Ibrida Festival 2019

Johann Zoffany, The Tribuna of the Uffizi, olio su tela, 155x124cm, 1772-1778

Giunto alla sua quarta edizione, l’Ibrida Festival di Forlì presso la Fabbrica delle Candele, conclusosi il 28 aprile, è una Wunderkammer che assembla qualcosa di postumo. O meglio: che in forma postuma assembla postume forme. Epigoni frammentati e sparati a casaccio in una scompaginata babele sospesa sull’orlo dell’abisso, Autori (e prodotti degli Autori stessi) finiscono per identificarsi. L’espressività inespressiva del dire nulla dicendo tutto è una sorta di mixer gigantesco in cui ogni cosa può essere inserita, producendo un frappè che, se non può davvero tracciare l’asintoto discendente verso lo zero del grafico cartesiano designante il nostro tempo Internet-Social, pure ne suggerisce l’idea. Potranno dunque convivere gesti performativi epigonali a se stessi, che tentando l’indagine risaputa del corpo come oggetto di carne, lasceranno la sensazione del déjà-vu quasi per confermare: ci siamo ancora! Concerti musicali in cui tutto è stato frullato udendo consonanze, dissonanze. Crediamo d’aver captato un frammento di Sibelius, forse il suo simulacro, un ritaglio; per un istante abbiam provato del sentimento malinconico: non era vero? era vero? Più nulla. Frammenti ripetitivamente insensati in cui il linguaggio stesso scompare con l’anima (I am just a sound when I talk, di Draga Jovanovic). Stanze da letto della disperazione postcoitale glacialmente kitsch, in quanto ambienti tratti dalla pornografia amatoriale in webcam (Welcome to My Room, di Sara Lorusso). Masse di carne illividita che giace intrecciata in una vivente putrefazione (What do I have to do that you fall in love with me, di Gerlad Zahn; Adieu, Corpus! d’Alexander Isaenko). Immobili tristezze d’un uomo anziano, volto pronto per la fotografia sul loculo tombale: “Lascia i suoi cari nel dolore e nell’afflizione. Una prece”, sembra di poter leggere (My Father’s Tears, di Gabriel Andreu). Rimbecillimenti collettivi proposti nella ripresa dell’atto compiuto ormai da tutti, quello dello scorrere le dita sugli schermi vitrei del nostro disperato nulla (Scrollathon [on Instagram] di Filipe Vilas-Boas). E così via, fino a Serie asmrrrr molesto (estratto) d’Ilaria Pezone. “ASMR”: “Autonomous sensory meridian response” (Risposta autonoma del meridiano sensoriale). Un’operazione auto-analitica che l’Autrice porta avanti con lucida costanza da alcuni mesi e che è stata presentata, in forma d’estratto, distinguendosi per un curioso nominalismo rovesciato: talmente narcisista, autoreferenziale e bizzarro da tramutarsi in un nominalismo oggettivo, persino freddamente analitico, che potrebbe appartenere a tutti: se sapessero auto-osservarsi, nello strazio del vivere quotidiano, prendendo coscienza del fatto d’essere – come “artisti” – dei piacevoli morti viventi che si scambiano convenevoli e che, come un naufrago al quale sia stata sottratta anche l’ultima zattera, affogando si contemplino al rallentatore: frame per frame.

Dario Agazzi



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