Questione di motivazioni. “Ultras” di Francesco Lettieri

Cosa si ottiene mescolando, tra le altre cose, i seguenti ingredienti?
Pancetta tesa affumicata, tracchiolelle di maiale, cipolle dorate vecchie, strutto, lardo di pancia, olio d’oliva extravergine, vino rosso, pomidoro san Marzano e sale q.b.?
Sapete cosa? Il ragù napoletano.

Ed è buono il ragù napoletano. Ma sapete cosa non è? Un film. Il ragù napoletano è buono ma non è un film.

Ultras, di Francesco Lettieri.

Di questo regista esordiente avevo avuto modo di vedere ed apprezzare Pesto, un videoclip del cantautore Calcutta.
Ed è forse per questo motivo che ho passato la prima mezz’ora di visione a cercare alibi alle pecche del film.
La recitazione non mi convince e mi appare tutto goffo e farsesco? Probabilmente è una scelta del regista.
La fotografia mi appare grossolana e poco curata? Forse cerca di riprodurre un immaginario preciso.
Le omissioni e i facsìmile fanno sempre Ultras un videogame sul calcio senza le licenze ufficiali? In fondo è un film a basso budget e deve essere complicato gestire i rapporti con i veri ultras.
Ed ho atteso invano l’epifania.
Ma poi ho capito che ciò che stavo vedendo non era altro che ciò che sembrava. Personaggi a zonzo in attesa di un epilogo del tutto prevedibile; ma senza l’eroismo del martire annunciato. Le immagini non rimandavano ad alcun immaginario preciso ed attraente, ma piuttosto rimbalzavano come la pallina di un flipper da una sponda all’altra, senza riuscire ad accendere nemmeno una delle possibili lampadine.

Ultras allora mi è apparso come il tentativo di ottenere un buon film mescolando, tra le altre cose:
Gli anni 90, ma con lo smartphone.
I film di Troisi, ma senza risate.
I musicarelli di Nino D’Angelo, ma senza caschetto.
Gomorra, ma senza pistole.
I documentari di Ferrente o Piperno, ma con molta più fiction.
Un film di Garrone, ma magari…

Ci deve stare tutto e deve sembrare verosimile, si saranno detti. Ma nel cinema la realtà è per chi non ha niente di meglio.
Se voglio raccontare una storia, scrivo un racconto; così diceva un tizio.
Ma il cinema è soprattutto un congegno ottico che deve necessariamente portare altrove. In assenza di una visione, di una idea di cinema, tutto è disinnescato e quando la palpebra si chiude, si resta sul divano di casa.
Il cinematografo cela potenzialmente un oceano di significati; si può nuotare a pelo d’acqua ma conservando la possibilità di immergersi in profondità.
In Ultras, se si prova a scendere, non si trova nulla oltre le gradevoli increspature del golfo di Napoli. Non un sussulto, una svolta inattesa, perfino la musica arriva quando te l’aspetti e timidamente, senza mai mettere in discussione nulla.

Lo smartphone viene usato pochissimo dai personaggi del film, salvo quando serve a portare avanti la storia, in maniera ancora una volta meccanica. Nessuno sembra mai esistere al di fuori dell’intreccio, ed è come guardare un carillon per quasi due ore.
Ed allora invece che tentare in ogni modo di far sembrare la storia ambientata negli anni ’90, non sarebbe stato più logico ambientare il film negli anni 90? Le scenate di gelosia esistevano pure allora, anche senza l’innesco degli smartphone. E i film in costume restano ancora oggi il genere più efficace per raccontare la contemporaneità.
Inoltre gli anni ’90 erano gli anni dei neon, tornati di gran moda. E difatti anche in Ultras, come in Gomorra, quando le cose si mettono male e scatta la “Viulenza”, diventa tutto verde.

Purtroppo “Ultras” è un film povero visivamente, poverissimo. E non aiuta certo il ricorso al drone per dare sostanza ad alcune scene, come quando nei servizi del Tg regionale ci vengono mostrati i borghi più belli, piccoli e tutti uguali, ma che visti dall’alto fanno tutta un’altra figura.

Il cinema nel passaggio dalla sala ai saloni rischia di smarrire del tutto il suo linguaggio, la sua forza evocativa e infine la sua innata capacità di squarciare le palpebre.

Ascoltando il regista raccontare le motivazioni per le quali ha deciso di fare questo film, si scopre che semplicemente era uno dei soggetti scartati da Calcutta per il videoclip di Frosinone. E che sogna di fare una serie tutta sua, liberamente.

Jean-Pierre Melville diceva che il primo film un regista dovrebbe farlo col proprio stesso sangue.

Questione di motivazioni, dunque. •

Michele Salvezza

 

 

ULTRAS
Regia: Francesco Lettieri • Soggetto e sceneggiatura: Peppe Fiore, Francesco Lettieri • Fotografia: Gianluca Palma • Montaggio: Mauro Rodella • Musiche: Liberato • Scenografie: Marcella Mosca • Costumi: Antonella Mignogna • Suono: Vincenzo Urselli • Trucco: Dalia Colli • Acconciature: Daniela Tartari • Produttore esecutivo: Giorgio Magliulo • Produttori: Nicola Giuliano, Francesca Cima, Carlotta Calori • Produzione: Indigo Film • Un film originale: Netflix • In associazione con: Mediaset • Paese: Italia • Anno: 2020 • Durata: 105′



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