana Falco il superbolide era stata scritta da Vito Tommaso e cantata dai Superobots

[90] Prodotto nel 1975 in un periodo in cui la Tatsunoko prendeva spunto dai supereroi americani, realizzando serie quali, Hurricane Polimar, Kyashan e Gatchman

[91] La sigla originale giapponese era cantata da Ichiro Mizuki, mentre quella italiana scritta da Luigi Albertelli con la musica di Vince Tempera era interpretata da I Micronauti, Fonit Cetra, 1979

[92] La sigla Mazinga Z scritta da Dino Verde e composta da Detto Mariano venne cantata dai Pandemonium con lo pseudonimo “Galaxy Group”, Meeting Music, 1979

[93] La sigla Judo Boy venne incisa da Judo Boy, pseudonimo di Mario Balducci, scritta da Andrea Lo Vecchio su musica e arrangiamento del M° Detto Mariano col coro de I Piccoli Cantori di Nini Comolli, Meeting Music, 1980

[94] Astroganga, con la canzone scritta dal M° Detto Mariano, era cantata dai Galaxy Group, Meeting Music, 1980

[95] La canzone di Gundam, di Andrea Lo Vecchio e Mariano Detto, era interpretata da Mario Balducci, Meeting Music, 1980

[96] La canzone Candy Candy, musica di Brandon Michael Fraser e Bruno Fulvio Tibaldi (Kobra) con testi di Lucio Macchiarella, era cantata dai Rocking Horse, RCA, 1980

[97] Film della Toei Animation stampati dalla Argon Film: Senza famiglia, Robin e i 2 moschettieri e ½, Simbad il marinaio, Gli allegri pirati dell’isola del tesoro, 20.000 leghe sotto i mari, Alì Babà e i 40 ladroni, Continuavano a chiamarlo il gatto con gli stivali, 2 bobine, 120 mt. L’orsetto panda e gli amici della foresta, in versione integrale, 4 bobine 120 mt.
Inoltre, sempre la Argon Film, stampò in 8 mm e poi in Super 8 in 9 episodi da 60 mt. Le avventure di Pinocchio (Priklyucheniya Buratino, 1959), prodotto dalla Soyuzmultfilm diretto da Ivan Ivanov-Vano, Dmitriy Babichenko e Mikhail Botov; e Il gatto con gli stivali (Lo scugnizzo di Napoli, ??????? ?? ???????, 1958), prodotto dalla Soyuzmultfilm e tratto da un racconto di Gianni Rodari, per la regia di Ivan Aksencjuk, stampato in singolo 60 mt.

[98] L’omonima sigla italiana venne incisa dai Tam Tam, pseudonimo de I Piccoli Cantori di Milano di Nini Comolli, mentre il testo era di Andrea Lo Vecchio e la musica di Detto Mariano, Meeting Music, 1980

[99] La sigla italiana, intitolata La canzone di Paul era cantata da Patrizia Pradella. Autori: I. Polizzi, C. Natili, F. Carraresi, S. Subelli, Meeting Music, 1980

[100] La sigla italiana, Pinocchio perché no?, scritta da Carla Vistarini su musica di Massimo Cantini, è stata incisa da Luigi Lopez

[101] La canzone italiana Kum Kum, scritta dal M° Vito Tommaso era cantata da I piccoli antenati (I Piccoli Cantori di Milano diretti da Nini Comolli), EMI, 1980

[102] Kum-Kum – Paramount Pictures Corporation presents: Executive Producer: Banjiro Uemura; Script Supervisor Noel Judd; Recordist/Mixer: Phil Heywood; Post-Production Co-ordinator: Santo L. Bernardo; Assistant Film Editor: Al Perez; Post Production Advisor: Mike Policare; Paramount Production Executive: Bruce Gordon; Director/Producer: Phil Judd

[103] La sigla italiana La canzone di Charlotte venne scritta da Stefano Jurgens, Bruno Zambrini e Gianni Meccia ed incisa dal figlio Alessandro Zambrini con il coro I papaveri blu, pseudonimo dei Piccoli Cantori di Milano d Nini Comolli, Fonit Cetra, 1980

[104] La sigla The Monkey, scritta da Luigi Albertelli e Roberto Soffici, era cantata da I Coccodrilli, Fonit Cetra, 1980; mentre La Principessa Sapphire, di Luigi Albertelli e Corrado Castellari era cantata da I Cavalieri Di Silverland, Fonit Cetra, 1980

[105] La sigla di apertura e chiusura dal titolo Huck e Jim, testo di Luigi Albertelli, musica di Massimo Luca, arrangiamento di Vince Tempera, era interpretata dal Louisiana Group, Fonit Cetra, 1980

[106] La sigla Anna dai capelli rossi, testo di Luigi Albertelli, musica ed arrangiamento di Vince Tempera, era cantata da I Ragazzi dai Capelli Rossi, Fonit Cetra, 1980

[107] La sigla originale giapponese di Gackeen il magnetico robot, con musica di Chumei Watanabe, venne eseguita da Ichiro Mizuki, mentre la sigla italiana era di Vito Tommaso, e cantata dai Mini Robots, EMI, 1980

[108] La sigla Daitan III, testo di Luigi Albertelli, musica e arrangiamento di Vince Tempera, era interpretata da I Micronauti, Fonit Cetra, 1980

