I palpiti e le emozioni di “The Death and Life of John F. Donovan” by Xavier Dolan

@THRmovies you can kiss my narcissistic ass
Xavier Dolan

Un come back atteso da migliaia di ammiratori, biglietti svaniti in poche ore e i tremila fortunati ne sono, oggi, storici testimoni. L’aria elettrica della sala e lo status di “mito”, già marcato sul calendario, sono due certezze che nessuno potrà mai negare. Così come l’errore, quella singola discesa della voce – un segno di fragilità a dispetto di tutto il carisma e la forza della performance – è, forse, una delle incrinature che rendono il concerto di Judy Garland alla Carnegie Hall di 57 anni fa la ragione, piace pensare, per cui le due repliche newyorkesi son perdurate così lungo tempo. È l’incarnazione di fallibilità, la presa di coscienza che ciò si compie davanti ai nostri occhi non è un prodotto costruito ad hoc per ripetersi, spettatore dopo spettatore, replica dopo replica, compiacendo e carezzando l’ego della sala. Quella nota che cala, durante l’interpretazione di Over the Rainbow, è dedicata al pubblico, suggella l’unicum. È la fenditura dalla quale spiare i tremori dell’artista. Ed è quindi un problema tutto interno alla critica se, al Toronto Film Festival, il nuovo film del regista Québécois Xavier Dolan, The Death and Life of John F. Donovan, sia stato sacrificato all’altare dei “flop”del Festival, e del suo autore. Era atteso al varco, dopo più di due anni tra riprese e montaggio, ed il TIFF se ne era aggiudicato la première contro Cannes e Venezia (sebbene un po’ nascosta nella line-up). Ma la stampa ne ha, preventivamente, decretato il fallimento. L’amore tra Dolan e i giornalisti è inversamente proporzionale a quello con il pubblico, tanto i primi lo trovano narcisista e compiaciuto, tanto i giovani lo esaltano e vi si riconoscono emotivamente. Dolan riesce, infatti, a restituire dignità e diritto d’esistere alla tagline della dicotomia critica-pubblico: “Mi ha emozionato”. È l’emozione a sostenere l’arco narrativo ed i palpiti delle immagini che scorrono, mentre la macchina fluisce tra strade, scale, corridoi, balzando da un tempo storico all’altro e da una storia alla successiva. Uno sguardo che sa sostenere il melodramma, alla Bertolucci, come nella rincorsa per le strade di Londra tra una madre ed un figlio e posarsi a rivelare l’intimità ed il calore d’un altro trio familiare, quello di due fratelli ed una madre, giocosi e pettegoli, in una stanza da bagno. Un film complesso, John F. Donnovan, non fosse che per raccontare la vita di due uomini agli antipodi, e che mai si incontrano, c’è di mezzo una corrispondenza di cinque anni. Un divo della televisione, il Donovan del titolo, e un bambino di 11 anni aspirante attore, Rupert Turner, si confidano timori, ansie, desideri ed il semplice quotidiano. Eppure, quando la corrispondenza è portata alla luce, l’idea stessa che un uomo adulto ed un bambino possano essersi scambiati più di cento lettere, smuove pruderie e maldicenza che, in un attimo, esplodono sulla stampa, segnando la vita e la carriera di Donovan sino al suicidio. Undici anni dopo, ad un café di Praga, l’ormai adulto Turner, è intervistato da una reporter politica a cui è stato assegnato, contro la sua volontà, il ‘profilo’ della nuova star della narrativa, proprio alla vigilia della pubblicazione delle famigerate lettere. Dalla conversazione riemergono in parallelo le immagini, le storie dei due protagonisti. Il rapporto carnivoro con le madri (di rigore per Dolan), la propensione a crearsi un mondo solitario e creativo, la battaglia, interiore e sociale, con l’identità sessuale. Il film di Dolan ha, di fondo, il grande problema di non tessere i tempi e le storie, se non a livello di scrittura, e quello di essere incisivo solo quando ci porta nell’universo di Rupert bambino. La storia dell’attore, gay velato, Donovan, percorre stilemi già narrati, e con maggior profondità, nel ritrarre il mondo ipocrita e meschino dello showbiz, e la conversazione/intervista tra la giornalista “seria” e lo scrittore “futile” è molto programmatica e generica, sia dal punto di vista visivo che narrativo, rispetto ai colori e i non detti che Dolan sa far emergere da piani d’ascolto, silenzi, intercapedini di conversazione. Però, tali limiti, sono sempre contrapposti da una potenza emotiva, da una irrequietezza di stile e di sguardo, dalla percezione di quel turbinìo emotivo che hanno accompagnato il regista durante la gestazione del film. E se tutti gli autori passano entro questa fase di insicurezza mentre lavorano alla “chiusura” di un’opera, in Dolan questa è palpabile, soprattutto per la forma finita che sobbalza da momenti di puro cinema a dialoghi intimi di grande morbidezza e umanità, sino a scelte più facili, di routine, introducendo (emblematica la sequenza che vede il cameo paternalistico di Michael Gambon) bozzetti di personaggio, presumibilmente tagliuzzati al montaggio. Nonostante qualche buco narrativo, tra gli attori, Kathy Bates e Natalie Portman sono capaci di ritrovare il gusto del calibro tonale e del sussurrare con lo sguardo, mentre Susan Sarandon risulta credibile ma tragicamente camp. Su tutti, però, è Jacob Tremblay a rendere il personaggio di Rupert undicenne una sorta di osservatore impertinente del mondo che lo circonda, provocatorio e sarcastico con abbandoni all’emozione viscerale ai quali non si può non credere ed aderire. È proprio la frattura che percorre il film – il sussulto tra sequenze che catturano il respiro dello spettatore ed altre superflue – a renderlo un lavoro vivo, tormentato, ma così personale ed ambizioso che si spera possa vincere il silenzio sotto il quale sta passando la sua (non) distribuzione, arrivando ad incontrare il proprio abbraccio ideale: quello della sala e dei ragazzi che sentono Dolan ‘uno di loro’. •

Roberto Nisi

 

 

THE DEATH AND LIFE OF JOHN F. DONOVAN
Regia: Xavier Dolan • Sceneggiatura: Xavier Dolan, Jacob Tierney • Fotografia: André Turpin • Montaggio: Xavier Dolan, Mathieu Denis • Musiche: Gabriel Yared • Production Design: Anne Pritchard, Colombe Raby • Art Direction: Henrich Boraros, John El Manahi, Pierre Perrault, James Price • Costumi: Michele Clapton, Pierre-Yves Gayraud • Produttori: Xavier Dolan, Nancy Grant, Joe Iacono, Lyse Lafontaine, Michel Merkt • Coproduttori: Peter Carlton, Barry Ryan • Interpreti principali: Kit Harington (John F. Donovan), Natalie Portman (Sam Turner), Jacob Tremblay (Rupert Turner), Ben Schnetzer (older Rupert Turner), Susan Sarandon (Grace Donovan), Jared Keeso (James Donovan), Kathy Bates (Barbara Haggermaker), Thandie Newton (Audrey Newhouse), Amara Karan (Mrs. Kureishi), Chris Zylka (Will Jefford Jr.), Emily Hampshire (Amy Bosworth), Michael Gambon (Man in Restaurant), Dakota Taylor (Connor Jefford), Sarah Gadon (Liz Jones), Ari Millen (Big Billy), Leni Parker (Bonnie) • Narratore: Michael Gambon • Produzione: Lyla Films, Sons of Manual • Paese: Canada • Anno: 2018 • Durata: 127′



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