L’eterno ritorno. “L’albero dei frutti selvatici” di Nuri Bilge Ceylan

È un cinema di colori desaturati e ombre insinuanti, quello di Nuri Bilge Ceylan, di primi piani indagatori, di mezzibusti prolungati, di controcampi differiti, di extreme long shot e figure umane isolate nei loro penetrali. Un fenotipo che, con un ricorso al montaggio maggiore rispetto al pregresso (se poi editor e director coincidono…), contraddistingue anche L’albero dei frutti selvatici, distribuito, ora, in Italia, dopo la première a Cannes 71, dalla lodevole Parthénos. E non vi è forse protocollo figurativo più idoneo a rendere gli aspetti che, da tempo, il regista ottomano va investigando: la vulnerabilità dell’individuo, la sua fondamentale solitudine, la difficoltà di instaurare una dialettica costruttiva. Se, poi, la morale è una questione di carrello o viceversa, lo si dica con Moullet o Godard, nei piani sequenza estesi e strenui si misura l’etica rigorosa di uno sguardo che, senza codardia e senza moine, scruta lo smarrimento dell’uomo nell’enormità di un mondo ostico e ostile. Creditore formale e tematico di Ceylan è, d’altra parte, Andrej Tarkovskij.
Qualcosa, infatti, dei paesaggi romiti e poetici dello Specchio, o umidi e desolanti di Nostalghia e Sacrificio, la si ritrova nei luoghi di Sinan che, da poco laureato e con l’aspirazione di diventare scrittore, torna nei recessi provinciali della Turchia occidentale, dove abita la famiglia. Non tarderà a scoprire (gli basterà, anzi, scendere dall’autobus) che il padre Idris, un maestro balzano e sciroccato, ha contratto debiti pesanti per il vizio di scommettere sulle corse dei cavalli, perdendo soldi, onore, dignità. Incapace di trovare una soluzione sensata, Idris pare assorbito, soprattutto, dal pozzo che sta alacremente scavando al villaggio natio, convinto che, nel sottosuolo, si celi l’acqua. Sinan, nel frattempo, indeciso su quale strada imboccare, incappa in una serie di incontri (con un sindaco locale, una disillusa compagna di liceo, un imprenditore volgare, un letterato di fama, due imam, un coetaneo ludopatico) che aumentano il suo sconforto, persuadendolo che la Turchia non è un Paese per giovani. Almeno non per giovani come lui.
C’è un albero, nel libro che il ragazzo pubblica a sue spese e che nessuno leggerà, se non lo spostato, ma colto, Idris. E non si tratta di un nobile portento vegetale, dell’Yggdrasill, l’immane organismo arboreo che, secondo la mitologia norrena, sorregge i nove mondi di cui si compone il cosmo, o dell’albero dai pomi d’oro, simboli di fecondità, che, per i Greci, cresceva rigoglioso nel giardino delle Esperidi. È un pero selvatico. Contorto, scheletrico, irregolare. Metafora dei capricci di cui la natura è capace, ogniqualvolta ordina di perpetuare la vita a creature deformi, strane, inette. Come Sinan e suo padre. Perché i due sono molto più simili di quanto il figlio vorrebbe ammettere. Le affinità si sprecano: nelle inclinazioni estetiche, nella propensione alle cause perse, nell’assenza di pragmatismo, concretezza, affidabilità (Sinan affronta un concorso pubblico senza aver studiato, Idris si era presentato a un altro senza la carta d’identità). Se il giovane deplora il genitore, se arriva a provarne addirittura avversione, è, probabilmente, perché in lui scorge la prefigurazione del fallito che gli toccherà in sorte di essere. E, non a caso, finirà per inabissarsi nello stesso pozzo a cui perfino Idris, a un certo punto, ha rinunciato, a cercare un’acqua che non si lascia trovare e, forse, non c’è. Così come Idris, a sua volta, è tornato ai mestieri della campagna, al pari di un patriarca con cui gli screzi non erano mai mancati. Il passato sembra infestare il presente come il punteruolo rosso le palme mediterranee, impedendo lo sviluppo di un futuro altro e migliore. E non solo il passato ontogenetico, ma tutto ciò che c’era una volta in Anatolia. Perché l’occhio di Ceylan non si chiude dinanzi alle controversie della società, ma è vigile. E lunghi secoli di autocrazia e clientelismi hanno lasciato un’eredità in un Vicino Oriente in cui estro creativo e anticonformismo, percepiti come minaccia all’autorità e all’ordine, faticano a ottenere spazi. È indicativo il disagio con cui l’imam più maturo accoglie le considerazioni degli interlocutori sul libero arbitrio e tronca bruscamente qualsiasi provocazione possa scalfire la verità invalsa. Insomma, il cineasta intavola con lo spettatore un discorso allusivo ma quanto mai pregnante, in un momento in cui l’involuzione antidemocratica di Ankara evoca antichi fantasmi imperiali.