[109] La sigla originale giapponese era cantata da Ichiro Mizuki, mentre la canzone Grand Prix e il campionissimo era stata scritta da Franco Migliacci su musica e arrangiamento di Vito Tommaso e cantata dai Superobots, 1980, RCA

[110] La sigla di Gloizer Xbad opera del M° Augusto Martelli, Five Records, 1980, ha la stessa base musicale della successiva serie uscita su Canale 5 l’anno dopo, Gatchaman – La battaglia dei pianeti, nella versione prodotta dalla Tatsunoko in coproduzione con Hanna-Barbera

[111] La serie uscì nell’80 su RSI con la sigla originale in inglese e, dopo poco, ritrasmessa sulle televisioni locali italiane con una nuova sigla d’apertura, Star Blazers, scritta da Grytzko Mascioni su musica e arrangiamento di Giancarlo Trombetti e cantata in italiano dagli Argonauti, Ariston Records, 1980

[112] Derek Wildstar assomiglia ad Arin nonché a Tadashi; il Capitano Avatar al Dottor Galax; la ragazza Nova all’omonima Nova e a Yuki; il Dott. Sane è uguale al Dott. Sander e somiglia al Dott. Zero; il robot IQ9 ha qualcosa del robottino Altair; inoltre, l’eterea Regina Starsha rievoca la Regina Raflesia; e, fra i nemici, più umani e meno diabolici, il Supremo Desslock, sinistro e ascetico riecheggia col lungo mantello il Cancelliere Doppler

[113] La sigla dal titolo Peline Story era di Vito Tommaso e cantata da Georgia Lepore, RCA, 1980. È interessante notare che la stessa musica era già stata incisa l’anno prima dalla stessa Georgia Lepore col titolo di Valentina, e si trovava riprodotta sull’altro lato del disco, anch’esso da lei cantato, del remake televisivo Ciao, Lassie, RCA, 1979

[114] La sigla italiana Capitan Futuro, scritta da Luigi Albertelli con la musica di Vince Tempera, venne incisa dal gruppo I Micronauti, Fonit Cetra, 1980

 

Mario Verger ringrazia:
Alessio Galbiati, Dario Muras, Massimo Nicora, Marco Pallitteri, Luca Raffaelli

 

…continuavano a chiamarlo
Atlas UFO Robot
La vera storia giapponese della? «nascita?» di Goldrake
Rapporto Confidenziale,  a cura di Mario Verger© 2018

 

References:

Mario Verger ha scritto diversi studi sul cinema d’animazione giapponese pubblicati su Rapporto Confidenziale:

Le origini del cinema di animazione del Sol Levante

Tg1 Tam Tam: «Heidi, Goldrake, Harlock and Co.» – 5/Aprile/1979

Romano Malaspina, l’Imperatore del Doppiaggio Italiano

Kazuo Nakamura, il “Michelangelo” dell’animazione giapponese

Silviero Corvisieri… contro gli «Ufo Robot»

Detto Mariano: Musica Maestro!

 

Bibliografia essenziale:

  • Andrea Baricordi, Massimiliano De Giovanni, Andrea Pietroni, Barbara Rossi, Sabrina Tunesi, Anime. Guida al cinema di animazione giapponese, Granata Press, 1991
  • Massimo Nicora, C’era una volta Goldrake. La vera storia del robot giapponese che ha rivoluzionato la TV italiana, Società Editrice La Torre, 2017
  • Marco Pellitteri, Mazinga nostalgia. Storia, valori e linguaggi della Goldrake-generation 1978-1999, Prefazione di Alberto Abruzzese, Castelvecchi, 1999 (Rist. 2002 e 2008)
  • Marco Pellitteri, Il Drago e la Saetta. Modelli, strategie e identità dell’immaginario giapponese, Tunué 2008 (Ed. Inglese, 2010)
  • Marco Pellitteri, The Dragon and the Dazzle. Models, strategies, and Identities of Japanese Imagination. A European perspective, Preface by Kiyomitzu Yui. With an essay by Jean-Marie Bouissou, Tunué, 2010
  • Marco Pellitteri, Francesco Giacomantonio, SHOOTING STAR. Sociologia mediatica e sociologia politica di Atlas Ufo Robot, Fondazione Mario Luzi Editore, 2017
  • Marco Pellitteri, Mazinga Nostalgia. Storia, valori e linguaggi della Goldrake-generation dal 1978 al nuovo secolo, Prefazione di Alberto Abruzzese, Tunué 2018
  • Luca Raffaelli, Le anime disegnate. Il pensiero nei cartoon da Disney ai giapponesi e oltre, Castelvecchi, 1995; Minimum Fax, 2005
  • Sergio Trinchero, Vita col Fumetto, L’Oasi Editoriale, 1983

 

External links:

これがUFOだ! 空飛ぶ円盤 (Wikipedia Japanese)

Imago Recensio: “Questo è un UFO! I dischi volanti” (Toei 1975) e “Contatti con gli extraterrestri” (Rizzoli 1976)

Kore ga UFO da! Soratobu Enban (movie) su Anime News Network

Kore ga UFO da! Soratobu Enban su MyAnimeList.net

Kore ga UFO da! Soratobu Enban su Animemorial



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