Il video (non) sono io. “La donna dello smartphone” di Fabio Del Greco

La donna dello smartphone è un film doppio, se non triplo, la visione di una visione (di una visione). Lo spettatore, in genere passivo, è costretto ad attivarsi, scindere la percezione, sdoppiare lo sguardo, assistere incautamente a una vicenda binaria, fluida quanto accidentata, perdersi in un labirinto ottico dove si perdono pure i personaggi. Un vecchio uomo (Fabrizio Rendina) trova un cellulare e vi guarda dentro la vita della giovane proprietaria (Silvana Porreca), espressa attraverso una serie di filmati. Chi assiste al film guarda lui guardare lei. Consegna di testimone oculare: il vecchio, nella Cabala, è la saggezza di pochi. Lo spettatore, da par suo, deve ridimensionarsi, farsi sapiente. Infatti il saggio-fiction fisicamente si dissolve, giusto una cornice a inizio e fine, di lui rimane il solo osservare (fuoricampo), il medesimo di chi è davanti allo schermo. La narrazione della donna, in prima persona (io vedente), ripiega pure sulla terza (io visto). È un ripiego fino a un certo punto: in effetti, prima che essere vista dal vecchio (e dallo spettatore), lei è sotto l’occhio artificiale del telefonino, e di tutto il sistema, altrettanto macchinale, a esso sotteso. Praticamente, in prigione.

Fabio Del Greco, al sesto film, torna all’occh-io vedente del precedente Mistero di un impiegato (2019), nel quale il protagonista giocava con vhs e telecamere pensando di riprendere e invece era ripreso. Parimenti all’innaffiatore innaffiato della prima luce osservante, dei primi Lumière. Esiste l’oscuro scrutare di un occhio meccanico diventato più forte e agente della realtà non più partecipe (Paul Virilio lo diceva sin dagli anni ’80, agli albori dell’ossessione scopica domestica) e forse per questo Silvana, la protagonista, sembra capitata lì per caso, nolente, preda passiva degli altri. Giunta a Roma da un paese campano per fare la maestra, immigrata interna, è un pesce fuor di visione propria e tuttavia ben dentro quella altrui. Della collettività (di lavoro, di quartiere, di vicinato, di social) che, taci, ti osserva! E ti giudica, biasima, condanna. Le colleghe docenti la disprezzano, le fanno il mobbing, i maschi sciroccati (epperò figli di ministri con casa con vista sulla Domus Aurea) ci provano di brutto. La ragazza ha delle frequentazioni poco critiche, o forse non c’è altra scelta: si lascia trascinare nella «Schifosa vita», caotica ma non dolce, né felliniana, della Roma decaduta di fasti e feste all’epoca della barbarie sociale, politica, culturale, erotica. I nostri irrimediabili tempi. Il vecchio, malato, che ha trovato il telefono, è pure la morte al lavoro, il tempo dissol(u)to, falce e clessidra del video. Cioè del vedere e del dispositivo di visione.

Quindi la protagonista muore un po’ mentre crede di agire vedendo o filmando. Fa evaporare la realtà propria insieme a quella intorno. Per esempio quando, complicità di un’amica (Chiara Pavoni) tutta vita (o morte), riprende le sbruffonerie di un cinico gigolò (Riccardo Giampieri) che brinda all’Italia «con la merda fino al collo», ruba aperitivi alle feste del cinema di Roma capitale e si compiace pasciuto della propria stronzaggine. Anche in quel caso, a svolgere il ruolo di primo piano, sia pure, e in tutti i sensi, apparente, è lui, non lei. Guardare senza sguardo, o con il monocolo dello smart, esprime soltanto passività. Altroché. Riguarda un’intera società. Non solo romana, non solo italica.

E allora la tapina, afflitta da incubi dove è perseguitata dagli antichi Romani che fanno contorno al Colosseo, e sempre più lost nella translation di un mondo folle, intraducibile, senza reali effetti e tantomeno affetti (i personaggi vanno e vengono senza lasciar traccia, bolle di vita e di sceneggiatura), si confida, sempre via phone, con il fidanzato Fabio («nome da sfigato»), cioè lo stesso Fabio Del Greco, ancora una volta attore di un suo film. Attore proprio nel senso di persona che agisce, che interviene. Escludendo plot e raccordi. A soccorrere la ragazza sperduta, vittima dell’odio quasi da cartoon di una collega (che però fa male sul serio). Si trova in montagna, è il sole yang. Lei, a valle, è l’ombra yin. Sarà un maschile simbolico, la forza Animus del femminile sopraffatto? Certo, si sdoppia pure lui. In regista che, mentre pedina la carnefice del suo amore, per punirla, contemporaneamente gira un film pure di pedinamenti, in bianco e nero, sul degrado non più borghese, medio o alto, ma proletario più o meno griffato di borgata, con spacciatori e delinquenti armati, autoctoni ed extra. A questo punto il film (sociale) nel film (astratto), che già è il vedere di un vedere, s’intorcina e s’incarta. Naufraga insieme allo spettatore, perduto a prescindere. Non per ritrovarsi e far ritrovare. Di fatto, non si vede più niente.