 

 

A conferire veracità al copione sono, senza dubbio, gli apporti autobiografici del co-sceneggiatore esordiente Akin Aksu, docente con velleità da prosatore originario dello stesso lembo di Asia Minore dove il film è ambientato e impiegato, nella pellicola, anche come attore, nel ruolo di uno dei due sacerdoti. Ceylan e la moglie Ebru, ancora una volta co-autrice dello script, hanno modo di tornare, dal canto loro, a un tormento che li assilla: il confronto, irenico mai, spesso devastante, tra generazioni. Lo stesso che hanno studiato all’interno del perimetro coniugale (Il piacere e l’amore, Il regno d’inverno). Ma anche tra genitori e figli. Esempio-principe, Le tre scimmie. E se la famiglia è, come si diceva, specchio della società, il consorzio civile e la Storia sono il senato in cui il bene, il male, il destino, la responsabilità personale disputano le loro ragioni.
Alhat Agaci è un’opera che non teme ambagi, interludi contemplativi, silenzi pensosi, ma che, per maestà della concezione, affetto per i personaggi, drammatica ironia, abbatte a colpi di scimitarra lo spauracchio sfollagente di tre ore e otto minuti di durata. Attraversati, a mo’ di leitmotiv, dalla passacaglia (e fuga) in do minore di Bach e dal fruscio delle foglie accarezzate dal vento. E costellati d’immagini maestrevoli. Una su tutte, il neonato lasciato, durante la mietitura, in balìa delle formiche, come fu per Idris bambino. Segno che poco è cambiato, da allora. Anche se il piccolo nella culla appesa al ramo potrebbe essere un sogno. Più vero del vero, tuttavia. Questo è Ceylan. •

Dario Gigante

 

 

L’ALBERO DEI FRUTTI SELVATICI (Ahlat Agaci)
Regia: Nuri Bilge Ceylan • Sceneggiatura: Akin Aksu, Ebru Ceylan, Nuri Bilge Ceylan • Fotografia: Gökhan Tiryaki • Montaggio: Nuri Bilge Ceylan • Casting: Erkut Emre Sungur • Scenografie: Meral Aktan • Costumi: Demet Kadizade • Musiche: Mirza Tahirovic • Produttori: Zeynep Ozbatur Atakan, Urte Amelie Fink • Coproduttori: Fabian Gasmia, Stefan Kitanov, Alexandre Mallet-Guy, Labina Mitevska, Anthony Muir, Olivier Père • Interpreti principali: Dogu Demirkol (Sinan), Murat Cemcir (Idris), Bennu Yildirimlar (Asuman), Hazar Ergüçlü (Hatice), Serkan Keskin (Suleyman), Tamer Levent (Recep), Ercüment Balakoglu (Ramazan), Özay Fecht (Hayriye), Akin Aksu (l’imam Veysel), Öner Erkan (l’imam Nazmi), Ahmet Rifat Sungar (Ali), Sencar Sagdic (Nevzat), Asena Keskinci (Yasemin), Kadir Çermik (Adnan) • Produzione: Dilfilm, Film i Väst, Memento Films Production, RFF International, Sister and Brother Mitevski, Zeynofilm • Rapporto: 2.39:1 • Camera: 4K DJI Osmo X5R, Red Weapon 6K • Negativo: 35 mm • Formato di proiezione: DCP • Paese: Turchia/ Macedonia, Francia, Germania, Bosnia ed Erzegovina, Bulgaria, Svezia • Anno: 2018 • Durata: 188′



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