Una romantica donna inglese. “Mary Shelley” di Haifaa Al-Mansour

Ci voleva un(a) cineasta saudita per forgiare un film dignitoso su Mary Shelley e la genesi di Frankenstein? A comparare il period drama di Haifaa Al-Mansour e le (mal profuse) fatiche di (insigni) predecessori europei, si è tentati di rispondere sì. Come dimenticare, infatti, che, nel 1986, Ken Russell sfornava il pasticciaccio brutto di Gothic e, due anni più tardi, Ivan Passer lo eguagliava con L’estate stregata? E si parla di due membri dell’aristocrazia cinematografica. Bando agli equivoci: Al-Mansour non ha intagliato un capolavoro. Anzi, forse suggestionati dalla botticelliana Elle Fanning, ci si domanda a quali sommità, muovendo da un soggetto simile, si sarebbe issata Sofia Coppola. E Jane Campion, allora? E il fulminante William Oldroyd di Lady Macbeth?
Ipotesi controfattuali a parte, non scevra di difetti, la sceneggiatura dell’australiana Emma Jensen può rivendicare con orgoglio alcuni meriti. Ad esempio, un bozzetto efficace, benché il piglio sia talora cattedratico, del contesto culturale che nutrì la mente liliale di Mary, imbevuto delle idee liberali del padre, il filosofo e libraio William Godwin, mentre il Romanticismo imponeva il primato delle passioni, del fantasmagorico, dell’occulto, dell’onirico sulla ragione illuministica. Idee liberali, sì, ma compresse in un ambiente repleto di preoccupazioni economiche, pidocchierie piccoloborghesi e sacrifici quotidiani. Anche il carattere dell’eroina è ben descritto dal copione, endoscopia di un’anima impervia, adombrata e morbosamente attratta dall’incombere di una morte predace che, alla romanziera, ha impedito di conoscere la madre, la femminista Mary Wollstonecraft, e falcidiato un’intera legione di affetti, figli inclusi. Mary, tuttavia, è un’adolescente vulcanica, che rivendica il diritto di amare sciolta da guinzagli moralistici, si tratti pure di un outsider (ammogliato!) come Percy Bysshe Shelley, che la coinvolgerà in rocambolesche peripezie per i mari e le strade d’Europa. Fertile ingegno, ella corteggia con crescente ardimento la scrittura, fino a reclamare ciò che, in seguito, Virginia Woolf definirà “una stanza tutta per sé”, spazio noetico in cui affermare, mediante le lettere, una visione del mondo sgombra da cliché maschili. Un ribollio interiore che sortirà effetti clamorosi nel famigerato 1816, epoca di riassetti post-napoleonici, stravolgimenti del clima e subbugli privati, in cui, ospiti di Lord Byron a Villa Diodati, sul lago di Ginevra, Mary, l’invadente sorellastra Claire, Percy e John Polidori vengono sfidati dall’anfitrione a inventare storie orrorifiche. Polidori partorirà Il vampiro; la giovane Godwin concepirà la trama di Frankenstein, con cui doterà la science fiction di un basamento infrangibile e i lettori di uno straziante compendio della protervia umana, della tristezza e della solitudine che essa può arrecare. Il sesso dell’autrice, però, rappresenterà un inconveniente per gli editori. E il testo sarà pubblicato anonimo.
Già La bicicletta verde, nel 2012, s’imperniava su un personaggio femminile, una bambina di Riyadh, in conflitto con un codice di restrizioni e divieti retrivi e discriminatori. Nella scrittrice londinese, Al-Mansour rintraccia, ora, un altro esempio di coraggio muliebre, mittente di messaggi edificanti da indirizzare alle donne dei Paesi arabi e non solo. È, pertanto, un peccato che l’adesione così sincera della filmmaker allo spirito dell’opera non si traduca in moduli espressivi più carismatici. Motivo, questo, per cui Mary Shelley ha incontrato, nella comunità critica, parecchi detrattori, benché, sulla riva opposta, non siano mancati estimatori blasonati, come Deborah Young e «The Hollywood Reporter». Nonostante una fotografia dark degna di nota, la regia è corretta ma neutra ai limiti dell’impersonale e, come sovente accade in pellicole di gusto così british, troppo finisce per demandare alla fine perizia di scenografi e costumisti. Insomma, un’artificiosità e un’alienazione temporale che Siegfried Kracauer avrebbe biasimato come non consentanee alla fisiologia e alla missione dell’arte cinematografica, benché non sia reato abbandonarsi alla malia di immagini che, come i sogni, illanguidiscono le sentinelle della realtà. L’auspicio, piuttosto, è che Al-Mansour, promossa all’esame della sua prima impresa ad alto budget e della padronanza di un set diviso tra Lussemburgo e Irlanda, maturi in Nappily Ever After e The Perfect Candidate, suoi prossimi lungometraggi, uno stile più personale. Magari sprigionando la Mary Shelley che è in lei. •

Dario Gigante

 

 

MARY SHELLEY (Mary Shelley – Un amore immortale)
Regia: Haifaa Al-Mansour • Sceneggiatura: Emma Jensen, Haifaa Al-Mansour • Fotografia: David Ungaro • Montaggio: Alex Mackie • Casting: Amy Hubbard, Heidi Levitt, Katja Wolf • Scenografie: Paki Smith • Art Direction: Nigel Pollock, Marc Ridremont • Set Decoration: Kevin Downey • Costumi: Caroline Koener • Musica: Amelia Warner • Produttori: Amy Baer, Ruth Coady, Des Martin, Alan Moloney • Produttori esecutivi: Mark Amin, Tyler Boehm, Joannie Burstein, Johanna Hogan, Phil Hunt, Emma Jensen, Rebecca Miller, Compton Ross, Gabrielle Stewart, Peter Watson, Cami Winikoff • Coproduttori: Orlagh Collins, David Grumbach • Interpreti principali: Elle Fanning (Mary Shelley), Douglas Booth (Percy Bysshe Shelley), Tom Sturridge (Lord Byron), Ben Hardy (John Polidori), Stephen Dillane (William Godwin), Bel Powley (Claire) • Produzione: BFI Film Fund, Gidden Media, HanWay Films, Head Gear Films, Juliette Films, Metrol Technology, Parallel Films, Sobini Films • Suono: Dolby Digital • Rapporto: 1.85:1 • Camera: Arri Alexa XT • Negativo: 35 mm • Formato di proiezione: DCP • Paese: Gran Bretagna/ Lussemburgo/ Stati Uniti • Anno: 2017 • Durata: 95′



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