Io non esiste. “Io sono Nulla” di Fabio Del Greco

Il terzo lungometraggio di Fabio Del Greco, realizzato due anni prima del quarto (Altin in città, 2017), a distanza di otto anni dal primo (Una vita migliore, 2007), arriva soltanto adesso sugli schermi. Pochissimi, in realtà. Non è facile trovare sale disponibili per un cinema super-indipendente, autarchico e artigianale come questo, in un panorama dove a dettar legge ed esclusioni è quasi esclusivamente la grande distribuzione. Per fortuna, lo si può vedere anche in streaming gratuito, mediante Amazon Prime.

Con le sue imperfezioni, lo stile composito, l’esiguità dei mezzi, le aspirazioni mistiche, Io sono Nulla è un piccolo frammento di controstoria. Appartiene al cinema italiano più recondito, di conversione e controversione. Si inserisce tra le epifanie pasoliniane, cammina con Irene di Rossellini (non solo quella di Europa ’51, anche della zweighiana Paura), doppia Biagio di Pasquale Scimeca (2014), sintetizza in terzo fattore i due poli opposti, come Ananke di Claudio Romano (2015). Chi ama le storie tonde, le rifiniture tecniche, il lineare rassicurante, il bel cinema, si astenga. Se invece vi piace il semplice complesso, e stupirvi incantarvi con immagini inconsuetamente consuete, accomodatevi pure. È un film sul Nulla, cioè sul Tutto, e sull’inesistenza dell’Io. Il titolo abbatte Io ed erige, esige la Totalità, l’Assoluto, l’Interezza piena.

Vasco, il protagonista plurisettantenne, precipita dal ventre al vento, dalla ricchezza materiale, sempre improba e corrotta, al soffio frazionato di un universo gratuito. Ad aprire, ci sono le nuvole, manifestazione teofanica, e una spiaggia/deserto che rivela. Fuoricampo, poi in campo, il mare della vita da attraversare. Seguono, dopo un risveglio fisico, e un altro spirituale, intervallo temporale di tre anni, tre celeste, un bosco che svela, gli alberi come interlocutori. Gli anelli del tronco preannunciano l’ascensione. Anche il protagonista di Una vita migliore andava in crisi, cominciava a interrogarsi, fissando un albero, unità nella varietà (semi, rami, radici, foglie). E in onirici fondali acquatici, il suicida Altin, deluso dal successo equivalente all’insuccesso, (ri)scopriva un tesoro abbandonato, l’altare della famiglia-mondo.

Personaggi approdanti all’Omega (qui esplicitamente menzionato) quelli di Fabio Del Greco, cantore della verticalità in alto o in basso, espressa sovente con l’interferenza di stile avant-garde caldo (si veda la bellissima parte finale di Altin in città) o avant-garde diegetico (i ghirigori elettronici del computer di Una vita migliore). Passano dal corpo fisico a «una sostanza più fine: un materiale invisibile di luce», dopo essersi rinnovati attraverso la morte. Morte come illuminazione. Reale, simbolica, immaginata, sognata: che importa? La polarità, le pluralità dell’esistere sono presenti in ogni fotogramma. Morte/vita, buio/luce, creazione/distruzione, povertà/ricchezza, Primo/Terzo Mondo, commedia/dramma, film girato e found footage assemblato. Lo stesso regista vi interpreta più (fugaci) ruoli, abbattendo spazio, tempo e identità. Un circolo di opposti è il protagonista. Da piccolo, sfollato e vittima di guerra, un pasto occasionale ogni tanto, sarà il futuro palazzinaro disonesto baciato dagli affari e dai soldi, le puttane e il Nulla-Nulla. Dovrà morire per rinascere. Per abbracciare il Nulla-Tutto.

Vasco dorme (il sonno è già una «piccola morte»), sogna a più riprese (il sogno in quanto creazione, ri-concepimento), il suo orizzontale è verticale: si eleva statico, agisce estatico. Nel sogno d’apertura, prefigura un’esplosione atomica, preludio d’attentato, che attua la prolessi di un inconscio, sovrastante, auto-processo. C’è l’Adagio di Albinoni a ricordarci Le procès di Orson Welles (1962), che alla bomba H pure alludeva. Altra premonizione: davanti allo specchio, si profila uno scorsesiano big shave. Il sangue è contenuto tutto in quel suo sguardo perduto o nel fer(i)mento imminente. In entrambi, brilla soprattutto il «sentiero sottile come il filo del rasoio» dei buddisti. L’India si rivela, prima di un viaggio in loco, anche in quel cuore che vedremo aperto, pulsante, in sala operatoria. Un cuore contrito, il centro di Brahmā: il dio indù che crea la materia da cui liberarsi. Quando gli sparano, le luci si accendono e si spengono. Dalla barella che procede per il corridoio dell’ospedale, si materializza una soggettiva on/off che fa pendant con i battiti del cuore.

Con il risveglio, punteggiato da gabbiano, mare, sentiero e bosco, la memoria svanisce: «Io non mi ricordo più chi sono, non mi ricordo più chi ero». E ancora: «Ma dunque, chi sono, cosa sono diventato?». Però (ri)conosce gli alberi e, mentre ordina un caffè, scorge attraverso la tazzina i «reali contorni delle cose», di cui si parlava in un famoso film di Godard. La macchina da presa fissa la morte e il sole (è possibile soltanto con il cinema, secondo l’Eric Pauwels de La Deuxième Nuit, 2016: anche lì, alberi, nuvole, viaggi…). Il Sole, ciclico, è proprio la vita commista alla morte, il rinnovamento che si ottiene attraverso il trapasso. Le nuvole corrono, in spiaggia tira (un altro) vento. Un’antenna, sul tetto, sembra il Cristo redentore.