Fabio Del Greco è un autore indipendente oltre ogni corrente concezione. Gira come vuole, snobba mode e modi, scansa la maniera del cinema indipendente, compresi i suoi acclusi cliché, a volte più noioso di quello dipendente. Fraziona lo sguardo dei suoi film, a tutela del suo, sempre moralmente integerrimo e dolcemente incazzato. Quello sguardo, anche ottuso (nel senso barthesiano), che rendeva Io sono nulla (2015) e Altin in città (2017) due splendenti film anti-professionali, aborriti dalla critica ufficiale, eppure vivi, altri, pieni di ruvidezze scuotenti e salubremente scostanti. Espressione sincera di un altro cinema. Senza coperture statali, la spada standard di Damocle di produttori e distributori: anarchico e autarchico. Decisamente anti-sistemico. Diversamente politico. Privo dello starnazzare sociale da bar ormai anestetizzato del cinema d’autore da multisala. Si può dire lo stesso de La donna dello smartphone?

 

 

Anche nei film precedenti le visioni si ramificavano, i personaggi si facevano in due, tre, quattro, si animalizzavano deleuzianamente, riunificavano le proprie metà separate e resesi autonome. La società dello spettacolo è il motore di queste vicende, che, per risolversi, approdano alla complessa semplicità degli elementi: aria, acqua, fuoco, terra. E alberi, nuvole, gabbiani e asinelli, Nulla e Vuoto zen. Stavolta, interviene un glorioso e storico passato (l’Impero romano) all’unisono con la gentilezza (e forza) del passato umano di quel vecchio. Eppure la scissione sembra anche spaccare il film, separandolo al suo interno. Lo fraziona, lo isola, lo elide. E, salvo alcuni momenti, lo vanifica.

Il metodo resta quello: op-segno magmatico e finestre aperte. Che lascino entrare la realtà abbandonata, da far scorrere accanto alla scrittura (un reale che, nel finale di Altin in città, diveniva splendida surrealtà, avant-garde pulsante). Del Greco dà il meglio nei momenti dove vero e finto si mescolano. O, meglio, si ricongiungono. Le riprese, sui titoli di testa, dove la protagonista commenta Roma, poi il suo girovagare in metro, sul balcone di casa a indicare le abitazioni vicine, nei bar, la vita di paese, in auto, nelle manifestazioni del Colosseo, nella palestra della scuola, tra le proteste di quartiere, sulla spiaggia di Ostia. La sequenza con il gigolò alla festa del cinema esprime assai bene il senso di decadente romanità, il fluttuare vano degli eventi culturali, arte, musica, parate non soltanto gay. Già così, il film racconta, descrive, rende manifesto il suo senso. Non altrettanto quando intende canonicamente riferire: significando, spiegando. Per mezzo dei dialoghi e delle situazioni narrate. Quando Fabio segue la terribile virago in Suv, meditando e attuando vendetta nei suoi confronti, non ci sono i tempi giusti né le giuste osservazioni. Ci si dilata in lungaggini inespressive, in un entr’acte ripetitivo che, invece di aggiungere, sottrae (non gli orpelli: la situazione ottica pura). Ugualmente gli attori, se invece di essere, provano a recitare, mandano all’aria la spontaneità. Silvana Porreca, che pure collabora a soggetto e sceneggiatura, è coraggiosamente qualunque, un personaggio della strada mai riavvolto con un manto di scena. E tuttavia lo smarrimento del personaggio confina pericolosamente con lo smarrimento d’attrice. L’estraneità a ciò che attraversa, o da cui è attraversata, finisce per denunciare indifferenza e assenza. Un vero peccato.

La donna dello smartphone ha potenzialità di sguardo, di cinema partecipe e pertinente quanto assente e impertinente nella forma, home movie familiare non familiare e perturbante. Risulta purtroppo inibito dalle sue stesse potenze, sempre contrapposte e non integrate all’atto, all’acting (di recitazione e di esecuzione «recitata»). Tanto audaci al punto di disintegrare lo stesso «vedere» del film. Probabilmente, non è neppure un paradosso. Lo sguardo disgiunto di Silvana combacia completamente con l’opera che lo contiene. E il finale, dove il vecchio parla, a favore di un nuovo significato, proprio della vecchiaia, la sua e di un mondo incanutito, svela forse perché. •

Leonardo Persia

 

 

LA DONNA DELLO SMARTPHONE
Regia: Fabio Del Greco • Soggetto e sceneggiatura: Fabio Del Greco (con la collaborazione di Massimiliano Perrotta, Silvana Porreca) • Musiche: Stefano Agnini, Giancarlo Mici • Montaggio: Fabio Del Greco (con la collaborazione di Massimiliano Perrotta) • Produzione: Fabio Del Greco (Monitore Film) • Interpreti: Silvana Porreca, Chiara Pavoni, Fabio Del Greco, Riccardo Giampiero, Fabrizio Rendina, Mariagrazia Casagrande, Hanad Sheik • Anno: 2020 • Durata: 87 minuti



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