Sull’orlo dell’abisso infuocato. “La casa dell’amore” di Luca Ferri

Laddove è la tenebra – ci dicono le Sacre Scritture e l’esperienza – regna la morte. Laddove vi sia distanza fra amanti, colà è la morte. Eros, condotto fin sul limine della pervertita follia (“Maschere, maschere, acciecate Eros!” – scrisse Rilke; come dargli torto?), s’accompagna da sempre a thanatos (la morte) perché dove sorga un qualsiasi speranzoso moto d’amore, a latere farà già capolino la morte. Con la sua falce, pronta a divenire sghembo canto funebre al lume di candela. Al centro di tutto La casa dell’amore, l’opera finalmente più disinibita di Luca Ferri, vista ieri alla Berlinale 70, è infatti la fioca luce delle candele in composti interni digitali in 4:3, che lotta baluginando contro la tenebra della morte, degli inferi, del desiderio sessuale appagato nei modi più vari e lugubri: mangiando una scatoletta di carne Montana mentre si sorseggia Tavernello caldiccio “come il piscio” sul ventre della trans Bianca, parlando del pathos dei film di Dreyer, del Sabato del villaggio di Leopardi, delle disperate fellatio nei porno dei primi anni ’80 fra arditi parallelismi esegetici, scena girata in un piano sequenza di maestria cerebrale ma appassionata; oppure travestendosi con lei; oppure penetrandola sotto la mappa del cielo; oppure venendo straziati da indicibili solletici (scene, queste, al limite del sopportabile). Le candele, per suggestione di barrylindiana memoria, ardendo ciascuna nella propria bottiglia, financo con la Gioconda a reggere il moccolo, letteralmente, costruiscono rituali d’esorcismo: la morte della prostituta Rosetta cantata da un vecchio sdentato ciancicante, ricolmo di fervida allegria disperata; i morti per droga che costellano la famiglia della fidanzata della protagonista Bianca, trans distante che invia videomessaggi di disarmante lucidità sulla tragicità della vita. L’eterna storia di Abacuc, girato da Ferri anni addietro, fa capolino in tutti i suoi lavori, a sapersene avvedere: si cerca l’amore, ma la vita è brutale e si troverà la propria tomba. Si riempiono gli iati dell’angoscia domestica con conversazioni telefoniche che affannosamente dovrebbero dimostrarci: “Sei vivo, caro mio!, sei vivo!”. Ma in fondo, non ne siamo troppo convinti. Sappiamo che tutto ci porta sempre più vicini all’“inesprimibile meta” (Beckett). L’amore in ogni sua forma, diversità, espressione è un tentativo come gli altri, una lotta della Licht (luce) di goethiana memoria, contro l’oblio, di cui il gatto nero di Bianca è contraltare enigmatico. In attesa di capire se il prevosto austero di spalle che apre elegantemente il film (l’attore feticcio di Ferri, Dario Bacis, in forma smagliante) ci stia dicendo il vero, quando citando il Vangelo ci conforta, rammentandoci che in Paradiso passeranno prima gli esattori delle tasse e le prostitute. Nel frattempo, la vita scorre fra incomprensibili “Frammenti d’amore”, titolo d’una mostra dello scultore Riva – padre di Bianca – e frammenti d’un discorso amoroso costantemente franto. Un ritratto del 2020 che porta sullo schermo tutto il nostro medioevo contemporaneo: tetro, incerto, squassato. Inebetito e fisso sull’orlo del suo infuocato abisso. •

Dario Agazzi

 

 

La casa dell’amore (The House of Love)
Regia, sceneggiatura: Luca Ferri • Fotografia: Andrea Zanoli, Pietro De Tilla •Montaggio: Chiara Tognoli • Suono: Duccio Servi • Produttori: Federico Minetti, Andrea Zanoli • Produttori esecutivi: Andrea Zanoli, Federico Minetti • Con: Bianca Dolce Miele, Natasha De Casto, Dario Bacis, Domenico Monetti, Walter Zombie, Umberto Baccolo, Delfina Unno, Assila Cherfi • Produzione: Effendemfilm, Lab 80 film in collaborazione con ENECEfilm, Primaluce, Start • World sales: Taskovski Films • Paese: Italia • Durata: 77′ • Anno: 2020

 

LUCA FERRI su Rapporto Confidenziale



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