Il segretario dell’uomo, che appare sempre tra oggetti-sbarra, deplora il crollo aziendale e consiglia una visita dallo psicanalista. Suggerimento accolto, ma il costruttore rinuncia a macchina e autista. Mentre cammina, dall’asfalto salgono i vapori. Segnali che evidenziano la fuga da tempo e spazio o, meglio, sanciscono l’estensione spaziotemporale a seguire. Fuoco e aria proiettano verso l’eternità sconfinata, si combinano in preghiera che raggiunge le vette. L’anima l(i)evita, purificata dal fuoco e tutto è come fosse visto e ascoltato per la prima volta. Un viaggio in metro diventa un’esperienza sensoriale, i rumori del traffico, clacson e sferragliare di ruote, stordiscono. L’uomo è invaso dalla folla: in fregola davanti al centro commerciale, abbruttita nelle manifestazioni politiche, annullata in piazza San Pietro. La materia viene vista come ostacolo, la fase mistico-ascetica viene confermata dalla Chiesa, i suoi rituali.

Le gocce di pioggia sul vetro, mentre il solito segretario gli prospetta un viaggio di guarigione in India, poi in Perù e negli States, esprimono la purificazione, la discesa del Cielo. Momento sintetizzato dall’immagine-cuscino di un paio di scarpe on the wire, probabilmente poste sul filo dell’Insegnamento dei sutra. In India, sbocciano intromissioni di vita semplice, vita mistica. Ci sono i fabbri, possessori di segreti iniziatici. Le erbe, i decotti che esaltano la percezione. E un ruscello, la luna, il divenire universale. In Perù, aumentano gli sfarfallii visivi. Il protagonista rinasce indio, rinasce in dio. Il suo sguardo combacia con quello dello spettatore. Negli altri film del regista, lo spettacolo era una metafora della vita. Qui, è la vita a diventare una metafora del cinema, di un altro cinema. Lo schermo è invaso da visioni di rivelazioni di forme naturali che rimandano ai primi film, all’avanguardia storica. Lingue di fuoco. L’occhio a tutto schermo di un felino. Vermi. Fogliame. Ragni. Api. Libellule. Serpenti. Cigni. Piante che si aprono. Tutto si collega con il Tutto, ogni cosa è la nota di una grande sinfonia. Anche la cinematografia medica di fine ‘800 mostrava cuori pulsanti. Il cinema era l’invisibile rivelato. Il protagonista guarda in macchina. Sorride. Il Tempo è definitivamente abbattuto. “Mai come adesso mi sembra di non esistere”. Cioè, esistere davvero.

Si pensa alle teorie di Béla Balázs sulla lente del cinema come amplificazione dello sguardo. «Tu vivi in quella lente, non vi guardi dentro. Essa ti mostra l’intimo aspetto di tutti i tuoi gesti naturali, nei quali appare la tua anima, e tu non la conosci. (…) Tu hai osservato questa vita nel modo in cui un cattivo musicista ascolta una composizione orchestrale: percepisce solamente una melodia conduttrice, il resto gli si confonde in un brusio indistinto. Un bel film, però, ti insegnerà con i suoi primi piani a leggere la partitura a più voci della vita, a notare le singole voci della vita di tutte le cose, di cui si compone la grande sinfonia.» (Der sichtbare Mensch, L’uomo visibile, 1924).

Tutto questo si vanifica però in USA, territorio occidentale al suo diapason. La fine/inizio ritrova i suoi contorni catastrofici. La dimensione horror che Franco Battiato intendeva stigmatizzare con il suo Attraversando il Bardo – Sguardi sull’aldilà (2014). Un doppio «normale» e inconciliabile del protagonista esce dalla vasca (dualismo vasca/Vasco, cioè attivo/passivo, vitale/mortale, maschile/femminile…). Rimprovera al suo altro da sé rinato di aver fallito, lo minaccia, gli si scaraventa addosso per ucciderlo. E anche stavolta, in un momento disarmonico, opposto all’armonia precedente (non saranno le facce di una stessa medaglia?), interno ed esterno coincidono. Fuori si scatena l’Apocalisse, lo smarrimento interiore allontana la pace conquistata. L’albero amico crolla. Sembra tutto perduto.

Bisognerà aspettare venti anni per un’ulteriore sorpresa, la più radicale del film. Venti è la somma di mani e piedi, il numero dell’umano (non necessariamente umano). In fondo, l’albero deciduo conferma la rigenerazione, la reincarnazione. Che sarà stabilita attraverso lo Spirito ulteriormente trasmutato di Vasco. Questa volta irrorato di vile (o santo?) condimento liquido, pneuma disciolto. Le acque inferiori, si dice, sono il mondo in continua mutazione. E con quelle superiori, completano il Tutto. Difatti, lo si è visto, lui è Nulla, cioè Tutto. •

Leonardo Persia

 

 

IO SONO NULLA

Regia: Fabio Del Greco • Soggetto, sceneggiatura: Fabio Del Greco • Fotografia: Fabio Del Greco, Roberto Rocchetti • Montaggio: Fabio Del Greco • Musiche: Stefano Agnini, Marco Puggini, Yuri Sazonoff • Produttore: Fabio Del Greco • Interpreti principali: Vasco Montez, Chiara Pavoni, Roberto Pensa, Simone Di Pascasio, Fabio Del Greco, Rimi Beqiri • Produzione: Monitore Film • Vendite estere: Adler & Associates Entertainment • Paese: Italia • Anno: 2015 • Durata: 75′

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