“Ida” di Paweł Pawlikowski

Al suo quinto lungometraggio, Pawlikowski, nazionalità polacca e con istruzione britannica e laurea ad Oxford, trae l’idea per questo suo lavoro direttamente dalla propria storia familiare e da vicissitudini molto private. Il regista voleva realizzare un lungometraggio dedicato a una suora cattolica che si scopre ebrea nella Polonia degli anni Sessanta, periodo durante il quale il partito comunista attuava le purghe antisemitiche. Lo sfondo è un paese dilaniato fra cattolicesimo e marxismo. Il personaggio di Wanda nasce dal ricordo legato a un master conseguito ad Oxford dal regista durante i primi anni Ottanta, e qui conosce Helena Brus, moglie di un professore di economia di origini polacche e spietata collaboratrice sotto copertura del governo stalinista negli anni venti. Sappiamo che affogare nelle sabbie mobili del concitato ritratto psicologico è la tentazione di molti registi al varo di sceneggiature calibrate su personaggi femminili. Donne-carnefici, o “allo sbando”, mantidi, donne redente, abusate o eroiche paladine dai sentimenti impalpabili, tutti cliché smandrappati della redenzione e della trasvalutazione ideologica di matrice femminista, vengono abitualmente serviti (malamente) sul buffet del cinema pseudo-autoriale. Eppure questo film non soltanto sfugge a tutte queste trappolette mass-cult, ma rivitalizza il cinema d’autore contemporaneo, sempre più affabulatorio e cadente, rinunciando alle tipiche ipocrisie e sofisticazioni dei registi dal polso debole. Molto stringato nella concezione fotografica e asciutto nei passaggi dialogici, Pawlikowski adopera scelte stilisticamente rigorose accostabili, per pregio e onestà intellettuale, agli squisiti Contes moraux di Rohmer con i quali dimostra di aver istituito un legame non pedissequo. Quasi assecondando metodologicamente il principio ockamista dell’entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem, procede per sottrazione di elementi: la scelta del bianco e nero, traslucido e a soglia bassa, è impiegata statutariamente, regalando la grazia commovente di uno schermo ridotto a quadrato. Le prove attoriali di Agata Kuleza (Wanda) e di Agata Trzebuchowska (Ida) si mostrano eccellenti per l’accento riflessivo e privo di quelle smorfiosità petulanti che facilmente riconducono il dramma ai più ovvi e ‘bassi’ toni del melò; il loro viaggio, in parte ‘on the road’ e in parte intrapreso nelle rispettive solitudini (l’una conventuale, l’altra scandita da dipendenze alcoliche), è attraversato da durevoli spazi di silenzio. Ci si commuove per l’economia di mezzi e gli effetti ammirevoli di un’estetica rigorosa. La fotografia è di grande pregio, diretta da Ryszard Lenczewski e Łukasz Żal, guidata da una regia solidissima nella sua avversione a giustificare le scelte dei personaggi ricorrendo, per esempio, all’escamotage del monologo interiore per restituire introspezione psicologica, per lasciarla emergere attraverso silenzi e sguardi. Dal punto di vista registico il ragionamento su campi lunghi e primi piani è strutturato secondo una logica altamente geometrizzante, con interessanti variazioni sul tema messe in campo rompendo le ‘regole’ relative all’inquadratura (i personaggi sono spesso disposti ai lati dell’immagine) o ponendo spesso i soggetti a favore di verticalità (in corrispondenza di porte, portoni, finestre, grandi cancellate). oppure azzerando le corporeità per accentrare l’occhio sugli sfondi di inquadratura lungo cui si stagliano via via i personaggi. Encomiabile il lungo piano sequenza della scena finale realizzato con la camera a mano, che rievoca la conclusione de I quattrocento colpi di Truffaut. In tutta la pellicola, l’unica concessione al rumore è rappresentata dalle parentesi di campionatura di brani jazz (la scelta si giustifica perché, tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, la Polonia sperimentò una fortunata stagione di musica jazz con Komeda, Namyslowski, Stanko e Wroblewski). Sul piano formale, la narrazione – oltre a costituire una riflessione colta su come riconsiderare cinematograficamente l’idea di romanzo di formazione – fa da contrappunto sostanziale a ciò che viene mostrato: la sceneggiatura appare manifestamente pensata per subordinarsi a un minuzioso lavoro sull’immagine, la scrittura è talmente scarna e le considerazioni morali così sottobanco da consentire un ampio margine di stilizzazione fotografica a misura di luoghi e interni (si pensi alla sequenza della preghiere in convento o dei gesti muti delle novizie nei momenti del pranzo o al lavatoio). Le implicazioni etiche e le riflessioni su religiosità, identità e verità anche se forti e presenti, non sono certamente confezionate come pappina pronta per imboccare un pubblico pretenzioso o di cinefili eccitati e alla buona. Il registro speculativo è alto abbastanza alto, e resta accessibile solo a una cerchia di interlocutori educati a meritarsi il bello e il buono che il cinema ha ancora da offrire. Una volta tanto, non si cercano colpevoli ma non si assolve nessuno. •
Rubina Mendola

 

 

IDA
Regia: Paweł Pawlikowski • Sceneggiatura: Rebecca Lenkiewicz, Paweł Pawlikowski • Fotografia: Ryszard Lenczewski, Łukasz Żal • Montaggio: Jarosław Kamiński • Effetti speciali: Sławomir Maślanka, Piotr Nowacki • Musiche: Kristian Eidnes Andersen • Scenografia: Marcel Sławiński, Katarzyna Sobańska • Costumi: Aleksandra Staszko, Agata Winska • Interpreti principali: Agata Trzebuchowska (Anna/Ida Lebenstein), Agata Kulesza (Wanda Gruz), Joanna Kulig (cantante), Dawid Ogrodnik (Lis), Adam Szyszkowski (Feliks Skiba), Jerzy Trela (Szymon Skiba), Halina Skoczynska (madre superiora), Pawel Burczyk (pubblico ministero) • Produzione: Opus Film, Phoenix Film Investments • Coproduzione: Canal+ Polska, Phoenix Film Poland • Con il supporto di: City of Lodz, Danish Film Institute, Eurimages, Polski Instytut Sztuki Filmowej • Colore: B/N • Rapporto: 1,37:1 • Paese: Polonia, Danimarca, Francia, Regno Unito • Anno: 2013 • Durata: 80′



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